Tra il 21 e il 23 ottobre 1979 una grossa spedizione francese diretta da Raymond Renaud e Yvan Estienne riuscì a salire la cresta nord (VI 5.7 70°, 1600 m) dell’Ama Dablam: furono 14 i francesi e 4 gli sherpa a raggiungere la vetta. Nel 1981 gli australiani Tim McCartney-Snape, Lincoln Hall e Andrew Henderson (membri di una spedizione di nove elementi diretta da Kenneth McMahon) trovarono da nord-est un diverso accesso alla cresta nord, raggiungendo la vetta il 15 maggio. Non è chiaro quale dei due itinerari sia stato percorso dalla spedizione lecchese di cui al racconto che segue.
Ama Dablam, la prima italiana
di Lorenzo Colombo
(pubblicato su Passo dopo passo, Sottosezione di Ballabio del CAI, 2007)
Nel 1982 la Sottosezione CAI di Ballabio in collaborazione con il Gruppo Ragni di Lecco e il Gruppo Gamma decide di pianificare una spedizione con l’obiettivo di conquistare l’Ama Dablam 6856 m. Impresa mai riuscita prima di allora a una spedizione italiana.
L’idea è quella di fissare la partenza nella primavera del 1984, in realtà i lecchesi per fare le valigie devono aspettare l’anno successivo. «Colpa» del Governo nepalese che impone tassativamente la partenza nel 1985.

Chi conosce la storia dei due sodalizi alpinistici lecchesi (Ragni e Gamma, quest’ultimo nato da una «costola» dei Maglioni Rossi) non avrà dubbi nel ritenere insolita questa spedizione: Ragni e Gamma l’uno a fianco all’altro. Si tratta infatti della «prima volta, dal giorno della scissione che a una spedizione “ufficiale” partecipano componenti dei due gruppi. Ed è un segnale che Casimiro lancia, a suo modo, all’ambiente lecchese: non rappacificazione forzata, ma onesta collaborazione su obiettivi concreti: “Chi mi vuoi seguire venga, non importa in che casa sia nato…“», si legge nel libro Casimiro Ferrari. L’ultimo re della Patagonia di Alberto Benini.

Così, buttati alle spalle i vecchi attriti, dopo una serie di incontri durante i quali vengono pianificate le linee guida del progetto, il 23 maggio 1982 l’allora presidente della Sottosezione CAI di Ballabio, Rinaldo Tagliaferri, invia al governo nepalese la richiesta ufficiale per poter avere il permesso di scalare l’Ama Dablam. La via di ascesa scelta dai lecchesi è la cresta nord-est.
Il permesso giunge il 3 dicembre, sei mesi più tardi, sempre via posta, con una lettera spedita dall’agenzia Ongdi Trekking (cui i lecchesi si stavano appoggiando) che, a sua volta, aveva ricevuto la concessione direttamente dal Governo nepalese. La missiva indirizzata al capo sedizione Casimiro Ferrari recitava: «His Majesty’s Government, Ministry for Turism’s Mountaineering Section (Sua maestà il Governo, Ministero del Turismo, sezione Alpinismo) ha concesso il permesso alla sua squadra di scalare l’Ama Dablam percorrendo il versante nord-est nella primavera del 1985. Ci rendiamo conto del fatto che voi avete precedentemente richiesto l’autunno del 1984. Comunque, come abbiamo menzionato in un telex a Piero Amighetti di Trekking International, questo era il primo periodo disponibile. Ci auguriamo che sarete comunque in grado di venire nella primavera del 1985». Lettera che si conclude con la richiesta di pagamento del 50% del fee entro 2 mesi, cifra pari a 382 dollari (non pochi per quel periodo).
Nel frattempo il quarantaquattrenne Casimiro Ferrari aveva composto la sua squadra: Bruno Lombardini (anni 40), Giuliano Maresi (45 anni), Mario Panzeri (20 anni), Danilo Valsecchi (25 anni), Carlo Aldè (20 anni) e il dottor Sandro Liati (53 anni). Alla spedizione si sono poi aggiunti, per un “semplice” trekking nelle valli nepalesi, Giuseppe Invernizzi, Natale Dell’Oro, Pietro Frigerio, Luigi Corti e Giovanni Carcianiga da tutti conosciuto con il soprannome di Stizza.
II «Miro» si apprestava ad affrontare la sua prima spedizione in Himalaya. Per non farsi trovare impreparato aveva richiesto al Centro Italiano Studio Documentazione Alpinismo Extraeuropeo di Torino la documentazione inerente l’Ama Dablam, inviatagli poi dal responsabile Cisdae del coordinamento, Luciano Ghigo, verso la fine dell’aprile del 1983. La documentazione consisteva in alcuni scritti in inglese di Gary Neptune, Tom Frost e Michael Gill, utili all’alpinista lecchese per conoscere meglio la montagna da affrontare e l’ambiente circostante.
L’Ama Dablam 6856 m si trova in Nepal. È una montagna bella ed elegante che sovrasta il monastero di Tengpoche, nel cuore della terra degli Sherpa, il Khumbu Himal, non molto distante dall’Everest e dal Lhotse. Assomiglia a una piramide acuminata, le cui pareti verticali sono interrotte da ripide creste affilate. Il nome significa «Madre con la Collana», con riferimento al grande ghiacciaio pensile situato poco sotto la vetta, da cui la montagna prende il nome (Dablam). La salita, seguendo la via normale, si svolge lungo la cresta sud-ovest, e venne percorsa per la prima volta nel 1961 da Michael Mike Gill, Barry Bishop, Mike Ward e Wally Romanes, spedizione guidata da Sir Edmund Hillary che per prima ha violato la sacra vetta. Ma questa è un’altra storia…
Il CAI Ballabio in concerto con gli altri due sodalizi lecchesi lavora alacremente alla preparazione del progetto, con la convinzione di poter autofinanziare tutta la spedizione. Solo più avanti il presidente della Sottosezione CAI, Erminio Manzoni, si accorge che i costi stanno lievitando più del previsto e i buoni propositi di autofinanziamento devono essere accantonati. La Sottosezione inizia così una caccia agli sponsor. Comincia bussando alla porta di Enti e Istituzioni per poi passare ai privati. Mentre la Banca Popolare di Lecco il 30 gennaio fa sapere di non poter accogliere la richiesta «in quanto il nostro Istituto ha già programmato altre sponsorizzazioni di carattere sportivo per l’anno in corso», il 29 marzo 1985 va invece a buon fine la richiesta di contributi fatta al Comune di Lecco, guidato dall’allora sindaco Paolo Mauri, che fa sapere di sostenere l’iniziativa con l’erogazione di 3 milioni di Lire. Nel frattempo si attendono buone nuove anche dalla direzione dell’Aast (Azienda Autonoma Soggiorno e Turismo) di Lecco alla quale si fa esplicita richiesta con una lettera che recita: «L’intenzione originaria era quella dell’autofinanziamento dei partecipanti, ma il continuo aumento dei costi (il solo permesso supera i due milioni di Lire), ci sta creando notevoli problemi, prima non prevedibili». Un’altra richiesta di aiuto viene inoltrata il 7 novembre al Consiglio di Presidenza del CAI Lecco: «… Chiediamo il vostro contributo per l’acquisto dei materiali necessari (attrezzatura ed equipaggiamento)…». Risolti i problemi finanziari, la spedizione il 24 marzo 1985 decolla dall’aeroporto milanese di Linate. Prima fa scalo a Monaco di Baviera poi giunge a destinazione atterrando sulla pista dell’aeroporto di Kathmandu, capitale del Nepal. È da qui che inizia l’avventura himalayana della spedizione lecchese guidata da Casimiro Ferrari.
I lecchesi non perdono tempo e il giorno successivo, supportati da un nutrito gruppo di portatori, cominciano la marcia di avvicinamento al Campo Base. Il tragitto, per buona parte, è lo stesso che viene percorso per raggiungere l’Everest e il Lhotse.
«Di quell’avvicinamento – racconta Bruno Lombardini – mi è rimasto impresso nella memoria un giorno ben preciso, quando, raggiunti i 3000 metri di quota, abbiamo intrapreso un’interminabile discesa che ci ha impegnati diverse ore fino a raggiungere quota 1000, per poi, l’indomani, riprendere la salita. Incredibile».
La marcia di avvicinamento fino ad allora filata via senza problemi, viene rallentata dal maltempo, con i lecchesi costretti a compiere una pausa forzata di tre giorni, prima di completare il cammino verso il Campo Base. Quando tutto ormai sembra procedere per il meglio, l’ufficiale di collegamento nepalese dopo dieci giorni di cammino, blocca la marcia dicendo che è stato fatto un errore di valutazione e che il versante non è quello giusto. Maresi racconta lo sconcerto dei lecchesi: «Impossibile ripetere le ingiurie di Casimiro. Io, Sandro e Carlo, ci siamo subito avvicinati pronti a placcarlo nel qual caso avesse sfogato la sua rabbia assalendo l’ufficiale. Reazione non così improbabile vista l’indole di Casimiro».
Fortunatamente lo sfogo del capo spedizione si limitò a una raffica di imprecazioni seguita da ampi gesti di contestazione. A quel punto il gruppo dovette aggiustare la direzione per poter raggiungere il Campo Base.
Arrivati a destinazione dopo la variante fuori programma, Casimiro Ferrari e Carlo Aldè decidono di non perdere tempo e l’indomani, alle prime luci dell’alba, lasciano il gruppo per iniziare ad attrezzare la prima parte della via di salita. A seguire partono Danilo Valsecchi e Mario Panzeri, carichi di materiale utile per continuare il lavoro cominciato dai due compagni che li hanno preceduti.
Ognuno ha il suo da fare e questa volta il compito del dottor Liati, dopo aver preso la decisione di non far parte delle due cordate, è quello di «fotografo ufficiale». A lui spetta il compito di seguire scatto dopo scatto la scalata grazie al formidabile teleobiettivo da 500 mm. Strumento che avrebbe garantito foto fantastiche. Liati, in precedenza, era stato istruito a dovere su come gestire la macchina e, cosa fondamentale, come agganciare il rullino da 36. Inizia il lavoro fino a quando si accorge che il contascatti ha superato le 40 foto. Un lieve sospetto si fa avanti e quando via radio Casimiro chiede come sta procedendo il lavoro, Liati a denti stretti informa il capo di ciò che stava succedendo. «Dalla montagna sacra del Nepal non vi dico cos’è sceso – ricorda Maresi che stava assistendo alla scena insieme agli altri compagni – non avrai attaccato il rullino!” urla Casimiro e Liati che ingenuamente apre la macchina e in diretta risponde: “E’ vero non l’ho attaccato…“. E via etere giù un’altra scarica di imprecazioni».
Parentesi fotografica chiusa, dopo tre giorni dalla partenza dei quattro lecchesi, arriva via radio la comunicazione del Capo spedizione.
«Casimiro – prosegue Bruno – ci dà l’ordine di partire con altro materiale e soprattutto cibo. Così io e Giuliano Maresi ci mettiamo in cammino. Lui in testa e io dietro. Cominciata la scalata, dopo tre tiri di corda, ci accorgiamo che i 30 chili di zaino a testa che stiamo portando sono troppi e ci impediscono di procedere. Così decidiamo di alleggerire gli zaini per quel che era possibile e di scambiarci il carico. Così io prendo in consegna lo zaino di Maresi e lui il mio un poco più leggero. Nonostante la scelta di ridurre il carico ci accorgiamo che l’arrampicata si sta facendo sempre più faticosa e lenta, così decidiamo di abbandonare uno zaino. Nonostante questa decisione ci rendiamo conto che il tempo a disposizione per proseguire è poco e mai quel giorno avremmo potuto raggiungere Casimiro. Così decidiamo di trovare un angolo dove poter passare la notte a quota 5400 metri. A quel punto mi accorgo del grave errore commesso, ovvero l’aver “abbandonato” il mio zaino con dentro il saccopiuma. Quella notte l’unico mio pensiero non è stato quello di riposare, ma di evitare il congelamento». La mattina Casimiro va incontro a Giuliano e Bruno con l’ausilio di corde fisse e quando si accorge di ciò che Bruno aveva combinato si lascia andare in una serie di impronunciabili imprecazioni. Tutte giustificate visto il rischio che Bruno aveva corso. «La mattina non riuscivo più a rimettermi in moto dal freddo».
Il coriaceo Bruno tuttavia riesce a riprendersi e mentre Casimiro e Maresi risalgono verso la tendina, Bruno decide di ridiscendere circa 150 metri per recuperare il suo zaino e quindi risalire rapidamente grazie alle corde fisse posizionate da Casimiro.
Quel giorno gli sforzi di Bruno e Giuliano si limitano a raggiungere il Campo Avanzato, dove possono riposare per recuperare le energie. Intanto i giovani Danilo, Mario e Carlo proseguono il duro lavoro di avanzamento attrezzando la via.

L’indomani Giuliano, Bruno e il capo spedizione Casimiro riprendono la scalata raggiungendo i tre giovani compagni. A questo punto l’ascesa delle due cordate, su ghiaccio e roccia, prosegue armoniosa nonostante le grosse difficoltà del tracciato lungo la cresta. Dopo tre giorni e tre bivacchi la spedizione lecchese capisce di essere ormai vicina alla vetta. Le asperità del terreno lasciano spazio a un grande scivolo di neve che deve essere superato orizzontalmente. Così inizia un rischioso lavoro di scalinamento ortogonale rispetto allo scivolo. Una volta superato questo delicato passaggio la spedizione punta dritta verso la vetta.
Quando la salita inizia a farsi meno impervia e davanti ai tre giovani alpinisti che stavano tirando la salita si presenta il dolce pianoro che porta alla vetta, i tre si fermano di colpo e voltandosi verso Casimiro dicono: «Ci siamo! Vai avanti tu». Casimiro, riconoscendo il lavoro svolto dai ragazzi replica: «Questa salita l’avete tirata voi e a voi sta la precedenza». Un attimo di emozione e poi le due cordate decidono di riprendere l’ultimo tratto appaiati per raggiungere la cima del grande pianoro assieme. Per il CAI Ballabio è l’ennesima grande conquista, un successo ottenuto insieme ai «Ragni» di Lecco e al gruppo Gamma.
Scopri di più da GognaBlog
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.









