Un mondo multipolare non sarà automaticamente un mondo nuovo 


di Monica Cillerai
(pubblicato su lindipendente.online il 2 gennaio 2024) 

L’ordine mondiale geopolitico regolato dal Washington Consensus, l’equilibrio internazionale figlio della Seconda guerra mondiale, è finito. L’ordine mondiale dei commerci, stabilito dagli accordi di Bretton Woods, non funziona più: già ammalato da tempo, si è indebolito in pandemia e sta ricevendo l’estrema unzione con la guerra in Ucraina. Da qualsiasi punto si guardi la faccenda globale, gli USA stanno perdendo il loro ruolo di capo e poliziotto del mondo. L’egemonia a stelle e strisce, già in declino da anni, sta definitivamente tramontando. Nuovi Stati chiedono voce in capitolo e reclamano potere. Pretendono istituzioni internazionali meno orientate verso gli Stati Uniti e i privilegi occidentali, esigono la fine del dominio del dollaro, reclamano ruoli guida ai tavoli in cui si decidono le politiche globali. Le crisi non sono la fine di tutto, sono momenti necessari di rottura per arrivare a un nuovo ordine, dopo una fase di caos. Oggi siamo nel momento del disordine. I fatti in Ucraina hanno semplicemente reso visibile a tutti la tracimazione di un vaso colmo da tempo. Gli USA cercano storicamente anche così, attraverso guerre esportate e per procura, di stabilizzare il loro potere e la loro egemonia. È dalla Cina e da numerosi Paesi ancora considerati in via di sviluppo, i famosi BRICS (Brasile, Russia, India e Sud Africa), che arriva la richiesta di un nuovo ordine internazionale. L’attacco militare da parte della Russia verso l’Ucraina e l’impossibilità di operare da parte del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a causa del veto imposto da Mosca hanno rimesso sul tavolo la questione di una necessaria riforma del sistema delle Nazioni Unite. Unione Europea e USA si sono impegnate nel lancio di numerosi pacchetti di sanzioni economiche contro la Russia, che hanno finito per ricadere sugli interscambi commerciali tra Mosca e varie altre economie ad essa connesse, in primis quelle dei BRICS. Questi, al contrario, non erano propensi a tali forme sanzionatorie, difficili da aggirare proprio perché basate sulla struttura dollaro-centrica governata dal sistema di transazioni internazionali SWIFT, che i BRICS stanno cercando di sostituire.

BRICS contro G7: un conflitto solo di potere?

Dal 22 al 24 agosto si è tenuto il vertice dei BRICS a Città del Capo, in Sudafrica. Vladmir Putin è stato costretto a parteciparvi da remoto, per via del mandato d’arresto internazionale che pende sulla sua testa. «Il tradizionale sistema di governo globale è diventato disfunzionale, carente e dispersivo», ha detto alla vigilia del vertice Chen Xiaodong, ambasciatore cinese a Pretoria, aggiungendo che i BRICS «stanno diventando sempre più una forza di difesa della giustizia internazionale». Al vertice gli invitati sono 69, tra cui molti Stati africani, verso cui Pechino cerca da anni di estendere la sua influenza. L’espansione del gruppo è stata una delle tematiche principali: sono almeno 40 i Paesi che vorrebbero aderire e, di questi, 23 hanno presentato domanda formale, compresi Iran e Arabia Saudita. A soli quattordici anni dal loro primo summit nel 2009, i BRICS rappresentano il 42% della popolazione mondiale e un quarto dell’economia globale. Sono Stati che poco hanno in comune, per la loro geografia e per i loro differenti sistemi e indirizzi politici. Ad unirli è il desiderio di cambiare un ordine internazionale che considerano sfavorevole ai loro interessi. La sera prima dell’inizio del meeting, il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha riassunto la questione dichiarando che «un BRICS allargato rappresenterà un gruppo eterogeneo di nazioni con diversi sistemi politici che condividono il desiderio comune di avere un ordine globale più equilibrato».

Pochi giorni prima, a Camp David, terminava il vertice tra Stati uniti, Giappone e Corea, dove il presidente americano Joe Biden ha decretato una «nuova era di cooperazione», chiaramente in funzione anticinese. Gli equilibri globali si stanno ridefinendo e in molti parlano di un ritorno a conflitti taciti e meno taciti, a multipolarismi e sfere d’influenza. È la fine del mondo unipolare basato sul potere americano. La parata d’arresto della globalizzazione in vesti neoliberali spinta dagli USA e dall’Occidente. Lo scontro tra USA e Russia è esplicitato nella guerra in Ucraina, con il suo carico di conseguenze e implicazioni geopolitiche ed economiche. La guerra tra USA e Cina è più sottile oggi: commerciale sui chip e le materie prime e forse, un domani, militare per Taiwan. Il presidente cinese Xi Jinping non nasconde la sua ambizione di guidare la riforma del sistema di governance globale, modificando le istituzioni e le regole internazionali verso standard che riflettano gli interessi della Repubblica popolare. Ma non tutti sono d’accordo e all’interno degli stessi BRICS le visioni non sono le stesse. L’India vuole uscire dalla governance americana, ma non per entrare in una a guida cinese, con la sostituzione dello yuan al dollaro come moneta di scambio internazionale. Se Pechino sta lottando per un mondo diviso in sfere d’influenza, in cui la sua area di potere è sempre più ampia (ma soprattutto vorrebbe sostituirsi agli Stati Uniti nella guida senza rivali del mondo), non tutti gli altri Paesi emergenti sono d’accordo. Gli interessi sono in contrapposizione: non si passerà dal Washington Consensus al Beijing Consensus facilmente come spera la Cina.

La prospettiva più realistica è un periodo di disordine globale in cui il mondo si confermerà diviso in sfere d’influenza e alleanze strategiche, in cui nemmeno nuove guerre costituenti sono escluse, nel tentativo di creare un nuovo equilibrio. Se la Seconda guerra mondiale ha visto scontrarsi ideologie diverse che avrebbero portato a un presente differente (nazi-fascismo, liberalismo e comunismo) e se la guerra fredda ha messo uno contro l’altro due pensieri economici e di organizzazione politica distanti come il comunismo e il liberalismo, oggi la guerra per il nuovo equilibrio è solo egemonica. Il modello di sviluppo non è in discussione, non c’è un altro sistema economico o politico che sfidi quello dominante. Per quanto gli USA utilizzino la retorica di scontro tra democrazie e autocrazie, la verità è che in ballo c’è puro potere economico e politico: nuovi Stati che pretendono la loro fetta di ricchezza e vecchi Stati che cercano di mantenere i loro privilegi. Il capitalismo neoliberale, la finanziarizzazione incontrollata dell’economia, questo sistema che sta causando una crisi ecologica e climatica sempre più forte, non è messo in discussione.

Dalla guerra fredda all’unipolarismo, fino al caos

Gli equilibri internazionali nascono e si rompono tendenzialmente nel conflitto. La guerra è uno degli unici strumenti che gli Stati comprendono e accettano. Che la natura sia nell’uomo, nel sistema internazionale, o nella natura dello Stato, queste sono filosofie politiche differenti. Per Carl Schmitt, i conflitti si dividono in due categorie: quelli decostruenti e quelli costituenti. La Prima Guerra Mondiale si iscrive alla prima categoria: i due imperi allora egemoni ma già in declino, quello Austro-Ungarico e quello Ottomano, si infransero con la sua fine. Ne seguì un periodo di grande instabilità, caratterizzato da dittature in varie parti d’Europa, fino arrivare alla Seconda Guerra Mondiale. Una guerra costituente, che ha visto scontrarsi ideologie e sistemi economici diversi, dai cui massacri è nato l’ordine geopolitico ed economico che conosciamo oggi. Da lì arrivano le istituzioni sovranazionali che conosciamo. Gli accordi di Bretton Woods e le regole monetarie internazionali, con la creazione del FMI (Fondo Monetario Internazionale) e la Banca Mondiale. L’egemonia del dollaro. La nascita dell’ONU nel 1945, l’organizzazione intergovernativa più grande e riconosciuta a livello internazionale, con il suo Consiglio di sicurezza che rappresenta ancora oggi i vincitori e gli sconfitti di quella guerra. La costituzione della NATO (1949) e Il Patto di Varsavia (1955). La creazione dell’Unione Europea con il Trattato di Roma del 1957. Sono queste le istituzioni che hanno più o meno stabilizzato il periodo successivo, quello della Guerra Fredda.

Due superpotenze, infatti, si contestavano l’egemonia: URSS e USA, due blocchi che si sono affrontati per procura e attraverso altri conflitti regionali per anni. Siamo nell’epoca del sistema bipolare, con due soggetti internazionali principali ma affiancati da numerosi altri Stati satellite. Il pericolo della distruzione di massa data dal possesso di entrambi di migliaia di testate nucleari, di un equilibrio di pace mantenuto dalla certezza di entrambe le potenze che uno scontro nucleare avrebbe assicurato la mutua distruzione. Con il crollo dell’URSS inizia l’era dell’unipolarismo americano, caratterizzato da un forte slancio per il liberalismo finanziario e una volontà di svuotare di potere le organizzazioni condivise di carattere multilaterale, come l’ONU. Gli USA divennero, per un decennio appena, l’unica superpotenza che assommava in sé il potere economico, militare e politico circondata da un certo numero di Stati satelliti che lo appoggiavano e si riconoscevano nel pensiero neo-conservatore liberista. Ma la guida unica senza nemici non è facile, soprattutto per uno Stato che si era proclamato poliziotto del mondo. Una esigenza fu quella di iniziare una serie di conflitti costituenti, per cercare di normare attorno alle idee incarnate dal nuovo ordine mondiale e ricreare la narrazione di un conflitto di civiltà, sostituendo la demonizzazione dell’islam a quella del comunismo. L’aggressione americana all’Iraq o all’Afghanistan non è molto diversa dall’aggressione russa all’Ucraina, anche se basata su una retorica differente.

Gli USA stanno cercando di guadagnarci il massimo profitto in termini politici – ed economici – possibile. Nel 2022 gli investimenti militari mondiali sono schizzati alle stelle, fino a raggiungere un nuovo record. Sono stati 2.240 i miliardi di dollari spesi in armamenti, con un aumento del 3,7% degli ordini di spesa bellica. L’impegno preso in sede ONU fin dal 1970 di destinare lo 0,70% della ricchezza nazionale allo sviluppo non è rispettato da allora (l’Italia ne destina lo 0,31%), mentre i Paesi NATO promettono il 2% del PIL in nuove armi. E così si aiuta anche il rilancio dell’economia americana attraverso il sostegno al complesso militare. Ma anche la sottomissione militare, economica e politica dell’Europa, il contenimento delle politiche di espansione della Cina e delle altre nazioni non allineate e soprattutto, forse, l’instabilità politica della Russia con la possibilità della caduta di Putin e dell’arrivo al potere di un leader più incline agli interessi americani. Forse sono questi gli obiettivi che gli Usa cercano di raggiungere con il conflitto ucraino, lanciato da Putin ma facilitato dalla volontà statunitense di allargare la NATO fino alle porte della Russia.

Immaginare un mondo realmente nuovo

Il mondo è interconnesso. La globalizzazione ha portato a unire catene di valore, produzione e commercio in tutto il globo. In questo sistema economico neoliberale, molti Stati non possono più agire da soli: non avrebbero la possibilità di sopravvivere in un mercato le cui interconnessioni internazionali sono la base della sua organizzazione. La guerra in Ucraina, per esempio, ha dimostrato quanto l’Europa fosse dipendente dall’importazione di gas e petrolio dalla Russia, mentre la fase pandemica aveva già reso evidente quanto l’Occidente dipendesse dalla Cina nell’importazione di moltissimi beni, anche sanitari. Su alcuni beni, invece, le tensioni sono inevitabili, connesse direttamente allo sviluppo economico e industriale di tutte le nazioni, che corrono ad accaparrarsi quantità più elevate possibili di un bene finito: parliamo innanzitutto delle materie prime necessarie per la tecnologia e la transizione energetica, le cosiddette terre rare. Ora si parla di de-globalizzazione, ritorno ai nazionalismi, chiusura tra sfere di influenza e futuri scenari di guerra. La tendenza alla ricostruzione di barriere commerciali è già iniziata anni fa, proprio a partire da quegli Stati Uniti da sempre fautori massimi del libero mercato. Le prime avvisaglie si sono manifestate durante l’amministrazione Obama, poi l’esplosione sotto Donald Trump, che con la sua politica America first vinse le elezioni del 2016, lanciando anche una guerra commerciale con la Cina. Politiche fortemente criticate a parole dai democratici ma lasciate pressoché intatte da Joe Biden, segno di come, ancora una volta, le divisioni mediatiche della politica americana nascondano in realtà disegni comuni nella politica globale.

Nel frattempo, da Johannesburg, i Paesi emergenti guidati dalla Cina hanno lanciato la sfida. Ma sarebbe troppo ottimistico credere che una ridefinizione degli equilibri globali possa significare automaticamente un cambio di paradigma. Il multipolarismo non è altro che una forma di potere basata sulla lotta per l’egemonia di più poli: non più un singolo capobranco, ma più soggetti forti in lotta per la spartizione del potere. Quello da costruire sarebbe invece un mondo basato su meccanismi di gestione politica globale basati sugli interessi della maggioranza dei cittadini del globo. Un multilateralismo che non è di moda oggi, ma non è nemmeno morto. Forse va reinventato, ricostruito e rimpolpato di significato e legittimità. Unirsi negli intenti invece di farsi la guerra, che sia commerciale, politica o mediatica, sarebbe fondamentale per affrontare la sfide globali che tutti gli umani hanno di fronte, a cominciare dall’esigenza di dare da mangiare a dieci miliardi di persone e da quella di salvare la specie dalla crisi ecologica generata da un modello di sviluppo nocivo. Ma ovviamente, nonostante le parole di facciata nei summit dell’ONU, questa non è una priorità di nessuno. Nemmeno dei BRICS.

Nel sistema di mercato neoliberale a governare, in fondo, rimane il mercato. Scontri tra gruppi economici per il controllo di segmenti di ricchezza: gli Stati rispondono, rappresentano e agiscono anche per loro conto. Finché l’architettura capitalista del sistema non verrà messa in discussione, e con essa anche l’organizzazione statale e gerarchica del mondo, il ciclo di guerre costituenti e destituenti, di crisi ed equilibri rotti e ristabiliti, continuerà a ripetersi all’infinito.

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Un mondo multipolare non sarà automaticamente un mondo nuovo  ultima modifica: 2024-07-02T04:12:00+02:00 da GognaBlog

1 commento su “Un mondo multipolare non sarà automaticamente un mondo nuovo ”

  1. A mio avviso, affinché cambi qualcosa è necessario seguire altre strade e quella al di sopra di tutte vuole che si continuino a commentare i gesti dei governatori, che esprimono il potere che il popolo conferisce loro. Non ne possiedono uno intrinseco per opera dello spirito santo.

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