La Sfera di Cristallo

Una vita d’alpinismo – 71 – La Sfera di Cristallo (AG 1977-003)

Il sentiero dei morti
Su, chi sei?
Mefistofele: Una parte della forza che vuole sempre il male e opera sempre il bene. (Wolfgang Goethe, Faust, 1, 1335 – 1337)”.

Nell’estate del 1977, come già accennavo, venni duramente messo a contatto con un amico che viveva all’esterno ciò che io vivevo solo all’interno: Ivan Guerini. Suppongo che il suo comportamento fosse del tutto naturale ma io lo accettavo solo in parte, pur sentendomi attratto dal suo modo di esistere. Alla fine dell’estate non ero più capace di ascoltarlo, ogni sua parola era uno stridio acuto e lacerante. Una sera, anche se avevamo incominciato per gioco senza che né l’uno né l’altro sapesse perché, una lotta scherzosa divenne un vero e proprio pestaggio. Alla fine ci guardammo increduli e ridemmo come due stupidi.

Dal Passo dell’Averta verso la Punta Allievi (versante sud-ovest), Cima di Castello, Punta Rasica e Pizzo Torrone occidentale . 24 luglio 1977.

Ivan viveva senza regole di tempo e senza costrizioni di spazio, di danaro o di amore. Satireggiava su tutto, molto meno sul suo credo persona­le. Le sue imitazioni ci facevano ridere fino ad avere il male alla nuca.

Spesso si parlava del nuovo alpinismo, quello di bassa quota, lungi dalle regole del vecchio andare in montagna accademico. Anch’io, pur essendo accademico del CAI e quindi deriso senza pietà, vedevo con simpatia il nuovo approccio all’arrampicata. Trovavo solo un po’ ingenuo pensare che così, di punto in bianco, tutte le contraddizioni si sarebbero risolte solo cambiando pagina. Per ciò che mi riguardava trovavo estremamente difficile affrancarmi dai limiti della competizio­ne, liberarmi dai presupposti ben radicati dell’alpinismo come sofferenza. L’accettare senza riserve un alpinismo di sola gioia non era possibile e perché non mi fidavo e perché già diciottenne scrivevo:
“… Più dannosa di tutte è la riduzione dell’alpinismo a puro divertimento. Non dico sport, dico divertimento. Non si dovrebbe andare in montagna solo per divertirsi; chi lo fa non aggiunge nulla di nuovo né a se stesso né all’alpinismo, ma mette questo alla pari di un qualunque altro passa­tempo, ad esempio il biliardo. Avete mai notato che le parole di soddisfa­zione pronunciate da uno che per tutto il pomeriggio ha giocato a boc­cette sono le stesse che un alpinista odierno dice dopo una bella salita? Quindi anche i sentimenti sono uguali…”.

Valle di Mello, Sperone della Magia, via Sfera di Cristallo, 2a lunghezza, Ivan Guerini, 1a ascensione, 21 luglio 1977

Non mi mancavano di certo gli ideali, ma era proprio necessario che me la prendessi tanto con chi innocentemente giocava al biliardo? O forse il biliardo mi riportava al passatempo preferito di mio padre?

Uno degli argomenti cari a Ivan era quello delle scarpette. Giu­stamente diceva che con la suola liscia ci si può permettere un contatto con la roccia quasi fisico e una sensibilità che mai sarebbero possibili con gli scarponi, ma intanto civettuolamente non rivelava a nessuno la marca di un’ottima suola che egli aveva applicato con la colla alle sue scarpette. Io non potevo dimenticare che il mio primo contatto con le EB, ormai un anno prima, si era risolto con una settimana di dolori sospettosamente vicini alla colonna vertebrale e, anche se dopo avevo acquisito confidenza col nuovo strumento, nutri­vo sempre un po’ di diffidenza e risentimento. Anzi, le scarpette mi avevano fatto violenza e a quel tempo non potevo riconoscere alcun ruolo fecondativo alla violenza, che era la violenza e basta. Non potevo vedere l’inizio reale di tempi nuovi perché credevo che i tempi nuovi fossero nati prima, con il mio atteggiamento di coscienza. Ma i bei pensieri e le intuitive riflessioni non valgono nulla se non sono in seguito accompagnate dal corpo.

Guido Merizzi su Sfera di Cristallo, Sperone della Magia, Valle di Mello, 1a ascensione

Chi ha deciso di partire dà frustate agli asini, se questi non si muovono. Comunque qualcosa si stava incamminando, altrimenti mi sarei sorpreso e scandalizzato quando un giorno Ivan mi disse con il consueto acume:
«Sai cosa dovresti fare tu? Dovresti cambiare cognome».

Ero pensoso e infatti rimuginavo sulla mia incapacità di godere la bella giornata e la bella arrampicata. Era la condanna di qualcosa. E quando Ivan fece la sua uscita mi rasserenai perché proprio di quello avevo bisogno: di morire come Gogna, di rinascere con un altro nome, più vivo di prima. Ma dovevo aspettare ancora perché nulla nasce senza che prima ci sia un gelido inverno a covarlo. Dovevo ancora percorrere il sentiero dei morti.

Valle di Mello, Sperone della Magia, via Sfera di Cristallo, 2a lunghezza: Vittorio Neri,1a ascensione, 21 luglio 1977

Eravamo tutti nella baita di Ivan, all’inizio della val di Mello; vivevamo
in una stanza quadrata ed essenziale. Il sole riscaldava il pomeriggio e i contadini sudavano per fare il fieno, ogni tanto sciacquandosi la gola con sorsi da una bottiglia. Ivan ed io avvisammo che saremmo partiti per fare il Sentiero dei Morti, gli altri appresero la notizia senza commenti.
Non avevamo nulla con noi e Ivan mi faceva da guida. Il Sentiero dei Morti era distante, lungo e complicato. Ma sembrava che lo conoscesse bene, perché dopo alcune ore di cammino entrammo in una valle dove ogni contrasto di colore era scomparso. Il grigio sfumava la terra e le rocce mentre gli alberi erano bianchi. Uno strano silenzio abitava in quei luoghi sinistri, non c’erano foglie morte a scricchiolare sotto i nostri piedi, perché le piante erano ossa bianche, scheletriche caricature di forme umane. Osservavo con timore e vidi che sul Sentiero dei Morti non c’era alcun essere vivente.

Parete dei Dinosauri, Il Risveglio di Kundalini, Guido Merizzi sulla prima lunghezza, 3a ascensione, 22 luglio 1977

Con uno zaino enorme sulle spalle salivo assieme a Nella e a Marco Lanzavecchia le ripetitive balze della Val del Ferro. Mosche e tafani non cessavano di tormentarci e il pomeriggio diventava sempre più afoso anche se salivamo sempre più in alto, verso il bivacco del Ferro, dedicato a Molteni e Valsecchi. Quando lo raggiungemmo, la porta era spalancata, le pecore avevano eletto a stalla l’interno. Per fortuna avevamo in programma di proseguire.

Il giorno prima c’era stata una lunga discussione: Ivan, Guido e Vittorio mi avevano ripetutamente invitato ad andare con loro sulla parete est del Cavalcorto. Mi decantavano le bellezze di quella mura­glia, esposta al sole nascente, innalzantesi per ben quattrocento metri verticali di granito compatto, in un ambiente solitario e nascosto. Un lungo camino solcava la parete, una via naturale che aspettava solo che qualcuno la scoprisse…

Parete dei Dinosauri, Il Risveglio di Kundalini, Guido Merizzi sulla terza lunghezza (la Serpe Fuggente), 3a ascensione, 22 luglio 1977

Ma proprio a me si dovevano fare questi discorsi? Il mio alpini­smo non era stato altro che una ricerca esasperata della ‘prima’ ed ora dovevo farmi convincere da tre entusiasti a scendere ancora una volta sul campo di battaglia. Capii che era una prova. Quando avrei fatto crepare questo Gogna, l’anno dopo? Sembrava tutto facile, ero già lì, il tempo era bello, i compagni mi sollecitavano, persino Nella mi diceva di andare, non voleva certo che la sua presenza mi fosse d’impedimento. Ma, dopo il Sentiero dei Morti, dovevo fare altro genere di ‘prime’ con Ivan!
Continuavo a rispondere di no, finché non lo dissi con sufficiente convinzione. Fu allora che i tre mi mollarono.

Quando arrivò Marco decidemmo di salire anche noi la Val del Ferro: non c’eravamo mai stati e ne valeva la pena. Era il 24 luglio 1977.
Non potevo evitare ogni tanto di osservare la parete del Cavalcor­to, scura e lontana. Speravo di udire qualche voce, ma non ero scontento delle mie decisioni. La gita fu molto piacevole, dal bivacco del Ferro proseguimmo per il Passo Qualido Nord 2647 m e il Passo dell’Averta 2540 m, pernottammo al rifugio Allievi e scendemmo il giorno dopo, sotto un’acquerugiola insistente. La giornata era triste, ma io navigavo in una gioia incerta, una vaga ma confortevole sensazione di «esserci riuscito». Compe­rammo del burro alle baite dei pastori e ci fermammo con loro a chiacchierare.

Parete dei Dinosauri, Il Risveglio di Kundalini, Guido Merizzi nel camino della quarta lunghezza, 3a ascensione, 22 luglio 1977

La felicità dei tre, tornati dalla loro ascensione, non contagiò il mio particolare stato di leggerezza. L’euforica madre di Ivan, servendo da mangiare a tutti, diceva con simpatia: «Ah, queste non sono salite da accademici!».

Più tardi venni a sapere che Vittorio si era offeso perché non avevo voluto essere della loro partita.
«Forse perché doveva aspettare quel cretino di Marco… ».
«Guarda che Alessandro non sapeva che Marco stesse arrivando».
«Allora è per quella scema di sua moglie!».
«Nella non c’entra, già alcuni giorni fa lui mi diceva di non voler venire con noi».
«Allora è proprio uno stronzo!».

Furono queste le due divertenti allocuzioni al mio primo funerale.

Un apparecchio fotografico, il cui fuoco va da un metro all’infinito: questo fu per me il simbolo d’una visione delle cose dalla prossimità più immediata fino all’infinito, dal fenomeno concreto fino al mito che ne sta alla base e al suo significato (Ernst Bernhardt, Mitobiografia)”.

Parete dei Dinosauri, Il Risveglio di Kundalini, Guido Merizzi sulla sesta lunghezza, 3a ascensione, 22 luglio 1977

La sfera di cristallo
Siamo in cammino verso i cristalli. È notte, intorno a noi infuria la tempesta… Perché siamo venuti qui, proprio di notte? (Kurt Diemberger, Tra zero e ottomila)”.

La baita di Ivan è invasa di luce estiva, gli angoli più scuri vivono una penombra calda, alcuni mosconi ronzano per posarsi su appiccico­si avanzi di colazione. Fuori, la Val di Mello è un euforico divenire di colori, di rumori che s’intrecciano, qualche nuvola in cielo non è una minaccia per questo mattino inoltrato. Il granito delle strutture che ci sovrastano dev’essere ormai tiepido, da qualche zolla di qualche cen­gia spurgano strisce nere d’umidità. Vittorio Neri è impaziente e saltella di qua e di là, spostando materiale d’arrampicata senza appa­rente senso, Guido Merizzi lo osserva sornione, ogni tanto si solleva con un braccio solo sull’anello appeso al soffitto ed esclama tra i denti: – Dio caro! Poi si lascia andare sul pavimento, cercando d’evitare i moschettoni e i chiodi che Vittorio gli ha nel frattempo messo sotto. Ivan è in attesa e questo attendere ha accenti mistici o panteisti di contemplazione della natura o forse di estatica convivenza con le cose che lo circondano, nella fede in un’armonia totale dell’in­dividuo con ciò che sta per fare. Intanto però si spalma un gomito di Lasonil, quello stesso tubetto che la nonna tanto gelosamente gli ha conservato e sul quale nessuno di noi è ancora riuscito a mettere le mani.

Ora che il materiale è sistemato, ammesso per certo che io non riesco a tirarmi su con un braccio solo e non avendo la più pallida idea di come si possa, a comando, vivere in sintonia con la natura e con le imprese in programma, sono un po’ a disagio. Sento che non vorrei mai rivivere quelle tante ore in cui fremevo nell’attesa dell’a­zione e della vittoria: anche se qui non c’è la partenza eroica con la pila frontale, nell’errore ci si può cadere lo stesso.

Monte Sarezza, spigolo nord-ovest, 7 agosto 1977, Oliviero Frachey

L’ospitalità della famiglia Guerini è stata bella, ma ora sento che ho superato un certo limite. Bisogna che me ne vada, per non com­promettere le cose del tutto. E se oggi piove? Addio salita, addio risultato. Oggi vorrei fare delle fotografie ai miei compagni, ho pre­parato le macchine e le pellicole. Sono proprio pronto, ma non c’è quell’atmosfera magica, quella dolcezza delle cose sconosciute, quel­l’inesprimibile senso di mistero che tanto ci affascina, accarezzandoci ora con la paura ora con i brividi di piacere. Invece c’è una valle che vive, con un torrente che scorre, con un fieno che profuma, con baite di pietra di granito. Una forza di terra, di senso che mal s’adegua con la mia voglia di mistero e di magia. Entrambi vorrei generarli io, contrapporli alla femminilità di questa natura che mi circonda e mi allaccia. E nella quale tra poco, nonostante il vuoto, sarò ancora più immerso, sempre più in lotta con me stesso.

Fa caldo quando nel primo pomeriggio scaliamo le placche basali dello Sperone, che non avrebbe potuto chiamarsi altrimenti che “della Magia”. Il sudore ci cola sul naso, le bende di Ivan e Guido sono intrise. Alla prima sosta, con i piedi appoggiati su misere protu­beranze, Guido dà una martellata ad una mosca che lo tormentava da un pezzo. «Dio caro!» Ivan sghignazza e ricama subito l’episodio con colorite espressioni tratte da un vocabolario fanta-scientifico, mentre Guido lo guarda e sorride con gli occhi azzurri. Vittorio finalmente sta facendo ciò che per tutta la mattina ha desiderato fare: arrampica. La notte infatti non ha dormito, mentre prestava servizio di infermiere all’ospedale di Niguarda, sfogliando ogni tanto il testo di un esame di medicina. Ora si sta sfogando e, leggero come uno scoiattolo, non c’è nulla che gli si possa opporre. Io ho scattato qualche bella immagine, Guido a torso nudo, Ivan in Dülfer sorridente. Ora voglio andare avanti anch’io. Vittorio mi assicura mentre, girato uno spigolo, m’im­pegno su una fessura orizzontale, per traversare a un diedro. Pianto due chiodi, poi salgo nel diedro fino alla fermata. Ho fatto un buon lavoro, mi dico, mentre il sudore mi cola sulla fronte; ma gli altri non me lo riconoscono. Passano in libera, dove io mi ero attaccato ai chiodi. Ivan, con espressione tra il meraviglioso e l’ovvio, mi butta lì:
«Alessandro, guarda. In libera!».

Alessandro Gogna, 1a ascensione di Aurora Consurgens, Parete delle Frecce Ritrovate, 14 agosto 1977.

Come dire, potevi farlo anche tu, ma non l’hai fatto perché… sei vecchio. Vecchio e imbecille come tutti gli accademici. O forse non potevi farlo non solo perché sei vecchio e hai fatto troppi bivacchi , ma perché sei prigioniero, guardati, hai le sbarre attorno al corpo e non te ne accorgi, perché sei pure un po’ cieco. Ma io ti voglio bene e ti libererò. Tu mi vedi come un missionario, ma io predico solo la libertà. Fate come me e vi sentirete come me, cioè voi stessi.

Impotente e taciturno, questi rimproveri silenziosi e irreali mi calano nelle pieghe più intime. Ogni più riposto angolo di me è invaso da queste corpose e inesistenti, ma sibilanti e terribili, affermazioni mute. Dio, come lo odio.

Lo odio perché non ho un modello da proporgli e lui lo ha. Ho creduto troppo, io, in ciò che feci per poterne ancora spremere il sugo. Mentre invece quel ragazzo che ora mi sta raggiungendo, qui accanto a me, ha fede e soprattutto ha amore.

Io non ho fede, non ho amore, neppure per me stesso. Sono in attesa di qualcosa che non viene, di un treno che forse non è mai partito, di una carrozza, di un cavallo, di un ciuco. Ma quello sarà il mio ciuco e non posso cederlo a nessuno. Per il fatto che dunque sono un egoista non passo in libera dove invece riescono gli illusi. La sera qualcuno mi scopre il primo capello bianco.

La dura lezione di oggi 21 luglio 1977 è stata la prima di un lungo corso di «lettura di ciò che a chiare lettere è scritto nella Sfera di Cristallo». La caduta alla Piramide è stata un avvertimento, ascoltato. Ora, il confronto con gli altri, illusi allo stesso modo di come lo ero io. Ma la sfera di cristallo non mente.

Parete delle Frecce Ritrovate Macugnaga), Aurora consurgens, 14 agosto 1977, 1a ascensione, Roberto Bonelli sulla seconda lunghezza.

Così propongo che si chiami la nostra via sullo sperone, anche se non vedo nulla di magico, c’è solo lotta dura per aguzzare gli occhi, per forare l’opaco della materia, alla debole luce di una candela che lentamente si spegne.

Agli ultimi scherzi, alle ultime soffocate risate, con echi che rimbal­zano sul soffitto ombreggiato dai sussulti della candela morente, segue un silenzio pauroso e un’ombra buia si spande piano sui cigolii delle nostre brandine.

Il giorno dopo con Guido Merizzi fu la volta di una via che già era sulla bocca di tutti, quel Risveglio di Kundalini alla Parete dei Dinosauri. Ancora una volta toccai con mano la creatività di Ivan, che di fronte a una delle strutture più eleganti della via, una fessura sinuosa ed esemplare, l’aveva chiamata la “serpe fuggente”. La nostra era la terza ascensione di un itinerario che, a ragione, è celebrato come uno dei più belli al mondo.

Il risveglio di Kundalini
Lui sapeva quello che ignora­va la folla, e che si può leg­gere nei libri, ossia che il ba­cillo della peste non muore né scompare mai, che può resta­re per decine d’anni addormen­tato nei mobili e nella bianche­ria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valige, nei fazzoletti e nel­le cartacce e che forse verreb­be giorno in cui, sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi sorci per mandarli a morire in una città felice (Albert Camus, La peste)”.

Da un’illustrazione che mostra un serpente che avvolge nelle sue spire un uomo primitivo della Nuova Guinea nasce un serpe vero. Non è più di carta ed è velenosissimo. Striscia in casa, è molto sottile e lungo sette metri. Dal gabinetto fugge negli altri vani, mentre lo inseguo e avverto i miei familiari di stare attenti. Sto urlando di aprire bene gli occhi, ché quel serpente è velenosissimo. Mio padre trova una pistola e me la porge carica. Rivedo l’animale che serpeggia minacciosamente, sono de­ciso ad usare l’unica arma che ho, mentre il nemico si dirige verso le stanze di mia madre e di mia nonna. Miro alla testa, premo il grilletto, la pallottola lo colpisce in pieno, ma non succede niente, continua a fug­gire strisciando. Miro ancora, lo colpisco e questa volta il rettile comincia a soffiare e al terzo colpo siamo quasi al corpo a corpo. Gli sto sparando quasi in bocca, lui cerca di avventarsi sulla mia mano ma non ha una grossa spinta. Così io posso stargli vicino e sparargli ancora in bocca, fino a che vedo la mia mano destra avvolta da una nube violacea di ve­leno che lui ha schizzato. Ma non è riuscito a mordermi: cerca ancora di azzannarmi ma al massimo mi sfiora la mano. Solo questo orrendo contatto mi atterrisce e sono in preda al panico perché non riesco ad ucciderlo.

Nella baita di Ivan in Val di Mello stavamo aspettando che la roccia si asciugasse. Guido Merizzi era forte, taciturno e qua­si sicuramente generoso. Una delle vie che mi sarebbe piaciuto fare era il Risveglio di Kundalini. Guido l’aveva già salita (prima ripetizione), ma non esitò a dirmi di sì. E così, al pomeriggio del 22 luglio 1977, con calma salimmo all’inizio della parete granitica.

Ivan aveva dato nomi fantasiosi ad ogni risalto roccioso del­la valle e questo Risveglio era abbastanza deriso dagli alpinisti classici. E chi è ‘sto Condalini? Eppure qualcosa di vero e ge­nuino riusciva a penetrare le mie munitissime difese. Anch’io alla base di Kundalini sentivo che l’energia stava risalendo in superficie. Guido si muoveva come un energumeno gentile. La sua voce era bassa e profonda, era la prima volta che mi legavo da secondo con un sedicenne. Guido sali con classe le prime due lunghezze di corda. Visto che andavo bene anch’io, decisi che il tiro esteticamente più bello l’avrei fatto io. Sopra di noi infatti serpeggiava la fessura netta della Serpe Fuggente. Tagliava in due una placca quasi verticale e nella sua evidenza era un in­terrogativo cui era necessario dare una risposta con la mia pre­senza fisica, il mio contatto con la pietra. Fui pago di tanta ge­nerosità verso di me e non volli chiedere altro. Guido mi condus­se per il resto della via, fino al Bosco Incantato, regno di mir­tilli, funghi e ciclamini. Avevamo attraversato il regno di pie­tra, su placche stagliate negli strapiombi, lungo fessure che leg­gevano la loro bellezza. La sera si alzava dalla valle, Guido ed io scendevamo felici, ma lo seppi dopo.

Luca Mozzati sulla seconda lunghezza di Aurora Consurgens, 1a ascensione, Parete delle Frecce Ritrovate

Un’estate interlocutoria dunque, quella del 1977. Ai miei problemi di crescita si era aggiunta l’esigenza di affrancarsi da Beppe Tenti. Nella ed io gli eravamo riconoscenti per quanto ci aveva offerto la possibilità di fare, ma ora desideravamo qualcosa di più nostro. Sfruttammo la conoscenza con Tenzing Norgay per venire a sapere che il Sikkim stava riaprendo agli stranieri. In pochi giorni mettemmo in programma un trekking proprio là, dove nessuno aveva messo più piede dopo Tucci e Maraini.

L’ostacolo principale era quello di trovare i clienti. Non potevamo certo fare pubblicità con l’indirizzario di Beppe, dunque cercammo tra le nostre dirette conoscenze. E fummo fortunati, incappammo in Maria Luisa Lisin Cornale che mi procurò un incontro a Champoluc con molti suoi amici.

Ecco perché la sera del 6 agosto nella villa dell’oculista Alessandro Carones convennero non so quante persone per ascoltarmi e per essere (facilmente) convinti a partecipare al trekking di ottobre in Sikkim.

Parete delle Frecce Ritrovate, Aurora consurgens, 14 agosto 1977, 1a ascensione, Luca Mozzati sul tetto della terza lunghezza

Il giorno dopo portai sullo spigolo nord-ovest del Monte Sarezza un numeroso gruppo di nuovi amici: c’erano Anna Carones (moglie di Alessandro), i suoi due figli Giovanni e Francesco, il radiologo Emilio Balzarini, e poi un Alfredo, un Paolo e un Alessandro. Per fortuna, ad affiancarmi a condurre la carovana, c’era anche nientemeno che Oliviero Frachey, la più nota guida alpina della Val d’Ayas. La conoscenza con quest’ultimo mi avrebbe portato a una futura frequentazione della valle, ma non lo sapevo ancora.

Mi spostai poi a Macugnaga, ospite della famiglia Mozzati. Passammo qualche giorno con Luca. Luca e Marco Lanzavecchia avevano arrampicato in quei giorni su una bella parete di fondovalle esposta a sud e così decidemmo di andare a vedere se non era possibile fare qualcosa d’altro. Il tempo non era un gran che, e di certo io non avevo voglia di fare grande alpinismo… Ci limitammo a salire su una paretina lì vicino che battezzammo Parete delle Frecce Ritrovate, un itinerario che poi, anni dopo, avrei messo nei miei Cento Nuovi Mattini, quella via Aurora Consurgens che rispecchiava le mie accanite letture junghiane.

C’erano anche Roberto Bonelli e il padre di Luca, Carlo. La prima lunghezza fu totalmente in libera e mi richiese tutta la mattina. Poi Luca mi segui e andò a vedere il seguito. Dietro venivano Roberto e Carlo Mozzati. Mentre assicuravo Lu­ca, prendevo fotografie a Roberto. Luca aveva ingaggiato una lotta con una proterva traversata sotto un gran tetto, ma purtroppo occorse ricorrere all’artificiale. Giungemmo tutti e quattro sot­to al tetto nel punto dove questo era fessurato. Roberto volle chiamare il tetto «di Co­nan il Cimmeriano», con riferimento alle sue ultime letture sugli eroi della protostoria. Io invece battezzai quella bella via Au­rora Consurgens, e mi sentivo pago di quella dolce atmosfera che mi gonfiava i polmoni di aria nuova.
La facemmo dunque in due giorni, terminandola il 14 agosto: un misto di artificiale e libera davvero elegante. Oggi quella parete è percorsa da numerosi monotiri chiodati a spit.

Pochi giorni dopo, assieme a Bonelli, Marco Lanzavecchia e Claudio Persico, attaccammo senza grande convinzione quello che presto sarebbe diventato uno dei più grandi problemi da risolvere: la Parete dell’Ancieseu, in Val Soana. Un primo assaggio nel fine pomeriggio del 19 agosto, poi un tentativo il 20 ci portarono a fare scarsissimi progressi su quella parete: che richiedeva doti e convinzione che in quel momento non aveva nessuno di noi quattro.

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La Sfera di Cristallo ultima modifica: 2021-05-06T05:06:00+02:00 da GognaBlog

9 pensieri su “La Sfera di Cristallo”

  1. 9
    luca mozzati says:

    uuaauuu! non avevo mai visto le mie foto su aurora consurgens! che ricordi affiorano dalla casuale lettura di un articolo mentre mangio…

  2. 8
    Roberto Pasini says:

    Spesso le autobiografie degli alpinisti sono noiose. Descrizioni di vie condite dai soliti elementi di colore o manifestazioni di un ego debordante. Le cose che scrive Gogna sono più articolate e corali. C’è lui, il suo “romanzo di formazione” personale ma ci sono anche gli altri. Il Circo Gogna, ma non solo. Ambienti sociali diversi, interlocutori del mondo della montagna e non, fuori dal suo giro.  Poi ci sono le donne, il sesso, le complesse dinamiche familiari. Il confronto con i temi culturali e le mode del momento. La lotta per la pagnotta, gli ambienti editoriali e del business dei viaggi avventura. La storia ogni tanto fa capolino, ma anche quando non c’è, come in questa puntata, c’è un suo perché e un lettore attento lo intuisce. Se tutti questi pezzi del mosaico fossero raccolti insieme, magari anche con il supporto di un bravo editor, ne verrebbe fuori qualcosa di veramente interessante, la storia dell’evoluzione di un pezzo di quella generazione, comprese le tappe attuali ovviamente, ancora da scrivere. Io ci spero e prenoto il libro fin da ora. 

  3. 7
    Roberto Pasini says:

    Diverse sono le facce dello spirito del tempo. Come sempre. A volte appartengono persino ad epoche differenti e convivono senza saperlo nello stessa epoca.  Pezzi di passato e presente, mescolati insieme. Gruppi di persone diverse ne incarnano una o l’altra. Qualcuno ne incarna contemporaneamente diverse. Questa trama si vede pero’ solo dopo che il tempo  è passato. Durante è difficile accorgesene. Ecco perché sono sempre intriganti le autobiografie scritte a posteriori.

  4. 6

    Nel mio commento n.1 avrei voluto scrivere solo: Bel trip. Ma il sistema impedisce di pubblicare commenti con eno di 10 battute, così ho aggiunto: the book is on the table, tradotto in italiano. Tanto per allungare il commento.
    Nei cosiddetti anni di piombo, che ho vissuto da studente molto da vicino vivendo a Genova ed avendo genitori di miei amici e conoscenti gambizzati e uccisi dalle BR, direi che non vi erano solo le due alternative: lotta armata/alpinismo. Sennò un giovane che legge certi commenti potrebbe pensare che fosse davvero così. In pratica, se avevi un po’ di carattere, però, lo era. C’è da aggiungere però che la lotta armata si poteva fare anche a parole (come la maggior parte faceva schierandosi a favore o contro), mentre l’alpinismo no. Gli alpinisti erano indifferenti.

  5. 5
    lorenzo merlo says:

    Autobiografia?

  6. 4
    Alberto Benassi says:

    Mai dimenticare che accanto alla Luna Nascente operava il lato oscuro della Forza.

    Eterna lotta tra il bene e il male. Chi si rifugiava nelle baite della val di Mello, o sulle pareti dei monti,  si estraniava dai problemi del  mondo , o forse anche questo era un modo di reagire e travare un’altra via  per non scendere  in strada ad imbracciare un mitra.

  7. 3
    Roberto Pasini says:

    Il 1977 fu uno degli anni più cupi e violenti della nostra storia. L’estate iniziò con la gambizzazione di Montanelli a Milano, la morte di uno studente di Lotta continua ucciso da un carabiniere  che scarico’ il fucile Winchester sulla folla a Roma e si chiuse con l’uccisione di Casalegno a Torino. Fuori dalla Val Masino correva il sangue. Mai dimenticare che accanto alla Luna Nascente operava il lato oscuro della Forza. 

  8. 2
    Andrea Parmeggiani says:

    Bellissimo racconto.
    Grandiose la parti del confronto culturale con Guerini. Da rileggere più volte.
    Quale libro?

  9. 1

    Bel trip. Il libro è sul tavolo.

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