Le Fate Nere

Una vita d’alpinismo – 77 – Le Fate Nere (AG 1978-005)

Il 17 agosto 1978, reduce dalla scialba e sfortunata Groenlandia, con Angelo Recalcati salii al rifugio Quintino Sella, accanto al quale non era stata ancora edificata la nuova costruzione. Il mattino dopo, di buonora  partimmo farci la classica traversata di Lyskamm Occidentale 4479 m e Lyskamm Orientale 4527 m. La trovammo davvero spettacolare, degna della sua fama. Era in ottime condizioni, non troppo affilata e senza grandi cornici, dunque la trovammo anche “facile”. Scendemmo per il Canale Sud, anche quello in assetto sicuro.

Angelo Recalcati sulla Cresta dei Lyskamm. Sullo sfondo, le cime del Monte Rosa.

Seguì un lungo periodo di relax alle Fate Nere, la nostra casetta nei pressi di Champoluc. La sorella di Nella, Marina, ci portò per qualche giorno i nostri nipoti Paolo e Michele Cerruti, 7 e 5 anni, e il 23 agosto li portammo al Lago Blu di Verra. La giornata tipo si svolgeva con un po’ di lavoro, poi interrotto da brevi escursioni di allenamento. Avevo un percorso fisso, quello dalle Fate Nere al bivio per Mascognaz, a quota 1930 m, che feci più volte cercando di migliorare il tempo. Non era un esercizio che facevo volentieri, troppo ripetitivo. Lo trovavo alienante. Un’altra meta di questo genere era il raggiungimento della stazione del Crest 1995 m, che facevo o da solo o con Nella, o quello più ridotto del Crest inferiore 1893 m. Salii anche da solo sul Monte Sarezza dal colletto omonimo (25 agosto).

Risalendo il Ghiacciaio del Miage verso il Rifugio Gonella. Foto: Luciano Gaudenzio.

Per spezzare la meravigliosa routine della nostra vacanza, andammo a Courmayeur, ospiti nella baita essenziale che avevano affittato i nostri amici Alessandro e Tiziana Giorgetta in Val Veny.

Era tempo molto bello, così il 26 agosto ne approfittammo per salire al rifugio Gonella. La mattina dopo Nella ed io ci accodammo alle numerose cordate di alpinisti che all’1.30 partivano per la via normale al Monte Bianco. Tutto andò molto bene, nessun particolare problema a raggiungere la capanna Vallot. Lì però Nella cominciò a non stare bene: alla prima delle Bosses du Dromedaire decidemmo con grande dispiacere di entrambi di tornare indietro. Credo che Nella ci tenesse molto a salire in cima al Monte Bianco, ma quella non fu la volta buona. Per fortuna, in discesa, il malessere svanì: le rimase solo la stanchezza, con la quale convisse fino alla sera in baita Giorgetta e anche il giorno dopo, quando coll’altro nipote, Guido Tirelli, andammo in gita alla Quota 2478 me al Lac d’Arpy.

In salita verso il Monte Bianco. E’ visibile la capanna Vallot.

Tornati alle Fate Nere continuai nei miei giretti solitari: alle solite mete avevo aggiunto Cuneaz 2032 m e l’Alpe Souzun 1949 m. L’11 settembre con Nella facemmo il bellissimo giro di collegamento, sempre con partenza dalle Fate Nere, Crest-Alpe Souzun-Alpe Contenery-Alpi Saler Superiore e Inferiore-Crest. Mentre il giorno dopo salii da solo al Colle Perrin 2645 m, e poi ancora alla Quota 2777 m, al Monte Chateau 2658 m. Da lì poi salii il versante ovest del Monte Pezzei 2670 m, che di certo nessuno aveva mai fatto: inutilmente difficile per i pastori, troppo facile per gli alpinisti… Non contento, scesi anche per un canalone a sud. Il 2 ottobre 1978 salii da solo al Palon di Resy 2675 m, partendo da St-Jacques e passando per Resy. L’ultima gita della stagione in Val d’Ayas fu con Nella al Monte Facciabella 2571 m (22 ottobre).

Ornella Antonioli poco prima della capanna Vallot. 27 agosto 1978.

La serenità del nostro soggiorno alle Fate Nere fu interrotta un giorno da due episodi davvero sconcertanti. Ecco il racconto che ne feci a quel tempo.

Le fate nere
Una casa nel bosco. Ci si arriva lungo una mulattiera, da Champoluc. Fino all’ultimo è nascosta dagli abeti e dai larici, poi d’improvviso si vedono le finestre bianche e rosse. Si oltrepassa un cancelletto di legno e si percorre il balcone che sporge su un’ampia radura. Lontano si vede Antagnod. Il balcone termina su un terrazzo, dove si può prendere il sole, oppure leggere o scrivere. L’interno è assai semplice, ma è tutto funzionale e c’è il telefono. Il nome è “le Fate Nere”.

D’estate sotto al balcone ci sono molti fiori, un torrente scorre poco lontano. D’inverno bisogna tracciarsi la pista nella neve fresca. Sempre c’è molto silenzio. Quando splende il sole è una gioia, perché c’è tanta luce. Se piove è bello vedere le nebbie che salgono dalla valle e a volte nascondono persino gli alberi più vicini. Al mattino presto è facile vedere gli scoiattoli, così come ghiandaie e altri uccelli si avvi­cinano senza timore. A disposizione degli animali mettiamo pane, croste di formaggio e di polenta. Settembre è il mese del nostro raccolto: ribes e lamponi. Se per i ribes è facile riempire i secchielli e fare molti vasetti di marmellata, perché nessuno sa dove sono, spesso dobbiamo dividere i lamponi con la gente che passa. Purtroppo non ci sono mirtilli e anche i funghi non abbondano, almeno nella zona delle Fate Nere.

Le Fate Nere

Erano i primi giorni di luglio, un giorno feriale, la notte tra martedì e mercoledì. La sera piovigginava ed eravamo andati a dormi­re abbastanza presto. Come al solito ci eravamo chiusi nella stanza per non vedere la luce del mattino troppo di buon’ora. Ci eravamo ad­dormentati al suono delle scorribande notturne di ghiri o scoiattoli nel sottotetto. O forse topolini.

Nel cuore della notte bussarono alla porta della camera. Qualcuno era entrato in casa. Senza attendere risposta la porta fu aperta e fummo colpiti negli occhi da un raggio di torcia elettrica. Il cuore ci balzò in gola, perché eravamo del tutto isolati.

“Permesso? Scusate, vorrei chiedervi se posso dormire sul divano. Fuori piove e non so dove ripararmi”.

Dietro al fascio di luce era apparso un uomo giovane, folta barba riccia, molto alto e avvolto in un pauroso mantello scuro. Aveva un accento vagamente romanesco, ma era garbato nei modi, a dispetto di una richiesta a dir poco così stramba.

“Sì, si accomodi pure” risposi con voce impastata. Nella mi si strinse contro. Lo sconosciuto ci aveva ringraziati, aveva richiuso la porta dolcemente. Si sentì ancora qualche vago rumore, poi più nulla.

“Non credo abbia cattive intenzioni” dissi “se le avesse non si sarebbe comportato così”.

La mattina dopo era ricomparso il sole. I contadini stavano rastrel­lando il fieno e ci confermarono d’aver visto un barbuto signore uscire la mattina alle otto.

Chi poteva essere, chi si aggira in una notte piovosa per i boschi da solo, a poca distanza da un centro abitato? Un romano poi… Come è possibile entrare in una casa alle tre di notte e bussare alla porta della gente che dorme? E soprattutto come si fa ad essere così cortesi da far sì che le cose appaiano così normali? L’isolamento, la pace, la serenità delle Fate Nere davano i loro frutti. Incontravamo indivi­dui straordinari. Ci venivano a trovare, dormivano sui nostri divani, mentre beatamente sognavo di un individuo completo, totale, che vivesse in pieno accordo con la vita, con la propria anima e con il mondo.
E gli abeti, i larici, gli scoiattoli e i lupini furono i muti testimoni di quelle nozze.
Non rivedemmo mai più l’uomo barbuto, perché non era un abi­tuale villeggiante di Champoluc.

Un luogo isolato dunque, dove ancora abitano le essenze vive della foresta e dove forse talvolta succedono dei fatti insoliti. Davvero le Fate Nere esistono, non sono solo un nome. E vegliano sulla casa e sugli abitanti. Non era da molto tempo che eravamo là: c’erano ancora alcune cose che non andavano bene, problemi da risolvere. Un giorno decidemmo di eliminare buona parte della spazzatura lasciata dai nostri predecessori. Questi avevano trovato comodo buttare tutti i loro rifiuti, di qualunque natura, tra due massi nel bosco, a circa trenta metri dalla casa. Dopo qualche anno era diventato uno sconcio e così ce lo trovammo in eredità. C’erano centinaia di bottiglie più o meno fracassate, barattoli di bibite e birra, plastica, metallo. Molto di tutto ciò era già seppellito negli aghi di pino e quindi invisibile. Tolti i vetri e i metalli, che insaccammo in parecchi contenitori di plastica e trasportammo in paese, appiccai fuoco a ciò che rimaneva e presto le fiamme rivelarono nuovi strati di bruttura più antica. Bisognava stare attenti al fuoco e nello stesso tempo continuare lo sgombero con l’aiuto di guantoni da lavoro.

Alle fate Nere

Nei pressi del rogo era un gigantesco formicaio. Le formiche sembravano impazzite per il fumo e per il calore, però il fuoco non aveva ancora toccato decisamente il cumulo di aghi di pino. Girando attorno alle fiamme, spesso finivo con un piede nel formicaio e così decisi di farla finita. Sparsi un po’ d’alcool sul cono e con un pezzo di legno ardente lo incendiai. Stavo a rimirare la mia opera, confesso con un certo piacere. La sottile ed infantile soddisfazione di distruggere e di far soffrire mi teneva lì fermo, affascinato dallo spettacolo e dimen­tico di ciò che mi circondava. Sia Nella che Marina avevano cercato di trattenermi, ma avevo fatto di testa mia. Visto che non cedevo, si erano eclissate per non assistere alla vergognosa scena. In quel momen­to ero da solo a rimescolare con un bastone nella brace di formiche.

“Perché ha dato fuoco al formicaio?”.
Davanti a me era in piedi una ragazza, piccola di statura, il viso grazioso ma duro e corrucciato. Non l’avevo sentita avvicinarsi e non l’avevo mai vista. L’incontro non mi fu gradevole. Villanamente rispo­si con violenza alla sua durezza. Le dissi che erano fatti miei, che dovevo pur ripulire il bosco di quella sporcizia e che il formicaio mi dava fastidio.

“Quel formicaio non le dava nessun fastidio e Lei lo sa”.
“È lei che non sa, signorina. Avrei voluto vederla, Lei, a ripulire questa schifezza. Se crede che sia piacevole…”.
“Sono anni che abito qui e ho sempre cercato di tenere il bosco pulito, io. Ma le formiche non ne hanno colpa. Adesso Lei deve spegnere questo rogo!”.
“Ma mi faccia il piacere!”. Però non ero più così sicuro. La fermezza di quella ragazza mi aveva catturato e i suoi occhi “voleva­no” che io spegnessi. Opposi ancora una debole resistenza, poi sbuf­fando andai in casa e tornai con un secchio d’acqua colmo. Lo versai tutto sulle formiche e così feci per altre quattro volte finché il formi­caio non fu che una massa nerastra e fumante.
“Adesso è ‘spento” dissi.

Lei non mi rispose, ma mi fissava con un’aria di rimprovero diversa da prima. Tornai in casa per riporre il secchio: mi bruciava la figura che avevo fatto, anche nei confronti di Nella e Marina che non erano intervenute ma non si erano perse niente della scena. Mi voltai indietro e la vidi sempre là, in piedi, minuta e fragile, il viso rivolto al formicaio. Quando tornai al fuoco, la Fata Nera era scomparsa e da allora non l’ho più rivista.

Michele Cerruti alle Fate Nere, estate 1978

*****
L’amico Pier Aldo Mortara fu di parola e ci invitò nel suo rifugio privato, una baita che dire essenziale è perfino poco, nei pressi di Rhêmes-Notre-Dame. Ci invitò a cena in un lussuoso ristorante, poi dormimmo nelle spartane cuccette del suo minuscolo casolare isolato in una radura del bosco. Il mattino dopo, 17 settembre, salimmo fino alla Quota 3060 m sulla via per l’Aiguille Rousse.

In vista della preselezione per il corso da Aspiranti Guide Alpine, il 9 ottobre andai alla Bastionata del Lago (di Lecco) con Yvon Chouinard per salire la via Panzeri al Pilastro Rosso. Ma dopo 3 lunghezze, quindi dopo quella chiave, non ricordo più perché tornammo indietro.

Il Corso si svolse senza storia ad Alagna Valsesia: il 14 ottobre salii due vie di roccia, sul V+/VI, nella palestrina di roccia di Alagna, mentre il giorno dopo salimmo tutti per le necessarie manovre di ghiaccio sul Ghiacciaio del Lys, oltre il rifugio Gnifetti.

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Le Fate Nere ultima modifica: 2021-07-25T05:14:00+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Le Fate Nere”

  1. 2
    albert says:

     Dove un tempo si poteva praticare campeggio libero ora ist Verboten.Persino le baite sperdute devono avere la vasca biologica ed cassonetto.Ogno tanto passa il furgone o l’apposito camion espurgo pozzi neri( che per conto del gestore trasforma le feci in oro ). Allora (anni 70)   per le feci si faceva una buca  nel bosco e dopo si ricopriva con la terra e si impiantavano sopra  piccoli pini,che stranamente crescevano piu’rigogliosi dei pinetti  coetanei ,avendo radici sovralimentate.

  2. 1
    albert says:

    Una bella strigliata, piglia pesa incarta  e porta a casa!Un formicaio nel bosco ha la sua funzione .Web :”la formica rufa nei boschi della  Svizzera”. Sempre consigliabile non sedersi in pantaloncini corti su formicai.Comunque  i tafani o mosche cavalline succhiasangue  (  son  le femmine  gravide )e rovina pelle e insanguina magliette  sono piu’fastidiose…specie quando ci si allena e calore e sudore ed emanazione di anidride carbonica le attirano a nugoli.

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