Gorge Play

Gorge Play
Tre prime ascensioni nella grande gola del Ruth Glacier
di Tatsuro Yamada
(pubblicato su The American Alpine Journal, 2008)

Nel marzo 2007, Fumitaka Ichimura, Yusuke Sato e io abbiamo salito in un giorno una lunga e classica via alpina sul monte Hotaka nelle Alpi settentrionali del Giappone, come preparazione per un assai prossimo viaggio di arrampicata nella catena montuosa dell’Alaska. Durante questa scalata, ho trovato carenti le mie capacità e ho cominciato a dubitare se era il caso di andare assieme a due dei più grandi alpinisti del Giappone. Mentre tornavamo al parcheggio al crepuscolo, confessai che avevo deciso di non andare in Alaska con loro. Yusuke disse: “Andiamo! Non preoccuparti per una cosa così stupida. Arrampicare in tre sarà semplicemente più divertente che in due. Quindi, per favore, vieni con noi!” Fumitaka assentì con un cenno del capo. Che belle persone sono! Sentii tornare il mio coraggio e la mia mente si voltò di nuovo verso l’Alaska.

I Giri-Giri Boys. Da sinistra, Yusuke Sato, Fumitaka Ichimura e Katsutaka Jumbo Yokoyama. Foto: Yusuke Sato.

Il 7 aprile siamo volati nella Grande Gola del Ghiacciaio Ruth con il Talkeetna Air Taxi. Eravamo diventati amici del pilota Paul Roderick durante un viaggio l’anno precedente al Buckskin Glacier. Ci ha detto: “La parete nord del Mount Church è inviolata. Qualcuno deve farla… voi ragazzi dovreste. Vi terremo d’occhio… Hah-hah-hah!”. Poi è volato via.

La Great Gorge è una delle valli più profonde e strette del Nord America, ma la superficie del ghiacciaio è vasta. Abbiamo posizionato il campo base proprio al centro della gola, e poi abbiamo iniziato a girovagare ogni giorno limpido per osservare le linee vergini nel bacino. Le settimane dopo, dopo due fallimenti sulla parete ovest del Peak 7400 e sulla parete nord del Mount Church, a causa della violenza degli spindrift e della difficoltà delle salite, abbiamo fatto veloci tentativi durante le pause nel maltempo e siamo riusciti sul Mt. Bradley, sul Mt. Church e sul Mt. Johnson per vie nuove.

La zigzagante via Season of the Sun, la via nuova giapponese sulla parete sud-est del Mount Bradley. Lo sperone orientale (Joechler-Orgler, 1987 del Brudley corre sulla linea destra controcielo. Alcune vie risalgono la ripida parete sud, a sinistra. Foto: Yusuke Sato.

Season of the Sun
Per ore abbiamo studiato la parete sud-est del Mt. Bradley, con il cuore in gola. Alla fine abbiamo individuato una possibilità all’estremità orientale di questa massiccia muraglia di misto non scalata. La nostra linea sembrava essere una possibilità complicata ma forse efficace per raggiungere la vetta.

Il 20 aprile siamo andati a perlustrare l’Entrance Gully, il canalone iniziale, che comincia con un pendio innevato di 300 metri. Il canalone terminava con 60 metri di ghiaccio ripido e sottile che ricopriva uno strapiombo iniziale di roccia. Yusuke ha superato questo tiro di M6, con alcuni buoni posizionamenti di camme in una fessura del tetto. Abbiamo guadagnato la parte superiore dell’Entrance Gully, nel punto dove si unisce con una cresta proveniente da sinistra. Poi abbiamo fissato una corda sul tiro di M6 sottostante e siamo tornati al nostro campo base per un giorno di riposo.

Il 22 aprile abbiamo lasciato il campo base alle 2.20 del mattino, siamo corsi sull’Entrance Gully, abbiamo raggiunto la nostra corda fissa e da lì in poi ci siamo buttati nell’ignoto. Ci siamo inerpicati lungo la parete, cercando di trovare la linea giusta collegando le chiazze di neve su lastroni di roccia, in modo da raggiungere un evidente canale a un terzo di altezza. Questo lungo canale di neve ha portato al superiore sistema di canaloni molto più facilmente di quanto ci aspettassimo dal fondo. Anche la meteo ci ha favoriti. Niente nuvole, niente vento, e la parete esposta a sud-est riceveva molta luce solare. Non abbiamo sentito freddo finché abbiamo continuato a muoverci, anche con solo una maglietta.

Yusuke Sato conduce la seconda lunghezza di M6 di Season of the Sun sul Mt. Bradley. Dopo aver messi una fissa su questa lunghezza, il team c’è tornato due giorni dopo per salire l’intera parete in 15 ore. Foto: Tatsuro Yamada.

Nella parte alta della parete la linea si è fatta più costrittiva e ripida, ma abbiamo mantenuto la velocità. Dopo aver negoziato alcuni tiri tecnici di M6R e WI4R, eravamo appena sotto il cornicione sommitale. Abbiamo inclinato leggermente a destra e abbiamo trovato un unico facile passaggio attraverso il cornicione. Proprio lì c’era la vetta. Erano le 18, la fine di una maratona di arrampicata di 15 ore. Il puro piacere dell’avventura riempiva i nostri volti e le nostre menti.

A differenza di una vera maratona, dovevamo ancora pensare alla discesa. La via era troppo complessa per riscenderla a doppie. Così siamo scesi dalla cresta ovest sull’altro lato della montagna. Fortunatamente ci ha permesso di percorrere la maggior parte del percorso con solo poche doppie, fino a farci raggiungere a mezzanotte un ripiano del Backside Glacier. Molta della gioia di arrampicare in Alaska è dovuta alla lunghissima luce del giorno, anche se questo spreme le energie. Non avevamo la forza di scavare un sito da bivacco, così ci siamo infilati nei nostri sacchipiuma e ci siamo sdraiati sulla neve. Zzzzz…

Il 23 aprile siamo lungamente tornati a piedi alla Ruth Gorge attraversando il 747 Pass, tra il Mt. Dickey e il Mt. Bradley. La neve soffice non ci ha permesso di andare veloci. Abbiamo raggiunto il nostro campo base poco prima delle 18.00.

Stavamo festeggiando il nostro primo successo di questa spedizione, godendoci il gusto della vittoria e del sakè, quando qualcuno ci ha chiamato. Ho guardato fuori dalla nostra tenda. C’era un uomo in piedi che ci disse con tono calmo: “La mia compagna è morta poco fa, quindi per favore prestatemi una radio per chiamare aiuto”. Ha indicato il contrafforte nord-est del Mt. Wake, vicino al Mt. Bradley. La vittima era Lara-Karena Kellogg. Non la conoscevamo, ma di certo condividevamo modi simili di intendere l’alpinismo, e ciò mi fece pensare di avere la possibilità di cadere in una tragedia simile. Per andare avanti nella mia vita alpinistica, ho bisogno di trovare un significato dopo una morte in montagna. È una parte dell’alpinismo, anche una parte della vita. Dopo aver riflettuto per tutta la notte, mi sono sentito più fiducioso, ispirato dall’anima di Lara Kellogg, che non aveva mai smesso di scalare, fino alla fine.

Memorial Gate
Volevamo un riscatto sul canalone centrale della parete nord del Mount Church. Era ovvio, bello e, incredibilmente, inviolato: quindi ha suscitato il nostro entusiasmo. Quella volta il tempo era perfetto, quindi non saremmo stati colpiti da spindrift. Sapevamo tutto del percorso fino al nostro punto massimo. Abbiamo lasciato il nostro campo base all’1.30 del mattino e abbiamo attraversato il ghiacciaio crepacciato fino alla base del percorso. Abbiamo depositato le ciaspole e iniziato ad arrampicare alle 3.30. Ci siamo lanciati direttamente nel canalone che si restringe, verso la parte ripida a metà salita. L’ultima volta che eravamo arrivati ​​a quel punto nevicava forte, un muro di neve soffice e verticale aveva vanificato gli sforzi di Fumitaka. L’aveva tentato tre volte, e ogni volta era stato scaraventato giù, atterrando bene sul soffice pendio di neve cinque metri più in basso.

La linea sulla parete nord del Mt. Church non poteva essere più attraente, ma cadute violente di spindrift e neve instabile avevano respinto i precedenti tentativi, compresi quelli dei primi salitori del 2007. La cima fu salita per la prima volta per la cresta ovest (a destra controcielo) nel 1977. Foto: Tatsuro Yamada.

Questa volta era il mio turno. All’inizio ero impaziente, ma presto mi sono sentito titubante perché non avevo la più pallida idea di come scalare la neve profonda e soffice. Ho deciso di scavare tutta la neve finché non apparisse qualcosa di duro. Alla fine, ho dissotterrato un irregolare strato di ghiaccio a cinque metri di altezza e ho inserito alcune viti. Certo, era meglio non fidarsi di loro, ma erano meglio di niente. Ho iniziato a strisciare su. La mia lotta per scalare 20 metri di neve verticale è durata più di due ore, ma alla fine ho vinto. Alcuni applausi salirono dai miei amici di sotto, anche se dovevano essere induriti dal freddo perché li avevo tenuti in attesa per così tanto tempo. Comunque, ero vivo e oltre il punto cruciale. Se qualcuno mi avesse detto “rifallo”, dubito che avrei mai potuto.

Fumitaka Ichimura in testa su una tipica lunghezza nevosa di Memorial Gate, la prima via sulla parete nord del Mt. Church. Foto: Tatsuro Yamada.

Fumitaka ha poi condotto altri due tiri di ghiaccio molto morbido. La pendenza si è attenuata e ci è sembrato di essere a metà percorso. Da qui abbiamo deviato a destra per evitare la parete terminale di misto che ci attendeva in cima al canalone. La traversata lungo una fascia di neve è stata più delicata di quanto ci aspettassimo. Lo strato di neve era piuttosto sottile, le becche e le punte anteriori dei ramponi graffiavano la lastra di roccia, producendo rumori sinistri. Dopo due tiri di traversata, siamo approdati nell’ampio pendio di neve superiore. Il cornicione sommitale era abbastanza vicino, quindi eravamo molto emozionati, ma presto ci trovammo sul tormento di una lastra di roccia lunga 500 metri tutta coperta di neve. Raramente siamo riusciti a trovare protezione. Abbiamo continuato ad arrampicare senza alcuna sosta, muovendoci insieme e cercando di avere sempre qualche rinvio tra ognuno di noi.

Tatsuro Yamada scava il suo tunnel su Memorial Gate, parete nord del Mt. Church. Foto: Yusuke Sato.
In vetta al Mt. Church: da sinistra, Fumitaka Ichimura, Yusuke Sato e Tatsuro Yamada. Foto: Tatsuro Yamada.

Eravamo esausti quando finalmente abbiamo raggiunto il cornicione strapiombante. Yusuke cercò a lungo un’apertura nel muro, e Fumitaka e io stavamo a congelarci mentre lo assicuravamo. Alla fine abbiamo sentito la risata di Yusuke e abbiamo seguito le sue tracce in un buco nel cornicione che aveva scavato. Dall’altro lato del tunnel, abbiamo visto Yusuke sorridere mentre ci assicurava. Liberati dalla fredda parete nord, abbiamo raggiunto la cresta sommitale alle 20.30 e ci siamo goduti un po’ di calore del sole calante. Duecento metri di facile cresta di neve ci hanno portato in vetta. Eravamo sulla bellissima piramide alle 21.00.

È possibile scendere a piedi da questa montagna per la cresta ovest, che è stata la via della prima salita nel 1977. Passando attraverso il colle tra il Mt. Church e il Mt. Grosvenor, siamo arrivati ​​alla base del nostro percorso e abbiamo ripreso le ciaspole. Era stato un viaggio di andata e ritorno di 19 ore.

The ladder tube
Ora ci rimanevano solo sette giorni a disposizione. Abbiamo deciso di ripercorrere una leggenda, la via dell’Elevator Shaft, quella di Doug Chabot e Jack Tackle del 1995 sulla parete nord del Mount Johnson. Tuttavia, quando siamo arrivati alla base della parete per ispezionarla, abbiamo trovato una linea vergine immediatamente a destra dell’Elevator Shaft. “Quanto siamo fortunati!” E abbiamo cambiato subito il nostro obiettivo.

Il 30 aprile siamo partiti dal campo base alle 9 del mattino, molto tardi perché eravamo ancora stanchi per le nostre ultime due salite. Ci siamo avvicinati alla base della montagna, la parete nord del Mt. Johnson, attraverso un ghiacciaio fortemente crepacciato. Dopo aver lasciato lì tutta la nostra attrezzatura da bivacco, abbiamo iniziato a scalare la nostra nuova linea. È iniziata con ghiaccio perfetto, sottile ma solido, con il granito accanto al canalone per proteggersi. Ci siamo goduti quattro bei tiri e poi ci siamo calati in corda doppia, fissando le corde su ciascuno dei tiri. Abbiamo avuto una notte comoda in una grotta di neve che avevamo trovato durante il nostro giro esplorativo nel crepaccio terminale alla base dell’Elevator Shaft.

The Ladder Tube (V 5.10R A3 WI4+R M5, 1000 m), subito a destra della classica del Mt. Johnsons 2578 m, The Elevator Shaft (Alaska Grade 6: 5.7 A3 AI5+), Ruth Gorge, Alaska Range. The Ladder Tube si unisce in alto a The Elevator Shaft che esce dalla parete in corrispondenza del ripido ed evidente pendio ghiacciato (in questa foto la parte inferiore di The Elevator Shaft è nascosta da uno sperone roccioso. Foto: Yusuke Sato.

Il 1° maggio abbiamo iniziato a salire a jumar alle 2.30 del mattino Yusuke aveva già iniziato a salire il sesto tiro quando è sorto il sole. Certo non abbiamo avuto sole, ma non abbiamo avuto freddo perché l’arrampicata è stata velocissima, seguendo una continua colata di ghiaccio per i primi 10 tiri. Io ho lavorato dall’11° al 14° tiro. Il ghiaccio prima si è coperto di neve e poi è scomparso. Presto il canalone si è concluso con 10 metri di roccia verticale in un diedro senza ghiaccio. L’ho lavorato a secco con buone protezioni a camme. Ho rotto i funghi di neve sopra la testa e sono sbucato su una spalla della cresta ovest, che poi abbiamo seguito verso est. Presto l’ovvio punto cruciale della nostra salita è apparso al colle dove la nostra via si congiungeva all’Elevator Shaft. Sopra c’era infatti una parete rocciosa di 100 metri, quasi verticale. Yusuke ci ha dato dentro sul primo tiro (5.10R A3) e Fumitaka ha superato la pessima neve sul secondo tiro di misto (5.7).

La mattina dopo, dopo aver risalito a jumar e al buio i due tiri, abbiamo percorso 400 metri di facile cresta di neve per raggiungere la vetta verso le otto. Potevamo vedere sia il Bradley che il Church, e le altre vette tutt’intorno alla Ruth Gorge, un incredibile parco giochi. Non potevo credere che avessimo fatto queste tre prime ascensioni in sole due settimane.

Sato all’inizio del passo cruciale (5.10 A3) sulla cresta ovest del Mt. Johnson, dopo aver completato The Ladder Tube sulla parete nord e aver quindi raggiunto l’Elevator Shaft (Chabot-Tackle, 1995)

Abbiamo passato l’intera giornata a scendere la nostra via, lasciando due chiodi e circa 10 fettucce per gli Abalakov. Siamo arrivati in fondo alle 15.00 e poi abbiamo vinto la nostra scommessa finale, passando per l’icefall, che era come una roulette russa. Poi siamo tornati su terreno pianeggiante, anche se avevamo ancora molta strada da fare per tornare al campo base. Mentre camminavamo, ringraziavo silenziosamente Fumitaka e Yusuke. Per grazia del loro invito, avevo sperimentato il puro divertimento della scalata su queste montagne. Ero come un bambino che gioca in un parco con i fratelli maggiori, cercando di essere loro pari. Quello sforzo mi aveva procurato dei benefici, credo. Mentre arrancavo lungo il ghiacciaio, i miei passi erano pesanti ma la mia mente balzava verso il futuro.

Sommario
Area: Ruth Gorge, catena montuosa dell’Alaska

Ascensioni: prima salita della parete sud-est del Mt. Bradley 2773 m, Season of the Sun (1400 m, V WI4R M6R), 22–23 aprile 2007. Prima salita della parete nord del Mt. Church 2509 m per il canalone centrale: il percorso si chiama Memorial Gate (1100 m, V AI4 + R/X), 26 aprile 2007. Prima salita di Ladder Tube (1000 m, V 5.10R A3) sulla parete nord e cresta ovest del Mt. Johnson 2578 m, 30 aprile-2 maggio 2007. Tutte le salite sono state completate da Fumitaka Ichimura, Yusuke Sato e Tatsuro Yamada.

Una nota sull’autore
Tatsuro Yamada è nato nel 1981 a Saitama, in Giappone. Da quando ha iniziato ad arrampicare nel 2001, ha scalato in Nuova Zelanda, Canada, Stati Uniti, Europa e Bolivia, dove ha completato una nuova via sulla parete sud dell’Illimani con Yuki Satoh nel 2006.
Nel maggio 2008 Yamada è scomparso con Yuto Inoue durante un tentativo alla cresta di Riccardo Cassin alla Sud del Denali (Mount McKinley).

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Gorge Play ultima modifica: 2021-07-26T05:45:00+02:00 da GognaBlog
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