Verso quale orizzonte?

Verso quale orizzonte?
(un solo tratto di righello per cancellare millenni)
di Beppe Leyduan
(pubblicato su camoscibianchi.wordpress.com il 30 luglio 2026)

Ho in mente un’idea di sviluppo della montagna, vincendo la sua verticalità che impone limiti assurdi ed anacronistici, oggi superabili agevolmente con lo stato dell’arte della nostra tecnica. Ecco nell’immagine seguente la mia intuizione:

Lo sviluppo crea automaticamente paesaggio. Questo schema stilizzato è quello ricorrente nelle Valli di Lanzo dei nostri giorni.

Sembra un disegno elementare fatto su Paint in trenta secondi, una caricatura venuta male. Una linea nera che sale a strappi, una sequenza rigida di angoli acuti, un tratto dritto che gira secco per poi tornare indietro, del tutto indifferente a ciò che incontra sul suo cammino.

Eppure non c’è nulla di inventato. Fateci caso: le piste sterrate realizzate negli ultimi decenni nelle nostre valli sono tutte così. Nessuna esclusa. Questo schema infantile non è un’eccezione, ma il modello unico, la sintesi esatta della logica con cui oggi viene concepito e realizzato lo “sviluppo” delle terre alte.

La geometria della fretta contro l’ingegno del passo
Di fronte a una traccia del genere viene spontaneo chiederci perché il paesaggio edificato dalla tradizione alpina — fatto di muretti a secco, pendenze misurate e lastricati integrati nella roccia — ci infonda una sensazione spontanea di armonia e appagamento, mentre questa geometria rigida dettata dal motore ci lasci intimamente disorientati e sconfortati. È la differenza profonda tra un’opera nata per dialogare con la terra e un’imposizione che tenta di modellarla a forza.

Il taglio della macchina
Quando un mezzo meccanico affronta un versante, non cerca un dialogo con la montagna: la piega alla trazione dei propri cingoli. Ha bisogno di pendenze regolari, calcolate sulla potenza del motore e non sul ritmo dei polmoni o delle gambe. Non legge il terreno: non gli importa se sotto c’è una piega della roccia, un impluvio delicato o un pendio instabile.

Lo scavatore tira dritto finché può, sbanca metri cubi di terra, gira su se stesso e riparte in direzione opposta. Il risultato è una ferita chiara e rigida, che espone il suolo nudo all’erosione e trasforma la montagna in un cantiere permanente.

La sapienza della pietra
Gli antichi montanari — quelli che la montagna la vivevano a piedi e la misuravano con il proprio corpo — ragionavano secondo principi opposti. Non avendo a disposizione la forza bruta del motore diesel, si affidavano all’ingegno:

La sapienza della pietra: un’antica mulattiera con scalinata e muro a secco, dove ogni elemento è pensato per durare nei secoli e assecondare il passo dell’uomo.

· l’ascolto del micro-rilievo: il sentiero storico non imponeva mai uno schema astratto. Se c’era da aggirare un blocco di roccia, il tracciato curvava; se bisognava attraversare un canale d’acqua, cercava la roccia affiorante più solida o realizzava un guado in pietra.

· il calcolo dello sforzo: i tornanti non erano inversioni ad angolo retto pensate per far ruotare dei cingoli, ma snodi armoniosi, calibrati per dosare le forze dell’uomo e degli animali da carico.

· la durata nei secoli: una mulattiera o un antico sentiero resistevano al tempo perché sapevano gestire l’acqua. Canalette in pietra (traversi), lastricati e pendenze studiate facevano scivolare via la pioggia senza permetterle di scavare fossi e distruggere la via.

La cultura del cammino che scompare
Come ci ricorda Robert Moor nel suo Sui sentieri, una traccia calpestata non è mai solo un passaggio pratico per andare da un punto A a un punto B: è un atto di intelligenza collettiva, una forma di saggezza stratificata nei secoli, scolpita passo dopo passo da generazioni di uomini e animali. Il sentiero è una biblioteca a cielo aperto, la memoria viva di una comunità che ha imparato a cogliere le crepe della roccia, i versanti stabili e i flussi dell’acqua.

L’ingegno nei dettagli: una canaletta di scolo in pietra (con i bastoncini a fare da metro). Un’opera d’arte idraulica a misura d’uomo, concepita per gestire l’acqua senza bisogno di cemento o grandi infrastrutture.

Nelle Valli di Lanzo assistiamo ogni giorno al dramma silenzioso di questa memoria che scompare. Gli antichi percorsi — le mulattiere, i sentieri dei margari, i passaggi dei contrabbandieri e dei minatori — stanno lentamente svanendo, inghiottiti dai rovi per l’abbandono o piallati senza rispetto dalle ruspe. Distruggere o dimenticare un sentiero significa cancellare il modo con cui per secoli abbiamo interpretato la montagna. Come ci ricorda Piercarlo Jorio ne L’immaginario popolare nelle leggende alpine, è una ferita che si riapre costantemente: «Mi sarebbe piaciuto vedere li stamp do diao e dla Madòna se le ruspe ottuse dell’ENEL operanti da Malciaussia a Margone nell’estate del ’75 non avessero sbriciolato la roccia sulla vecchia mulattiera cancellandole per sempre». In questo passaggio emblematico c’è tutta la sintesi del nostro presente: la ruspa che sbriciola la pietra non cancella solo un reperto protostorico o una leggenda popolare, ma recide il legame intimo tra l’uomo e il micro-rilievo. Trasforma la memoria in brecciame.

L’illusione dell’alpeggio e la rendita dei “fogli di carta”
Dietro la narrazione ufficiale che giustifica queste opere come indispensabili per il supporto alla pastorizia e al lavoro dei margari, si nasconde spesso una realtà ben più cinica, legata a doppio filo con i meccanismi dei contributi europei. Le inchieste delle forze dell’ordine e della magistratura piemontese hanno a più riprese scoperchiato il fenomeno speculativo dei cosiddetti “alpeggi di carta” o “alpeggi fantasma”. Grandi società agricole o investitori di pianura si aggiudicano all’asta le terre alte dei Comuni montani offrendo canoni fuori mercato. L’obiettivo reale non è produrre formaggio in quota o presidiare il territorio, ma accumulare ettari per incassare i redditizi premi a superficie della PAC (Politica Agricola Comune).

Bovine al pascolo estivo in Val d’Ala nei pressi dell’Alpe Pian Buet 2018 m (sentiero 214-GTA), sullo sfondo di un territorio storicamente privo di viabilità poderale motorizzata. Mandrie spesso lasciate a se stesse in quote prive di strutture funzionali attive: la gestione burocratica dei premi europei a superficie rischia di sostituire il presidio umano stabile e la permanenza del margaro in quota.

Bovine al pascolo estivo in Val d’Ala nei pressi dell’Alpe Pian Buet (2018 m, sentiero 214-GTA), sullo sfondo di un territorio storicamente privo di viabilità poderale motorizzata. Mandrie spesso lasciate a se stesse in quote prive di strutture funzionali attive: la gestione burocratica dei premi europei a superficie rischia di sostituire il presidio umano stabile e la permanenza del margaro in quota.

Di fronte a questo schema di pastorizia assenteista, dove gli animali vengono talvolta lasciati incustoditi e i requisiti minimi di pascolamento vengono assolti nel minor tempo possibile, sorge allora un dubbio legittimo: non è che la proliferazione di queste nuove piste sterrate nasconda, in verità, una mutazione genetica della viabilità d’alpeggio? Viene da chiedersi se l’infrastruttura stradale non rischi di diventare lo strumento logistico perfetto per agevolare il “mordi e fuggi” del fuoristrada. Una pista che, invece di sostenere la faticosa vita stabile della baita, potrebbe finire per facilitare solo i rapidi spostamenti in 4×4 necessari per i controlli burocratici periodici o per la periodica distribuzione del sale. Se questo sospetto fosse fondato, la sterrata seriale non servirebbe a ripopolare la montagna, ma finirebbe paradossalmente per agevolare una rendita che la sfrutta a distanza, esonerando chi incassa i fondi europei dal dovere profondo di abitarla.

Il prezzo dell’illusione
E poi c’è il conto da pagare. Perché quella striscia nera disegnata sulla montagna non è soltanto rozza: è enormemente costosa.

Aprire un singolo chilometro di pista sterrata su questi pendii richiede cifre che oscillano mediamente tra i 100.000 e i 200.000 euro, per salire ulteriormente quando occorre scavare nella roccia viva o costruire opere di contenimento. Soldi pubblici — attinti a piene mani dai bandi di sviluppo rurale o dai bilanci regionali — spesi per realizzare un’opera che, alla prima pioggia battente o al primo disgelo, comincerà a scanalarsi e a cedere, richiedendo un flusso continuo di ulteriori fondi per essere ripristinata.

Un paradosso economico e ambientale: risorse ingenti impiegate per sostituire opere d’arte millenarie e a costo zero (gli antichi sentieri) con un’infrastruttura fragile che necessita di manutenzione perenne.

Dal sentiero all’autostrada: la banalizzazione del cammino
Sia chiaro: l’opposizione a questa viabilità non è un “no” ideologico o pregiudiziale. Laddove una strada sterrata serve davvero a garantire un presidio umano stabile, a sostenere i margari e a sviluppare l’economia casearia d’alpeggio, essa ha una sua legittimità. L’aspetto odioso della vicenda subentra quando la ruspa, per comodità di cantiere, sovrascrive e fagocita l’antica rete sentieristica storica, a totale danno dell’escursionismo.

Chi va a piedi si trova catapultato su tracciati pensati per i veicoli, costretto a subire lo zigzag illogico e ripetitivo delle piste che allungano i tempi di percorrenza e banalizzano l’esperienza del cammino. Emblematico è il caso del vecchio tracciato che da Almesio sale a Pian Fè, a Ceres, dove l’antico sentiero (linea rossa nell’immagine seguente) tagliava dritto assecondando i versanti, la pista attuale (in bianco) dilata lo spazio secondo criteri estranei al ritmo umano. Inoltre, laddove la sterrata sventra le aree boscate, cancella l’ombra protettiva degli alberi, esponendo l’escursionista alle calure estive.

La geometria della fretta applicata al terreno (rielaborazione su cartografia Fraternali Editore): in rosso l’antico sentiero storico tra Almesio e Pian Fè (Ceres, Val d’Ala), oggi abbandonato; in bianco lo sviluppo illogico per il camminatore della pista sterrata che ne dilata i tempi e ne cancella l’ombra.

Mentre in Italia si usano fondi pubblici per finanziare le piste senza prevedere un solo euro per ripristinare i sentieri distrutti, basterebbe guardare oltre confine per scoprire una civiltà giuridica opposta. In Svizzera, la rete dei percorsi pedonali è tutelata direttamente dalla Costituzione Federale dal 1985; la successiva Legge federale sui percorsi pedonali ed i sentieri impone (all’art. 7) che un sentiero non possa essere soppresso, ricoperto o rovinato da scavi se non viene adeguatamente sostituito con un nuovo tracciato idoneo ai pedoni. Da noi, invece, si consuma un doppio danno: paesaggistico per i versanti e turistico per chi cammina, condannando all’oblio le nostre migliori vie di pietra.

Dalla lavagna al versante: la ferita nel paesaggio
Negli ultimi decenni, la tentazione di sostituire la conoscenza intima dei luoghi con la fretta di tracciare vie di servizio ha ricoperto i nostri versanti di sterrate seriali, disegnate con il medesimo righello. Ma il vero dramma si consuma quando guardiamo queste opere dalla teoria alla realtà del terreno.

Val Grande di Lanzo, zona del Roc d’le Masche: la firma geometrica della ruspa incisa nel cuore di un paesaggio millenario.

Quando ci troviamo di fronte a questi versanti sfregiati, o quando osserviamo anche solo da lontano lo zigzag artificiale della ruspa che ha inghiottito il vecchio sentiero, ciò che proviamo non è una semplice delusione estetica. È qualcosa di più intimo e doloroso. È la solastalgia: quel senso di perdita e di smarrimento che si prova quando i luoghi della nostra memoria cambiano volto sotto i nostri occhi, diventando improvvisamente estranei. Se la montagna si sgretola per l’estremizzazione del clima, le piste sterrate seriali infliggono una metamorfosi artificiale altrettanto violenta. Camminare oggi tra questi sbancamenti significa fare i conti con un paesaggio dell’anima capovolto, dove la fretta del motore ha ridotto in frantumi la storia del passo.

Vista da lontano, la sterrata non appare come una via di servizio per l’alpeggio, ma come una firma geometrica aliena, un’impronta di nafta e cingoli fuori posto in un vasto anfiteatro naturale di pascoli antichi modellati dal tempo. Una cesura netta che rompe la continuità delle linee organiche della montagna.

Dal foglio bianco alla roccia: lo zigzag meccanico che ha cancellato gli antichi tracciati per fare spazio alla pendenza costante del motore.

Il limite di questo approccio non è solo estetico, ma funzionale e drammaticamente attuale. Osservando le canalette di scolo realizzate nelle recenti opere stradali (si vedano i dettagli fotografici a seguire), si nota una larghezza esigua, pensata per una gestione ordinaria dell’acqua che non esiste più. Al contrario dei massicci manufatti in pietra dei nostri avi, capaci di resistere e modulare deflussi imponenti, queste strutture appaiono sottodimensionate e fragili di fronte ai flash flood sempre più intensi causati dalla crisi climatica. Senza una manutenzione regolare — spesso ignorata dopo il collaudo dell’opera — queste canalette si ostruiscono rapidamente, trasformando il sentiero stesso in un letto di erosione, una nuova ferita che la montagna non è in grado di rimarginare.

Il paradosso della modernità: canalette sottodimensionate e fragili su tracciati recenti. A confronto con la maestria delle antiche canalette in pietra, queste strutture risultano incapaci di gestire i flussi meteorici estremi di oggi, diventando esse stesse causa di dissesto idrogeologico per mancanza di manutenzione.

Avvicinando lo sguardo al dettaglio del tracciato, la traduzione concreta dell’intuizione a zigzag si mostra in tutta la sua ruvidezza: lo schema nato sulla carta prende forma nella roccia e nel pascolo per strappi e sbancamenti. È la monocorde geometria della ruspa che sovrascrive, con la solita indifferenza, l’ingegno di chi per secoli ha saputo camminare assecondando la montagna.

Verso quale orizzonte? ultima modifica: 2026-09-03T05:40:00+02:00 da GognaBlog

Scopri di più da GognaBlog

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

1 commento su “Verso quale orizzonte?”

  1. Daccordissimo su quello che hai scritto ,anche nelle mie amate Apuane ,ci sono un sacco di sentieri medievali in quel modo.
    Ma perché non affrontare la distruzione che deriva dalle cave di marmo !!!???Altro che mulattiere a zig zag ,analizzate quello ,se mai lo avete fatto ………

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.