Viaggio verso la cima del Monte Rosa

Dal fondovalle alla Capanna Margherita, ecco come sta cambiando il clima delle Alpi.

Viaggio verso la cima del Monte Rosa
(tra gli ultimi ghiacciai che resistono)
di Daniele Cat Berro
(pubblicato su lastampa.it il 17 luglio 2026

Viaggiando in autostrada da Torino alla Valle d’Aosta in un pomeriggio di questo luglio canicolare, l’attenzione è catturata dai campi di mais secchi e dai boschi ingialliti tra la piana e le colline di Ivrea. Non è la prima volta: dalla storica calura e siccità del 2003 questi scenari si sono moltiplicati (2006, 2009, 2017, 2022), e a preoccupare è proprio il loro aumento di frequenza.

Il Ghiacciaio d’Indren (Monte Rosa) provato dal caldo eccezionale di inizio estate 2026

La nostra meta è il Monte Rosa. Fa caldo anche ai 1850 metri di Stafal di Gressoney-La-Trinité, dove le acque del Lys scorrono impetuose e lattescenti di limo glaciale finissimo, prodotto dall’abrasione dei ghiacciai sulle rocce e poi trasportato a valle dalle acque di fusione. In estati così calde e secche, mentre gran parte dei fiumi europei langue tra vaste barre di sabbia e ghiaia, i corsi d’acqua alpini che attingono a bacini glacializzati sono gli unici a essere pimpanti, e lo saranno (sempre meno) finché in alto ci sarà ghiaccio da fondere: abbondanza di oggi che prelude alla scarsità di domani. Ma è sbarcando dalla funivia ai 3275 metri di Punta Indren che gli occhi ricevono il messaggio più desolante: benché l’estate 2026 sia solo a metà percorso, il Ghiacciaio d’Indren appare già spoglio e annerito dai detriti fin verso i quattromila metri, magro relitto di quel che era anche solo vent’anni fa, quando lo vidi da vicino l’ultima volta. La sua fronte, rilevata ogni anno da Paolo Piccini, operatore della Fondazione Glaciologica Italiana, e Michele Freppaz, nivologo e docente all’Università di Torino, si è ritirata di oltre quattrocento metri nell’ultimo decennio di regresso accelerato.

Il rifugio che si adatta al cambiamento climatico
Ci incamminiamo verso il rifugio Città di Mantova (www.rifugiomantova.it) attraversando la piatta lingua glaciale a cui, in questo punto, non restano che pochi anni di vita, saltando tra ruscelli e qualche residuo di neve zuppo d’acqua. Tre quarti d’ora di cammino, e alle sei di sera arriviamo a questa bella struttura d’alta quota (a 3498 metri), base per gran parte delle salite sul Monte Rosa, inaugurata nel 1984 quando il dosso su cui è fondata era ancora lambito dal Ghiacciaio del Garstelet, ora distante centinaia di metri. Di proprietà della Società delle Guide di Gressoney, il rifugio è stato ampliato e ammodernato a fine Anni Duemila con attenzione alla sostenibilità ambientale del suo funzionamento e alla resilienza di fronte ai cambiamenti climatici, tra impianti solari e fotovoltaici che garantiscono il 90 per cento del fabbisogno energetico e una vasca sotterranea da quarantamila litri per la raccolta delle acque di fusione, che però tocca captare sempre più lontano.

Arnoldo Welf, guida alpina, falegname e gestore del rifugio, montanaro verace e poliedrico il cui cognome esprime l’origine germanica delle genti walser del Rosa, racconta che a inizio estate ci si può affidare ai banchi di neve residua dell’inverno, ma poi, scomparsi questi, si deve risalire fino al ghiacciaio che sempre più si allontana: solo dieci anni fa bastavano cento metri di tubazione per intercettare l’acqua e condurla al serbatoio, oggi ne servono quattrocento. Il tramonto è surreale, non solo per l’aria troppo mite, ma anche per la densa nube di polvere sahariana che insieme all’anticiclone avvolge le Alpi ovattando l’orizzonte e impedendo di vedere creste e cime più in là di dieci chilometri, anche a queste quote dove di solito, se non c’è nebbia, l’atmosfera è trasparente.

Verso la capanna Margherita
L’indomani è ancora buio quando, alle cinque, il mio amico e compagno di cordata Luca ed io calziamo i ramponi al margine del Ghiacciaio del Garstelet e ci leghiamo, accanto a decine di altri alpinisti di ogni nazionalità. Stelle sopra, nebbie a valle. Qui la stazione meteorologica del Laboratorio di Climatologia Alpina dell’Università di Torino (labclimaalpino.it) indica che nella notte la temperatura non è scesa sotto i 6°C, situazione straordinaria a tremilaseicento metri, infatti il ghiaccio non ha smesso di fondere e l’acqua gorgoglia sotto i nostri piedi mentre ci incamminiamo.

Lentamente si fa giorno intanto che si risale il pendio ghiacciato passando accanto alla capanna Gnifetti, per poi entrare nell’ambiente maestoso del Ghiacciaio del Lys, il secondo più vasto della Valle d’Aosta dopo quello del Miage (Monte Bianco) con i suoi 9 chilometri quadrati di superficie. Obiettivo è la capanna Margherita, antico osservatorio meteorologico e rifugio più alto d’Europa sulla sommità della Punta Gnifetti 4554 m. Il risultato delle ripetute ondate di caldo di fine primavera e inizio estate è evidente: la coperta nevosa dell’ultimo inverno si è ridotta anzitempo e lascia affiorare sequenze di crepacci, per adesso ancora ben attraversabili – ora su ponti di neve, ora saltandoli – ma con davanti ancora diverse settimane d’estate è immaginabile che le condizioni per l’ascensione, di solito facile, divengano più problematiche.

Qua e là affiora lo strato di neve colorato di ocra dai depositi di polvere sahariana – tra i più appariscenti da decenni – avvenuti con le grandi nevicate di marzo 2024, segno che l’accumulo di neve dei due anni successivi è stato ormai vanificato malgrado la quota vicina a quattromila metri. Proprio quella tinta giallastra incrementa l’assorbimento di radiazione solare da parte della superficie della neve, accelerandone la fusione. I raggi del sole, sorto da poco, ci raggiungono sull’ampia spianata del Colle del Lys, sella di frontiera con la Svizzera a 4255 metri da cui finalmente appaiono le sommità più elevate del Monte Rosa, inclusa la “nostra” Gnifetti.

Proprio qui, tre anni fa, nell’ottobre 2023, gli scienziati del progetto “Ice Memory” prelevarono in parallelo due “carote” di ghiaccio da 106 metri ciascuna giungendo a sfiorare il basamento roccioso sottostante, la cui analisi amplierà le conoscenze di dettaglio del clima e dell’ambiente d’alta quota degli ultimi due secoli: una corsa contro il tempo per salvare la memoria climatica contenuta nei ghiacciai più elevati delle diverse catene montuose del mondo, prima che scompaia o venga degradata dalla penetrazione di acqua liquida di fusione, come già sta avvenendo in molti luoghi anche d’alta quota. Una di queste carote di ghiaccio troverà posto nel gelido caveau dell’Ice Memory Sanctuary in Antartide, al sicuro dallo scongelamento (a -50°C naturali senza bisogno di impianti refrigeranti) e a disposizione di futuri scienziati che potranno analizzarla con tecniche ancora più evolute di quelle attuali.

Ice Memory, salvare la memoria del clima
Il cielo è sereno e la polvere desertica nell’aria si è diradata concedendo vedute grandiose sull’alto circo del Grenzgletscher che ci accingiamo ad attraversare. Qui si entra in un vero e proprio scrigno di ghiaccio, un luogo di somma bellezza che nelle Alpi europee trova confronto, nel suo genere, forse solo nelle spalle glaciali più elevate del Monte Bianco e che – almeno finora – è stato relativamente risparmiato dagli effetti più deleteri del riscaldamento atmosferico. Infatti a queste quote tra 4200 e 4500 metri, malgrado un aumento di temperatura che sull’arco alpino ammonta a circa 3°C nell’ultimo secolo, l’accumulo di neve e ghiaccio prevale ancora rispetto alla fusione, a differenza dei settori dei ghiacciai sotto i 3500 metri, in totale disequilibrio climatico e in rapido collasso (non a caso, lo stesso Lys nell’ultimo decennio ha perso la sua grande lingua frontale, trasformata in un lago a 2400 metri).

Con me ho la riproduzione di alcune fotografie d’archivio scattate circa un secolo fa: anche qui lo spessore di ghiaccio è diminuito, sui fianchi sia della Punta Gnifetti sia – in modo più vistoso – del Lyskamm orientale, lasciando emergere alcuni nuovi affioramenti rocciosi, ma è poca cosa rispetto al tracollo subito più a valle. Anche la Roccia della Scoperta 4168 m, raggiunta nel 1778 da un gruppo di giovani gressonari alla ricerca della “valle perduta” dai loro antenati d’oltralpe, non si è ampliata più di tanto, dall’epoca. Ma non c’è molto da illudersi, poiché queste condizioni relativamente favorevoli riguardano solo una frazione minima della criosfera alpina.

Tuttavia, camminando lungo la pista ben tracciata verso la vetta in uno scenario che ricorda gli ambienti polari, ho provato sollievo nel pensare che almeno questo ben di dio possa sopravvivere più a lungo, tra gli ultimi lembi in Europa, al nuovo clima del mondo-serra. Il mal di montagna che temevo non si è presentato, forse grazie alla pressione atmosferica elevatissima rispetto al solito in alta quota, all’interno del potente anticiclone che ha fatto sì che a 4500 metri la densità dell’aria fosse quella che d’abitudine si trova duecento metri più in basso in una giornata d’estate. Così alle 8.30 siamo felicemente in vetta. La temperatura è sopra zero anche qui, la stazione meteorologica Arpa Piemonte fermamente fissata al tetto della Capanna segna 2°C, la minima della notte è stata di appena -2,5°C e la massima toccherà i 4°C nel primo pomeriggio, valori quasi 5°C sopra la norma di luglio. Qualche sbuffo di vento da Ponente non riesce a rendere minimamente inclemente l’atmosfera e, senza bisogno di guanti, ci togliamo i ramponi ed entriamo a goderci un’ora di vita nel rifugio più alto d’Europa. L’ambiente è accogliente, conviviale, sereno. «Avete mai visto piovere, qui?», chiedo a uno dei giovani custodi. «Proprio pioggia non ancora, a volte neve frammista o bagnata che fonde appena cade. Ma ci arriveremo». I custodi del più estremo avamposto umano delle Alpi sono ben consapevoli che anche, e soprattutto, qui il clima sta cambiando e cambierà. E’ ora di scendere.

L’ultimo grande ghiaccio del Monte Rosa
Rientrando, una piccola deviazione alla vasta sella del Colle Gnifetti 4452 m ci permette di osservare da vicino uno dei più importanti siti di perforazione glaciale dell’arco alpino, dove da mezzo secolo si svolgono ricerche su temperature e memoria climatica della neve e del ghiaccio. A differenza del vicino Colle del Lys, l’intensa asportazione della neve da parte del vento determina accumuli nevosi annui molto sottili, tanto che l’intera coltre glaciale spessa un centinaio di metri conserva strati vecchi di quasi ventimila anni; è una situazione molto rara sulle Alpi e particolarmente favorevole alle indagini paleoclimatologiche, data anche la presenza di neve vecchia (firn) e ghiaccio “freddi”, ovvero a molti gradi sotto zero e lontani dalla fusione, limitata agli strati di neve più superficiali per pochi giorni all’anno.

Tra le numerose campagne di perforazione, oltre a quelle del 1995-1996 cui partecipò l’Università degli Studi di Milano, di recente figura quella condotta nel 2021 dal team Ice Memory – Paul Scherrer Institut. A proposito di polvere sahariana, uno studio guidato proprio da ricercatori di questo istituto elvetico (articolo “Rising dust pollution across Europe in a changing climate”, appena pubblicato su Nature) ha constatato come nella neve e nel ghiaccio del Colle Gnifetti i depositi di particolato desertico siano più che raddoppiati (+110%) nell’ultimo paio di secoli. Qui è installata una moderna e completa stazione meteorologica dell’Università di Friburgo, i cui ricercatori stanno lavorando soprattutto alla modellizzazione dello stato termico del ghiacciaio, che alla profondità di 20 metri dal 1991 a oggi si è riscaldato di 1,5°C pur mantenendo temperature ampiamente negative intorno a -10°C; gli scienziati sorvegliano una situazione che potrebbe preludere a una futura transizione, anche a 4500 metri, da ghiaccio “freddo” a “temperato” (vicino a 0°C).

La discesa e il nuovo clima della montagna
Il sole è ormai alto a metà mattinata e il caldo si fa sentire, tanto che, rientrando, dal Colle del Lys in giù si sprofonda nella neve bagnata nonostante la quota di quattromila metri. Scendiamo pertanto rapidamente, prima che i ponti di neve sui crepacci rischino di cedere sotto il nostro peso. A mezzogiorno il ghiacciaio del Garstelet, ormai grigio e scoperto, fa acqua da tutte le parti mentre ne raggiungiamo la fronte e ci accingiamo a slegarci e a levarci i ramponi. Tornati al rifugio e alla stazione della funivia, proviamo sollievo nell’essere avvolti da sbuffi di nebbia sospinti dalla brezza di valle, che ci evitano di arrostire nelle ore più calde dell’ennesima giornata canicolare. Bizzarro, no? Tempo fa, in alta quota, speravi al contrario in un raggio di sole per non patire il freddo, pure in piena estate. Oltre che dai dati scientifici, anche da questo si capisce quanto il clima di montagna sia cambiato.

Viaggio verso la cima del Monte Rosa ultima modifica: 2026-08-08T05:43:00+02:00 da GognaBlog

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22 pensieri su “Viaggio verso la cima del Monte Rosa”

  1. Lo stile di vita di miliardi di persone e’ quello..
    Miliardi di persone producono , comprano , viaggiano.
    Questi non sanno proprio una cippa di come si viveva e produceva sulle Alpi 100 anni fa’, e nemmeno delle ( condivisibili ) parole di Bauman  , ma avrebbero fatto sciogliere i ghiacciai sulle Alpi anche senza impianti di risalita , anche se intorno alle alpi ci fosse da 200 anni un reticolo di filo spinato alto 10 metri.
    E noi non potremmo invertire questo trend nemmeno ritirandoci a vivere in una caverna sulla montagna.
    E’ semplicemente una questione di rapporti di forza : una decina di data centers scaldano piu’ di tutte le funivie attive sui due lati delle alpi.

  2. Il cambiamento climatico non è la causa, ma la conseguenza del cambiamento culturale umano, o meglio dell’abbandono della cultura e della conoscenza, un allontanarsi da tutto quanto interferisce con il non uso delle nostre capacità intellettuali. e non c’è nulla più svilente dello smettere di pensare. Baumann lo aveva già raccontato anni fa, la trasformazione dei singoli individui in sciami, migliaia di persone che costituiscono insieme un unico organismo dotato di una propria interdipendenza, una propria intelligenza collettiva. oggi sciami di persone si recano nei centri commerciali, sulle spiagge rinomate, nei luoghi dove si possa osservare una eclissi solare, e quindi anche in montagna. ma non sono singolarmente coscienti di quello che stanno compiendo, semplicemente lo fanno perché tutti lo fanno e perché un chiacchiericcio diffuso li spinge a compiere quella determinata azione, alla ricerca dell’assimilazione allo sciame. e questa interdipendenza, si paga con la mancanza di capacità tecniche, di volontà di scoperta, di esercizio della fatica, di adattamento ai cambiamenti. oggi masse si recano in montagna e trasformano la montagna nello spazio dove sono soliti svolgere le loro attività, in luoghi dove non si vuole faticare, scoprire, meravigliarsi; si vuole semplicemete fotografarsi, urlare la propria presenza, abbuffarsi al ristorante, cicalecciare come al centro commerciale, al bar o in ufficio. del sistema ecologico compromesso, del cambiamento climatico, della trasformazione della società non gli interessa nulla, ma non per scelta, ma per incapacità intellettiva di comprendere e affrontare un problema, di qualsiasi livello sia. andare in montagna incide sul cambiamento climatico? certamente come tutte le attività umane anche il turismo è causa di cambiamento climatico, anzi una delle cause principali, visto il costo ambientale dello spostare miliardi di persone, solitamente le più ricche e più esigenti del pianeta da un luogo all’altro del mondo per futili motivi. abbiamo fatto nostro il pensiero che la colpa di qualsiasi cosa accada sia comunque di qualcun altro, meno che di noi stessi. quindi siamo tutti innocenti, al limite vittime di quanto ci accade. ma non abbiamo coscienza, interesse, capacità di comprendere quello che ci succede intorno. è la società consumistica tecnologica, l’ultima frontiera prima della dissoluzione della civiltà umana. 

  3. @ Monica Speciale
    Io sono perfettamente d’accordo con te che l’evoluzione del “turismo alpino” dai 60 in avanti sia stata una sciagura , con tanto  di fiere comunita’ autosufficienti che ai tempi accoglievano i turisti ed offrivano loro quanto possibile , che sono diventate “periferiche del turismo” , cittadine e paesi che senza alberghi e giornalieri non hanno piu’ una loro economia alternativa al turismo , e che si trovano ad inseguire il turista esaudendo qualsiasi cosa lui chieda ; uno schifo.
     
    Pero’ penso che la tentazione di mescolare il riscaldamento globale con i ( troppi ) trend montani che non ci piacciono sia un errore.
    Noi siamo qui oggi a 40° in pianura padana NON per colpa della crescita delle funivie , dei rifugisti maleducati , o perche’ “Se fai corsa in montagna mi stai sui coglioni e non sei un alpinista” …sono critiche magari giuste , ma squisitamente “locali” , mentre il riscaldamento globale ha cause nello stesso modo di vivere di miliardi di persone , che magari non hanno mai visto una montagna e non la vedranno mai.
    Bisogna riconoscere apertamente che lo sconvolgimento del clima a cui assistiamo non si spiega neanche al 10% con cause locali.
    E da questo ci possono salvare solo accordi globali vincolanti o sanzioni sul modo di produrre e consumare.

  4. Il riscaldamento globale che alcuni si ostinano a negare, distruggerà le montagne. I 35 gradi di Morgex in Agosto 2026 erano impensabili sono vent’anni fa. Mia madre si occupava di riscaldamento globale già quarant’anni fa ma non credevo la profezia si avverasse tanto velocemente e in modo inesorabile. Io ho passato le mie estati negli anni ’70 sulle alpi craniche e faceva freddo, la cultura di montagna era integra e io ne ero innamorata. Una sensazione di appagamento che non saprei descrivere se non come un “ritorno a casa”: la casa del cuore, il ritrovarsi nella natura con pochi uomini che avevano imparato a gestirla senza stuprarla come accade oggi. Il 75% delle emissioni di CO2 viene dagli allevamenti di bestiame per cui sono diventata vegetariana. Una goccia nel mare, ma dicevano la stessa cosa per le pellicce che infatti sono passate di moda soprattutto in luoghi come Genova dove erano mostruosamente superflue. Se non la smettiamo di mercificare la montagna, essa sparirà. Cinquant’anni fa NESSUNO dei miei conoscenti visitava le montagne: adesso è una moda che ha preso piede senza che a questo si sia aggiunto il rispetto e la conoscenza. Un disastro. 

  5. Clima o non clima mi sono trovato al rifugio Mantova (al Gnifetti mi hanno detto che non c’era posto in maniera cafona e ignorante) due anni fa. La gestrisce, almeno, era gentile. Il rifugio era al completo. Allora di cena, tutti seduti ai tavoli, hanno iniziato a servire. Il chiacchiericcio rimbombava da sfondare i timpani. Col mio compagno non capivamo le parole che volevamo dirci. Neppure fossimo nella peggiore mensa aziendale! Riempita la panza in qualche modo siamo andati a letto ma di dormire, nonostante i tappi, se né è potuto trattare solo a notte fonda visto il viavai…
    All’alba, nella sala dove si deve lasciare l’attrezzatura c’era il delirio, per la colazione pure. In centinaia abbiamo iniziato a salire lungo il ghiacciaio ricoperto di neve marcia e sporca. Oltre il Gnifetti la fila era eterna. Solo dal colle del Lys le cordate hanno preso ognuna il loro ritmo. Le (numerose) Guide Alpine avevano un’aria incazzata che guai a chiedere una dritta. Alla Margherita 4 ragazzetti esaltati sembra che gli dai fastidio. Almeno ti spronano per andare giù subito. Come socio CAI avrei voluto lamentarmi ma ho lasciato perdere. Decidiamo per uno spuntino al Gnifetti dove se la tirano da rifugio gourmet mentre l’ambiente è da baracca di cantiere edile. Prezzi folli.
    La funivia ci riporta ai Salati dove l’aria è da cantiere edile (anche qui) permanente.
    Se andare in montagna è sta roba qui, del fatto che i ghiacciai si sciolgano semmai sono contento. Quei maleducati lassù dovranno cercarsi un altro lavoro e chi vorrà salire lo farà in scarpe da ginnastica.

  6. Purtroppo mi sono fatto l’idea che nei prossimi 200 anni non cambiera’ niente in meglio , anzi peggioreranno le temperature per l’inerzia accumulata.

    Siamo forse gli ultimi che hanno visto i ghiacciai integri , le prossime 3/4 generazioni, ammesso che a loro interessi , non li vedranno piu’.

    La mia speranza , non tanto per far tornare i ghiacciai , quanto per avere un clima stabile e non lanciato verso un’iperbole di calore , e’ che nei prossimi Cop che definiscono cio’ che puo’ essere fatto , si arrivi a limitazioni piu’ stringenti e a controlli piu’ seri di oggi , dove la prassi erano i :’conti senza i veri osti”

    Perche , mai come nei prossimi anni , sara’ tutto piu’ difficile : anche le idee migliori saranno quasi inutili nel fermare questa corsa , e sembrera’ di spendere un sacco di soldi in rinunce , per avere miglioramenti risibili.

  7. Clima o non clima, mi chiedo 105 euro per dormire,cena banale, e colazione più che banale come sono giustificate.
    15 giorni fa c’erano 110 presenze, più gli innumerevoli extra tra cui fiumi di birra e vino…solo le presenze fa 11.550 euro. Solo presenze moltiplicate per 2 mesi fa cifre da capogiro.
    Per non parlare di Gnifetti e peggio ancora la Magherita.
    Senza contare l’obrobrio, squallida e orribile Punta Indren.
    Ghiaccio e neve da schifo: mai più!
     
     
     

  8. Per gli incantati del personaggio Guccini…e per i disincantati..leggersi sul Sussidiario di oggi..l’articolo di Federico Pichetto,in merito…poi ricollocare gli eventi climatici nell ambito…dell’evolversi del pensiero scientifico…Peter Kolosimo a parte

  9. L’ ingordigia umana ha distrutto e continuerà ha distruggere la terra, la natura: da tempo la montagna dà segnali di sofferenza, di estrema sofferenza, ma si fa finta di non vedere il problema, per continuare ad addomesticarla ai vizi del genere umano e del tornaconto di pochi. L’ illusione è che si potrà andare avanti all’ infinito, in questa guerra CONTRO NATURA!!! Ma è una guerra persa in partenza, il rispetto per l’ “avversario” era l’ unica arma che potevamo usare!!!

  10. c.a. Alberto B., n. 12. 
    L’intuizione poetica/profetica del grande Guccini ci obbliga comunque a ragionare sul nostro prossimo futuro con un clima sempre più ostile. Un vecchio montanaro potrebbe raccontare al nipotino di grandi distese bianche di nevi e ghiacciai ritenuti eterni (?) ove si vedono solo tristi rocce nere levigate ed enormi sfasciumi. Non diventeranno mai praterie e foreste perché l’acqua non scenderà più dalle montagne e dal cielo. Anche il deserto del Sahara era una grande prateria fertile. Il suo abbandono è avvenuto nel corso dei secoli: ma poche migliaia di abitanti nomadi si sono trasferiti rapidamente con le loro poche cose. Pur se il cambiamento climatico non costringerà a rapide fughe, non sarà possibile trasferire milioni/miliardi di individui con le loro città. Difficile ipotizzare un cambiamento delle ‘abitudini’ della Terra o pronosticare nuove scoperte e/o invenzioni che caratterizzeranno una terza rivoluzione industriale che salverà l’umanità dal consumo ed esaurimento delle risorse. Si sono estinti anche i dinosauri e dopo milioni di anni di loro rimangono deboli tracce e congetture. 

  11. E sempre il Maestrone di Pavana: e in questa pianura, fin dove si perde,crescevano gli alberi e tutto era verde,cadeva la pioggia, segnavano i soliil ritmo dell’ uomo e delle stagioni…”Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,e gli occhi guardavano cose mai vistee poi disse al vecchio con voce sognante:”Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”

  12. Fine dell’era geologica denominata Olocene che ha permesso lo sviluppo della nostra civiltà? Come ritornare alle condizioni pre industriali, quando nel  1800 la Terra era popolata da 1 miliardo di persone? I progressi e gli sviluppi industriali degli ultimi 200 anni ci hanno reso la vita più comoda ed il pianeta più invivibile. La sparizione dei ghiacciai e il riscaldamento climatico sono danni collaterali che 12.000 anni fa non erano prevedibili. L’uomo si è ben radicalizzato nelle città e metropoli organizzando una vita sempre più agevole rispetto ai precedenti secoli. Ma ora non può organizzare lo spostamento di miliardi di persone verso ambienti e climi più favorevoli. Problemi che lasciamo alle prossime generazioni alle quali abbiamo promesso risorse energetiche rinnovabili ed infinite per continuare a fare funzionare motori, industrie e … climatizzatori. Ma noi non ci saremo e, proseguiva il Maestrone di Pavana ‘dai monti e dal mare ritorna la vita’ dopo la catastrofe che ha azzerato l’umanità.  Vedremo, anzi.  … vedranno. 

  13. Giuliano cosa scrive il climatologo serio?
    Che cosa  servano i climatologi poi è tutto da scoprire ….inverni con neve non pervenuta ed estati precoci che arrivano ai 40° sti ultimi ghiacciai a cui dobbiamo la sopravvivenza e che trattiamo come merde sono l ennesima conferma (se c’era bisogno)del vicolo cieco imboccato a tutta birra da una società per l appunto cieca.
    p.s . non facciamo un fascio di tutti i Veneti, comprendo i retaggi antichi e la nomea ma è acqua, ops vino passato/a…più che berlo lo fan bere…
     

  14. Quando non ci saranno più ghiacciai, niente sci o ramponi, ma solo inutili gare di Trail o UltraTrail, l’ importante è vedere chi arriva primo, l’agonismo ed i Record da battere, invece che montagne semplicemente da ammirare e temere.
    Quante seghe.
    Poveri brodi.

  15. A proposito di eccessi insensati di consumo idrico, i grandi DATACENTER che servono per alimentare l’IA necessitano di vere vagonate di acqua per refrigerarli costantemente. Tutta acqua sprecata è sottratta sia ai consumi finali che all’agricoltura e produzione. Pensate se fermassimo i datacenter per evitare lo spreco di acqua.. Apriti cielo! Tutti a frignare che sentono la mancanza dell’IA… (come è mai possibile vivere senza la IA, dico io…). Nessun politico si impegnerà mai in una vera battaglia contro il riscaldamento climatico, se la base elettorale continua a esigere le “cose” della società consumistica, cose che sono fra le concause degli attuali problemi dell’ambiente. Se noi cittadini non cambiamo il ns modo di vivere (modificando di conseguenza i ns “desiderata”), il mondo che noi boomer abbiamo visto negli ultimi decenni del Novecento NON tornerà mai più.

  16. “alla fine dovranno bere il vino invece dell’acqua”
    Bruno, per un veneto questo non rappresenta certo un pericolo, semmai una speranza… 😂

  17. Tutto il ciarpame di corde, scale e capanne con cui hanno imbrigliato il Cervino per favorirsi la salita sempre e comunque alla vetta del simbolo dell’alpinismo. Alla faccia del simbolo dell’alpinismo.
    Tutti gli impianti di risalita, le infrastrutture, le piste, le manomissioni dei ghiacciai con mezzi meccanici,  sempre piu invasivi.
    Non sono altro che il simbolo e la dimostrazione della volontà dell’uomo di sottomettere la natura.
    Ma la natura è ancora la più forte, e quello che sta accadendo lo sta dimostrando, anche se l’uomo sembra non volersene accorgere .
    Prepariamoci al peggio, a patire sete, caldo, frane, alluvioni. Come è stato detto verrà giù anche tanta pioggia, ma l’acqua se ne andrà via facendo tanti danni.  Del resto che gli frega all’acqua di noi, siamo solo un ostacolo sulla sua strada da eliminare.
    Il bel paese diventerà il nord del nord Africa? 

  18. Crisi idrica? I prelievi maggiori sono destinati all’agricoltura e all’industria allo scopo di conquistare i mercati nazionali e internazionali. In Veneto per esempio alla tutela del paesaggio preferiscono le vigne: alla fine dovranno bere il vino invece dell’acqua!
     

  19. Irreversibilità degli eventi,questo tipo di eventi…mettersi l’anjmo in pace..le alpi che conoscevo io erano di 55 anni fa..dopo gli anni 80 ê stata un accelerazione…fine ski Helnbronner..fine ski Stelvio..giusto Sig.Enri..ma il vero problema lo centra..il Sig.Aldo….esatto quello idrico sarà il primo problema..pur se di pioggia ve ne sarà tanta….

  20. Questa situazione desolante é un grosso messaggio di allerta per gli anni a venire….dove la carenza idrica diventerà un GRANDE PEOBLEMA,…. 
    É da ora che bisogna ragionare seriamente in tutte le istituzioni per cercare di salvaguardare l’acqua (anche quella piovana)…con la volontà e intelligenza …..ne riparleremo fra meno di dieci anni ..staremo a vedere….l’espansione dei nuovi deserti !!

  21. Una volta alla Capanna Gniffetti (da sempre da me preferita rispetto al Mantova per risparmiare dislivello mattutino) dal ghiaccisio si metteva piede direttamente al rifugio. Adesso c’è una scala metalluca bella lunga e verticale. Leggo sempre volentieri Cat Berro su “la büsiarda” (affettuoso nomignolo con cui noi torinesi chiamiamo il quotidiano La Stampa). Secondo me è un climatologo serio e non catastrofista come altri che leggo sempre sullo stesso giornale. E poi è un montagnino verace e sincero. E poi … è sabaudo e si vede dallo stile sobrio e pacato.
    Bravo Daniele.

  22. In quanto a ghiacciai che spariscono, ho trovato vergognoso che una miriade di sciatori abbiano pubblicato i loro video di denuncia del “cambiamento climatico” inquadrando il Plateau Rosà e stupendosi del fatto che, dopo decenni, è stato chiuso lo sci estivo. Anche lo sci agonistico ed i suoi nomi olimpionici erano presenti ad allenarsi, Subito alcuni giornali hanno publicato questi video ed hanno aggiunto che sono stati fatti da persone da sempre sensibili al tema. Sensibili al tema? Lo sci? Muove milioni di persone in inverno che, gente disposta a pagare cifre inenarrabili, invadono splendide località, bruciano benzina e gasolio come se non ci fosse un domani, mangiano e bevono a tutte le quote, usano pali e funivie messe nelle zone piu assurde. Non contenti, vogliono fare tutto questo anche in estate, su un ghiacciaio a 3500 metri che fa stringere il cuore a vederlo ferito dalle ruspe. E questa è la sensibilità al cambiamento climatico? Gli atleti olimpionici che vadano in cile ad allenarsi, altro che a Cervinia. E i locali dicono qualcosa? Non ho letto che qualche personaggio di primo piano locale o qualche istituzione locale abbia presouna posizione netta dicendo Basta alla distruzione del Ghiacciao del Platoeau Rosà. A parole tutti bravi a dirsi per il clima. D’accordo che il riscaldamento globale ha cause ben piu grandi (leggi paesi che se ne infischiano) ma un minimo di coerenza proprio da coloro he dicono di amare la montagna.
    Ps
    Sempre in tema, potrebbe sembrare fuori ma invece è in tema: c’era bisogno di ferire, infilzare, profanare il Cervino per costruire una nuova capanna che di capanna non ha nulla? quando la salita si può fare benissimo dal rifugio Oriondè? Certo bisogna essere piu preparati. Tutto bene invece, tutto in coerenza con il rispetto della natura, ditemi voi se forare la roccia per diversi metri in profondità e piu volte sia rispetto per la natura. 

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