Yi guida il Qi

Yi guida il Qi
(Psicodramma sul Torrione)
di Giuseppe Popi Miotti

Sei anni di digiuno dalle rocce. L’anno scorso, quando ho tentato di riprendere, una incredibile serie di incidenti aveva interrotto bruscamente l’idea. C’è voluto un anno intero per guarire anche se non del tutto e poter rimettere le pedule e le mani sulla pietra. La sensazione nettissima, quasi subitanea, ma forse, più che una sensazione, una realtà, è stato il constatare come in circa 365 giorni le mie performances fossero nettamente calate. Cioè, quello che riuscivo a fare dopo cinque anni senza scalare era quasi impossibile appena l’anno dopo! ‘N’apocalisse! Era una situazione talmente surreale che non potevo far altro che riderci sopra tanto era lo stupore nel ritrovarmi quasi spaventato al cospetto di certe salite. Il fisico era mutato, ma forse ancor più era mutata la mente: c’era come una sorta di straniamento che mi accompagnava fisso in ogni arrampicata. Mi ritrovavo alieno in un mondo che prima era stato profondamente mio. D’accordo certe cose restano impresse nel DNA e scalare fa parte di me, ma la decadenza avvertita era impressionante e non poteva essere del tutto compensata da tecnica, esperienza e allenamento fisico: c’era qualcosa che andava oltre queste condizioni. I movimenti a volte legnosi potevano essere attribuiti alla fortissima contrattura lombare che avevo subito, ma che dire del piede? Un tempo ne avevo fiducia ora dovevo riprendere a gestirlo quasi daccapo. E le braccia? Le dita? Beh, per quelle un po’ di pratica continua avrebbe giovato.

Faticosamente si riprende. Perché? Chi lo sa! Per vedere se ci sei ancora? Magari. Anche se alla fine è logico: non si può che andare indietro. Però se ci si diverte… Esordiamo con una via “lunga” in Vandea: La vita è bella. Non ho forza ma è una placca. Mi sento tuttavia respinto e salgo solo con la mente: l’intenzione, Yi, muove e guida il Qi e il Qi si esprime nel gesto. Non va male, anzi, direi benino.

Poi proviamo lo Scivolo. Ricordi di tempi eroici e di arrampicate sottili ed eleganti. Bellissimo, il più bel masso del mondo. E poi, mi dico, è una placca, quindi poco uso della forza. Ci arrivo sotto con Alma e mi spavento: nero, oscuro, liscio, impossibile, impenetrabile. Ma magari è solo l’impressione. Per scaldarci facciamo la via più facile e qui emerge per la prima volta il pensiero che ogni tanto è comparso anche ieri sul Torrione: ce la farò? Ce la farò ad arrivare al chiodo successivo? Ce la farò ad arrivare in sosta? Yi guida il Qi, il Qi produce il gesto e solo con queste armi mi innalzo. Comunque causa l’umidità pazzesca si scala male. Proviamo un paio di top rope, ma faccio gran fatica a fidarmi dei piedi. A casa soddisfazione, perché non è andata malissimo, e triste consapevolezza del limite si mescolano.

Alla Sirta stessa roba: qualche buon risultato e alcune inspiegabili défaillance e su tutto la piena coscienza del declino. Manca la reale motivazione a fare meglio, ad impegnarsi: Yi deve guidare il Qi oltre l’ostacolo e invece ci si impantana sopra. Però sarebbe bello concludere con quel progettino di via nuova pur facile su quella cima importante. Allora insistiamo: passerà, passerà e poi sono curioso.

È la volta di una via poco nota e non facile che mi pare adatta a questa ripresa di contatto con la pietra. Saranno una quindicina di anni che non la faccio. È subito difficile e liscia, ma il piede sta tornando e sebbene con fatica guadagno metri. Gli spit mica son vicini ed ecco sorgere il pensiero molesto, la preoccupazione di farsi male in caso di volo: a questa età il recupero da un incidente anche banale richiederebbe tempi biblici. Yi guida il Qi e ancora una volta solo con quest’arma prendo metro su metro. Fra un chiodo e l’altro le distanze sono siderali e pensare che non l’avevo mai notato: riuscirò ad arrivare al successivo? Ce la farò ad arrivare in sosta? L’esposizione piuttosto consistente non aiuta, ma me ne accorgo a tratti. Il secondo tiro non va meglio: eppure me lo ricordavo facile e attrezzato bene. Avessi un paio di nut potrei spezzare la distanza fra gli spit… Arrivo quasi in sosta, ma una striscia d’acqua e ciuffi fangosi, ricordo del forte temporale del giorno prima, scoraggiano le mie velleità: non farsi male, evitare il rischio, che figura farsi venire a prendere.

Scendiamo e le sensazioni sono le stesse dei giorni precedenti: soddisfatto per aver gestito la scalata, ma c’è sempre quella sensazione di arrugginimento, di timore panico il cui controllo genera piacere, ma è al tempo stesso disturbante.

Comincio a realizzare come la gran parte di questa condizione sia da attribuire alla dolorosa stagione scorsa: ricordo le innumerevoli volte che muovendo il braccio infortunato, andando a letto spaventato alla sola idea di addormentarmi per poi svegliarmi con la schiena e l’adduttore che urlavano di dolore, soffrendo passo dopo passo per una lancinante fascite plantare, mi ero ripromesso, fra una bestemmia e l’altra, che in una situazione del genere non mi ci sarei mai più messo. Devi avere più cura di te mi ripetevo quasi ogni giorno e più volte a giorno. Sì, buona parte del problema stava quasi certamente in quel lunghissimo periodo di dolore fisico. E non so se lo supererò. Liberare il mostro dall’involucro di gesso, ma non per forza, solo con pazienza e delicatezza. Vedremo, vedremo: Yi guida il Qi. Bisogna anche allenare i garretti per quanto già lo siano grazie alle due, tre ore di cammino quotidiane e al costante studio del Taiji. Una scarpinata a zaino affardellato riesce bene e dà speranze. Però bisogna provare ancora ed ecco l’idea del Torrione. Fra chi scala con me in questa testarda ripresa c’è Camillo, l’inseparabile compagno di gloriose avventure negli anni ‘80, anche lui nelle mie stesse condizioni dopo anni dedicati esclusivamente alla corsa e allo scialpinismo. Sempre più magro, porta su di sé acciacchi ben distribuiti e nonostante ciò continua a correre e a faticare con le pelli di foca. Il fiato non gli manca e mi mette subito alla prova partendo da Chiareggio in gran carriera. Ho lo zaino con la corda da 50 metri più tutto il resto, mi pare si stia correndo troppo e per un attimo temo di non poter reggere quel ritmo, ma dopo poche centinaia di metri mi rendo conto di farcela. Rilasso le membra, song, abbasso il respiro nella pancia e senza mollare l’indiavolato corridore arrivo alla Porro. Millo guarda l’orologio: 40 minuti netti. Un ottimo tempo, sostiene l’amico, e non ho certo motivo di dubitarne. Ora viene il bello: un serpeggiante e ripidissimo sentiero poi una traversata su ghiaione instabile. Sento un po’ di fatica, lo zaino pesa, ma non vado male e sempre tallonando Millo, sbuffando negli ultimi instabilissimi metri di ghiaia, eccoci alla partenza della via: altri 40 minuti netti, sentenzia l’amico. Aspettiamo che il sole giri sulle rocce ancora in ombra e ci scambiamo qualche ricordo: una volta prendere lo zaino e andare a fare una salita era normale come bere un bicchier d’acqua. Oggi pare quasi una bestemmia. Sarà il vizio instillato dalla falesia e forse un po’ anche l’età: son quasi 140 anni in due.

Qualche resinato indica la linea di salita lungo uno spigolo che delimita a sinistra un canaletto. Un tempo si passava per quello, oggi con arrampicata elegante si cerca roccia solida e qualche difficoltà in più. Mi sento un po’ ingessato: sarà che qui il sole non è ancor giunto e fa freddino. Aggiro un mugo sulla destra per sostare su due nut e guardando in basso mi accorgo che una decina di metri sotto, alla base di una liscia placca giallastra, c’è la sosta attrezzata. Dovevo aggirare la pianta a sinistra, ma chi se ne ricordava. Sopra di me la parete è ancora in ombra, ma scorgo un altro fittone che occhieggia sull’orlo di uno strapiombo: si deve passare di lì. Millo mi raggiunge e per maggiore sicurezza lo calo alla sosta attrezzata poi parto pieno di dubbi. Non vedo assicurazioni fisse e metto un nut per poi scoprire che, invisibile dal basso, sopra un terrazzino si trova un bel resinato. La cosa mi fa molto piacere: cadere su queste rocce piene di sporgenze vorrebbe dire farsi molto male. Alcune lame sembrano instabili, provo ad aggirarle a destra ma si passa di lì. Adattando alla circostanza parte di un celebre detto degli anni del Nuovo Mattino un pensiero ironico mi balza in mente: “chi vola vale ma qui si fa male“. Buoni appigli mi aiutano e alla fine riesco a “clippare” il resinato dello strapiombo. Il sole appena giunto mi acceca e uno strano riflesso sugli occhiali rende ogni passaggio piuttosto laborioso alla ricerca di appigli e appoggi. Mi ricordo che sopra ci deve essere un bell’appiglio. Lo trovo, mi innalzo e riesco a moschettonare un altro anello. Un tempo passavo free ma stamattina non ho voglia di perdere tempo: è meglio “mungere” e in affannoso A0 esco sulla parete soprastante. Il vizio di portare con me sempre poco materiale mi fa giungere in sosta con un solo moschettone. Adesso c’è la bellissima placca rossa. Me la ricordavo più facile e invece non scherza. Qualche chiodo rugginoso e inutilizzabile dice che comunque si passava più o meno di qui. E si faceva con gli scarponi!!!

Improvvisamente, come un pop up, si sovrappone alla roccia l’immagine di un piede che scivola sulla roccia lichenosa del Torrione. Non era stata mai cancellata, solo archiviata. Sarà stato cinquant’anni fa: un episodio apparentemente insignificante, niente di che, uno scarpone che per un attimo perde aderenza su una placchetta adagiata. Eppure quel banale attimo è sempre rimasto fra le pieghe della mente. Esco diretto, ma non so se sia giusto: anche il mio modo di interpretare la roccia pare sia cambiato. L’ultimo ancoraggio è distante sotto di me, meglio non sbagliare. Quel ricordo era rimasto sepolto tutti questi anni per riaffiorare nitido come se l’episodio fosse accaduto oggi. Non è un caso. Occhio all’aderenza, ma al tempo stesso ecco come si fa a perdere fiducia. La corazza di gesso torna a farsi sentire irrigidendo il gesto. Ora è la volta del secondo strapiombo. Questo, a differenza del primo. si è sempre fatto: era un passo obbligato un tempo in artificiale e poi in libera. Ci arrivo sotto e apprezzo la mia tecnica ad incastro, ma i piedi non sembrano fare buon servizio e quell’erbetta che sbuca coprendo quasi l’appoggio spiovente che dovrei usare non mi aiuta. Yi guida il Qi e quindi mi fido. Supero il passaggio ma non ne esco: l’Yi è corta, penso con ironia. Mi sembra occorra una protezione anche se non ne avrei bisogno e in un balzo sarei fuori. Perdo un po’ di tempo per mettere un friend e rassicurato giungo in sosta. Bene, ma adesso comincio ad avvertire un po’ di stanchezza. La sento tutta mentre scalo sbuffando la fessura successiva per poi obliquare su lisce placche fin sotto un’altra fessura che risolvo alla garibaldina, senza un minimo di tecnica. Quando giunge Millo vedo che la supera in perfetto stile e mi sento un verme. Ora c’è la grande placca grigia al cui centro brilla un resinato. Per entrarci c’è uno strapiombino e nessuna protezione. Sembra facile. Ma… se non fosse così? Essendo stanco non voglio osare e ricorro alla mia esperienza. Vedo che si può entrare in placca da destra: metto un nut supero lo strapiombino, qui assai agevole, e rientro a sinistra fino al resinato. Vado dritto ad un altro ancoraggio, provo lo strapiombo successivo ma la stanchezza mi induce ad essere oltremodo prudente e la voglia d’ingaggio è svanita. Con l’astuzia di 50 anni di scalate aggiro il problema a sinistra. Millo mi umilia con elegante salita diretta. Sono stufo mentre riaffiora un altro ricordo di gioventù: quando durante una lunga salita si chiedeva con ansia al primo quanto mancasse alla fine. Non era solo la minaccia del maltempo in arrivo a far sorgere la domanda. Credo piuttosto che la stanchezza ci facesse sentire sempre più a disagio, aumentando la percezione di un’atmosfera ostile dalla quale liberarsi. Sì! Adesso sono proprio stufo e lascio a Millo l’ultimo tiro. Dopo qualche titubanza supera benissimo l’ultimo passaggio liscio e difficile che io avrei aggirato ma che invece mi tocca risolvere con un veloce ma elegante A0. Sopra c’è una placchetta dove si cammina e dove, ne son certo, mi scivolò il piede decenni or sono. È l’ottava lunghezza di corda e la cima un attimo liberatorio.

Sostiamo lungamente, la giornata è perfetta, un fulmine o forse un turbine di vento ha demolito la parte superiore del piccolo monumento di vetta, la schiena è tornata a dolere segno che la contrattura si aggira ancora nei lombi, ma tutti noi “vecchietti” sappiamo convivere con queste magagne. Un pensiero corre a consuntivo della salita. Curioso, per ritrovare l’incertezza dell’avventura, il piacere di giocare d’astuzia con la roccia, non è necessario fare cose sempre più difficili, basta ritrovarsi a scalare con capacità più ridotte, appesantiti sì, ma anche sorretti da uno zaino di esperienza e qualche nut. Divertente! Ancora uno sguardo allo scenario circostante che è cambiato, al ghiacciaio irriconoscibile e poco dopo Yi muove il Qi nella discesa.

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Yi guida il Qi ultima modifica: 2022-06-30T05:41:00+02:00 da GognaBlog

7 pensieri su “Yi guida il Qi”

  1. 7
    Beppe says:

    Caro Maestro è sempre un grande piacere leggerti! 

  2. 6
    albert says:

     si abbina perfettamente all’altro racconto:”la parete”.

  3. 5
    Mario says:

    L’insicurezza  e’ nemica , specialmente quando diventi insicuro su cose che tempo indietro  avresti sperato ”difficili ed esposte”  e dove adesso vedi liscio e pericoloso. Miotti descrive bene le sensazioni che ne conseguono e la determinazione necessaria per superarla. 

  4. 4
    albert says:

    Per non avvertire il passare del tempo, meglio essere fedeli allo sdraio ed all’ombrellone…sempre nella stessa località.
    https://www.albertobregani.com/2016/09/05/o-pale-di-san-martino-o-vecchie-o-patria/
    la colpa è delle pareti, che cambiano!(del grip delle suole..ecc.)

  5. 3
    Michele Comi says:

    Ossigenante.
     

  6. 2
    Corrado Luci says:

    La vita ha questa enorme contraddizione: da giovani non si hanno remore nel mettere in gioco il cospicuo capitale di anni che si hanno dinnanzi, poi più il capitale a disposizione si assottiglia più ci diviene prezioso e meno siamo disposti a rischiarlo. Un curioso paradosso. D’altronde, come si dice, se i giovani sapessero ed i vecchi potessero…

  7. 1
    Fabio Bertoncelli says:

    Caro Popi, benvenuto nel club!
    … … …
    Sic transit gloria mundi.  Purtroppo.

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