50 anni e non li dimostra

50 anni e non li dimostra
di Massimo Giuliberti
(questo articolo è uscito sull’Annuario del CAAI 2014-2015, per gentile concessione)

La Torre d’Alleghe e la Torre di Valgrande (a ds.). Sulla prima, sullo spigolo tra sole e ombra, sale la via Bellenzier
Torre d'Alleghe e Torre di Valgrande, gruppo del Civetta. Dolomiti Orientali

Nel 2014 ha compiuto 50 anni un itinerario delle Dolomiti relativamente poco conosciuto che, sia per la difficoltà tecnica sia ancor di più per il tipo di scalata, il mezzo secolo non lo dimostra davvero: la via Bellenzier al pilastro nord-ovest della Torre di Alleghe.

Nel circoletto, Bellenzier impegnato nel tiro chiave della sua impresa. Foto: Gianfranco Riva
Domenico Bellenzier nel circoletto impegnato nella sua prima ascensione (e in solitaria) dello sua via alla Torre d'Alleghe

La storia
Siamo in Civetta negli anni ’60 quando i migliori alpinisti del momento, per dirla con George Livanos, non paghi di aver salito la cattedrale, si attaccano anche a tutti i suoi pinnacoli minori.

Nell’estate del 1963, dopo un precedente tentativo di alpinisti romani, i lecchesi Giorgio Redaelli e Aldo Anghileri attaccano quello che era al momento considerato uno degli ultimi problemi del Civetta, pur se su una torre tutto sommato minore nella grandiosa Nord-ovest. I lecchesi, con l’uso di molti chiodi, superano la prima lunghezza di VI, ma devono poi ritirarsi sotto un temporale, ripromettendosi di ritornare.

Domenico Bellenzier si allena, anni ’60
Domenico Bellenzier si allena, anni '60

Il giovane Domenico Bellenzier, tramite un amico, ottiene la promessa di potersi unire ai due al prossimo tentativo nell’anno successivo, ma poi le cose vanno diversamente.

Il 16 luglio 1964 infatti Bellenzier, senza attendere Redaelli e Anghileri ma accompagnato fino in cima allo zoccolo dai due amici Claudio Dell’Agnola e Gianfranco Riva (il fotografo di Alleghe, tutt’oggi in piena attività professionale) e da loro assicurato sulla prima lunghezza, attacca da solo la parete e, in due giorni di scalata, dopo un bivacco, il 17 luglio compie la salita della sua vita superando, pur con l’aiuto di 3 chiodi a pressione ed una cinquantina di chiodi e cunei, una parete di roccia grigia e compatta con difficoltà oggi valutate di VII- e A3 (in libera VII+).

Gli amici lasciati senza corda in cima allo zoccolo vengono recuperati da Bellenzier che, anziché scendere dalla facile via normale, si cala in doppie dalla via Rudatis-De Poli (che qualche anno più tardi salirà in prima solitaria) e poi tutti raggiungono il rifugio Coldai dove con altri amici si ritrovano poi a festeggiare.

Un Domenico Bellenzier degli anni ’60
Domenico Bellenzier negli anni '60

La via
La difficoltà e soprattutto “l’ingaggio” della via furono da subito certificati dai primi ripetitori Heini Holzer e Reinhold Messner. Quest’ultimo infatti la descrisse come “una via di primo ordine, fra le più belle nel gruppo della Civetta”.

Ulteriore conferma del livello tecnico venne dalla ripetizione di Manolo, che fu il primo a liberarla valutandola di VII+.

E in effetti la via, dopo un tiro iniziale facile, supera due lunghezze verticali e in parte strapiombanti su roccia gialla, con difficoltà di VI e VI+, per arrivare con un traverso a destra sulla piccola cengia alla base delle placche grigie. Di qui si superano tre lunghezze di roccia grigia, compatta e levigata, con pochissime protezioni possibili, che non stonerebbero affatto sulle vie del Wenden.

La parola al Protagonista
Domenico Bellenzier, classe 1940, vive oggi come allora ad Alleghe, dove abita proprio davanti alla Nord-ovest del Civetta ed ha gentilmente accettato questa piccola intervista:

Quando salisti la Torre di Alleghe avevi solo 24 anni: quale era stato il tuo percorso alpinistico e quali erano state le vie più significative fino a quel momento?
Da ragazzino mi divertivo ad arrampicarmi su un albero e poi a saltare da una pianta all’altra senza mai scendere a terra. Poi ho incominciato ad arrampicare, ma senza chiodi e senza corda (e in questo modo nel 1961 ripete la via dei Tedeschi al Civetta, NdR). Poi ho comprato una corda e ho incominciato a farmi dei chiodi, ma ero proprio un autodidatta, e a quell’epoca non sapevo quasi fare la corda doppia. Ho incominciato a ripetere le vie del Civetta e nel 1962, con mio fratello più giovane (14 anni!) ho fatto la Carlesso alla Torre di Valgrande. Arrampicavo durante le ferie estive e in poche altre occasioni, perché da quando avevo 18 anni lavoravo come carpentiere per la ditta Fochi di Bologna, che faceva impianti e costruzioni in Italia e all’estero, ed ero sempre via da casa.

E come ti allenavi per arrivare preparato al momento delle ferie?
Mi allenavo… lavorando! Tutte le volte che c’era un lavoro difficile, appesi da qualche parte, toccava sempre a me. Una volta in Sicilia costruivamo dei grandi silos, alti 20 o 30 metri e con un foro sul soffitto. Durante la pausa pranzo io andavo a saldare dei piccoli anelli alla parete interna, senza che si vedesse; quando ho terminato sono andato dentro con delle staffe artigianali per allenarmi un po’; i miei compagni mi hanno visto entrare e per farmi uno scherzo mi hanno chiuso dentro; allora ho risalito tutta la parete uscendo dal foro sommitale e poi sono sceso dalla scala esterna e loro ci sono rimasti di stucco.

Veniamo alla tua via sulla Torre di Alleghe: prima di te l’avevano tentata dei romani e dei lecchesi?
I romani erano stati i primi, avevano superato il primo tiro difficile, e avevano lasciato una scaletta sugli strapiombi prima di arrivare alla cengia alla base dei grigi. La scaletta l’ho recuperata e poi gliel’ho restituita. A Redaelli avevo fatto vedere io la via, ma poi nel ’63 lui aveva le ferie ad agosto mentre le mie ferie erano finite a luglio e lui aveva attaccato con Anghileri; avevano anche loro fatto il primo tiro difficile, mettendo molti chiodi. Io andai a toglierli all’inizio dell’estate ’64, per paura che facilitassero il tentativo di qualcun altro, e calandomi poi dallo zoccolo con una sola corda ebbi una brutta avventura rimanendo appeso nel vuoto a cercare di riprendere la parete pendolando. Poi a metà luglio Redaelli avvisò Ceci Pollazzon che sarebbe venuto con degli amici nel fine settimana, ma io non avevo capito se mi voleva con lui o no, e allora decisi di andare per conto mio.

Massimo Giuliberti sulla via Bellenzier alla Torre d’Alleghe, 2014
Massimo Giuliberti sulla via Bellenzier alla Torre d'Alleghe, 2014

E anche molto in fretta, vero? Come andarono in realtà le cose?
Il 16 luglio chiesi a due amici, che non erano scalatori, di aiutarmi a portare il materiale fino al rifugio Coldai e poi alla base dello zoccolo. Erano Claudio Dall’Agnola e Gianfranco Riva, il fotografo di Alleghe [autore di belle cartoline illustrate negli anni ’60 e tuttora in piena attività professionale, NdR]. Loro chiesero all’amico G. Sorge, che aveva un’automobile, di accompagnarci, e così alle otto e mezza di sera, un po’ di nascosto, arrivammo a Malga Pioda su una fiat 750 e una lambretta. Io, Gianfranco e Claudio salimmo al Coldai e alle 4 del mattino eravamo in cammino. Arrivati alla base dello zoccolo i due amici mi chiesero di venire almeno fino all’inizio delle difficoltà, e io fui ben contento perché mi aiutavano con il materiale e Gianfranco avrebbe sicuramente fatto delle fotografie. Così salimmo in cima allo zoccolo.

Poi hai attaccato da solo, con chiodi, cunei e anche qualche chiodo a pressione. E ai piedi che cosa avevi? E come ti legavi?
Sì, gli amici mi avevano regalato qualche chiodo pressione e Giosuè Da Pian, il custode del Coldai, mi aveva prestato un perforatore. Quando però feci il primo buco per superare la prima placca nei grigi mi accorsi che il foro era più piccolo del diametro dei chiodi. Così di buchi alla fine ne ho fatti solo 3, cercando di allargarli per fargli entrare qualcosa. Ai piedi avevo i miei vecchi scarponi di sempre, un po’ sporchi di calce perché li usavo anche al lavoro. In vita avevo degli anelli di corda, non usavo l’imbragatura. Mi autoassicuravo con un prusik sulla corda che fissavo a un chiodo, e poi, finito il tiro, dovevo scendere a slegarle e a recuperare il materiale.

Giovanni Rosti sulla via Bellenzier alla Torre d’Alleghe, 1983. Più in basso è una cordata di bulgari, poi ritiratasi.
Giovanni Rosti sulla via Bellenzier alla Torre d'Alleghe, Civetta

La domanda è quasi banale ma … come hai fatto a passare?
Avevo buone mani, che usavo tutti i giorni a lavorare, ma soprattutto avevo un buon senso dell’equilibrio, che mi aiutava sulle placche, e ovviamente… non soffrivo di vertigini! Poi mi ero forgiato dei piccoli chiodini appuntiti, che andavano benissimo nei buchetti del calcare e si potevano anche accoppiare. E poi… difficilmente sarei riuscito a tornare indietro!

Insomma, dopo l’immancabile bivacco, il 17 luglio sei uscito, e intanto gli amici?
I miei amici non erano rocciatori ma, si direbbe oggi, dei buoni escursionisti. Gianfranco era mio coetaneo e spesso mi accompagnava in montagna sulle vie normali “difficili” e faceva delle gran belle fotografie, come quella volta. Di corda ne avevamo una sola e ovviamente l’ho presa io. Quindi eravamo d’accordo che sarei tornato a prenderli; solo che noi pensavamo in giornata. Comunque appena sono uscito, al mattino presto, mi sono calato dalla via di Rudatis, li ho raggiunti sullo zoccolo e siamo scesi e poi siamo andati al Coldai.

Così hai scritto una pagina nella storia dell’alpinismo dolomitico! Alfonso Bernardi ti ha dedicato un bel racconto ne La Grande Civetta, Alessandro Gogna un intero capitolo in Sentieri Verticali, che ha intitolato Un giorno da Leoni, e anche Ivo Rabanser ha inserito la tua via tra gli itinerari difficili da consigliare in Dolomiti. E tu negli anni dopo cosa hai fatto? Hai mai ripetuto la via?
No, no, quella via non l’ho mai ripetuta. Però ho continuato a scalare per molti anni, sempre da queste parti e durante le ferie. Le classiche del Civetta le ho fatte quasi tutte, la Solleder due volte, e una terza volta, arrivati al Cristallo, abbiamo proseguito per la via dei Tedeschi alla Piccola Civetta, che trovai ancor più impegnativa della Solleder. Spesso scalavo da solo: nel ’61 avevo ripetuto la Via degli Agordini sulla Nord della Piccola Civetta, senza corda e senza chiodi. Nel ’66 dopo averla attaccata per errore con mio fratello (volevamo ripetere la via De Toni–Pollazzon, ma c’era la nebbia) ho aperto una via nuova sulla parete est della Torre di Valgrande con mio cugino Orazio de Toni. Nel ’74 ho fatto in solitaria la Rudatis–De Poli alla Torre di Alleghe, dove ero sceso nel ’64. Poi ho ripetuto anche il Philipp–Flamm.

Domenico Bellenzier nel 2014

E poi, arrivando a oggi, la passione ti è sempre rimasta?
Certo! Per molti anni ho fatto parte del Soccorso Alpino, e mi ricordo anche degli interventi molto difficili, come una volta sul Philipp dove mi sono calato per duecento metri per recuperare due austriaci e due svizzeri. Nella seconda metà degli anni ’70, per potermi costruire la casa, ho accompagnato qualcuno in montagna, facevo spesso la Tissi al Pan di Zucchero. Poi ho lavorato nella costruzione della funivia della Marmolada, e una volta sono rimasto sotto una slavina. Sul Civetta ci sono salito ancora due anni fa (a 73 anni! NdR). Un’altra passione della mia vita sono le sculture in metallo, che facevo con i residuati bellici recuperati in Marmolada.

 

Ora si è fatto davvero tardi (sono quasi le 9 di sera e Domenico e la moglie devono ancora cenare). Lo ringrazio davvero per la sua disponibilità ed esco augurandogli buon anno, con la speranza che la prossima estate Domenico voglia salire con me ancora una volta sul Civetta.

Bibliografia
Ivo Rabanser, Civetta, Guide dei monti d’Italia, CAI–TCI, 2012
Alfonso Bernardi (a cura di), La Grande Civetta, Zanichelli (BO), 1971
Alessandro Gogna, Sentieri verticali, Zanichelli (BO), 1987
Ivo Rabanser-Orietta Bonaldo, Vie e vicende in Dolomiti, Ed. Versante Sud, 2005

 

Addendum, 27 ottobre 2015

Gianbattista Gianni Magistris interviene in questa storia con un contributo del 2002, un prezioso lavoro di raccolta di documenti e testimonianze sulla partecipazione attiva del suo amico Giorgio Redaelli a questa avventura (vedi anche il suo commento accompagnatorio, qui sotto, datato 27 ottobre 2015).

 
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50 anni e non li dimostra ultima modifica: 2015-10-21T06:00:32+02:00 da GognaBlog

28 pensieri su “50 anni e non li dimostra”

  1. 28
    LUCA says:

    Il documento di Magistris è qui sopra a fine post per chi non lo trova.

    La via di Bellenzier penso sia “finire in solitaria una via tentata da altri”, magari questa potrebbe essere la giusta definizione su ciò che ha fatto, in aggiunta risolvendo da solo il tratto chiave della via ancora inscalato.
    Tanti gli esempi di vie che erano più di “altri” che del primo salitore; il pilastro Est del Fitz Roy per soli 200 metri più facili non saliti, su 1200 totali, non si chiamò Pilastro Kasper… la via la finirono 2 anni dopo Casimiro Ferrari e Meles. Ma pochi lo sanno, i tentativi cadono facilmente nel dimenticatoio anche se spesso risultavano più arditi e creativi del successo.

    “Much of the credit for the first ascent goes to them” (cit. pataclimb.com)

  2. 27

    Ho letto il pezzo di Magistris e non trovo sostanziali differenze con ciò che dice Bellenzier (le campane son sempre due e dare a priori ragione ad uno suona di parte no…? ) , malgrado un punto divergente vi sia ed è la partecipazione del fratello Fiore al primo tentativo, del quale Domenico non fa accenno… se fosse vero lascerebbe più di un dubbio…
    La foto con la corda a penzoloni (e dove dovrebbe stare in alto?) che fa parte dell’articolo del Blog è la più famosa e la più pubblicata e dopo oltre 50 anni nessuno ha mai pensato che ci potessero essere 300 metri di corda sotto per assicurare una falsa solitaria (qui siamo alla farneticazione) e poi vorrei sapere come si cataloga una salita del genere… solitaria Magistris dice che secndo lui no, cordata appare quantomeno azzardato e allora??? O, 50 anni di alpinisti debbono imparare tutti da Magistris o, magari è andato un po’ oltre tentando di trovare testimonianze che affermassero il suo mito…
    Rimane comunque a mio avviso l’assurdità del chiamare tradimento (le parole non sono di poco conto specie quando scritte) un episodio di questo genere… che facciamo condanniamo Cassin per furto ? Visti gli exploit “rubati”, ben noti nel campo alpinistico, del grande vecchio, a questo punto tutto si può dire…
    Mi sa che ci vorranno alltri duecento nuovi mattini per “soffocare” gli zuavi con calzettone e forse non basteranno…

  3. 26
    Alberto Benassi says:

    Allora Gianni fai vedere anche a noi questa documentazione illuminatrice…..

  4. 25
    Gianni Magistris says:

    Visitando il sito ho visto il pezzo “Cinquant’anni e non li dimostra” e letto i vari commenti. Sono molto amico di Giorgio Redaelli e ho fatto le scansioni e recuperato tutto il materiale fotografico da lui ritrovato dopo tanti anni (vedi premessa all’articolo allegato).
    Nel 2002 sulla scorta dei documenti che Giorgio mi ha fornito e dal racconto dalla sua viva voce ho buttato giù il pezzo.
    La grafica risente degli anni e pure il testo andrebbe ritoccato.
    Mi pare che con questa documentazione i dubbi sulla vicenda siano fugati.
    Il pezzo è leggibile grazie al link riportato nell’addendum a fine post.

  5. 24

    In generale, sono pessimista sul fatto che l’opinione pubblica si risvegli con una condivisione di una analisi storica. Vecchia storia. Ma almeno qui “noi”, abbiamo occhi per vedere cosa è successo, cosa succede e quindi farci un’idea di cosa succederà.
    In particolare, su Mountain Wilderness, volendo citare un nome a caso, un certo Alessandro Gogna accennò qualcosa nell’intervista che gli feci, qui leggibile su questo blog. Ho finito di leggere un libricino su un certo Walter Bonatti e vicende con MW degli anni ’80. L’ambientalismo deve “abbassarsi” a parlare con l’opinione pubblica, affinchè si smuovano mari e monti (no scherzo, i monti lasciamoli lì che sennò qualcuno poi prende all lettera e vien su con le ruspe).

  6. 23

    Caro Alberto (e poi la mollo qui… ) : Redaelli e Anghileri hanno un posto d’onore nella diatriba che segue da sempre questa salita (il perché è relativo al dichiarato, da Redaelli, tradimento da parte di Bellenzier… Addirittura all’epoca fu tacciato di TRADIMENTO… robe da Star Trek…) quindi che l’intervistatore ne abbia citato i nomi non appare strano, probabilmente era un modo di stuzzicare Bellenzier a dire qualcosa in proposito… almeno a me sembra ovvio… e lui ha elegantemente glissato…
    Quindi continuo a pensare che non sia questa intervista un testo storico (per ciò che deriva dalla mia formazione, nessuna intervista riveste questo ruolo… poi oggi magari con l’avvento della tuttologia… chissà…) .
    Sulle mancate risposte di Pinelli invece direi che si potrà magari fare un’analisi sotrica di certi andazzi… probabilmente sarebbe opportuno per risvegliare l’opinione publica…

  7. 22
    Alberto Benassi says:

    Pinelli avrà fatto come tanti nostri parlamentari: è passato dall’altra parte.

  8. 21
    Marco Speziale says:

    Penso che piuttosto che parlare di strapiombi, Pinelli, chiamato in causa come rappresentante e Presidente di MW, farebbe bene a rispondere al quesito, certamente più importante e attuale, posto da Paolo Caruso: “Quali sono i motivi che portano Mountain Wilderness a schierarsi a sostegno di simili aberrazioni, perfino contro un alpinismo quasi estinto nella zona con modalità che addirittura ostacolano chi è non vedente???”.
    Il commento di Carlo Alberto Pinelli sulla salita di Bellenzier, privo di alcun riferimento alla discussione in atto sul comportamento di MW, non fa altro che avvalorare quanto scritto nel mio precedente commento e che ribadisco:
    “Certo che ormai la tattica di alcuni rappresentanti di MW sembra ormai assodata: “lancia il sasso e nascondi la mano”!! Si scrive un commento, si sentenzia un giudizio ma poi, se si sollecita un chiarimento, non si risponde, non si danno spiegazioni e si scompare… per poi riapparire, come una meteora, con un nuovo commento, una nuova sentenza da qualche altra parte!!!”
    Nella speranza che Pinelli faccia vedere la mano……
    Auguro Buona Montagna a tutti…

  9. 20
    Alberto Benassi says:

    “ma in questo caso non mi sembra che quest”intervista rivesta questo ruolo…” Ma insomma…..Stefano.

    Nel cappello all’intervista Giuliberti cita tra i tentativi Redaelli e Anghileri. Quindi nomi e cognomi. Poi parla di un tentativo di “alpinisti romani” . Un pò generico dal momento che si sa benissimo chi erano questi alpinisti romani.
    Nome e cognome anche qui non ci stava male.

  10. 19

    Pinelli ma l’hai mai ripèetuta la Bellenzier??? Semnbra proprio di no… le difficoltà non sono gli strapiombi ma le placche superiori… sennò nelle relazioni bisognerà mettere anche chi ha “vinto” lo zoccolo in un primo tentativo (TENTATIVO) e poi non l’ha mai terminato.
    Di regole in alpinismo non ce n’è per fortuna ma il buon senso dovrebbe farla da padrone!
    Poi se scriviamo un saggio o un resoconto storico su una via aloora d’accordo che vengano elencati anche i tentativi con relativo nome ma in questo caso non mi sembra che quest”intervista rivesta questo ruolo…
    A PROPOSITO DEI SIBILLINI??? SI AVRà L'”ONORE” DI UNA RISPOSTA AI QUESITI ESPOSTI???
    E SI CHE DOVREBBERO ESSERE QUESTIONE BEN PIù IMPORTANTE DI UN TENTATIVO AD UNA PARETE SECONDARIA…!!!

  11. 18

    Nessuna intenzione di sminuire l’epica scalata di Bellenzier. Ma non è giusto dimenticare chi vinse per primo gli strapiombi. Carlo Alberto Pinelli

  12. 17
    Marco Speziale says:

    Ha! Scordavo: i camosci non mangiano gli alpinisti ma………………….. il falasco!

  13. 16
    Marco Speziale says:

    Certo che ormai la tattica di alcuni rappresentanti di MW sembra ormai assodata: “lancia il sasso e nascondi la mano”!!
    Si scrive un commento, si sentenzia un giudizio ma poi, se si sollecita un chiarimento, non si risponde, non si danno spiegazioni e si scompare… per poi riapparire, come una meteora, con un nuovo commento, una nuova sentenza da qualche altra parte!!!
    Non è certamente senza dialogo che si possono risolvere i problemi, ma probabilmente ad alcuni rappresentanti di MW non interessa il dialogo, come del resto non interessa ad alcuni rappresentanti del Parco dei Sibillini e ai loro, per così dire, “alleati”.
    Purtroppo in questo modo il nostro Paese non può che affondare…. e con l’Italia il NOSTRO AMBIENTE e le NOSTRE MONTAGNE!!!!
    Ma probabilmente è proprio questo che vogliono…………….
    Buona montagna a tutti e in bocca al lupo, o meglio…………… al camoscio.

  14. 15

    nessun riferimento puntule ai personaggi politici ritratti nella canzone di Venditti,
    ma “scherzosa” allusione e metafora a noi, ripeto, NOI “ambientalisti”, qui (in Italia) ed ora (nel 2015):
    .
    https://youtu.be/EHuyIj03XbA

  15. 14

    Egregio Carlo Alberto Pinelli,
    penso sia opportuno che tu risponda puntualmente sulle questioni relative ai monti Sibillini che hanno portato ai 59 commenti del seguente post:
    .
    http://www.banff.it/monti-sibillini-quando-tornera-il-sereno/
    .
    Fa un pò specie che questioni piuttosto di “sistema” come quelle li sopra non siano degne di interlocuzione (con persone qui… che sono TUTTE ambientaliste, chi più o chi meno), mentre questioni di chiodini e paternità di via, etica di pochissimi (seppur probabilmente condivisibile anche da me), siano puntualizzate “ad amor di verità”. C’ha ragione Paolo Caruso che la tua sentenza di puntiglio va rimpallata al mittente, tu, mi spiace. Ok, vabbuò, pace, ed in generale, machisseneimporta…in questo grande mare di merda (ambientale) in cui viviamo, è quasi puntiglio assurdo che stiamo a parlr qui di questo.
    .
    Qui, non so te ne rendi conto, è l’ideologia della mountain wilderness che rischia di essere “ammazzata” da Mountain Wilderness stessa. Mi viene in mente la canzone “Modena” di Antonello Venditti, e sai a cosa mi riferisco nè?
    .
    In generale, gentili amici di MW, questo blog sarebbe uno spazio perfetto per una discussione ed un confronto “alla pari”. Ma invece ci cucchiamo brevi lapidari comunicati dall’alto ? Cos’è guerriglia ? A me non sta bene.
    Ti prego CArlo Alberto, vai al post sopramenzionato e confrontiamoci.
    .
    Respect (ma a Genova alcuni commedianti hanno coniato il modo di dire: “pessimismo e fastidio”)

  16. 13
    Paolo Caruso says:

    … è vero, non ci avevo pensato, fantastico! “…una polemica stantia e molto esagerata. Quasi un puntiglio.”
    Frase perfetta a commentare quanto scritto da Pinelli qui.
    Se non ci risponde forse è proprio perché il suo primo commento, quello sull’altro articolo, era in realtà destinato a commentare il suo stesso commento in questo post…

  17. 12
    Silvia Bonifazi says:

    …ma allora il Presidente Pinelli è ancora in attivitá su questo blog! Perchè si era eclissato, sembrava sparito…quindi qui ne approfitterei per ribadirgli che siamo ancora in attesa di una Sua replica, richiesta a più voci, riguardo all’articolo sul Parco Nazionale dei Monti Sibillini…relativamente a quanto invece lo stesso Presidente ha commentato su questo articolo, mi sembra molto appropriato rigirargli quanto lui scrisse a noi “Mi sembra una polemica stantia e molto esagerata. Quasi un puntiglio.”…
    Onore a Bellenzier!

  18. 11
    Alberto Benassi says:

    sul fatto che l’intervento di Pinelli tende alla polemica e ha sminuire la salita di Bellenzier non ci sono dubbi.

    La storia è storia, la polemica è polemica . E’ quello che volevo ribadire.

  19. 10
    Paolo Caruso says:

    Non capisco bene l’intervento di Pinelli ma mi fa piacere che sia rientrato, ragion per cui potrebbe degnarci della risposta di cui siamo ancora in attesa… Non me ne vogliate quindi se vado un attimo fuori tema, sollecitando un commento sicuramente più interessante.
    Caro Betto ti ricordo che avremmo veramente piacere se riuscissi a rispondere ai quesiti che ti abbiamo posto nel post sui Sibillini. Già che menzioni Silvio Jovane: io non l’ho conosciuto ma ho ascoltato anche i racconti dello zio Emilio. Da quanto ho capito anche Silvio avrebbe voluto sapere cosa c’è dietro alle tue frasi in favore dei gestori del Parco dei Sibillini e delle irregolarità delle pubbliche amministrazioni in montagna. Non c’è da aver timore a rispondere: o tu e la signora umbra di MW vi siete sbagliati (e sbagliare umanum est…) oppure c’è qualche pensiero che ci piacerebbe conoscere che vi porta (ci interessa il tuo pensiero piuttosto che quello della signora) a sostenere i “signori” che ne combinano di tutti i colori, che vietano l’alpinismo con modalità assurde in una montagna già scarsissimamente frequentata con la scusa dei camosci che sono ovunque tranne che sulle pareti di Punta Anna e del M. Bove, che vietano i sentieri agli alpinisti, che favoriscono i mezzi a motore sui prati e perfino nelle zone del divieto anche per accudire dei poveri cavalli costretti senza riparo e acqua corrente a mangiare “l’immangiabile” brachypodium, a spese della gente per bene, che introducono le attività di impatto come il bike park a Frontignano, la musica da discoteca a quasi 2.000 metri, gli scempi di cemento come alle Saliere….. mi fermo qui perché è ormai tutto già noto.
    Quali sono i motivi che portano Mountain Wilderness a schierarsi a sostegno di simili aberrazioni, perfino contro un alpinismo quasi estinto nella zona con modalità che addirittura ostacolano chi è non vedente???
    Grazie ancora per la tua gentile risposta

  20. 9

    La storia è storia, la polemica è polemica!
    L’intervento di Pinelli lo intuisco come facente parte della seconda…
    Considerando anche che le vere difficoltà della via si trovano nella parte alta i chiodi di Jovane (del quale peraltro ho ripetuto un paio di vie che ho trovato belle e difficili) avranno sveltito probabilmente la salita ma certamente non risolvono alcunché se non l’overture che come detto è la parte più semplice anche perché facilmente chiodabile.
    Se per amor di cronaca Pinelli avesse segnalato il nome dei romani (tra l’altro inserisce soltanto il nome di Jovane mentre il secondo di cordata chi era? Non è stato importante il compagno? Era un pirla?) ci stava eccome, scritto così tende soltanto ad alimentare ancora polemiche mai sopite su quella salita, tipo Redaelli che dopo aver avuto intenzione di fregarla bellamente a Bellenzier lasciandolo fuori, lo tacciò di “tradimento” visto che per non farsi fregare il bellunese lo sconfisse sul tempo e andò pure da solo…!

  21. 8
    adriano campardo says:

    Bravo Stefano, mi hai tolto le parole dalla bocca, sull’ intevento di Pinelli ho notato un evidente tentativo di sminuire la salita di Bellenzier… polemica inutile. C’erano chiodi di tentativi precedenti ? e allora ? se Bellenzier è passato ( da solo ! ) sulle placche superiori non avrebbe avuto nessun problemi a passare anche nei piu semplici e piu proteggibili tiri inferiori anche senza chiodatura precedente.
    Giusto menzionare i tentativi precedenti ma la via è di Bellenzier.

  22. 7
    Alberto Benassi says:

    Stefano la via è di chi la sale. PUNTO!
    Ma se si scrive la storia di una parete, di una via, non si può negare chi ha tentato.

    La storia della conquista della nord dell’Eiger della nord del Cervino, delle Jorasses, non è solo di chi la salita e conquistata. E’ fatta anche dei tentavi di Charlet, di Gervasutti, di Hinterstoisser, Rebitsch.

  23. 6

    L’estate appena passata, un bravo alpinista ha terminato un tentativo che avevo iniziato qualche tempo fa ed arrestato a 30 metri dalla cima per mancanza di materiale che potesse dare protezione adeguata sul muro finbale che non lascia spazio a fantasie. Per svariati motivi il tentativo è rimasto lì in attesa di una mia nuova visita.
    Non sono riuscito a finirlo perché ci sono andati prima loro… la via l’hanno finita ed il nome della realizzazione è loro che anche senza i miei chiodi sarebbero passati lo stesso, quindi il mio tentativo è NULLA… se non un rimpianto per me di aver aspettato troppo, poi possiamo pure farci tutte le seghe mentali che vogliamo, ma tra dieci , venti , trent’anni i ripetitori daranno giustamente atto a chi l’ha finita e a chi ha perso tempo non resta che dir loro bravi e guardare da un’altra parte…!

  24. 5
    Alberto Benassi says:

    Sono d’accordo con te Stefano quando affermi che la via si sale dall’inizio alla fine . La via l’ha salita Bellenzier e quindi è sua.

    Però dire che il resto non conta nulla non lo condivido. Il resto che sono poi i tentativi, a volte rimasti tentativi per un soffio, fanno parte della storia della via . Tentativi che hanno magari spianato la strada alla realizzazione. Tentativi che hanno costruito delle esperienze di cui chi ha fatto la prima ha sicuramente fatto tesoro.

    Se poi le parole un pò pungenti di Pinelli hanno in realtà lo scopo di mettere in ribasso la prima di Bellenzier….è un altro discorso.

    Magari chi ha scritto l’articolo, invece di limitarsi a scrivere un generico : ” Nell’estate del 1963, dopo un precedente tentativo di alpinisti romani,” poteva scrivere nomi e cognomi. Credo che sia storicamente più giusto, visto anche che nei tentativi sono stati citati Redaelli e Anghileri.

  25. 4

    Ah… la polemica fine a sè stessa…!
    I tentativi non sono la via… quella senza ombra di dubbio l’ha salita Bellenzier anzi scriviamolo in maiuscolo che si legga bene… : BELLENZIER!
    Non è stato certo un alpinista che ha girato in lungo ed in largo Dolomiti o altre pareti alpine, direi piuttosto una meteora come ce ne sono state molte altre, che non è piombata al suolo, come invece molte altre…
    Se ha usato i chiodi già infissi meglio per lui e chi non li ha tolti non si lamenti ora , poteva pensarci prima!
    Una via si sale dall’inizio alla fine quel che rimane in mezzo conta nulla!

  26. 3
    Carlo Alberto Pinelli says:

    Sarebbe bene non dimenticare che il “quasi” primo salitore fu Silvio Jovane (zio della famosa Luisa) il quale salì e chiodò tutto lo strapiombo, giungendo alla cengetta ai piedi delle placche finali. Non trovando un modo di assicurarsi per recuperare il secondo, ridiscese parte in libera, parte in doppia gli strapiombi. Poi raggiunse per altra via la vetta e si calò sul terrazzino per risalire le placche con corda dall’alto. Il primo salitore mi sembra che tenda a minimizzare l’uso dei chiodi trovati in loco. Chiodi che invece certamente utilizzò dal primo all’ultimo. Così, tanto per amore di verità.

  27. 2
    Alberto Benassi says:

    “Poi mi ero forgiato dei piccoli chiodini appuntiti, che andavano benissimo nei buchetti del calcare e si potevano anche accoppiare. ”

    Di questi piccoli chiodini, Messner e Holzer che fecero la prima ripetizione in 11 ore non ne fecero menzione. Bellinzier li aveve tolti tutti? Non ne ebbero bisogno? Oppure li avevano anche loro?

  28. 1
    Alberto Benassi says:

    notare l’abbigliamento 1983 con ai piedi le mitiche EB.

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