Spit, come e quando
di Mauro Penasa
Lo spit è il protagonista degli avanzamenti che sono stati possibili in arrampicata negli ultimi 50 anni.
In Europa è stato accettato con entusiasmo, poiché consentiva di incrementare il livello della scalata in modo sostanziale, aprendo inimmaginabili possibilità su interi settori di parete che non sarebbe stato possibile affrontare in altro modo se non da parte di una ristretta minoranza di fuoriclasse, e perdipiù in tempi non ipotizzabili. Questa scelta ha riportato gli europei ai vertici della scalata dopo il dominio americano degli anni ’60 e ’70.
L’utilizzo dello spit in falesia non è quindi discutibile, almeno laddove non sia possibile l’impiego di protezioni alternative, e unicamente nel momento in cui la parte trad diventi preponderante. Sulle grandi pareti il discorso non cambia in modo sostanziale, aumenta l’importanza della parte trad, la spittatura rimane di solito dove indispensabile, a seconda della propensione all’ingaggio degli apritori. Altre logiche si limitano in modo ovvio: la spittatura ascellare di una via di 15 tiri (quasi equivalente ad una ferrata), di solito non è propriamente di interesse a meno di obiettivi più commerciali di richiamo alla frequentazione.
Negli ambienti anglosassoni l’introduzione dello spit è stata più controversa: da un lato l’idea dell’innalzamento tecnico che lo spit si portava dietro sulle pareti (e il miglioramento visibile del livello dei climber), dall’altra la visione purista che privilegiava il controllo mentale e la capacità di gestione del rischio, con l’idea di lasciare agli alpinisti del futuro un vasto margine di potenziale miglioramento attraverso la crescita mentale prima che non atletica. Due visioni non conciliabili. La soluzione è stata differenziare zone di scalata sulla base della loro anima originale: alcune aree sono state liberate alla scalata sportiva, mentre in altre aree questa è rimasta vietata (attenzione, più che altro si è vietato l’uso del trapano a motore nell’attrezzatura delle pareti – nella storia della scalata in placca in Yosemite sono stati usati numerosi bolt fissi, però rigorosamente piantati a mano nel granito, durante la salita, quindi tendenzialmente chilometrici). Inoltre queste due anime convivono in molte aree, in cui esiste una zona sportiva vicino ad una zona trad (ad esempio in molte falesie britanniche).
Lo spit ha ridotto i rischi. Al di fuori della creazione di nuovi mondi (le falesie), e quindi riferendosi ai terreni tipici dell’alpinismo classico su roccia, l’attrezzatura a spit è stata in grado di rendere più sicura una pratica che, in particolar modo in montagna, un tempo era costellata di perdite umane. Non parlo tanto di incidenti in salita, mi riferisco maggiormente a tutte le tragedie che si sono verificate durante la discesa di strutture rocciose, che oggi viene generalmente ricondotta alla via di salita che si presta ad essere equipaggiata in modo più sicuro. Si tratta anche qui di un valore controverso: in molte aree montane lo spit è stato poco più che tollerato, e solo come mezzo di protezione in salita dove questa non può essere protetta altrimenti. Molto si è discusso sull’attrezzatura delle soste, sdoganata solo per le linee che devono essere discese e per quelle di grande frequentazione, dove l’affollamento può creare problemi all’attrezzatura tradizionale. Anche la richiodatura si muove in questa direzione.
Pur partendo da una naturale necessità, la riduzione dei rischi non ha solo risultati positivi. Alla lunga si ha un evidente effetto diseducativo: l’attenzione alla gestione degli aspetti di sicurezza viene un po’ per volta annacquata nell’abitudine a considerare addomesticato il terreno su cui ci si muove. E’ come condurre un’auto nel terzo mondo: anche lì ci sono incidenti, ma si guida con attenzione costante al comportamento degli altri, mentre da noi ormai più nessuno ritiene possibili certi errori – saranno rarissimi, ma ci sono, e in quel caso le conseguenze sono disastrose.
Poi la riduzione dei rischi porta a comprimere gli spazi di avventura, non solo perché inizino a mancare porzioni di parete sulle quali praticare quel tipo di alpinismo: è che proprio si perde l’attitudine a correre consapevolmente dei rischi (mentre magari aumenta la possibilità di correrne senza più saperlo). Ma il mondo si muove da sempre in questa direzione di minima energia, demandando per quanto possibile agli altri gli aspetti non del tutto piacevoli dell’esperienza.
Quello che, come osservato, sembra passare come messaggio è l’omologazione della tipologia di chiodatura a spit: quando sembra esistere un solo modo per fare una cosa di solito ci si devono fare delle domande. L’idea di opporsi alla spittatura integrale di ogni metro di roccia era stato un punto cardine dei meeting in Valle dell’Orco, e da allora la spittatura delle fessure ha subito un totale arresto perché impopolare presso la maggioranza dei climber del posto (vedremo di rinverdire il concetto se e quando il fenomeno dovesse ricominciare). E’ certo che ci si può anche muovere verso logiche plaisir, ma nulla vieta di inserire in tali logiche l’abilità a proteggersi, lasciando le zone fessurate alle capacità dei praticanti. Detto ciò è anche ragionevole dare un’anima ad un itinerario: può essere più domestico o più selvaggio, ma un luogo frequentato dovrebbe avere occhi per entrambe queste inclinazioni che sono in grado di fornire ai visitatori sia le risposte immediate, sia quelle a lungo termine, garantendo così un respiro più ampio e durevole alla frequentazione.
L’uso del trapano nel posizionamento degli spit sta un po’ seguendo il loro stesso cammino di sviluppo: si sta quasi affermando come unica opzione di chiodatura, almeno in vista di possibili ripetizioni di una via. Opzione ovvia in falesia, ragionevole in parete, diventa poco praticabile quando la parete diventa davvero alta. Ma il suo range di impiego mi sembra in continua estensione. Una raccomandazione ad un uso più sobrio, ancorché mediato dalle situazioni, potrebbe essere importante.
Come osservato, i vasti orizzonti aperti dallo spit e la maggior facilità di avvicinamento alla scalata hanno portato un numero molto grande di praticanti alla frequentazione di questa disciplina, in falesia ma anche in montagna.
Come appassionato di arrampicata ed alpinismo non posso che rallegrarmi di questo, di far cioè parte della famiglia sempre più allargata di quanti condividono la mia passione.
Mi chiedo, però, quanti di questi appassionati sono a loro volta contenti di sentirsi accomunati a questa famiglia. Non è difficile osservare la frammentazione del mondo della scalata, sempre più suddiviso in rivoli che perdono parte della loro forza originale e del sentimento di appartenenza.
L’incremento dei numeri è, però, correlato ai rischi dell’eccessiva frequentazione. Purtroppo, o per fortuna, il mondo moderno è estremamente sensibile alle mode del momento, così, quando passa il picco di presenze, poi la situazione si assesta naturalmente su numeri più gestibili (pensate al Verdon negli anni 80 e oggi!). Ora, oltre alle mode, se non c’è l’esposizione o l’ingaggio a limitare il numero dei frequentatori, alla lunga subentra la noia, o l’offerta di esperienze più comode.
Resta il fatto che una zona riconosciuta come centro di arrampicata può beneficiarne dal punto di vista economico, e se gestita con lungimiranza può mantenere questa attrattiva a lungo. Esistono aree in cui l’anima Trad prevale, altre che non possono esistere al di fuori della concezione sportiva, ma più spesso si tratta di aree con arrampicata mista, trad dove possibile, sport dove indispensabile. Pensando ad una serie di grandi pareti in zone extraeuropee, viene naturale pensare ad una zona basale con la presenza di linee sportive, affiancata da itinerari lunghi di tipo più tradizionale, almeno all’inizio e almeno fino a che non si affronteranno le sezioni più lisce, compatte e verticali delle pareti.
Questo se si vuole rendere frequentata quella zona. Con i problemi legati alla frequentazione in termini di impatto umano, con i benefici in termini di impatto economico, con l’opportunità (forse) di gestire in modo illuminato le problematiche correlate, un’opportunità tanto maggiore quanto più la frequentazione ha rilievo.
Non è ragionevole dare una posizione univoca.
Spit accettabili in falesia (anche se non indispensabile dove si possono usare protezioni veloci e praticare la scalata trad).
Spit accettabili nella sostituzione di chiodi fissi su itinerari classici (ma solo se non evitabili con protezioni veloci) ed alle soste nel caso di alta frequentazione e del loro utilizzo in discesa.
Spit tollerati nell’apertura di nuove vie su grandi pareti, se non proteggibili diversamente. L’utilizzo del trapano elettrico/a motore sarebbe da limitare, ma anche in questo caso occorre analizzare in dettaglio la situazione della parete, con le vie già esistenti, le linee possibili, ma soprattutto l’obiettivo che ci si vuole prefiggere (richiamare alpinisti, promuovere l’alpinismo tecnico o privilegiare l’avventura? – i primi due obiettivi concedono l’uso del trapano, il terzo certamente no).
Ciascuno di noi sa quale tipo di alpinismo vorrebbe appoggiare nel futuro – forse.
Trasferire questa visione ad un’intera comunità alpinistico-arrampicatoria è complesso e richiede tempo e fatica per mediare spigoli e sfumature, ma alla fine la posizione in uscita da questo processo dovrebbe risultare la miglior condivisione possibile…
Scopri di più da GognaBlog
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Cliente ferrarese mi ha proposto di vederci oggi a Tessari per fare una via.
Manco morto, ho risposto.
Oggi faccio legna nel bosco. Nessuno mi paga. Mi ci scalderò. L’atmosfera me la scelgo piacevole, lontano da provincialismo tossico.
Il provincialismo è sempre tossico.
Fausto e Sebastiano andate ripetere Batmanin wenden.poi mi dite se ci trovate la fila di cordate….
Scusatemi, non era mia intenzione pontificare su un tema analizzato a fondo durante gli ultimi 40 (!) anni. Che peraltro di tanto in tanto si ripropone, ma che in tali casi tipicamente non richiede di riesaminare la storia, ma solo interventi diretti da parte degli “addetti ai lavori”…
Questo scritto era destinato ad un gruppo non necessariamente addentro alle tematiche alpinistiche che riguardano l’uso degli spit in arrampicata, gruppo per il quale una trattazione completa del problema poteva aiutare a chiarire le idee di alcuni.
Resta comunque una occasione di riflessione sul tema, che non sarà mai privo di controversie, né tantomeno banale.
Caro Fausto, condivido il tuo punto di vista ma lo avrei posto in un’altra maniera…
sì, di solito fanno rima con sovraffollamento, o con interessi di guide alpine, associazioni “benefiche” od operatori turistici di vario tipo…
questa è nella top 10 delle puttanate che si sentono sempre quando si parla di spit. Vogliamo ricordare anche che il tempo per piantarlo è il giusto prezzo da pagare per aver violato la montagna? Grazie Sebastien…
pochi spit metodo tradizionale? ah giusto, “solo dove non si può fare altrimenti”. Rileggetevi l’articolo di Mazzilis, ignoranti…
che livello sti chiodatori…..articolo imbarazzante nella sua mediocrità
E sarebbe proprio il caso!!
e se gli spit su itinerari classici fossero vecchissimi e piantati a mano e la piastrina magari artigianale in alluminio e messi molto lontani?
Questo weekend mi sono dato all’insegna di vie classiche qua in Apuane. Devo dire che quei pochissimi e ben radi spit roc anni ’80 che ho trovato non mi infastidivano nemmeno troppo…
la fatica di piantare un spit a mano é da tenere in nota, ma questi sono solo spunti di riflessione…
Marco, me lo auguro, ma per adesso sono pessimista. Anche se in Apuane qualcosa si muove.
Martello e trapano possono coesistere…..
Trapano, uguale N.D.A.
Martello… e che roba è???
Oggi se apri una via senza spit, sei un tipo strano da guardare con preoccupazione e diffidenza.
I concetti, sempre gli stessi dagli anni ’80, possono essere anche condivisibili, ma quel “come e quando” nel titolo, decisamente no.
Per commentare fare copia e incolla con commenti passati e tritatissimi.