Greenspit, la rivincita di un impiegato

Greenspit, la rivincita di un impiegato
di Marco Ghisio
(pubblicato su Annuario del CAAI, 2025-2026)

L’arrampicata in fessura mi ha da sempre in­trigato per quel fascino estetico che a volte fatico a trovare sui tiri in falesia, ma forse an­cora di più mi attraggono le molteplici sfuma­ture e l’incredibile varietà tecnica necessaria a riuscire a progredire lungo queste fratture della roccia.

Possono esistere fessure lunghe 30-40 m assolutamente regolari come quelle classi­che dell’arenaria di Indian Creek oppure altre molto discontinue, che necessitano di variare la tecnica dall’incastro di dita all’offwight più disperato. A complicare la faccenda è il fatto­re morfologico: ognuno potrebbe dover at­tuare tecniche differenti per via delle dimen­sioni della propria mano, braccio, gamba, corpo, e questo spesso non per un singolo movimento ma per una infinita sequenza. In­fine si aggiunge quella spezia saporita, la posa delle protezioni, che rende questa sca­lata particolarmente succulenta.

Oggi ormai si sente parlare di trad e di fessu­re in modo abbastanza diffuso, l’interesse è alto, diciamo che va di moda e le guide alpi­ne che orbitano soprattutto nel Nord-ovest, grazie a luoghi come Cadarese, la Valle Or­co (la Valle), di recente la Val di Susa, hanno integrato le loro offerte con corsi dedicati, che spopolano decisamente più di quelli di arrampicata sportiva.

Già! La Valle dell’Orco è una piccola Yosemite italiana, confronto sicuramente possibile per la sua storia, per le sue pareti e il genere di arrampicata. Oggi la Valle è regolarmente frequentata da arrampicatori italiani e stranieri, più o meno big, dove ognuno ha modo di trovare la propria dimensione, ma io ricor­do 20 anni fa, quando ho iniziato a frequen­tare la Valle, che il parcheggio del Sergent era deserto e se arrivava qualcuno si trattava verosimilmente di qualche “erede” dei primi frequentatori.

E ricordo un timore reverenziale verso que­sta Valle e questo genere di arrampicata, di cui sentivo racconti di sonore batoste anche su gradi inaspettati. Ma io sono sempre stato incuriosito e motivato, l’idea dei friend mi esaltava più che spaventarmi e mi dava la percezione di una arrampicata al quadrato. Per la mia prima esperienza, nella primavera del 2005, scelsi una delle vie, ancor oggi se­condo me tra le più belle, che prevede la combinazione di Orecchio del Pachiderma + Rattle Snake. Ricordo che uno dei miei soci, dopo l’orecchio e la placca di Itaca ha deciso di attendermi in sosta sulla cengia mentre io, con Stefano, ho proseguito da primo di cor­data e in libera verso la cima. Un battesimo con i fiocchi: tornai a casa galvanizzato.

In quell’anno cercai di tornare in Valle più volte possibile tentando di ripercorrere tutte le classiche, le vie storiche, le vie dei libri che stavo leggendo: 100 Nuovi Mattini, Rock Story, e a fine estate conclusi con la ripetizione della splendida fessura dell’ultimo tiro di Cannabis.

Nello stesso anno in cui io iniziai a frequenta­re la Valle Orco, nella stessa Valle, un forte arrampicatore svizzero saliva Greenspit, un tiro che sarebbe diventato storia, e lo fece posizionando i friend durante la salita.

Ma facciamo una breve parentesi storica.

Greenspit è un tetto fessurato sopra il paese di Rosone lungo circa 12 metri, scoperto da Roberto Perucca agli inizi degli anni ’90. In un giorno di pioggia, mentre scendeva dalla Valle con amici, vide questo tetto e al grido di “Andiamo a vedere, lì sicuro non piove” rag­giunse la fessura. Successivamente vennero messe delle placchette fino circa metà del tetto e negli anni successivi ci furono dei ten­tativi di scalata sia da parte di Roberto stes­so, che da parte di Marco Pedrini e Marco Bernardi.

Per via della sua difficoltà che neppure i mi­gliori arrampicatori fessuristi del tempo riu­scirono a superare e alle imprecazioni che ne conseguivano provando il tiro, era stato simpaticamente chiamato Orco Boia. I tempi non erano maturi.

Dopo la morte di Perucca nel 2000, il tiro cadde in abbandono e furono gli arrampica­tori locali Gianmario Bellini e Giampiero Dematteis che richiodarono la linea sostituendo le vecchie placchette con 5 spit e mantenen­do la sosta a metà tiro, a memoria di Roberto e della sua opera incompiuta.

Nel 2003, Didier Berthod e suo fratello si re­carono in Valle incuriositi da un articolo ap­parso su una rivista francese: erano lì princi­palmente per ripetere la Fessura della Di­sperazione e mentre scendevano dalla Valle, al pomeriggio, quando il sole lambiva il pan­nello inclinato di Orco Boia, Didier intravide un luccichio, generato dal riflesso degli spit. Sorpreso, ma alquanto sicuro di cosa aveva visto, decise di andare a vedere, rimanendo inevitabilmente entusiasta.

Si stupì però di come quella fessura fosse stata chiodata e iniziò a schiodarla, lascian­do solo la placchetta gialla alla base del tiro. Le attività di schiodatura destarono l’atten­zione degli stessi richiodatori che si recarono sul posto, accendendo un diverbio con Ber­thod: da un lato c’era chi non voleva violare il monumento di Perucca (intoccabile), dall’al­tro chi sosteneva l’idea di valorizzazione del­la linea.

Questa diversità di punti di vista era inevita­bile; d’altronde, l’arrampicata in fessura era pochissimo sviluppata e conosciuta in Italia rispetto al resto del mondo, dove già esiste­vano atleti che percorrevano in libera le vie sul Capitan (Yosemite Valley). Berthod, che era già forte di quelle esperienze, cercò di spiegare che la fessura non era stata distrut­ta, anzi, che sarebbe stata salibile anche senza spit. Gianmario se ne convinse appe­na lo vide scalare.

Per Berthod c’era l’idea di associare i con­cetti etici sostenuti da Greenpeace con l’eti­ca dell’arrampicata trad, che implica l’assen­za di spit dove è possibile assicurarsi con una protezione naturale. Pace fatta sugli spit! Da qui nacque il nome Greenspit.

Ad alimentare la leggenda è lo spit verde, che ancora oggi è presente alla base e che è sta­to colorato successivamente.

Nel 2003 Berthod riuscì nella prima libera in pinkpoint, valutandola 5.14 ma senza lettera, per provocazione agli europei, nuovi del me­stiere. Valutata successivamente 8b+, nel 2005 tornò per effettuare la prima libera redpoint. L’impresa è stata documentata dal­le splendide foto di Fred Moix (forte arrampi­catore che riuscirà anche lui nella salita nel 2017) e dal video di Peter Mortimer che, quando furono pubblicati, nel 2006, resero Greenspit celebre e le diedero la visibilità in­ternazionale che si merita, attirando negli anni successivi nomi illustri dell’arrampicata. Per pinkpoint si intende salire una via in libe­ra con le protezioni già posizionate, mentre la redpoint prevede il farla in libera metten­dosi le protezioni nello stesso tentativo. Nello sport climbing la prima modalità è pratica diffusa e non c’è quasi più questa distinzione (praticamente la totalità delle prestazioni vengono fatte con i rinvii in posto e non vi è per questo una minor considerazione) men­tre il discorso è molto diverso nel trad. La differenza tra le due modalità è tangibile, l’a­deguata scelta del materiale, il relativo posi­zionamento e la difficoltà di impugnatura, in­cidono fortemente sulla performance tant’è che nella scalata trad la redpoint è la modali­tà regina.

Quando uscì il video della sua impresa ero già in pieno innamoramento per questo ge­nere di scalata e mi esaltava il fatto che nella mia nuova Valle del cuore ci fosse la fessura più dura d’Europa.

Tornando al mio racconto, eravamo rimasti al 2005.
L’anno successivo mi sentii pronto per porta­re un po’ di esperienza fatta sulle vie in quo­ta, così inizia il primo approccio al parco gio­chi più alto d’Europa, il Monte Bianco. Partia­mo dalla combinazione Bonatti-Tabou alla Chandelle famo­sa per un bellissimo diedro, ovviamente con fessura sul fondo e, al penultimo tiro, per una lama che offre una scalata molto aerea. Tor­no al Massiccio tutte le volte che posso, ci sono sempre nuovi obiettivi e l’entusiasmo è lo stesso della prima volta. Per tutti gli anni a venire ho mescolato un po’ tutte le attività, la falesia, le cascate, l’alpinismo ma ho sem­pre cercato di non mancare mai gli appunta­menti con i miei posti del cuore.

Negli anni tra il 2011 e il 2015 mi dedicai par­ticolarmente alle salite su ghiaccio e misto tralasciando un po’ l’arrampicata, ma dopo 4 anni di bottino sull’effimero nel 2016 mi sono rimesso a scalare e in estate mi ritrovo in ottima forma. È stata la possibilità di togliersi qualche progetto rimasto nel cassetto: con Marcello parto alla volta di l’Echo des Alpage al Gran Capucin, e poi io e Piergiorgio visitia­mo la piccola Yosemite del Monte Bianco, il Petit Clocher du Portalet, dove tutti gli iti­nerari sono impegnativi, che è stato teatro di importanti realizzazioni in libera di vie stori­che da parte dello stesso Didier Berthod.

Non rimane che la fessura dei satelliti che per me era l’icona, conservata nel cassetto per anni con l’idea di estrarla solo quando sarei stato pronto per un tentativo on sight: era giunto il momento.

Quella giornata è stata esattamente come l’avrei sognata, di quelle con poca gravità e dove tutto fila alla perfezione e sia io che Marcello riusciamo a salire in libera tutta la via di Les Intouchables. È un buon banco di prova perché parte a dita strette per conclu­dersi con incastri di mano e sei costretto a utilizzare tutte le tecniche per coprire le mi­sure tra questi due estremi.

Ma qual è nella testa dell’arrampicatore di fessure l’Eden per definizione? Assolutamen­te lo Yosemite. Nel 2017 è giunta l’ora di partire per 3 settimane di gioie e dolori. Molti di voi ci sono stati e ricordano di sicuro quel granito liscio e i “sandbag” sempre dietro l’angolo.

Ma non mi posso lamentare, tra una fatica e l’altra (ho ricordi di giornate di vera distruzio­ne fisica) riusciamo a percorrere buona parte delle vie che avevamo in mente: Astroman, la Regular all’Half Dome, e la sera del mio trentesimo compleanno sbuchiamo in cima a El Capitan.

Negli anni però, ormai parliamo di quasi 15 anni discontinui di trad e 20 di scalata, quello che mi è sempre mancato per avere quella marcia in più, per fare quell’ulteriore scatto di crescita e riuscire a esprimere il massimo, è stato il praticarlo in modo costante durante l’anno. Il trad, a differenza dell’arrampicata sportiva dove in settimana nelle palestre rie­sci a riprodurre il gesto, è molto più comples­so e non c’è niente come praticarlo che ti aiuta a “prenderci la mano”.

Fortunatamente dal 2020 post Covid, cono­sco Fabrizio, boulderista, anche lui sembra appassionato e vuole sperimentare un po’ di fessura ma è in carenza di soci. Nasce la joint-venture che in primo luogo è una fanta­stica amicizia e Fabrizio mi asseconderà e mi asseconda tutt’ora in tutti i miei desideri fessurati anche nei posti più scomodi.

Sulla Bonatti alle Petites Jorasses

Nel 2023 decido che vorrei un po’ cambiare genere e confrontarmi con qualcosa di nuo­vo, per cui mi dedico a un “must have” a Cadarese, Turkey Crack, un tetto orizzontale off-width, con una fessura larga 15 cm che per chi ha la mano grande è un incastro di pugno ma per chi ha la mano piccola come me bisogna approcciare con la tecnica del wide pony: ti tramuti in pipistrello, infili i piedi e le gambe larghe dentro la fessura e le ma­ni incastrate insieme una contro l’altra in mezzo alle gambe. Qualche giorno di tentativi per costruirsi l’addome necessario e ca­pire come procedere e riesco nel mio primo 8a trad.

E la cosa più bella è che a distanza di 20 anni ti rendi conto ci sono ancora delle tecni­che che non hai mai sperimentato portando­le sull’alta difficoltà per cui c’è margine per non annoiarsi. In estate torno al Clocher du Portalet a ripetere Ave Caesar, mentre a set­tembre chiudo un altro 8a questa volta in Val­le dell’Orco, il corto e boulderoso Rocky Marcia­no. Sono di sicuro a un livello di forma fisica e confidenza mai raggiunto prima, tanto da farmi sentire buoni incastri che negli anni precedenti reputavo difficili o aleatori, per cui è forse giunto il momento del confronto con la massima aspirazione possibile dalle no­stre parti, come già scritto a riguardo, il so­gno di una generazione! Greenspit!

Sono salito in Valle Orco decine e decine di volte e sono abbastanza certo nel dire che non ci sia stata volta in cui non abbia alzato la testa sopra il paese di Rosone per vedere quel tetto e ripensare alla fortuna di averlo così vicino a casa: per me è sempre stato il sogno fatto fessura. Allora perché non anda­re a vedere com’è?

A dire il vero ci avevo già fatto una visita di­sinteressata nel 2021 e dopo un primo mez­zo giro di ricognizione, comprensione dei movimenti pari a zero e addominali distrutti pensai “Forse è veramente troppo”, ma quel diavolo tentatore rimase fisso nella mia testa. Da questo nuovo confronto rimango sorpre­so, gli incastri hanno assunto da subito un altro sapore e finalmente c’è qualcosa di concreto su cui lavorare. Passo quattro giornate di tentativi a studiare movimenti e protezioni, e a interpretare le sequenze.

Su una via come Greenspit la fase di studio non è per niente scontata né veloce. Anche se lunga solo 12-15 metri trovare i punti giu­sti per incastrare, senza occupare spazi utili con i friend e riuscire a capire la miglior se­quenza di movimenti non è per niente bana­le. Sono presenti diversi video sul web che sicuramente aiutano questa fase, ma in real­tà ognuno ha le proprie caratteristiche e mi­sure: lavorare sul trovare le proprie soluzio­ni fa parte del gioco ed è uno degli elementi che poi ti fa sentire il risultato ancora più tuo. È difficile farne una descrizione univoca, ognuno trova i propri metodi e i passaggi possono essere eseguiti in maniera diversa ma principalmente si può dire che si compo­ne di una prima parte più semplice con inca­stri discreti e passaggi abbastanza fisici fino a un buco cui segue un passaggio molto fisico per raggiungere i due migliori incastri del tiro dove si può rifiatare. Da lì partono due sequenze molto boulderose, la prima affrontata su due tacche, la seconda ha diver­se interpretazioni, chi fa un allungo a prende­re un rovescio, chi fa un incrocio da contorsionista per giungere alle prese finali prima del ribaltamento. Da qui l’obiettivo è fare un bel bloccaggio a prendere due prese buone, tallonare fuori dal tetto e ribaltarsi verso le prese della salvezza.

Nell’ultima giornata di tentativi autunnale rie­sco ad arrivare in libera alla partenza dell’ul­timo boulder, ma alcuni singoli li trovo ancora troppo faticosi per pensare di riuscire a con­catenarla mettendo pure i friend.

Viene poi la stagione fredda e mai come pri­ma sono veramente determinato e proiettato nel tornare in primavera più forte e allenato. Non sono un atleta, e mi sono sempre alle­nato “fai da me”: ho davanti questa incognita, costruire un programma di allenamento che sia funzionale ed efficace ma senza la possi­bilità di un feedback diretto. E soprattutto senza rischiare di infortunarmi, non ho mica più 20 anni. Potrei chiedere a qualcuno, ma so benissimo che qualunque scheda richie­derebbe più di quanto possa dedicare. Su questa tipologia di tiri anche il core gioca una parte fondamentale che è necessario allena­re, per cui serve associare anche degli eser­cizi utili a tenere quella tensione corporea necessaria.

Sono riuscito, con giochi di incastri nella vita quotidiana e un file excel dove segno le se­dute, ad allenarmi regolarmente (non rispet­tando neanche una virgola del programma che mi ero costruito) ma purtroppo a causa di impegni familiari per due mesi abbondanti non riesco a toccare pietra.

A marzo 2024 sono combattuto e demotiva­to, da un lato la lontananza dalla roccia per mesi e la visione degli impegni prossimi, dall’altra le buone sensazioni che la palestra mi restituisce: ma si sa non è la stessa cosa, ancor meno se il tuo tiro non è a tacche ma è una fessura orizzontale.

Per un attimo sono tentato di evitarmi qualsi­asi genere di frustrazione, cioè non tornare neanche a provarla, ma poi mi sembra che meriti farci almeno una visita, almeno per ve­rificare proprio quel feed-back che mi è man­cato in tutti i mesi precedenti.

Guardo le webcam, in attesa che si sciolga la neve, e finalmente arriva la giornata del confronto.

Il feeling è da subito buono, ho una buona memoria dei movimenti ma la cosa fantasti­ca è che sento i singoli movimenti più facili di come li avevo lasciati, l’allenamento è servito e il livello di forza è cresciuto, ma serve an­cora qualche ritocco sull’efficienza.

È ufficiale, il cantiere è riaperto! Inizia quel periodo tesissimo che tutti gli arrampicatori conoscono, quando senti che sei molto vici­no ad una via e vorresti tornare a provarla sempre, giorno e notte. Soprattutto se il tempo è poco perché durante la settimana devi lavorare, gestire la quotidianità. In una notte insonne ho l’illuminazione su come ot­timizzare due sequenze che riportano anco­ra delle sbavature, da lì tutto cambia e di colpo, quasi inaspettatamente, mi ritrovo in pinkpoint a sfiorare la presa di uscita.

Fino a quel momento era sempre stato un progetto, un gettare il cuore oltre l’ostacolo ed ero pronto ad accettare che forse non si sarebbe concretizzato e sarebbe rimasto un sogno ma adesso realizzo che potrei vera­mente riuscire, che ho le carte giuste, e che è solo questione di tempo.

Di conseguenza segue la settimana più lun­ga della vita (perché sì, alla fine, diciamoce­lo, altri traguardi importanti come la laurea o il matrimonio sono altrettanto attesi, ma l’esi­to è molto più scontato rispetto a un tiro di arrampicata!), so che venerdì 19 aprile 2024 avrò l’occasione di tornare e per 5 giorni attendo con ansia l’ora di andare a dormire (per poi non dormire), segno che un altro giorno è passato.

Venerdì, come da programma, torno con Fa­brizio, colui grazie al quale sono riuscito a crescere, che mi aveva accompagnato la primissima volta, e che mi aveva detto scher­zosamente: “Basta! io torno a far sicura solo quando stampi!”.

Nel weekend precedente ho fatto un ottimo giro già al primo tentativo, quando di fatto si parte un po’ freddi dopo aver fatto solo un po’ di trave e qualche esercizio a terra, così ho deciso per un piccolo azzardo, fare un tenta­tivo serio mettendomi i friend e qualora non dovesse andare bene proseguirò sulla stra­da della pinkpoint per ora. Fortunatamente anche se arrivo lì tesissimo, come sempre mi succede, appena stacco i piedi da terra le tensioni svaniscono e c’è solo l’arrampicata. Parto e con il tifo di Marco e Jack anche loro lì per una visita alla fessura, cado nuovamente alla presa di uscita, lo stesso high point raggiunto con le protezioni in posto.

Le sensazioni sono troppo buone per non ri­provarci e al secondo giro di giornata mi tro­vo in catena, partendo con i friend all’imbrago… il sogno si realizza!

Non c’è stato un tiro così sognato e lontanis­simo dai miei pensieri reali che poi si sia av­vicinato di colpo in pochi mesi.

Coincidenza, in questo stesso weekend c’è l’Eagle Team Meet, ed è fantastico poter rimanere altri due giorni nella Valle, ascoltare i raccon­ti delle prime salite direttamente da Andrea Giorda o Ugo Manera, insieme a tanti appas­sionati del genere e rivedere il video di Didier che da anni non vedevo, ma che avrò guar­dato decine di volte dal 2006.

Come sempre, ci sono dei ringraziamenti che devo fare: in primis, mia moglie Elisa, la mia prima fan, con e senza GriGri: senza di lei e di quella prima giornata del 2023 forse nul­la si sarebbe realizzato e sarei rimasto col dubbio di poterci provare. L’altro ringrazia­mento va a tutti gli amici che mi hanno sup­portato e che hanno creduto nel progetto sacrificando il loro tempo per farmi sicura, Andrea, Fabrizio, Marcello.

In tutti questi anni non ho mai pensato di abbandonare i miei sogni e mi sono costru­ito un percorso di attività di quasi vent’anni, ma la vera difficoltà che sentivo di dover af­frontare nel portare a casa un progetto co­me quello di Greenspit era trovare il tempo necessario da dedicargli, dovendo concilia­re un lavoro a tempo pieno e la quotidianità familiare. La mia determinazione è l’aspetto che mi rende più fiero, e ammetto che da domani sapere che ci sarà il mio nome in fondo alla lista dei ripetitori, nomi che ho da sempre ammirato e che ammiro tuttora, sa­rà un’emozione! Scherzo sovente con il mio socio Marcello Ricotti, quando facciamo una via impegnativa e ci diciamo: “Ma sì dai, per essere degli impiegati per 5 giorni a settimana ci difendiamo bene!” Allora forse posso continuare a scherzarci su e dire che potrebbe essere la prima ripetizione di un impiegato!

Greenspit, la rivincita di un impiegato ultima modifica: 2026-09-18T05:26:00+02:00 da GognaBlog

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2 pensieri su “Greenspit, la rivincita di un impiegato”

  1. Bella storia. Quando si dice “avere un’idea in testa” … certo, ci vogliono le qualità che permettono di perseguirla e di realizzarla.
    Complimenti al climber clerk.

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