La rosa spinosa di “Icio” Dall’Omo

La rosa spinosa di Icio Dall’Omo
(da Dolomitiche di Alessandro Beber)

Nell’estate del 1986 Maurizio Icio Dall’Omo e Giorgio Stanchina aprivano i 230 metri di Rosa spinosa alla Torre dei Sabbioni (Marmarole). Per lo stile dell’apertura e per le difficoltà superate (fino al VII+), questa salita si inserisce pienamente nel filone evolutivo dell’alpinismo dolomitico a contatto con l’appena nata arrampicata sportiva. Proveniente dall’ambiente dello “Zoo” di Erto, poi compagno di Manolo, Icio Dall’Omo trovava così la sua strada nell’esplorazione di se stesso e delle grandi strutture ancora libere da vie. Nel silenzio e nella modestia più totali.

Icio Dall’Omo

La via, di cui non si conosce relazione pubblicata, prima della salita dell’equipe di Alessandro Beber non era mai stata ripetuta.

La rosa spinosa di “Icio” Dall’Omo ultima modifica: 2021-11-16T05:10:00+01:00 da GognaBlog

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23 pensieri su “La rosa spinosa di “Icio” Dall’Omo”

  1. 12) lo aveva capito Dino Buzzati che alla sua  guida  Franceschini  Gabriele consiglio’: “Non divulgare, tieni tuto per Te!” Come uno parla o scrive, nasce una giuria fantasma che giudica il suo modo di esporre, l’originalita’del suo lessico . A volte un fan compra il libro di un autore famoso  alpinista e prende la bidonata. Comunque a me il discorso di Icio dall’Omo e’andato a fagiolo.

  2. Finalmente un po’ di sana scalata! Bello quando dice che se sei alto sopra l’ultima protezione e sai che e’ cosi e cosi allora la situazione si fa tremenda… lo sappiamo cosa si prova. ps
    oggi ricorre il giorno in cui un mito se ne e’ andato… 

  3. A proposito del fatto che certi discorsi ideologici estremi, da una parte o dall’altra, lasciano il tempo che trovano nell’impatto con la realtà. Il protagonista è sicuramente uno spirito libero, trasmette come dice lui un’allegria “emiliana” e contemporaneamente propone tre “regole” , basate sull’esperienza, a cui attenersi, anzi quattro con quella della respirazione. Le persone reali sono molto più equilibrate dei “caratteri” della commedia. Non tutte ovviamente. La maggior parte.

  4. “A mano a mano che passano gli anni, la tua malinconia è che un giorno non potrai piú rivedere questi colori, sentire questi profumi. Ecco, è questo che mi rammarica: il fatto di morire. Ho paura di non vedere piú questo paradiso che abbiamo attorno a noi, perché quando sei giovane non te ne accorgi, preso dalla vita, e ti sfugge il presente, come se fosse una foglia nel vento. Piú passano gli anni e piú apprezzi il presente: ogni attimo della tua vita.”
     
    A dire il vero, con l’età sono io a rendermi sempre piú conto di essere come una foglia nel vento. Che ne dite, ragazzi? Succede pure a voi? Una piuma che volteggia a caso nella brezza, come in Forrest Gump.
    … … …
    È cosí la vita? Sí, è cosí. Poi si muore.

  5. Fabio. Perché sono figlio di un montanaro cresciuto ed educato dalla Regia Marina e adesso vivo per la maggior parte del tempo qui. Nell’entroterra ligure ritrovo posti che assomigliano tantissimo ai luoghi dei miei avi anche se non ci sono le montagne delle Alpi. Dura lotta per sopravvivere e cultura della tenacia e del lavoro, poi travolta dagli anni ‘60. La cosa singolare è la che la metà di noi volontari è “straniera” compresa la nostra “capa”inglese, anzi tipicamente inglese, il lato migliore dell’Inghilterra che ammiro. Ma non è poi così singolare. Ciao

  6. “Infatti il mio riferimento al muratore non era affatto classista ma si riferiva solo alla capacità tecnica di usare le parole e i concetti.”
     
    Sí, lo so. Comunque hai fatto bene a specificarlo, a beneficio degli eventuali Bonini in lettura.
    P.S. Perché le coste liguri? Perché non le vette immacolate della Val d’Ossola?

  7. Bertoncelli. Infatti il mio riferimento al muratore non era affatto classista ma si riferiva solo alla capacità tecnica di usare le parole e i concetti.  Diversità delle intelligenze e delle capacità. Domani vado con un gruppo di altri volontari nella zona di Lavagna a restaurare antichi sentieri usati dai cavatori dell’ardesia. Io non ho neppure un briciolo dell’intelligenza e della capacità di chi ha costruito quei muri. Ho campato tutta la mia vita su competenze analitiche e comunicative e mi accosto con umiltà alle opere di altri cercando in questa fase della vita di chiudere il cerchio di quella che Jung chiamava individuazione. Ma so che è solo un’aspirazione. Anche lui si era messo a farsi il pane da solo e viveva in una casa senza acqua corrente (a questo non ci posso arrivare, infatti non sono un maestro ma solo un tapascione). Saluti

  8. Con tutto il rispetto per i muratori.
    Pure loro hanno un cuore, sentimenti. Anche un lavoratore del braccio può avere un animo delicato, come e piú degli altri. Non è vero?
     
    P.S. Caro Roberto, su certi argomenti che riguardano gli esseri umani e la suddivisione dell’umanità in cosiddette classi sociali, so essere piú intransigente e rivoluzionario di un anarchico insurrezionalista o di un sedicente “intellettuale” di sinistra col deretano comodamente ormeggiato nei salotti. 
    P.S.2. Con te parlo col cuore aperto perché ti stimo e so che mi capisci al volo. Ad maiora.

  9. Premessa: non mi riferisco a questo video. Io penso che a volte gli scalatori dovrebbero lasciar parlare le loro “opere”. Succede anche ad altri. Non sempre all’eccellenza dell’azione corrisponde un’analoga eccellenza del pensiero e del linguaggio. Sono competenze diverse. A volte coincidono a volte no. Ho avuto un ufficio a Brera e andavo a mangiare in un bar frequentato da studenti e professori dell’Accademia. Spesso mangiavo  con un signore che per l’aspetto e i discorsi pensavo fosse un muratore. Un giorno il proprietario gli porse una tazza e gli chiese “Maestro, mi fa un disegno”. Il “muratore” mio compagno di tanti panini e discorsi primitivi e banali fece una spirale sulla tazza con un pennarello blu che trasformò quell’oggetto anonimo in un “pezzo di infinito”. Imparai la lezione e non l’ho più dimenticata. Siamo esseri specializzati. Ogni tanto viene fuori un Leonardo. Ma è l’eccezione. Poi c’è il marketing editoriale ma è un’altra faccenda.

  10. 9_10). In effetti Roberto, da scalatore velista ciclista (ex di tutto un po’) ed ex più giovane di adesso  dico che vedi bene, altre ‘categorie’ di umani tendono a lasciare un segno di infinito e amano ‘ cantare canzoni’ al riguardo. Credo che (noi) arrampicatori siamo comunque  dei privilegiati perché specialmente con la apertura di vie nuove abbiamo la possibilità di firmare fisicamente un pezzo di questo infinito e sentirlo come un’opera d’arte appesa ad una croda. E con questo sono tornato in tema con il filmato. 🙂

  11. Mario 2. Le storie di montagna (come le storie di altre imprese umane) sono un po’ come le canzoni. Usano sempre le stesse dodici note e raccontano sempre le stesse storie. Ma dipende da come le componi, le suoni e le canti.Tutti noi amiamo ascoltare alcune canzoni, a volte più e più volte e non ci stufiamo mai. Ovviamente ognuno ha le sue preferite e qui entra in gioco il rispecchiamento. Questo dovrebbe spiegarti perché su questo blog hanno successo soprattutto un certo tipo di “canzoni” che vengono proposte dal nostro DJ e non ci si stufa mai di ascoltarle. Potrebbe sembrare strano per chi ascolta altre musiche, ma ha una sua ragione. Ciao

  12. Mario. Non è tipico solo degli scalatori. Lo fanno i velisti e tanti altri, compreso i giocatori di scacchi. Nessuno si accontenta di dire “lo faccio perché mi piace e non so perché mi piace, ma non mi importa”. Abbiamo tutti la tendenza a ricercare un senso, una ragione, una motivazione più o meno profonda. E quando cerchiamo di esprimerla inevitabilmente usiamo le parole che troviamo nel reportorio a nostra disposizione. A volte consapevoli delle radici e della storia delle parole e dei concetti, volte no. A volte con risultati originali e stimolanti a volte scontati o banali. 

  13. Off topic : trovo peculiare  la inclinazione  degli scalatori a trovare una collocazione poetico – filosofica al proprio andar per pareti. Non so se questo sia tipico od esclusivo della vecchia guardia, includendo nella definizione  protagonisti ed adepti degli allora  ‘ nuovi mattini’  o se tra le righe delle descrizioni tecniche di oggi si possa ancora ravvisare  un che di  etico e di poetico. 

  14. Molto bello il filmato ed avvincenti i temi esposti in ottimo stile. Complimenti!
    Un po’ di ossigeno tra tante sterili polemiche tra “scarpe de tennis” ed altro.

  15. Tutto il progetto DoloMitiche è molto interessante e con belle storie e bellissime riprese: consiglio caldamente una visita al sito

  16. Un vero gioiello anche il diedro nord Menegus/Bonafede. Natalino ci raccontò che essendo alle prime armi e non avendo ben chiaro come si utilizzassero i cunei di legno, li infilavano nelle fessure e poi passavano un cordino attorno. Quasi interamente da proteggere a friends, difficoltà sul VII/VII+.

  17. nr2 Lorenzo
    Quasi sicuro il tetto  fosse della torre Lozzo (pupo)un tetto così è unico!
    Icio ; amico e maestro della mia montagna.
    Non ho fatto nessun corso …ma come fare a farne a meno lo devo a lui.
    Una mattina (1980)mi porto’ come mia prima via in assoluto sulla Fanceschi in 5 torri…ricordo ancora le mie bestemmie e tutta l ignoranza verso un mondo che si apriva quel di’,Icio era così anzi E’ così. 
    Quante pagine …speriamo un giorno si decida a farne un libro.

  18. A parte il suo infinito presente – versione poetica della proposta to feel not to know – che da solo riempie di consapevolezza le voragini create dal razionalismo, in quegli anni andai con Icio a salire una via in Marmarole. C’era un tetto inclinato lungo tra i 10 e i 15 metri. Lo scalò senza staffe, con volteggi appeso ad una stretta, apposita, fettuccia intorno ai polsi, spesso infilando la gamba nel braccio. Era il 1986. Tony Yaniro venne dopo.

  19.  visto il filmato..e’ ARTE, sia per gli interpreti che per la “scenografia”a chilometro zero..quelche passa il ConventoNostrano.

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