Indagine sui paesaggi che celano (e mostrano) i nostri conflitti interiori: la doppia natura delle altitudini, fra comicità alla Monty Python, ironia alla Daumal e filosofie di alpinisti come Arne Naess.
Montagna, il luogo degli antagonismi
di Fabrizio Scrivano
(pubblicato su ilmanifesto.it il 20 agosto 2025)
Scivola lo sguardo lungo le pareti quasi verticali di roccia e neve, e in un lampo capisci che quelle guardie solenni e mute non sono state messe lì per contenere il cielo e sostenerlo da un’eventuale caduta. Anzi, quando si mettono il cappello di nuvole ti immagini un dialogo segreto fatto di nascondini e minacce tra entità non umane. La vista rimpicciolisce sempre le proporzioni, e mentre già proietti il tuo corpo in ascesa, in un movimento di forze ed elasticità sognanti, quello si fa sempre più piccolo e minuto sul fianco della montagna, fino a scomparire del tutto a paragone di una roccia tra tante che pare anch’essa puntiforme ma invece, stupisci, per il tuo piccolo corpo è un monte nel monte. La piccolezza e la tracotanza sono le cifre emotive della montagna, mascherate a volte da valori di apparente appeal nobilitante (raggiungere, superare, sfidare, spingersi, assalire), altre nobilmente espresse in etica prudente (limitarsi, rispettare, discernere, ponderare, ammirare). Bipolarità dai tratti puerili che fanno sfondo alle litigate tra i diversi partiti e patiti dell’alpinismo nell’intrigarsi con la dimensione estrema che appartiene a ogni montagna.
Il filosofo e alpinista norvegese Arne Naess (1912-2009), che nel 1950 con una colonialtipica spedizione aveva sfidato, pur prudentemente, la più alta montagna del mondo fuori dalla catena himalayana (il Tirich Mir, cioè il Re oscuro, un colosso con una decina di picchi ancillari compresi tra i 7000 e 7700 metri e una prominenza che sfiora i 4000), avrebbe poi trovato dentro di sé, come per contrasto, sveglia morale o apostasia che fosse, il senso di una «ecologia profonda» che, anche rispetto alla montagna, non cerca l’affermazione del piccolo umano ma un gesto concreto e psicologico di totale coabitazione (Siamo l’aria che respiriamo, Piano B, 2021).
Già a partire da una simile conversione, si può considerare il caso se, per molti versi, la montagna non sia un super stimolo, una potenza estetica che titilla ambizioni opposte. Il concetto di super stimolo va inteso come una versione aggiornata del sublime antico e romantico, che mirava ad esaltare il turbamento dell’incommensurabile, e cioè, secondo quanto suggerito dalla neuroscienza che si occupa di questioni estetiche, come ciò che amplifica l’animale bisogno inconscio e istintivo di riconoscimento: attrazioni, interessi e scelte guidate da una parvenza, spesso pericolosamente ingannevole, di eccedenza ed esuberanza, di maggiore facilità a realizzare e risolvere scopi e desideri che neppure sappiamo.
Oggi più che mai le nostre varie culture comunicherebbero tramite l’incessante produzione di super stimoli (come certe linee di gelato dai sapori e dai richiami chiaramente addizionanti, tossici, versati alla dipendenza o come certe acque spillanti dai ghiacciai che nella realtà, per fortuna, godono della consueta filtrazione naturale e sgorgano molti metri più a valle). E la montagna, che si erge al di là della nostra portata, pur essendo natura, certo, quando la si osservasse (nessun riferimento, per carità, a chi la pratica normalmente e magari va alla ricerca delle tipiche situazioni estreme dell’ascesa) non si potrebbe fare a meno di rivedervi gli stessi suoi simulacri, le medesime sue riproduzioni che hanno preformato e perforato la nostra immaginazione. La montagna è fatta di stimoli antagonisti perché cela e mostra allo stesso tempo l’opposto che è in noi, il nostro conflitto interiore, ciò che non siamo e ciò che ambiremmo a non essere.
Di questa duplicità non si possono avere che due versioni stilistiche. La prima è quella comica, l’altra filosofica. Montagna, salire, tentare l’impossibile, sfidare il limite, sopravvivere. Il lato comico di questa tracotanza lo aveva trovato fugacemente Luigi Meneghello in qualche riga di pagine mai davvero concluse del 1964 (ora in Spor, Rizzoli, 2022), in cui avvertiva della ridicola goffaggine cui il montanista, o alpinista, fatalmente si espone: «In una sorta di scarica elettrica gli parve di percepire come funziona la gravità, si inserisce in tutti gli interstizi del tempo e dello spazio, e se le diamo il modo strattona i nostri corpi, li sbatte per terra come pupazzi, li sfracella»: colto dal terrore, S. pare non volersi più staccare dall’appiglio, ma poi deriso dal gruppo è costretto a riprendere, «con qualche imbarazzo, la vita normale». Sono quindi i Monty Python nei primi anni Settanta a battezzare come materia comica lo spirito della conquista della vetta e la sfida alla gravità. In due brevi video (Climbing the North Face of the Uxbridge Road o Climbing the North Face of l’avenue Foch) gli scalatori letteralmente strisciavano per quelle vie, tra interviste e video riprese, per poi precipitare tragicomicamente sul piano stradale orizzontale.
Più noto ancora lo sketch Kilimanjaro Expedition, nel quale il reclutatore soffre di diplopia, per cui ogni cosa, monte compreso, è duplicata; tanto che la nuova spedizione dovrebbe ritrovare la precedente, dispersasi mentre cercava di creare una via di collegamento tra le due vette del Kilimanjaro. Alla fine entra la guida, anch’ella con diplopia, che simula l’ascesa arrampicandosi su tutte le sporgenze della stanza, devastandola. Se si può ironizzare sul desiderio di ascesa, evidentemente c’è una intrinseca doppiezza oppositiva che lo rende possibile.
La scena inventata da Monty Python sembra la deformazione di un’altra scena che sta all’inizio del racconto di René Daumal Il Monte Analogo. Romanzo d’avventure alpine non euclidee e simbolicamente autentiche, interrotto nel 1944 dalla morte dell’autore e pubblicato postumo nel 1952 (traduzione inglese del 1959 e italiana del 1968 di Claudio Rugafiori per Adelphi).
Quando il narratore Théodore va ad incontrare l’alpinista mistico che ha preso sul serio la sua teoria, già esposta in un breve articolo, dell’esistenza di un monte invisibile e inaccessibile «con i mezzi umani ordinari», per raggiungerlo nel suo ufficio posto nel sottotetto deve percorrere dei corridori e delle scale come se stesse scalando una tortuosa via che lo conducesse alla vetta e così per uscire dall’ufficio deve calarsi con una corda doppia. A colloquio, non gli ci vuole molto per accorgersi che Sogol (Logos) è completamente pazzo: oltre a fare confessioni su sue precedenti dedizioni spirituali fallite, si dichiara convinto che per essere certi che il Monte Analogo esiste basta che ci siano due persone che lo suppongono, così come solo due punti permettono di fare un triangolo: «Non so se lo capivo molto bene (commenta Théodore) ma c’era una forza che mi convinceva».
L’ironia bizzarra di Daumal in queste pagine iniziali è al massimo e forse serve a giustificare la decisione assurda di farsi convincere da un pazzo a intraprendere un’avventura impossibile. Ma il fatto è che il narratore desidera conoscere questa cosa così difficile da immaginare, «un’umanità invisibile, interiore a quella visibile» o almeno vuole provarci, accada quel che accada. Difficile, leggendo, non farsi coinvolgere in questo desiderio di conoscere l’inconoscibile. Quell’oggetto immane, il Monte Analogo, fuori scala, incomparabile e assoluto, deve esistere proprio perché non possiamo pensarlo che come non esistente: per quanto lo si avvicini, si sposta sempre un po’ più in là di dove si arriva; sta dentro una curvatura dello spazio, per cui la luce vi gira attorno senza colpirlo, lasciandolo invisibile.
La sfida di Daumal, sia chiaro, va oltre la semplice individuazione dell’ubicazione del Monte. L’improbabile armata di alpinisti trova effettivamente la fessura che permette loro di introdursi in questa sfera ascondita dell’essere. Epperò il Monte Analogo, una volta raggiunto il continente su cui si erge, non solo non si vede ancora del tutto, rimane anche difficilmente scalabile. Per farlo bisogna entrare nell’economia che ne governa la manutenzione che, per quanto armonica, è complessa, autoritaria, dispendiosa e controllata dalle guide.
La prima regola è la tutela dell’integrità del Monte, per cui ogni turbamento arrecato è punito con severità. La seconda è che la scalata ha un costo ingente: bisogna ottenere peradam, pietre cristalline che si trovano in luoghi impervi lungo le pareti del Monte, così cristalline che «l’occhio non avvertito le percepisce appena»: solo i più audaci trovano peradam per pagare i costi dell’ascesa, così i più rinunciano e si assoggettano a lavori servili per ripagare il debito accumulato. Presto ci si comincia a rendere conto che il viaggio al Monte non prevede ritorno. Avanzare e salire nei gradi di conoscenza del Monte ha una contropartita enorme: il tempo e la vita.
Ora, se percorrere pienamente il sentiero della vita è un suicidio, il Monte Analogo e tutte le sue analoghe apparizioni, pur se immaginate come strumento di elevazione verso lo spazio in cui si crede ubicata l’eternità, il cielo, è in realtà esattamente il freno, l’ostacolo che ci permette di avere più tempo. Non lo desideriamo perché ci porta oltre l’umano ma per il motivo opposto, perché sappiamo che ci trattiene nella dimensione umana. Ma per restare umani e sapere di esserlo, sarebbe venuto il momento di chiedercelo, abbiamo davvero bisogno di questo autoinganno?
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L’ho letto due volte. Ho capito nulla, qualcuno mi spiega?
I conquistatori dell’inutile
L’antagonismo è la nota basilare della specie umana per cui lo si ritrova in ogni aspetto della realtà. L’alpinismo non sfugge a tale legge atavica.
Soprattutto non riesco a capire come il pezzo abbia trovato spazio su un quotidiano, forse l’agosto la nota inerzia delle redazione nelle settimane del mese caldo.
L’alpinismo a parte qualche traccia ferrosa lasciata qua e là ,qualche altro scambio d amicizia e di denaro è illusorio ed effimero.
La contemplazione è un’illusione cui gli uomini non possono rinunciare per rimanere uomini.