Adriana Valdo

A proposito di età, si poteva incontrare la Valdo alla soglia dei novant’anni in salita scialpinistica solitaria sui rilievi dell’Altipiano di Asiago.

Adriana Valdo (1931-2024)
di Silvia Metzeltin
(pubblicato su Le Alpi Venete, autunno-inverno 2024-2025)

Mi riesce difficile ricordare una persona che ho conosciuto poco e incontrato quasi solo per caso, che però ho stimato e della cui eccellenza nel nostro mondo alpinistico sono da tempo consapevole. La vicentina Adriana Valdo era riservata e frequentava ambienti diversi dai miei; ci siamo incrociate a qualche gara di sci di fondo, al “Pelmo d’Oro” di cui siamo state onorate insieme nel 2012; da ultimo sull’Altipiano di Asiago, all’incontro con una comune amica. Ho domandato a quest’ultima, che ha conosciuto Adriana da vicino, se poteva raccontarmi anche qualcosa di più personale, qualcosa che andasse oltre un elenco di ascensioni. Mi è parsa un po’ evasiva. «Sai, Adriana era molto riservata, sensibile, anche schiva. Ti confermo che era ben nota anche al di fuori del mondo della montagna. Al suo funerale era presente anche il sindaco di Vicenza con la fascia tricolore, mica solo gli alpinisti. Che poi lei non seguisse la moda sportiva, ma amasse vestirsi come gli inglesi dell’800, è quasi un aneddoto. Penso però che ci tenesse molto a mantenere in disparte la sua vita privata».

Adriana Valdo in arrampicata sul Focobòn

Ma come lo ricordo ora agli altri che la Valdo è stata una personalità notevole, emersa tra le poche donne alpiniste della nostra generazione? L’elenco delle sue scalate si può certo recuperare. Ne risulta tuttavia solo un aspetto codificato. Le scalate ci segnano nel momento in cui si compiono; prima o poi il contesto sfuma. Eppure ogni cima diventa parte integrante delle nostre vite, senza le ascensioni compiute saremmo altre persone. A pensarci, lo stesso elenco ha valore esistenziale diverso per ognuno. C’è ben altro da capire. Chiudo il dialogo con l’amica: l’elenco delle ascensioni non è una classifica sportiva, anche se testimonia scalate portate a termine e una valutazione delle loro difficoltà tecniche. Spesso non rivela la chiave di quella parte di passione per l’alpinismo che va ben oltre lo sport e ne fa una forma privilegiata di impegno liberamente scelto, con una dimensione che nel complesso multiforme delle sue espressioni si può definire culturale, al limite filosofica. Sarebbe, tuttavia, falso il negare che questa realtà di valore esistenziale possa albergare anche un risvolto sociale, a meno che non si pratichi un alpinismo solitario, con rinuncia a qualsiasi coinvolgimento partecipativo e rifiuto di riconoscimento per le ascensioni compiute.

Lumignano: sul Tetto rosso, oggi Arco d’oro. Foto: Alberto Nicolin.
Adriana ad Asiago (Coppa Vicenza, Anni ’50. Archivio: Adriana Valdo.

Proprio vietare alle donne la pratica alpinistica oggi non si riesce, almeno da noi, ma trovare ancora forme di manipolazione più o meno subdole, questo sì; esclusioni pretestuose e mancanza di riconoscimenti sono state smantellate a fatica e mai scomparse del tutto. Anche considerando la notevole lunga carriera sui monti di Adriana Valdo. Non è giusto che si condanni alla “dannazione della memoria” il retroscena dell’umiliante decisione dell’Assemblea generale dei soci del CAAI, Club Alpino Accademico Italiano (allora non ancora sezione del CAI a tutti gli effetti), convocata a Verona nel 1967, per impedire che due donne venissero ammesse a quella che si riteneva fosse l’élite italiana dell’alpinismo; del resto, occorre puntualizzare che si trattava solo di un riconoscimento per livello elevato di attività alpinistica, del potersi fregiare di una medaglia, non di un titolo professionale. Le due donne, ritenute all’altezza tecnica dal Gruppo Orientale del CAAI, ma poi rifiutate dall’assemblea di Verona in quanto femmine, sono state Bianca Di Beaco e la sottoscritta.

Lo stile di Adriana

Ambedue, a mortificazione incassata, non ne volevamo più sapere. Quando, sotto la Presidenza Generale del CAI di Giovanni Spagnolli, il CAAI è diventato sezione ordinaria del CAI, per Statuto non si potevano più escludere “le donne”. Ricominciare la trafila? Altre umiliazioni? Bianca Di Beaco si è rifiutata per dignità; io ho ceduto nell’ottica di una conquista femminile e sono stata ripresentata. Oltre a me, venne proposta Adriana Valdo la quale, essendo rimasta saggiamente dietro le quinte di spinte emancipatorie battagliere, aveva realizzato intanto un’attività alpinistica strabiliante anche agli occhi maschili, senza esporsi in rivendicazioni nelle quali io mi ero ingenuamente imbarcata.

Durante una TransCivetta, edizione invernale

Noi due, comunque, risultammo medagliate insieme. Ho richiamato a me stessa questo scorcio del passato che tendo a rimuovere, pensando alle passioni alpinistiche che hanno contrassegnato fino all’ultimo la lunga vita pur diversa di ognuna delle altre due, rincasando l’altro ieri dagli Altipiani del Montasio, giù per la rimasta selvaggia Val Raccolana, con un saluto alla tomba di Ignazio Piussi. Mentre poche ore prima brindavamo a rinnovati incontri con altri amici al rifugio Di Brazzà, si erano appena tragicamente concluse le vite di due giovani scalatori, precipitati dalle severe, grandiose pareti nord dello Jôf Fuart.

Con il vicentino Bepi Peruffo

Non c’è abilità o prudenza che tenga: ogni alpinista è sempre debitore di una buona dose di fortuna. A molti è mancata. Rischio evitato, scongiurato, però mai cancellato del tutto. Saremo maturati anche per quelle esperienze a una certa modestia esistenziale? Non lo so, ma chi ha trovato nell’alpinismo anche uno stimolo di riflessione sulla vita fa parte di un gruppo umano un po’ particolare. Un contesto di sentire comune, in cui oltre tutte le diversità individuali, oltre le possibili visioni filosofiche e sociali anche divergenti, l’alpinismo può rimanere una scelta di riferimento nella vita, nonostante il prezzo del rischio che pur facciamo di tutto per non pagare. Vorrei dire che la passione per questa profonda “bellezza dell’inutile” ci accomuna al di là delle nostre vite “al piano”, femmine o maschi, al di là dei destini individuali, di chi ha terminato la vita sui monti e di chi l’ha chiusa altrove.

II giorno della Laurea in Ingegneria, tra i genitori Madide e Umberto

Con questo senso di inclusione, Adriana Valdo mi perdonerà se nella mia memoria considero con gratitudine pure lei nel novero delle forti donne alpiniste che hanno agito per contrastare limitazioni sociali imposte al mondo femminile. Sono state alpiniste di alto livello, che si dichiarassero femministe o che rifuggissero dalla denominazione come la Valdo stessa, alle quali dobbiamo molto della nostra libertà attuale di andare per i monti, in qualunque modo, con abbigliamento qualsiasi, a qualunque età. A proposito di età, si poteva incontrare la Valdo alla soglia dei novant’anni in salita scialpinistica solitaria sui rilievi dell’Altipiano di Asiago. A proposito di sci: quando ancora la Marcialonga era vietata alle donne, la Valdo partecipò mascherata e venne scoperta dopo metà percorso. Squalificata per forza. Le toccò quanto circa trent’anni prima successe a Paula Wiesinger al Trofeo Mezzalama…

Ritorno al bivacco Valdo nel 2017, a 85 anni. Foto: Paolo Paganin.

Femminismo o no, queste donne avevano iniziativa, esempio di forza e coraggio da vendere. Mi piace considerare le “grandi alpiniste” degli Anni Trenta come personalità che hanno passato un testimone oltre le generazioni, e non sembri fuorviante che ora mi venga da ricordare Loulou Boulaz, politicamente impegnata a sinistra e per le donne: con tutta la passione alpinistica che ha indirizzato la sua vita, Loulou non ha mai “bigiato” una giornata di lavoro al BIT di Ginevra (Ufficio Internazionale del Lavoro) per un’ascensione (come altrove invece io…). Mi sa che anche Adriana Valdo abbia agito come la Boulaz nella vita di ogni giorno. Prima di tutto: impegno responsabile sul lavoro. Per di più, nel contesto di una posizione professionale autonoma e di responsabilità anche pubblica. Ho sempre ammirato la capacità di donne alpiniste nel conciliare preparazione e competenza professionale con attività alpinistica impegnativa. A volte, ho potuto tappare la bocca a qualche maschio presuntuoso, sottolineando qualità non solo atletiche delle nostre esponenti migliori.

In cima all’Elbruz. Foto: Alberto Nicolin.

Si può certo andare alla ricerca di un elenco di ascensioni della Valdo: ricerca importante, ma da contestualizzare con rispetto e distanza, proprio perché è già Storia davvero. Nelle mie considerazioni personali, oggi un elenco ha fatto il suo tempo. Le nuove generazioni hanno altri riferimenti tecnici. Però mantengo l’occhio sul femminile: negli Anni Cinquanta, laurea in Ingegneria civile. Quante altre donne, anche oggi? Studio professionale in proprio a Vicenza, con responsabilità anche al servizio di gestione pubblica cittadina. Quante altre donne? E ciò, accanto a una pratica coinvolgente come l’alpinismo di alta difficoltà del tutto gratuita… L’insieme, non conforme e poco accetto per una società del secolo scorso. Quanto “non detto” lei avrà dovuto o voluto portare con sé nell’ultimo respiro?

Insieme agli Accademici vicentini nel 1978. Da sinistra, Tarcisio Rigoni, Piero Fina, Adriana Valdo, Andrea Colbertaldo, Gastone Gleria, Piergiorgio Franzina.

È questo il messaggio di riflessione sulla sua scomparsa che vorrei arrivasse a tutte le donne. Che la sua testimonianza di azione insolita contro corrente non vada persa e venga raccolta per il mondo di domani. Vorrei, inoltre, che almeno le alpiniste nutrissero qualche dubbio sull’opinione diffusa: che spogliassero la figura di Adriana Valdo della corazza di “Lady di Ferro” con cui l’hanno rivestita certi alpinisti. Determinazione, competenza e riservatezza non annullano una sensibilità femminile. E se lo sapessimo riconoscere o anche solo intuire in un percorso biografico oltre l’evidenza delle scalate?

Adriana Valdo con Camillo Berti. Alle loro spalle Marino Stenico.

Approfondimenti
“Adriana Valdo, la discreta”, a cura di Silvana Rovis (Le Alpi Venete n. 2, 1990, p. 186);

“Incontro con Adriana Valdo, la “Lady di ferro” dell’alpinismo vicentino”, a cura di Eugenio Cipriani (intraigiarun.it);

“Adriana Valdo, prima donna Accademica, entusiasta di una vita vissuta oltre le righe”, di Alberto Rampini (clubalpinoaccademico.it).

Adriana Valdo ultima modifica: 2025-05-11T05:23:00+02:00 da GognaBlog

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11 pensieri su “Adriana Valdo”

  1. Grazie a Michele Piccolo che con animo certamente più Grande di tutti voi maschietti limitati, ha visto al di là del suo naso.
    Non vi sentite MAI!!! 

  2. Femminismo, maschilismo sono termini che includono tante sfaccettature e concetti e momenti storici passati e presenti, questa acredine verso Silvia mi pare una visione Maschilista pura e in qualche modo ben radicata nell’esporre il contraddittori dei contenuti e analisi di un buon pensiero che è stato sviluppato sicuramente in buona fede e senza alcun tornaconto.

  3. Con questo senso di inclusione, Adriana Valdo mi perdonerà se nella mia memoria considero con gratitudine pure lei nel novero delle forti donne alpiniste che hanno agito per contrastare limitazioni sociali imposte al mondo femminile. Sono state alpiniste di alto livello, che si dichiarassero femministe o che rifuggissero dalla denominazione come la Valdo stessa
    Ma che brutta figura!
    Nell’ articolo la Metzelin scrive queste parole, quindi fa un uso della Valdo per i propri scopi. Io da un articolo che titola Adriana Valdo mi aspetto che si parli della sua storia/pensiero non che si strumentalizzi per provare la propria tesi.

  4. Brutta figura da parte maschile, a volte leggere e darne un profilo storico è stare zitti e’ meglio , mi rapporto agli ultimi 2 commenti.

  5. @ 4 e 5
    Ma voi due volete scherzare col fuoco!
    E poi… criticatemi tutti, ma non criticatemi la Silvia.

  6. 4) ho pensato la stessa cosa ma mi ero astenuto dal commentarla così.
    Ma ora che noto che non sono l’unico, lo dico.
    Comunque questo tipo di femminismo vittimista è insopportabile. 

  7. Piu che un articolo su Adriana Valdo mi sembra un articolo sulla Metzeltin e il femminismo…  Fuori tema
     

  8. Grazie Silvia, di aver ricordato Adriana in questo modo, mettendo in evidenza, oltre alla sua bravura incontestabile,  la sua dignità e riservatezza, purtroppo poco capita e apprezzata dal mondo maschile !
    Ho avuto l’onore di gareggiare con Adriana Valdo in una gara di Fondo a Recoaro. Non ricordo l’anno. Io sono riuscita ad arrivare prima, lei seconda, ma ho dovuto fare i conti con i suoi 12 anni più di me. La ricordo anche alla mia prima Trans-Civetta invernale (anche qui non ricordo l’anno) io e Mario con gli sci da fondo, lei e il suo fedele compagno, con quelli da Sci-Alpinismo. Li passammo in agilità, ma poi, dopo il Coldai, si tolsero le pelli e volarono via. Non li vedemmo più.  Io arrivai a Pecol cadendo infinite volte, ma ci classificammo dignitosamente. 
    Era una gran donna, una grande alpinista e una grande sciatrice!

  9. Et à 85 ans, toujours les chaussettes noires et les “grosses” !
    Magnifique !

  10. L’ennesima dimostrazione che l’essere donna vincente non è stato accettato e non lo sarà credo mai a gli occhi maschili.

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