Alessandra Prato

Una bella chiacchierata con Alessandra Prato, che pacatamente sostiene di “non meritare nessun trattamento di riguardo e nessun complimento per le sue scalate “perché è una donna”.

Alessandra Prato
(intervista)

1) Dove sei nata, dove abiti? Fratelli, sorelle, chi sono i tuoi genitori? Come eri da piccola?
Sono nata e cresciuta a Milano, città che amo e che odio. Sono anni che penso di volermene andare, eppure ho sempre fatto scelte che in qualche modo mi hanno trattenuta qui.

In fin dei conti Milano è incredibilmente strategica, non è vicino a niente, eppure vicina a tutto: mi rassicura il fatto di non dover escludere niente.

Scegliere in effetti non è quello che so fare meglio: mi è sempre piaciuto fare mille cose. Troppe, in realtà: sono sempre stata iperattiva, e a quanto pare non riesco a guarire. A scuola mi piaceva tutto: amavo le materie umanistiche, il teatro, il cinema… ma altrettanto quelle scientifiche, così logiche e razionali. Volevo fare l’artista, e ho considerato di trasferirmi a Boston per frequentare l’accademia di belle arti. Ho sempre fatto tanto sport: principalmente atletica, e non ho mai smesso di correre. Nel frattempo spendevo tutti i miei risparmi per viaggiare, con l’insaziabile curiosità di scoprire posti nuovi.

Ho una famiglia bellissima, che non c’entra nulla con la montagna: mamma milanese, papà siciliano, una sorella diametralmente opposta a me e il mio fedele e vecchissimo cane.

Su Artemisia alla Parete del Qualido (Valle di Mello), con l’Eagle Team

2) Che studi hai fatto?
Ho fatto il liceo classico a Milano, e mi piaceva tantissimo. In realtà mi interessava tutto, ma quello che mi incuriosiva di più era l’universo. Così mi sono iscritta alla triennale di Fisica, sempre a Milano, per specializzarmi poi in Astrofisica e Fisica dello Spazio in magistrale.

3) Circostanze in cui hai cominciato ad arrampicare, curiosità?
Ho iniziato nel 2017, in una piccola palestrina di Sesto San Giovanni. Toccata la roccia per la prima volta, ho capito subito che quello non sarebbe stato solo un hobby. Effettivamente nel giro di pochissimo tempo l’Arrampicata mi ha completamente assorbita ed è diventata la mia assoluta priorità.

In Verdon

4) Quando hai capito che le donne possono fare le stesse cose degli uomini, a volte anche meglio?
Non ho mai avuto dubbi. Anche se mi lamenterò sempre del fatto che il mio zaino pesa come quello di un uomo e che forse non farò mai una trazione monobraccio, penso che per il resto combattiamo ad armi pari. Non merito nessun trattamento di riguardo e nessun complimento per le mie scalate “perché sono una donna”. So che ci sono discriminazioni di genere e che molti, anche se non lo ammettono, si sorprendono delle donne forti in montagna; personalmente non mi lascio tangere troppo perché non mi sono mai messa in discussione in quanto donna, né mi sono mai sentita discriminata.

5) Quanto alpinismo e quanta arrampicata hai fatto; e quanto attualmente?
Ho iniziato nel 2017 ad arrampicare: da quando ho toccato la roccia la prima volta non ho mai smesso: mi ha presa, mi ha assorbita, mi ha divorata, maledetta Arrampicata, mi ha fatto uscire di testa. Tutto il resto è passato in secondo piano con una semplicità disarmante, senza che neanche me ne accorgessi. Poco dopo ho scoperto le Vie Lunghe (grazie al corso del CAI di Roccia 2018): la fine. Poi sono arrivati l’Alpinismo, il Ghiaccio, lo Scialpinismo, le Cascate.

Sulla parete di Wenden

Ora ho un lavoro a tempo pieno, e non ho letteralmente la più pallida idea di come io faccia a sostenere i miei ritmi attuali: esco dal lavoro e vado a scalare in falesia, a fare dry tooling o a sciare la sera (nessuna di queste attività esattamente vicino a Milano) almeno un paio di sere a settimana. Le altre sere vado in palestra ad allenarmi e a combattere la forza di gravità. Il weekend vado in Montagna, programmando scalate, sciate e ravanate in base al meteo e ai soci. Dormo più o meno 5 ore a notte, poi magari mi dimentico di chiudere la porta di casa o vado al lavoro con due scarpe diverse, o esco col cane dimenticando a casa il cane, però tendenzialmente ho sempre il sorriso.

In artificiale al Sasso Remenno (Val Màsino) con l’Eagle Team

6) Quanto ritieni l’alpinismo possa contare nell’ambito della vita in generale?
Non so quantificare, ma abbastanza da mettere in discussione tutto il resto. Molte volte mi spaventa pensare a tutto quello che ho messo da parte per la montagna, e mi fa paura pensare che le altre cose possano smettere di interessarmi, incuriosirmi, stimolarmi. Ora sono più cosciente di questa situazione rispetto a qualche anno fa, e sto cercando di fare delle scelte che mi permettano di trovare un equilibrio.

7) Quanto è stato utile l’alpinismo nel tuo diventare grande?
Moltissimo. L’alpinismo ha un ruolo centrale per me, e più o meno tutta l’organizzazione della mia vita gira intorno al tempo che decido di dedicargli. Continuo a crescere in funzione delle scelte e dei sacrifici che faccio per andare in montagna: non mi definisco una persona esattamente equilibrata e organizzata, a dire il vero sono disordinata, impulsiva e caotica, ma sento che piano piano mi sto direzionando da qualche parte e sono più consapevole delle mie priorità.

8) Quanto è stato utile l’alpinismo nella tua ricerca di libertà?
Tanto. Io sono uno spirito libero, e le costrizioni mi fanno soffrire. L’arrampicata è da tempo la mia principale valvola di sfogo, il mio posto felice che nessuno può intaccare: un pretesto anche per fuggire dai problemi, l’unico in cui riesco veramente a sentirmi libera.

In artificiale al Sasso Remenno (Val Màsino) con l’Eagle Team

9) C’è stato un distacco dalla figura del padre? E, se sì, quanto è stato doloroso?
No, nessun distacco. Io e mio padre abbiamo un bel rapporto e siamo molto simili. Lui è molto incuriosito da questa mia passione per la montagna, mondo a cui è praticamente estraneo: ogni tanto mi sento in colpa perché non lo coinvolgo abbastanza. Lui non mi dice nulla perché anche lui tende a non raccontare niente (difetto che ho chiaramente ereditato), ma so che un po’ ne soffre e quest’anno vorrei portarlo qualche volta con me. L’altro giorno mi sono commossa perché dopo avergli accennato (senza dargli modo di farmi troppe domande) che quest’estate voglio partire per il Kirghizistan, l’ho sorpreso mentre guardava di nascosto un documentario sull’arrampicata nell’Aksuu Valley.

Sulla combinazione Piedi di Piombo-Anche per oggi non si vola, Valle di Mello. Foto: Tommaso Lamantia.

10) Hai avuto problemi a far accettare alla tua famiglia quello che sei oggi?
Assolutamente no. La mia famiglia ha molta più fiducia in me di quanta ne abbia io.

Adoro quando dico a mia mamma che mi sento come un naufrago in tempesta, in balia degli eventi, senza nessuna certezza nella vita, e lei non fa una piega, mi risponde che non ha dubbi sul fatto che troverò sicuramente una soluzione. E se sarà quella sbagliata, ne troverò un’altra, perché di certo non sono una che se ne sta con le mani in mano.

11) Che tipo di lavoro stai svolgendo attualmente? Ti soddisfa o è solo per mantenerti?
Al momento lavoro come ingegnere di processo in una grande azienda di microelettronica, in ambito litografico. Il lavoro in sé non è male, ma soffro tanto il concetto di routine e di orari fissi 5 giorni a settimana (più le reperibilità nei weekend…). E mi mette ansia l’indeterminato, e “il posto fisso” che fa adagiare tutti sugli allori. Per quanto il mondo della litografia, di cui non sapevo nulla, sia piuttosto interessante, mi sento libera di affermare che no, questo lavoro non mi soddisfa: non è un compromesso che mi andrà bene a lungo, e in generale non mi piacciono le situazioni in cui ci si accontenta.

Sulla combinazione Piedi di Piombo-Anche per oggi non si vola, Valle di Mello. Foto: Tommaso Lamantia.

12) Come hai fatto a trovare il tuo attuale lavoro?
Casualmente, tramite un amico. Quando mi è arrivata la convocazione per il colloquio ero in Spagna a scalare, a godermi la libertà da neo laureata: mi ha preso il panico. Quando poi mi è arrivata la data di inizio ufficiale ero in Grecia a scalare e non volevo salire sull’aereo di ritorno.

13) Al di là del discorso Eagle Team, come scegli i tuoi compagni/e di scalata?
Mi lego con tanta gente diversa. Mi piace sperimentare nuove cordate, conoscere nuove persone attraverso l’arrampicata: è un ambiente che ti mette a nudo, dove non puoi mentire, devi agire spontaneamente, e sei spogliato delle apparenze. Le tue fragilità, debolezze, paure vengono messe in luce. Imparo tanto di una persona scalandoci insieme.

Su Empire State Building al Clocher du Tacul

Non ho un socio “preferito” e insostituibile, con cui formo un’inseparabile cordata. Però ho 3 o 4 persone con cui credo farei qualsiasi cosa e di cui mi fido ciecamente (penso e spero sia lo stesso per loro).

Sulla famosa Duelfer della via Gervasutti in Sbarua

15) Dove preferiresti lasciare una tua impronta?
Mi piacerebbe aprire delle vie (penso prevalentemente di roccia), e che qualcuno andasse a ripeterle. Sono ancora alle prime armi in quest’ambito, ma sono gasatissima. È un lavoraccio, ma mi diverto tanto ed è estremamente gratificante. Non so ancora bene quale sia il mio stile di apertura, sono ancora in fase di sperimentazione.

16) Come ti sei ritrovata a sapere dell’Eagle Team?
Sono venuta a sapere del progetto dal direttore della mia sezione del CAI, che mi ha mandato il bando, mi chiamato e mi ha detto: Ale, ci devi andare, è fatto apposta per te. Aveva ragione, mi sentivo direttamente chiamata in causa. Non capivo esattamente quale fosse lo scopo ultimo del progetto, la notizia era piuttosto vaga: rileggevo la locandina continuamente in cerca di chiarimenti tra le righe, ma poi ho deciso che le 3 informazioni che conteneva mi bastavano alla grande: giovani alpinisti, Matteo della Bordella, Patagonia.

La motivazione di certo non mancava, l’unico problema è che quando è uscita la notizia avevo una spalla infortunata e non alzavo il braccio destro. Mancavano 3 mesi però, sarei guarita presto, mi dicevo. La preparazione fisica e mentale è stata abbastanza un’agonia. Non ho detto a nessuno che avrei partecipato, non sapevo in che condizioni sarei arrivata fino all’ultimo e non volevo creare aspettative, né negli altri né in me stessa. Anzi in me stessa sì, eccome…era il mio chiodo fisso e, visto il mio stato fisico, anche la mia croce. Ho infilato le scarpette solo il weekend prima delle selezioni: pessime sensazioni, ma ho mandato giù un mare di angoscia e naturalmente mi sono presentata il weekend dopo, confusa, con l’ansia, ma pronta a lottare per il nulla o il tutto che avevo da perdere.

In Marmolada con l’Eagle Team

17) Come ti sei ritrovata nello spirito di competizione necessario per essere selezionata?
Mi sono sempre ritenuta una persona PER NIENTE competitiva con gli altri, MOLTO COMPETITIVA con me stessa. Ma più penso a questa definizione più mi sembra contradditoria: per competere con se stessi bisogna confrontarsi prima con gli altri. Le situazioni di agonismo, dove uno vince e gli altri perdono, mi hanno sempre fatto venire la nausea: da piccola ho smesso di fare atletica perché vomitavo prima delle gare.

Alle selezioni idem, ero tesissima: già ho la forte tendenza a sottovalutarmi in tutto quello che faccio, poi ero ferma da 3 mesi per un infortunio alla spalla, non alzavo ancora bene il braccio destro…l’idea di dover scalare senza un arto davanti a Teo o alla Ming mi terrorizzava…ricordo che sul primo tiro della prova, che partiva con un traverso (ovviamente verso dx), ho messo il primo rinvio al contrario: quando mi sono accorta, ho disarrampicato un pezzetto, ho armeggiato un quarto d’ora per girare il rinvio, e poi l’ho rimesso al contrario. C’era Luca Schiera come giudice…“sicuro pensa che sono scema”, mi sono detta. La tensione era direttamente proporzionale alla mia determinazione per passare le selezioni. Volevo tanto quel posto, e ho dato tutto, e ne è valsa la pena.

In arrampicata a Onore, Val Seriana (BG)

18) Come ti sei rapportata, dopo, nel fare team con i tuoi compagni?
Credo, al di là delle mie sensazioni riguardo alle selezioni, che in montagna esista una competizione del tutto diversa: non una situazione di agonismo in cui bisogna prevalere sugli altri, ma una forma di competizione sana ed edificante e per me si tratta più che altro di ispirazione, motivazione. Ci sono diverse persone che ammiro come alpinisti, delle cui imprese mi interesso, mi entusiasmo e poi mi confronto e prendo spunto. Io stessa spero di poter ispirare qualcun altro. Una delle cose più belle per me dell’alpinismo è essere felici non solo delle proprie salite ma di quelli degli altri. In montagna per me non c’è uno che vince e gli altri che perdono, ma c’è chi sogna, progetta, tenta, e poi riesce o non riesce. E se non riesce pazienza, ma io auguro a tutti di riuscire a realizzare i propri sogni.

E questa è una componente dell’Eagle Team che io sento tanto, che secondo me è presente e ci unisce come gruppo. Non so se posso parlare a nome di tutti, ma io mi sento nel posto giusto al momento giusto: siamo affiatati, entusiasti, legati, e soprattutto, oramai, amici. Non percepisco un clima di competitività con nessuno, e infatti credo che la Patagonia sarà una questione estremamente spinosa.

Io personalmente ci tengo tantissimo, e sto pianificando i miei mesi futuri in base a quello, ma francamente penso proprio che non ci sia nessuno che non si meriti quel posto. Penso che nessuno accolga volentieri l’idea di una ulteriore selezione. Sarebbe bello andare tutti insieme come gruppo, anche se chiaramente siamo troppi per la logistica di una spedizione unica. Ne stiamo parlando un po’ tra di noi, forse cercheremo una soluzione alternativa per andare comunque.

Sulla via Paolo VI (Tofana di Rozes) con l’Eagle Team

19) Quali sono i tuoi limiti attuali? Pensi di poter ulteriormente progredire?
Me ne vengono in mente due: uno è non sapere mai quello che voglio. Forse non lo ho mai saputo, e questo di certo in passato mi ha frustrato tanto. Forse perché ho una mente estremamente dinamica, e mi terrorizzano le cose definitive, per cui anche quando una situazione mi sta bene, tendo sempre a cambiarla perché penso si possa migliorare, o in generale se imbocco una strada mi spaventa il fatto di precluderne altre. Mi pare di capire sempre meglio cosa non voglio, ma non riesco a identificare una circostanza ideale in cui rimanere abbastanza a lungo da convincermi che sia quella giusta.

Un altro è la sindrome dell’impostore che ho da tutta la vita, che mi fa sempre dubitare di me stessa e mi rende sorda a chi invece mi ammira e mi apprezza. Questo a volte mi porta ad allontanare le persone che mi vogliono bene e che credono in me. Penso che dovrei ascoltarle di più.

In arrampicata sul granito del rifugio Dalmazzi

20) Come pensi di proseguire il tuo percorso atletico?
Sono solo all’inizio. Cerco di allenarmi per diverse cose, ma mi rendo conto ogni giorno, con rammarico, che non si può fare tutto bene: il tempo è limitato, e ogni attività richiede una preparazione specifica. Il mio problema è il voler fare tutto, troppo, conscia del rischio di farlo male, e io odio fare le cose male. Nel mio percorso atletico l’arrampicata su roccia ha un ruolo centrale ed è dunque lì che intendo concentrarmi primariamente. Mi alleno con costanza per scalare, con l’obiettivo di diventare più forte e più resistente, e intendo continuare a farlo. Per sciare, per salite in alta montagna, per fare cascate, misto, correre in montagna, cerco semplicemente di andare il più possibile in ambiente in periodi più limitati.

21) Hai mai pensato di diventare professionista?
Sì, certo. Ci abbiamo pensato tutti, noi invasati della montagna. Ci pensiamo costantemente, a come si fa a vivere della nostra passione e farne un lavoro. La strada più logica è naturalmente tentare il corso guide, cosa che infatti non escludo per niente. Il mio futuro ad ora è un gran punto di domanda, non ho nessuna certezza se non che la montagna sicuramente ne sarà parte integrante.

22) Hai qualche sponsor? Cosa ritieni di poter dare loro di te stessa?
Sì, sono atleta Karpos, mi hanno chiesto loro di entrare nel Team. Non mi era mai passato per la testa di chiedere a nessuno di sponsorizzarmi, ho sempre scalato per passione e basta. Vedere che questa passione ora viene apprezzata ed elogiata in realtà mi stimola, e con Andrea, responsabile atleti, si è creato un bel rapporto: è bello sapere che qualcuno crede in te e vuole supportare i tuoi progetti.

A San Vito lo Capo

23) Come ti vedi da qui a 10 anni? Qual è il più grande obiettivo che vorresti raggiungere?
Domanda da un milione di dollari. Sono in un periodo della mia vita in cui mi sento un marinaio allo sbaraglio, in balia degli eventi, non riesco e non voglio pianificare nulla. È un momento in cui sento un frenetico bisogno di libertà, che cerco di seguire agendo secondo le mie pulsioni. Davvero ora non ho visione di me tra 10 anni. Spero solo di aver raggiunto un equilibrio sereno tra montagna, lavoro e relazioni personali.

24) Dove ti piacerebbe abitare?
Dappertutto. Ora ho voglia di viaggiare e non ho ben chiaro un luogo dove voglio mettere radici. Ne ho già messe troppe a Milano, città dove ho sempre vissuto, e ora ho proprio voglia di cambiare aria. Sicuramente un posto vicino alle montagne, ma ce ne sono così tante da esplorare… sono piuttosto innamorata delle Dolomiti, che peraltro non conosco ancora molto bene: un’ipotesi plausibile per il futuro prossimo.

Su Sezione aurea alla Corna di Medale

25) Ritieni il CAI (al di là di Eagle Team) un’associazione “accogliente”?
Assolutamente sì. Parlo della mia esperienza personale, ovvero della mia sezione, il CAI SEM di Milano, che mi ha accolto e mi ha iniziato alla Montagna con il corso di roccia del 2018: è stato il mio trampolino di lancio, per cui sento di dovere tanto alla mia scuola, e in particolare ad alcuni dei suoi istruttori, che mi hanno insegnato tutto. Dopo il corso di roccia ho fatto anche quello di ghiaccio e di scialpinismo, e poi sono entrata nel corpo degli istruttori. Sono la nuova leva di un ricambio generazionale in corso, mi sento responsabile e vedo che tanti contano su di me, e non voglio certamente deluderli: intendo continuare a insegnare e dimostrare che l’alpinismo tra i giovani non è morto, anzi, siamo più motivati che mai.

Sulle cascate di Cogne (Valsavarenche) con l’Eagle Team

26) Hai trovato anche un amore? (se preferisci, non rispondere)
Sì, lo ho trovato, lo ho vissuto appieno, e ho cercato di dare tutta me stessa. Lasciare questo amore per la Montagna è stata la scelta più sofferta della mia vita. Svincolarmi dalla persona che per me è stata la più importante di tutte è stata un’impresa incredibilmente difficile, ed ora mi terrorizza l’idea di stringere legami affettivi forti.

27) Qual è la tua più spiccata qualità?
Credo l’entusiasmo che cerco di mettere in ogni cosa che vivo e che faccio. Sento energie infinite, per me e anche per gli altri quando serve. Sono curiosa, sono sempre in cerca di stimoli, tendenzialmente non ho paura di seguire gli istinti: forse si tratta di iperattività, ma il cervello e il cuore, anche se spesso non comunicano, non si spengono mai.

28) Qual è il tuo difetto più grosso (se ritieni di averne…)?
Il non saper dire di no. O perché mi lascio prendere dall’entusiasmo, o perché odio lasciarmi sfuggire ogni opportunità, o perché mi piace l’idea di esserci per chiunque abbia bisogno, o semplicemente perché mi ostino a dimenticare che si può essere in posti diversi nello stresso momento. Sta di fatto che tendo sempre a sovraccaricarmi e a organizzare mille cose per poi annaspare nel tentativo di non venir meno agli impegni che prendo, anche se sono oggettivamente sempre troppi.

Grazie, Spigolo Vinci (Pizzo Céngalo)!

29) Sei sensibile ai complimenti?
Sì. Non sono mai scontati e spesso mi mettono a disagio perché penso di non meritarli (sindrome dell’impostore).

30) Ritieni di essere generosa?
Abbastanza. Spesso metto gli altri davanti a me o tendo ad essere troppo accondiscendente, forse perché sono una persona estremamente adattabile: non sono sicura che questo voglia dire essere generosi.

31) Ti capita, arrivata su una cima, di pensare già al prossimo obiettivo?
Sempre. È come aprire un pacco dei tuoi biscotti preferiti: uno tira l’altro e non riesci a smettere.

Sulle cascate di Cogne (Valsavarenche) con l’Eagle Team

32) Hai avuto qualche piccolo incidente? E, se sì, cosa ti ha lasciato in termini psicologici?
Sì, piccoli incidenti tutti facendo boulder, fuori o in palestra. Una caviglia, un ginocchio, un ischio-crurale… e poi una spalla. Oltre innumerevoli infiammazioni che naturalmente cerco di ignorare. Reagisco male, perché se non posso scalare sono triste. Cerco sempre di relativizzare, ma non sempre ci riesco bene.

33) In definitiva, ti ritieni felice?
A volte sì e a volte no. Nonostante la mia inclinazione al non accontentarmi mai, in questo periodo sono felice della piega che sta prendendo la mia vita, o meglio della direzione che IO, più o meno consapevolmente, le sto dando.

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Alessandra Prato ultima modifica: 2024-04-04T05:35:00+02:00 da GognaBlog

25 pensieri su “Alessandra Prato”

  1. La montagna incanta e incatena, seduce e ribalta, ti capita davanti e ti decapitato, ti fa perdere la testa. Ebbene Alessandra, vivila e mantieni la tua libertà. Magari anche di rinunciarvi. Forse per un altro amore.
    Comunque complimenti. 

  2. 17. Sono d’accordo con Marcello: penso che vivere una passione senza relegarla a valvola di sfogo sia più salutare e significhi che si è riusciti a trovare il giusto equilibrio tra doveri e piaceri. Credo che il massimo, visto che riguarda il mio vissuto, sia farli compenetrare senza quasi trovare confini.

  3. Non so perchè ma leggendo questo articolo mi vengono in mente della persone :
    – il mio vicino di casa albanese, 42 anni e 100 kg, moglie e 2 figli, con il fratello fa muri di sasso e posa cubetti di porfido, non ha studiato fisica ma sa che i sassi pesano e tanto. In agosto 2022 ha preso una casa all’asta e il sabato e la domenica  con il padre e il fratello la stanno sistemando per dare una casa a tutta la famiglia. il sabato sera fa il buttafuori in discoteca, Spero di continuare ad andarci d’accordo!!!
    – Mojahid, il mio amico marocchino. 53 anni . Lavora per una ditta di ingrosso import/esport di frutta e verdura, 7 su 7 dentro e fuori dalle celle frigorifere, per 1500/1600 euro/mese mantiene moglie 2 figli, la golf euro sotto 0, un affitto di 500 euro/mese. Unico svago le sigarette e il ramadan.
    – Miracle, il mio amico ivoriano, 26 anni, in Italia da 6, solo senza famiglia, senza macchina solo bici. Lavora per una ditta che produce e monta serramenti. Un’anno fa è passato dalla produzione al montaggio esterno presso i clienti, felice come se avesse vinto alla lotteria mi ha detto: ” ADESSO SONO SERRAMENTISTA!” probabilmente è la parola più difficile che ha imparato da quando è in Italia.
    Ripeto, non so il perchè ma leggendo questo articolo mi vengono in mente queste persone!!! 

  4. 18
    Expo says:
    5 Aprile 2024 alle 10:19
    @ 14Unico consiglio: quando sei ancora giovane ricorda, almeno ogni tanto, di curare la longevità’ del fisico per evitare che esso, da mezzo per realizzare la tua passione, diventi una prigione di soli ricordi.Un bel tema , da approfondire.Anche gli infortuni , che da giovani sono solo fastidiose “pause” , sarebbe bello riuscire a evitarli il più possibile.
     

    Vero, anche perchè gli anni passano, fortunatamente s’invecchia, ma arriva il conto con tutti gli interessi.

  5. Beaucoup de plaisir à lire cet article
    Alessandra mérite bien des compliments, bravo !

  6. @ 14Unico consiglio: quando sei ancora giovane ricorda, almeno ogni tanto, di curare la longevità’ del fisico per evitare che esso, da mezzo per realizzare la tua passione, diventi una prigione di soli ricordi.Un bel tema , da approfondire.Anche gli infortuni , che da giovani sono solo fastidiose “pause” , sarebbe bello riuscire a evitarli il più possibile.

  7. Dimenticavo, per quanto questa mia opinione possa avere importanza relativa, mi sento di dire a Alessandra che probabilmente quello che sta cercando sta nel fatto che la montagna non dovrebbe (mai) rappresentare una valvola di sfogo ma semplicemente il posto in cui stare e agire.
    Per il puro piacere di soddisfare il proprio gusto.

  8. Complimenti vivissimi per tutto Alessandra! Un solo consiglio: la massima di un mio antico e simpatico amico:<<Alpinista che torna buono per un’altra volta>>

  9. Giovanni, la sua passione non è totalizzante: Alessandra svolge una professione al di là delle montagne.

    Enri, la conosci personalmente per dire che non fugge? In ogni caso, è solo un’osservazione e una mia percezione rispetto al mio vissuto, niente di negativo. 

  10. Questa persona non sta fuggendo da nulla. Sta solo lasciandosi trasportare da quell’onda che nasce quando si incontrano la montagna, la roccia da una parte è un’anima capace di grande passione dall’altra. In tutto questo non tralascerei gli studi di Fisica! Notoriamente ostici! Che personaggio. Unico consiglio: quando sei ancora giovane ricorda, almeno ogni tanto, di curare la longevità’ del fisico per evitare che esso, da mezzo per realizzare la tua passione, diventi una prigione di soli ricordi.

  11. Donna o uomo per me non fa nessuna differenza e se poi una passione così totalizzante come quella per l’arrampicata serve a fuggire un po’ dalla realtà per realizzare i propri sogni in quell’ambito ben venga e non ci vedo niente di male. Il ritorno alla realtà garantirà maggiore forza e ci farà vedere le cose dal di fuori con maggiore obiettività.

  12. Sono certamente felice che un’altra donna sia appassionata di montagna, ma devo confessare che mi sembrano tante le attività a cui si dedica, e quando è così mi viene da pensare che si voglia fuggire da qualcosa.

  13. Che bello leggere di un’alpinista/arrampicatrice animata dal “fuoco sacro”; averli e’ un dono ed una condanna insieme. Benvenuta Alessandra e buona vita.

  14. Non ho MAI detto quanto scritto nella prima parte dell’intervento 8, ho SEMPRE detto quanto da me scritto nel mio intervento di stamattina. C’è una bella differenza.
     
    Altro discorso è IMPORRE ai vecchi come me che cambino abitudini (sempre che il contesto del momento sia consono-vedi commento di stamattina), perché i profondi cambiamenti strutturali avvengono con il sostituirsi delle generazioni. I maschi giovani forse già ora e a maggior ragione in futuro non avranno più il piacere implicito che abbiamo io e i miei amici di cantare l’Usellin della comare, fermo restando che, con noi, le prime a divertirsi sono le nostre compagne di gita.
     
    Ma il mio piacere di cantare, in determinati contesti, l’Uselin della comare, nulla ha a che vedere con eventuale disistima delle donne, sia in montagna che nella vita di tutti i giorni. Ho già detto che le scuole torinesi sono sempre più rette da donne e non da uomini, con grande soddisfazione di tutti. Più chiaro di così!

  15. Alessandra Prato, mi fa piacere che tu abbia trovato nel Cai un ambiente piacevole.
    In questo blog ci sono spesso articoli sull’alpinismo molto interessanti, ma troverai anche le farneticazioni di un tal Crovells caiota convinto, ma di un Cai littorio che in gran parte non esiste più per fortuna.
    Tanto presente da far definire il gognablog quello del pazzo Crovella, ma è un po’ da compatire.
     
    Complimenti per la tua attività e la voglia che hai. Lascia Milano e vai a vivere in montagna, se ti piace. Ciao!

  16. Mah, Crovella, è agli atti, come dici tu, quando dici che nelle gite Cai si cantano le osterie e si fanno battute alle donne, anche pesanti, e bisogna accettarlo perché l’ambiente è così. 
    E ora dici l’opposto. Oscillante sei tu!
     
    Mi batto invece per il politicamente corretto, per cui, dal CAI; dovrebbero esser messi all’indice battute scherzose, clima divertente, barzellette salaci, canzoni goliardiche ecc 
     
    Roba da matti!

  17. Per quanto mi riguarda, non mi riferisco a questioni di genere, che per me non rappresentano il benché minimo problema, bensì a questioni più profonde. Saluti a tutti

  18. Terrore? ma vi inventate le cose! nessun terrore da parte mia, MAI! Tanto meno verso le donne, di cui io (da sempre) ammiro la maggior intelligenza (rispetto a quella media del genere maschile), condita da determinazione e fascino. Sono contentissimo che il CAI sia accogliente verso le donne, anche a livello di scuole (per la cronaca, la prima istruttrice della Gervasutti è del 1974, la  prima istruttrice della SUCAI è del 1978, e oggi ci sono quasi più nomi femminili che maschili, e l’altra scuola torinese di scialpinismo da qualche anno ha una Direttora – così ama farsi chiamare, con toni confidenziale, ma grande grinta manageriale). Mi batto invece per il politicamente corretto, per cui, dal CAI; dovrebbero esser messi all’indice battute scherzose, clima divertente, barzellette salaci, canzoni goliardiche ecc (certo occorre che si sia intelligenti nel saperle calare nelle varie situazioni). Ho sempre affermato tutto ciò. Quindi NON sono io che “cambio”, ma è la vostra capacità di lettura che “oscilla” di giorno in giorno…

  19. 2) Che, a dispetto dei detrattori del CAI, ancor oggi il CAI è “accogliente”, come ha chiaramente riconosciuto questa ragazza. Accogliente verso le donne (=no prevenzioni), accogliente verso gli alpinisti (m/f) di vertice, accogliente perché il clima umano è simpatico e per nulla da vecchio scarpun.

    Forse perchè nelle scuole del CAI ci sono istruttori, che ha differenza tua, non tagliano le ali a chi può volare.

  20. Essere Lei deve essere molto faticoso.. ma altrettanto divertente! Bella lettura. Il palasesto ha sfornato talenti

  21. Bell’articolo, la cui lettura mi ha rapito e che mi ispira due tweet. 1) La storia di questa donna conferma che la panzanata (in generale nella società e in montagna nello specifico) delle quote rosa sia una emerita panzanata: se una donna “merita”, non ha bisogno delle quote rosa, emerge lo stesso. 2) Che, a dispetto dei detrattori del CAI, ancor oggi il CAI è “accogliente”, come ha chiaramente riconosciuto questa ragazza. Accogliente verso le donne (=no prevenzioni), accogliente verso gli alpinisti (m/f) di vertice, accogliente perché il clima umano è simpatico e per nulla da vecchio scarpun. Certo, vi saranno modulazioni, fisiologiche, da sezione a sezione, da scuola a scuola, ma il tanto bistrattato CAI è accogliente e, se non c’è prevenzione dal singolo nei confronti del CAI, il CAI sa far emergere i talenti, anche nel Terzo millennio.

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