“Carlo Nembrini, uomo generoso, disponibile, dal carattere aperto, gioviale, ottimista, capace di coinvolgere gli amici sia in piacevoli scampagnate sia in difficili arrampicate…”.
Carlo Nembrini
(nei ricordi di Flavio Bettineschi)
di Carolina Paglia
In una calda giornata di luglio 2021, grazie alla collaborazione offerta dagli amici del CAI Valserina, incontro Flavio Bettineschi, uno dei due sopravvissuti alla tragedia di 40 anni prima dei cinque alpinisti scalvini che andarono ad affrontare i muri di ghiaccio del Pucajirca Central 6010 m, nelle Ande peruviane (l’altro sopravvisuto fu Rocco Belingheri, NdR). I cinque scalvini erano ad un passo dalla vetta, prima che il grande muro di ghiaccio crollasse e trascinasse in un baratro di 500 metri Livio Piantoni, Italo Mai e Giovanni Battista Nani Tagliaferri. Incontro nuovamente Flavio nella sua casa di Valpiana nel luglio 2022 e proseguo la conoscenza del suo racconto. Flavio mi accoglie con simpatica vivacità e con grande entusiasmo mi coinvolge e mi porta nell’alpinismo degli anni ’70. La mia curiosità mi spinge a conoscere meglio la figura di Carlo Nembrini, un alpinista bergamasco che ha tracciato la storia di quegli anni.
Flavio rievoca l’amico Carlo Nembrini come uomo generoso, disponibile, dal carattere aperto, gioviale, ottimista, capace di coinvolgere gli amici sia in piacevoli scampagnate sia in difficili arrampicate. E’ morto per un gesto di solidarietà. Carlo aveva 14 anni più di Flavio. Carlo era anche un maestro di sci e, per scommessa, aveva aperto una scuola sci al Passo della Presolana. A soli 15 anni Flavio venne ingaggiato da Carlo come istruttore di alpinismo in un corso organizzato dal CAI Monza allo Zuccone di Campelli. La storia alpinistica di Colere conta nomi importanti, quali: Livio Piantoni, la guida Placido Piantoni, Rocco Belingheri, Nani Tagliaferri. Il rapporto tra Carlo Nembrini e Placido Piantoni è fraterno per alcuni aspetti, ma contrastante dal punto di vista delle personalità, più esplosiva quella di Placido, più pacata quella di Carlo. A Flavio pongo una serie di domande, alle quali risponde con molta cordialità e vivacità nel ricordare.
Come arrivò Carlo Nembrini a Colere?
“Arrivò grazie alla conoscenza con Placido, che era conosciuto nel gruppo GAN di Nembro. Allievo di Leone Pellicioli, abbandona il ciclismo quale sua prima passione e a 17 anni inizia a scoprire le montagne. Poi vive alcune situazioni drammatiche. Prima con Jack Canali sulla Nord delle Grandes Jorasses e poi con Placido Piantoni nel tentativo di ripetizione della Nord del Cervino: lì viene colpito da una scarica di sassi. Nembrini era accovacciato su un piccolo terrazzino, scavato nel ghiaccio, per adagiare la schiena che era stata colpita violentemente da una scarica di sassi. Erano circa le 21 e stavano salendo la famosa parete nord del Cervino. Placido manda segnali di soccorso con la torcia elettrica, sta diventando buio. Da Zermatt rispondono a segnali, il tempo cambia ancora, comincia a cadere grandine mista ad acqua, Carlo vuole l’ultimo goccio di tè, teme di avere poche ore di vita a causa del pericolo di fulmini.
Cadono ancora sassi, le schegge colpiscono gli arti esposti al di fuori del terrazzino, nevica ma al mattino decidono di scendere con grandi difficoltà, anche perché Carlo non poteva usare le braccia. Piantoni lo cala per 600 m nel corso di due interminabili giorni, con 4 costole rotte, più le pleure e un polmone bucati: un soccorso quasi impossibile portato a termine dall’amico Placido Piantoni. Solo grazie alla forte volontà, che lo contraddistingueva, ha saputo affrontare quelle difficoltà estreme. Era il 26 luglio 1963 e fu il tentativo della prima salita italiana sulla Nord del Cervino (questo è un errore, la prima salita italiana alla parete nord del Cervino era già stata effettuata il 30 agosto 1961 da Jean Bich, Pierino Pession e Piero Nava, NdR)”.
Cosa ricordi della sua personalità?
“Era un uomo molto gioviale, ora lo definirei un extraterrestre, un fenomeno di generosità, riusciva ad attirare la simpatia di chiunque lo avvicinasse. Quando aveva 1000 lire in tasca, non spendeva da solo tale cifra, ma condivideva sempre con qualcuno ciò che acquistava con tale somma di denaro. Gestiva un negozio di articoli sportivi, ma era solito regalare alcuni beni. E’ stato allievo di Leone Pellicioli, che ricordava spesso nei suoi racconti. Leone morì nel 1959 a causa di un fulmine caduto sulla croce del Piz Roseg. Ricordo vagamente quando Placido, in un’occasione, mostrò risentimento nei confronti di coloro che non lo aiutarono. Anche quando raggiunse una discreta fama, rimase lo stesso ragazzo incorrotto, lo stesso che gli amici ricordano da sempre, un ottimista”.
Quali materiali venivano utilizzati all’epoca?
“Carlo si legava solo con la corda, non esisteva imbragatura. A Colere arrivava con il suo “Maggiolone”, portando chiodi, regalatigli da Cassin e altro materiale che donava ai ragazzi di Colere con estrema generosità. Gestiva un negozio di sport a Nembro, ma apponeva sempre il cartello “torno subito” alla porta d’ingresso. Non esistevano sponsor, probabilmente ha ricevuto aiuto dai gestori di un bar vicino al negozio. Placido Piantoni era molto bravo nei lavori di officina, molti dei suoi chiodi erano forgiati a mano. Per sapere quali e come fabbricarli, gli alpinisti si recavano sul luogo per studiare la via e verificare la presenza o meno di fessure o buchi. L’assenza di fessure indicava una roccia compatta, dunque non in grado di ricevere alcun chiodo. La presenza di piccoli buchi richiedeva chiodi molto piccoli. La maestria di Placido in officina era tale che riuscì a costruire il primo gatto delle nevi, utilizzato sulle nevi della Presolana, utilizzando il motore di un’auto Fiat 500”.
Quali erano le attrezzature del periodo?
“Siamo stati la generazione che ha vissuto il passaggio dalla scarpa rigida alla scarpetta. Emilio Comici già usava scarpette di tela, la ditta “La Sportiva” di Trento regalava delle scarpe da provare. La scarpetta fu un cambio epocale, certo ora tutti hanno fretta, con l’orologio in mano, si è perso il senso dell’avventura. Ora si usa il casco, ai nostri tempi non c’era. Il casco è importante, il rischio c’è sempre, non puoi calcolare che la montagna lasci cadere un sasso, pensate solo ai camosci, che per difendersi lasciano cadere i sassi… Alcuni avevano una macchina fotografica, anche rudimentale, che chiamavamo “armua”. Si immortalavano solo momenti essenziali, poiché l’attenzione era sempre accesa verso la parete e l’azione del salire. A volte si avevano due zaini, uno per contenere gli attrezzi e un altro per portare il cibo, ad esempio anche un chilo di pane. All’epoca non esistevano barrette o integratori”.
Come iniziava ad andare in montagna un ragazzo del tuo periodo?
“Dalle nostre parti si iniziava presto ad andare in montagna, era più bello ai miei tempi, non consideravi le responsabilità, la montagna di quei tempi chiamava ad essere naturali e molto semplici. Ad esempio, se andavi in un rifugio, già conoscevi tutto, ti davano qualche panino da mangiare e via, partivi. Ai miei tempi, chi praticava l’alpinismo aveva rispetto dell’ambiente frequentato, ne conosceva la flora e la fauna. Oggi a volte questo non succede, ci siamo concentrati sulla tecnologia e abbiamo dimenticato di conoscere alcuni aspetti della natura. I giovani praticavano l’arrampicata nella falesia di Colere e qui trovavano Placido Piantoni che faceva la selezione, osservandoli in azione. È doveroso ricordare anche l’importante funzione dell’Albergo Grotta al Passo della Presolana, sempre aperto e punto di riferimento del Soccorso. Era gestito dalle sorelle “Cicio”.
Chi erano gli alpinisti di Colere prima dell’arrivo di Nembrini?
“Prima del Placido c’erano i quattro “matòc”, vale a dire pionieri che partivano con l’ombrello e andavano senza corde. Alcuni nomi che ricordo: Manfredo Bendotti, detto il Mago (del 1933), spesso alla ricerca di fossili, questo alpinista conosceva la saxifraga presolanensis. A Colere avevano imparato a sciare, d’inverno lavoravano in qualità di soccorritori su pista a Cervinia e, in seguito, facevano ritorno a Colere”.
Un ringraziamento a Flavio Bettineschi, testimone di un alpinismo bergamasco glorioso, avventuriero e solidale.
Le imprese alpinistiche di Carlo Nembrini
Parlare della carriera alpinistica di Carlo Nembrini non è cosa facile, non è nemmeno possibile contenere l’attività di un alpinista professionista come Carlo in poche righe, basti dire che andò in montagna appena tredicenne: quindi per un periodo più che ventennale egli ha affrontato le più belle e impegnative vie delle Alpi da occidente ad oriente, vette africane e diverse importanti ascensioni nelle Ande: nel suo curriculum manca solo l’Himalaya. Divenne anche Guida Alpina e Istruttore Nazionale di Alpinismo e Maestro di Sci. Ha lasciato in eredità l’amore per la montagna e per il prossimo.
La spedizione sull’Illimani
II 24 ottobre 1973 Carlo Nembrini è capo spedizione per l’ascensione al Nevado Illampu, la quarta montagna più alta della Bolivia, una montagna che i nativi locali chiamano “il creatore delle acque”.
Nembrini sceglie come componenti della spedizione: Placido Piantoni, Piero Bergamelli, Patrizio Merelli, Giuseppe Milesi, Giovanni Maiori, Mario Dei Cas, Gian Battista Caccia, oltre a Don Giuseppe Ferrari e Don Giuseppe Rizzi, in quegli anni missionario in Bolivia.
Sono consapevoli che l’Illampu non sia una montagna facile: attrezzano la parete e il 5 novembre raggiungono la vetta. E’ la prima spedizione italiana e la terza spedizione che raggiunge quella cima di 6368 m.
Dopo il ritorno a La Paz vengono a conoscenza che in agosto il francese Pierre Dedieu e uno dei migliori scalatori boliviani dell’epoca, Ernesto Sànchez, erano caduti durante la scalata dell’Illimani 6440 m. I famigliari e le autorità chiedono a Nembrini e compagni di adoperarsi per il recupero delle salme. Riescono a recuperare Sànchez, ma di Dedieu nessuna traccia.
Nembrini decide di effettuare un ultimo tentativo: trovano solo uno zaino. Era il 23 novembre 1973. Su un pendio nevoso dell’Illimani, nella Cordigliera Reale della Ande in Bolivia, Nembrini cade, scomparendo nel canalone sottostante, a breve distanza dal campo base.
E’ Placido Piantoni a lanciare l’allarme per la sua caduta. Nembrini perde la vita per un atto di generosità.
Le sue imprese
- 1956, 29 agosto, Presolana Occidentale – 1° spigolo ad ovest del canalone sud tra Occidente e Presolana del Prato: Carlo Nembrini, Battista Tista Bergamelli.
- 1961, estate, Presolana Occidentale – parete sud: Carlo Nembrini, Giuseppe Bencetti, Giovanni Milesi, Angelo Donati, Giancelso Gege Agazzi.
- 1961, 10-11 ottobre, Presolana Centrale – parete sud-est, via Attilio Tomassoni: Carlo Nembrini (in solitaria).
- 1962, 20-21 luglio, Presolana Occidentale – parete nord, via Luciano Bosio: Carlo Nembrini, Placido Piantoni, Vittorio Bergamelli.
- 1965, 20-21 giugno, Presolana Centrale – parete sud: Carlo Nembrini, Armando Pezzotta, Giuseppe Milesi.
- 1967, 20 settembre, Presolana Orientale – parete sud: Carlo Nembrini, Bona Nicolic.
- 1967, 29-30 settembre, Presolana Occidentale – parete nord, via dei Mocc: Carlo Nembrini, Placido Piantoni, Battista Pezzini, Angelo Fantini.
- 1967, 20 ottobre, Presolana del Prato – Gemello di destra: Carlo Nembrini, Giuseppe Milesi.
- 1969, 25 luglio, Presolana del Prato – Gemello di sinistra: Carlo Nembrini, Attilio Bianchetti, Bruno Buelli, Luciano Angeli.
- 1969, 11 agosto, Presolana Occidentale – versante sud: Carlo Nembrini, Pierlorenzo Acquistapace, Giuseppe Milesi, Luciano Angeli.
- 1970, settembre, Presolana Occidentale – versante sud, via Liliana: Carlo Nembrini, Paolo e Pia Bozzetto, Sergio Arrigoni, Bruno Buelli.
Scopri di più da GognaBlog
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
Fu un caro e grande amico. Oltre a Guida Alpina e Maestro di sci, fu anche Capo delle Guide della Provincia di Bergamo. Quanti bei momenti passati insieme, a casa e specialmente sui monti. Tutta l’attrezzatura di alpinismo e sci alpinismo mia e di mia moglie, l’abbiamo acquistata nel suo negozio, con comode rate. Ciao caro Carlo sempre con noi. Nembro (Bergamo) 12/09/1939-La Paz (Bolivia) 23/11/1973.
Bell’articolo su un personaggio che non conoscevo, se non per sporadiche citazioni qua e là.
Delle rispoate di Flavio mi piace in particolare questo passaggio:
“Dalle nostre parti si iniziava presto ad andare in montagna, era più bello ai miei tempi, non consideravi le responsabilità, la montagna di quei tempi chiamava ad essere naturali e molto semplici. Ad esempio, se andavi in un rifugio, già conoscevi tutto, ti davano qualche panino da mangiare e via, partivi. Ai miei tempi, chi praticava l’alpinismo aveva rispetto dell’ambiente frequentato, ne conosceva la flora e la fauna. Oggi a volte questo non succede, ci siamo concentrati sulla tecnologia e abbiamo dimenticato di conoscere alcuni aspetti della natura”
Mio padre faceva parte della squadra che ha portato giu’ il Leone Pellicioli dal Roseg. Gli svizzeri dicevano sarebbe stato impossibile. Invece con una teleferica improvvisata sono riusciti a farlo. Ora mio padre ha 97 anni.
MS