Crinali ribelli

Nello scenario di una guerra energetica ormai dichiarata, ed esacerbata dalle esigenze di una digitalizzazione tutt’altro che green, le zone “marginali”, come quella del Mugello, diventano serbatoi di materie prime “critiche” o di energia.
Sui crinali dell’Appennino tra Toscana ed Emilia-Romagna, è in corso la costruzione di un “parco” eolico che prevede la realizzazione di pale eoliche alte 170 metri, colate di migliaia di tonnellate di cemento per i basamenti, prosciugamento di fonti d’acqua, ecc.
Si tratta di un progetto apri-pista: subito dopo il respingimento dei ricorsi contro la sua realizzazione, a cascata sono state richieste altre autorizzazioni per nuovi “parchi” eolici in tutta la regione.

Crinali ribelli
(disarmiamo l’eolico in Mugello)
a cura della Redazione di Nunatak
(pubblicato su Nunatak n. 76)

Sull’Appennino tra Toscana ed Emilia-Romagna, è in corso la costruzione di un “parco” eolico. Il progetto prevede la realizzazione di sette pale eoliche alte 170 metri, sul crinale di Monte Giogo di Villore, sotto la giurisdizione dei comuni di Vicchio e Dicomano, nella vallata del Mugello. Se ne occupa AGSM Aim Spa, azienda controllata dal comune di Verona e già nota nel Mugello per aver realizzato il “parco” eolico del Carpinaccio nel comune di Firenzuola. Si tratta di un progetto apri-pista: subito dopo il respingimento dei ricorsi contro la sua realizzazione, a cascata sono state richieste altre autorizzazioni per nuovi “parchi” eolici in tutta la regione.

I lavori per l’impianto di Monte Giogo di Villore procedono spediti da più di un anno. Eppure, a parte i carotaggi per i basamenti delle pale, stanno ancora realizzando la via che permetterà l’accesso al sito del “parco”. L’opera del resto è mastodontica: si tratta di costruire una strada abbastanza larga per consentire il passaggio dei trasporti eccezionali che dovranno trascinare le enormi pale a mille metri di altezza, su un terreno frastagliato e impervio. Il progetto non prevede curve: tutto ciò che è d’ostacolo viene sistematicamente distrutto, la terra rivoltata, il crinale spianato, le sorgenti d’acqua intubate.

Tutto il tempo e gli sforzi dedicati a lavori così assurdi che sembrano concepiti dal cattivo di un film distopico non possono trarci in inganno: la realizzazione di infrastrutture in una zona che i grandi mezzi non potevano raggiungere non è un’opera accessoria, ma il fine stesso di questo genere di progetti. Con la guerra alle porte, l’ampliamento della rete infrastrutturale diventa di interesse strategico primario. Le società moderne si basano su una rete distribuita di fabbriche, su macrosistemi tecnici di fornitura di elettricità, trasporti, acqua, cibo, lavoratori. Una società che si affida ai “sistemi di supporto vitale”, quindi, non può che vivere in uno stato di emergenza indefinita, poiché la minaccia del loro collasso non cessa mai. In fondo basta un bombardamento a interrompere il flusso. Peraltro l’ingiunzione a estendere e rendere più capillare la rete infrastrutturale non dipende neppure soltanto dalle decisioni di ogni singolo governo, perché in gioco c’è l’unità sovranazionale dell’Europa, che prende corpo attraverso la connettività fisica delle infrastrutture.

Il sito dell’impianto eolico si trova nelle zone “cuscinetto” del Parco Nazionale delle Foreste casentinesi, che sebbene non facciano parte a pieno titolo dei confini protetti, godono comunque di una speciale giurisdizione. Al di là delle denominazioni burocrati-che, di cui ormai peraltro non interessa più niente a nessuno, le zone che stanno distruggendo erano luoghi sacri per gli Etruschi, e sono ancora, in effetti, piene di magia e di vita, coperte da faggete e ricchissime di sorgenti, avvolte in un silenzio vivo e pervase dall’odore di essenze. Proprio il luogo ideale in cui colare le 3000 tonnellate di cemento necessarie per ciascun basamento delle pale (3000×7!), in buche dal diametro di 20 metri, profonde almeno 4, con una palificazione profonda più di 25. Tutto questo cemento chiaramente non può essere trasportato dalle betoniere sulla strada in costruzione, che nonostante tutte le devastazioni rimane troppo ripida. Quindi, la bella pensata è di costruire una zona di betonaggio nel cuore della foresta.

Il crinale è tempestato di sorgenti, che i lavori distruggeranno. Una fonte è già stata tombata senza alcuna autorizzazione, e altre seguiranno presto il suo destino. Il progetto peraltro non dichiara, per non allarmare la popolazione umana della zona, per cui i corsi d’acqua sono ovviamente preziosi (le altre vite del bosco non sono neanche prese in considerazione), da dove verrà presa l’acqua necessaria per produrre cemento nel bosco. Ma non è difficile immaginarlo. Con i periodi di siccità che si alternano alle alluvioni, questo stravolgimento è un attacco diretto all’autonomia idrica degli abitanti, che finiranno sempre di più per dipendere dalla rete “istituzionale”, subire passivamente i razionamenti, e magari dover sacrificare persino qualche coltivazione.

Non dovrebbe neppure essere necessario ricordarlo, ma la decisione di distruggere così tante fonti d’acqua, che alimentano il principale fiume della zona, che a sua volta è un affluente del più importante fiume toscano (“Arno non cresce, se Sieve non mesce”, recita un detto della zona), non è esattamente lungimirante, ora che la scarsità di risorse idriche sta scatenando una serie di conflitti per l'”oro blu”. E sempre più numerose guerre per l’acqua seguiranno, vista la sete delle imprese minerarie, delle industrie e degli enormi data center. Per vedere il nostro futuro, del resto, basta dare un’occhiata a ciò che succede in Cile: la privatizza-zione delle acque che risale all’epoca della dittatura di Pinochet ha sottratto a numerosissime comunità mapuche l’uso dei corsi d’acqua, destinati ora ad essere sfruttati dall’industria energetica, mineraria o forestale. Come nel caso del fiume Wueneywue, in lingua Mapudungun “luogo di amici”, deviato per alimentare una centrale idroelettrica di Enel. Ma le comunità mapuche non si arrendono…

L’annientamento di ogni forma di autonomia individuale e collettiva è la conseguenza più ovvia, e allo stesso tempo invisibile, di progetti come quello di Monte Giogo. Il rifugio non riconosciuto dal CAI, costruito da chi vive i boschi, il corso d’acqua che un coltivatore del luogo utilizza per irrigare i suoi campi sono le vittime del progetto che non verranno mai riconosciute, perché di fatto al di fuori degli angusti confini della legalità. La scala degli interventi toglie la possibilità stessa di avere presa sul mondo in cui si vive, di toccarlo con mano. L’agricoltore che può riparare il tubo che ha piazzato per portare l’acqua dalla sorgente al suo campo, come potrà mettere mano ai problemi della rete idrica nazionale, magari controllata digitalmente?

Il fatto è che nessun posizionamento etico o rivendicazione di autonomia è, oggi, ammessa, e chi la avanza è considerato “nemico dell’umanità”, come durante la pandemia, o, nel caso di un parco eolico, addirittura del pianeta. Le pale eoliche non sono forse l’energia verde che ci salverà?

Del resto, ora che la guerra non è più un tabù nelle bocche dei politici, l’autarchia energetica dell’Europa è un obiettivo dichiarato pubblicamente. Nello scenario di una guerra energetica che non si nasconde più, le zone considerate marginali, come quella del Mugello, diventano serbatoi di materie prime “critiche” o di energia. La terribile fame di energia della nostra società dipende chiaramente anche da una delle principali “missioni” del PNRR, e più in generale uno dei cardini della ristrutturazione del capitale: la digitalizzazione. Più si diffonde l’impiego dell’intelligenza artificiale e aumentano gli “oggetti connessi”, più c’è bisogno di metalli rari, di acqua e di energia (che i data center, per fare solo un esempio, letteralmente divorano). Per questo, il PNRR ridisegna il territorio, assegnando a ogni luogo la sua funzione specifica, all’interno di un mondo pensato come unico e totale. Le zone meno abitate sono destinate a tamponare il disperato bisogno energetico non solo delle metropoli, ma anche delle campagne ripensate sulla base dei dettami dell’agricoltura digitale e iperconnessa.

L’intera regione Toscana è pensata organicamente, a ogni zona la sua funzione – il Chianti con il suo vino pregiato e le sue dolci colline da cartolina è il territorio a vocazione turistica per eccellenza, mentre le zone marginali e più scarsamente popolate sono destinate a fornire a tutti quanti acqua, energia e forza lavoro (quindi, ecco l’eolico nel Mugello, il geotermico in Amiata, la nave-rigassificatore a Piombino…) – e allo stesso tempo ogni zona deve essere perfettamente attraversabile, in rete con le altre – proprio perché le zone marginali forniscono manodopera, materie prime ed energia, non possono mancare le infrastrutture che le collegano alla metropoli, a ridosso della quale si concentrano i poli logistici.

Chiaramente si può fare un’analisi simile a livello nazionale, europeo, mondiale. Il PNRR peraltro non si limita neppure ad attribuire a ogni territorio una funzione specifica, ma riorganizza ogni spazio in modo che possa cambiare velocemente funzione, in una totale indistinzione civile-militare. Tutto è pensato per un doppio uso: un polo scolastico assomiglia così terribilmente a un polo logistico, perché possa più facilmente essere trasformato in un centro emergenziale o di smistamento di quanto Io sarebbe una piccola scuola in mezzo agli alberi. È con il pretesto del design e della razionalizzazione ingegneristica che stanno costruendo un mondo ostile alle nostre spalle.

Non glielo permetteremo
Nonostante il progetto di Monte Giogo di Villore sia stato approvato proprio a marzo 2020, mentre tutto il paese era confinato in casa (speravano che non ce ne accorgessimo?), gli abitanti del Mugello si sono subito opposti alla realizzazione dell’impianto eolico. Nasce il Comitato Crinali Liberi, le associazioni locali promuovono inchieste pubbliche (cominciate in videoconferenza per via della quarantena), si tengono assemblee nel Mugello, ma anche a Firenze, si fanno passeggiate sui luoghi del cantiere e si monitora l’avanzamento dei lavori. I ricorsi al TAR falliscono miseramente – del resto la carta dell’interesse strategico è ormai giocata per ogni infrastruttura, che anche l’ultimo ddl sicurezza si preoccupa di proteggere aumentando le pene per chi si oppone alle grandi opere.

Non ci fermeranno
Se non è più tempo di ricorsi burocratici, è il momento di individuare i punti di frattura e difenderli e presidiarli. La frattura è tra due modi di pensare e vivere il mondo, tra vita e morte. Se la comunità nasce tra chi condivide una certa sensibilità e abitudine del territorio, i progetti sul Mugello (non c’è solo l’eolico, ma anche il metanodotto, l’alta velocità, lo snodo autostradale, i TEA – e le nuove infrastrutture che rendono raggiungibile persine il crinale apriranno sicuramente la strada ad altre mirabolanti proposte) sono paradigmatici di un modo di concepire i territori “marginali”. Ed è proprio per questo che la negatività – l’opposizione collettiva all’ennesimo progetto insensato – può felicemente rovesciarsi in occasione, quella di creare una comunità nella lotta, riscoprire forme di autonomia materiale e spirituale, rompere la sottomissione politica e scientifica, frammentare il mondo unico in cui vorrebbero inglobarci in tanti mondi, finalmente abitabili. Per farlo, serve pensare contro il proprio tempo, e le sue false evidenze, e fare buon uso di ogni frattura, nelle metropoli come in campagna. Del resto, oramai indissolubilmente legate da un’inestricabile rete di servizi.

Se vogliamo disertare la guerra e destituire il mondo che la rende inevitabile, dobbiamo disarmare le sue infrastrutture.
Ci vediamo presto, sul Mugello.

Dal 2 al 4 maggio 2025 siamo partiti da Villore per una passeggiata sul crinale, per ampliare i rifugi autogestiti, mangiare insieme, monitorare i lavori e confrontarci.

Dal 2 al 6 luglio 2025: Campeggio di lotta.

Per rimanere in contatto, avere aggiornamenti e informazioni utili:
– mail: siamomontagna@proton.me
– t.me/SiamoMontagna – ©SiamoMontagna

Crinali ribelli ultima modifica: 2025-06-25T05:19:00+02:00 da GognaBlog

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11 pensieri su “Crinali ribelli”

  1. L’avevo già detto ma lo ripeto:
    le pale eoliche non servono a produrre energia, ma a produrre certificati verdi da energia installata.
    Quando tra un anno o 2, dovremo comprare certificati verdi per rendere Green le nostre casa in classe E senza fare costosi lavori di manutenzione, in pratica una super IMU, chiuderemo un occhio sulla distruzione del landscape di Mugello, Sardegna, Puglia e tutto il resto. Era già stato previsto tutto cambiando nel 2022, nel silenzio generale, gli articoli 9 e 41 della costituzione.
    Gombloddo! Gombloddo!

  2. Intanto a Venezia 90 …novanta Jet e voli privati ( che manco sanno dove parcheggiarli )per il modestissimo matrimonio VIP. 

  3. Quindi non ci resta che piangere.
    Detto in parole povere, attacchiamoci al tram.
     
    Battute a parte, sto ponderando sull’energia nucleare. Dopo esserne stato contrario per decenni, forse ora la sicurezza è  migliorata. Forse. Però non ho le conoscenze per valutarla.
    In ogni caso, bisognerebbe limitare gli eccessi di consumi, soprattutto tra la massa di ricchi sempre piú ricchi e viziati, ma anche nel ceto medio. Matteo, ti confesso che su certe cose sono piú talebano di te.

  4. Ci sono sei possibilità:
    1) Ridurre gradualmente la popolazione mondiale, il che però richiederà molti decenni. Nel frattempo che si fa?
    2) Energia nucleare, con i rischi connessi.
    3) Ricoprire mezzo mondo con centrali eoliche e fotovoltaiche, che in ogni caso non risolverebbero del tutto i problemi.
    4) Ridurre i consumi. Si attendono volontari: meno spostamenti in automobile e in aereo, meno riscaldamento in casa propria, meno condizionatori, meno turismo, meno gite in montagna, meno cellulari, meno fine settimana al mare, meno neve artificiale, meno impianti di risalita, NO panfili, NO aerei privati, NO eliski, NO elicotteri da turismo, meno viaggi all’estero, meno spedizioni alpinistiche, NO crociere, ecc. Però forse non basterebbe.
    5) Tornare all’Età della pietra. Soluzione radicale, proposta da fanatici pazzoidi ma preferibilmente da applicarsi solo agli altri; si attendono volontari anche in questo caso.
    6) Guerra nucleare globale. Metodo forse un po’ drastico ma efficace.

  5. Le centrali eoliche, con tutto quello che comportano, sono una sciagura immensa. L’unica energia “rinnovabile” è il non-consumo. L’unica speranza è la fine della civiltà industriale, anche se comporterà eventi traumatici. La scelta peggiore è continuare con gli andamenti attuali, che porterebbero a un Pianeta estremamente degradato e a una vita impossibile. Già oggi, nelle nazioni con i più alti standard “industriali-economici”, i segni di un disagio evidente sono chiarissimi (es. USA).

  6. Il commento precedente dimostra la non conoscenza della situazione attuale.
    La Sardegna è attualmente oggetto di assalto da terra e da mare per la costruzione di mega centrali eoliche, in barba a qualunque piano paesaggistico, naturalistico  e di buon senso. In  particolare, se venissero approvati tutti i progetti presentati per le centrali offshore, sarebbe letteralmente recintata da torri alte 2-300 metri.
    Qui si può trovare un esempio di questa forma di neo-colonialismo:
    https://gruppodinterventogiuridicoweb.com/2024/07/16/una-mega-centrale-eolica-decisamente-pericolosa-per-lambiente-al-largo-dellisola-di-san-pietro-e-del-sulcis/

  7. Il tutto senza tenere conto che l’Italia non è certamente terra di venti costanti, rendendo di conseguenza questi parchi eolici poco efficenti. Per supplire a ciò sono costretti a progettare ( e spesso realizzare) impianti sempre più grandi.
    Pensare che una trentina di anni fa furono eseguiti studi e monitoraggi eolici, scoprendo che l’unica zona idonea poteva essere il mare a largo di Sassari, dove sarebbe possibile costruire efficenti impianti, invisibili da terra e facili da sorvegliare, senza dover costruire infrastrutture per costruzione e manutenzione.
    Ma in Italia, terra di fiat e pirelli, si preferisce la terra al mate

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