“Donne e outdoor: rappresentazione e realtà”. Evento promosso da Laboratorio Donne, gruppo aperto e indipendente impegnato nella ricerca, nel confronto e nella crescita sui temi dell’uguaglianza di genere nell’ambito della montagna. (Trento Film Festival, in collaborazione con il Centro Studi Interdisciplinari di Genere, Università di Trento).
Donne e outdoor
(rappresentazione e realtà)
di Riccarda De Eccher e Alessia Tuselli
(pubblicato su Le Alpi Venete, autunno-inverno 2025-2026)
Il Trento Film Festival, nella sua 73esima edizione, ha presentato Jamie, un documentario che racconta di James Logan, climber statunitense che all’età di 69 anni abbandona il nome e il genere assegnati alla nascita per diventare Jamie.
Logan, in gioventù, era stata tra i pionieri del free climbing. Faceva parte di quella leggendaria comunità che si riuniva a Camp 4, nel parco di Yosemite, e che ha letteralmente rivoluzionato la storia dell’alpinismo.
Il suo curriculum è di tutto rispetto: per dare un’idea della levatura della sua attività, realizza la seconda ripetizione statunitense della parete nord dell’Eiger. L’impresa che però la consacra alla storia dell’alpinismo è la prima ascensione della Emperor Face sul Mount Robson, nelle Montagne Rocciose canadesi: una via lunga 2500 metri, estrema e molto pericolosa, aperta nel 1978 che ancora oggi conta pochissime ripetizioni.
La storia di Jamie solleva una questione più ampia: quando un’azienda specializzata in materiale per l’outdoor decide di raccontare la transizione di genere di un’alpinista quasi settantenne, sta semplicemente seguendo il mercato o sta contribuendo a cambiarlo? Cosa spinge un’azienda che produce abbigliamento e attrezzatura sportiva a decidere di supportare una storia così particolare? Ritiene che la propria clientela sia inclusiva e aperta a questi temi, oppure sceglie deliberatamente di utilizzare i propri strumenti di comunicazione per trasmettere un messaggio, consapevole di avere il potere di generare cambiamento? Ce ne ha parlato Sarah Steele, fondatrice di Well Traveled Collected, casa di produzione gestita interamente da donne e specializzata in contenuti consapevoli, che ha realizzato il documentario.
Ci racconta che è stata Jamie stessa a contattarla chiedendo di condividere la sua storia, specificando che desiderava che a farlo fossero delle donne. Una grande azienda canadese specializzata in materiale sportivo decide di finanziare il progetto con l’intento di contribuire a trasmettere, su questo tema, un messaggio di positività e speranza.
Questo caso specifico evidenzia un fenomeno più ampio. L’industria dell’outdoor dispone di strumenti comunicativi di grande efficacia, operando sia attraverso la pubblicità tradizionale, sia sui social media. Seleziona e promuove testimonial di cui cura meticolosamente l’immagine, finanzia la produzione di video e documentari che diffonde online o attraverso festival specializzati, raggiungendo così l’intera comunità alpinistica. Il suo potenziale di influenza è considerevole: ha accesso a mezzi di comunicazione capaci di modellare percezioni e ispirare nuovi immaginari collettivi.
È proprio sfruttando questo potere che chi produce attrezzature sportive è in grado di proporre figure femminili a cui guardare, creando per chi si avvicina alla montagna, alla scalata e all’avventura dei veri e propri modelli di riferimento in cui giovani donne possano riconoscersi, da cui sentirsi ispirate e in cui vedersi rappresentate.


Le donne che praticano questi sport sono sempre più numerose e hanno il diritto di trovare storie al femminile che rendano realistiche, concrete e possibili le loro aspirazioni. È fondamentale che sappiano che i propri desideri sono realizzabili e che all’apice di quel mondo non ci sono soltanto figure maschili. Per raggiungere questo obiettivo, la comunicazione dell’industria dell’outdoor può fungere da cassa di risonanza ribadendo che oggi, tanto nell’alpinismo quanto nell’arrampicata, l’eccellenza è sia femminile che maschile (è recente il 9b+ scalato da Brooke Raboutou sulla via Excalibur, ad Arco). I brand dell’outdoor possono contribuire a superare immagini stereotipate di donne oggettivate, sessualizzate, ancillari o infantilizzate scegliendo, invece, di descriverle e rappresentarle semplicemente come alpiniste e atlete che si muovono in un ambiente che appartiene anche a loro. In questo modo possono normalizzare la loro presenza e contribuire a creare un contesto in cui le donne non siano e non si sentano marginalizzate (Riccarda De Eccher).
I corpi e l’outdoor: i significati, le rappresentazioni
Fra il 2008 e il 2009, in 42 numeri delle riviste Backpacker e Outside, punti di riferimento per l’outdoor negli Stati Uniti, le donne comparivano di rado: quando presenti, erano spesso “accompagnatrici” di uomini più o meno professionisti, figure di contorno, con trucco e abiti aderenti in contesti che nulla avevano a che fare con un red carpet. Jamie N. McNiel, Deborah A. Harris e Kristi M. Fondren (2012) hanno analizzato queste rappresentazioni, mostrando tanto l’assenza dei corpi femminili (che è di per sé un dato) quanto la loro presenza stereotipata da un punto di vista di genere: ruoli ancillari, di supporto, mai protagonisti.
Dieci anni dopo, nel 2020, lo sguardo si sposta sui social media. James Graham e Moa Eriksson Krutrök hanno analizzato i contenuti Instagram dei principali marchi outdoor in USA, Regno Unito e Scandinavia. Le donne ci sono, occupano più spazio numerico e diventano soggetto dell’azione, non più solo oggetto di osservazione.
A un’analisi ravvicinata, però, emerge un’immagine ancora omogenea: corpi giovani, magri, bianchi, eterosessuali, senza disabilità. Una rappresentazione che continua a vincolarsi a un ideale univoco e limitante, che esclude molti corpi e molte identità in nome di una “femminilità” socialmente intesa. Queste indagini offrono materiale prezioso per discutere di cosa significhi parlare di corpi, genere e rappresentazioni nelle attività outdoor.
Il modo in cui raccontiamo i corpi non è mai neutro: è un processo linguistico e sociale, collettivamente costruito, che cambia nel tempo e nello spazio, risultato di una certa cultura e di una logica di potere. Rappresentare significa nominare, e nominare significa far esistere. Come esistono oggi i corpi delle donne nelle attività di movimento? Le rappresentazioni, ieri come oggi, li riducono spesso a oggetto della narrazione (sessuale, estetico, di contorno). Li sminuiscono attraverso stereotipi e pregiudizi, oppure li de-professionalizzano, negando competenze e conoscenze, relegandoli a ruoli marginali.
Questi processi non appartengono solo allo sport o alla montagna: attraversano i media, le retoriche pubbliche, contribuiscono a costruire immaginari collettivi che influenzano adulti, bambine e bambini. È dentro questi immaginari che si definiscono gli orizzonti di possibilità: chi può sentirsi legittimato a occupare uno spazio, a intraprendere una pratica, a riconoscersi in un modello.

E se le rappresentazioni continuano a essere limitate, anche le possibilità lo saranno, per tutti e tutte. Per secoli è stata la biologia il motivo per cui le donne sono state escluse da spazi di azione, potere, decisione.
Lo sport non fa eccezione: si è discusso a lungo su cosa il corpo femminile possa o non possa fare, spesso in dibattiti condotti da chi quel corpo non lo aveva nemmeno.
Progressi scientifici e lotte femministe hanno mostrato che la biologia non è destino, anche negli spazi di movimento.
Tornare oggi a definire l’identità (personale, sociale) delle donne in base a criteri biologici – cromosomi, genitali, ormoni – significa riproporre vecchie esclusioni e cancellare la pluralità delle esperienze.
I diritti, le possibilità, invece, sono in addizione: se la categoria “donna” si allarga per includere più corpi e identità, non si toglie nulla, si aggiunge rispondendo alla complessità del nostro tempo.
Parlare di corpi, genere e montagna significa allora riconoscere che le rappresentazioni contano: determinano chi può essere visto, riconosciuto, legittimato.
Continuare a proporre un unico modello non solo non racconta la contemporaneità, ma rischia di costruire nuove limitazioni che incastrano le generazioni più giovani in ruoli dai quali, da tempo, proviamo a liberarci.
Tutto questo ha una dimensione collettiva, perché riguarda tutte le persone: l’equità, anche nella rappresentazione, viene invece spesso trattata come questione “delle donne per le donne”.
Un equivoco pericoloso, che ci deresponsabilizza come società, nelle pratiche che possiamo adottare, nelle condizioni che possiamo creare perché le opportunità riguardino tutte e tutti. La montagna ci offre un’occasione preziosa: ripensare categorie e narrazioni per costruire rappresentazioni plurali, per aprire insieme sentieri differenti (Alessia Tuselli).

Due esempi da seguire
Nel panorama dell’outdoor italiano emerge la necessità di interrogarsi su come i brand si pongano per quanto riguarda la rappresentazione delle donne e la loro identità sportiva. Su questo tema abbiamo dialogato con Giulia Delladio, Corporate Marketing Director di una nota azienda fiemmese, e Roberto Bombarda, Communication Manager di un brand di primo piano, sorto a Rovereto.
La prima azienda citata nasce nel 1928 in Val di Fiemme per confezionare scarponi da lavoro.
«Oggi, dopo quattro generazioni, creiamo prodotti per alpinisti, arrampicatori, trail-runner e scialpinisti, mantenendo sempre uno stretto rapporto con gli atleti», ci racconta Delladio. «Nello scegliere i nostri ambassador, indipendentemente dal genere, guardiamo alle loro storie privilegiando la creazione di un rapporto personale, con il desiderio di farli sentirle parte di una grande famiglia internazionale».
La scelta delle ambassador rispecchia perfettamente questa filosofia. Emblematico è il caso della climber Larissa Arce, che in Messico, proprio a causa della disparità di genere, era costretta a scalare di nascosto, sentendosi sempre inadeguata. Decide di lasciare il suo Paese per trasferirsi in Spagna, dove viene accolta con entusiasmo dalla comunità dei climber. «Non avrebbe mai ottenuto sponsorizzazioni basate sui soli risultati sportivi, ma abbiamo riconosciuto nella sua storia un potente esempio per le giovani donne», spiega Delladio.
Nel team degli ambassador, la presenza femminile si attesta intorno al 30% del totale, una percentuale che riflette la composizione di chi pratica questi sport ad alto livello. Tuttavia, questi numeri sono in continua crescita. Da vent’anni l’azienda sviluppa prodotti specificamente pensati per l’utenza femminile. «Creiamo scarpette da arrampicata adatte alle donne che scalano», spiega Delladio. «La differenziazione si basa principalmente sul peso piuttosto che su presunte differenze anatomiche tra piedi maschili e femminili».
Per quanto riguarda l’abbigliamento, si lavora all’estensione del range taglie per rendere gli sport di montagna accessibili a un pubblico più vasto, riconoscendo che l’abbigliamento tecnico è “abilitante” per la pratica sportiva e la sua mancanza può letteralmente escludere alcuni corpi da queste attività.
Il marchio di Rovereto nasce trent’anni fa dalla visione di Roberto Giordani, che voleva creare un’azienda diversa da quelle esistenti. L’unicità risiede anche nel controllo completo della filiera, dal disegno alla vendita.
Giordani fu rivoluzionario nel creare capi specifici per il corpo femminile quando ancora non esistevano. «Trent’anni fa le donne vestivano capi maschili. Cambiava il colore, ma il fitting era quello», racconta Bombarda. Il claim “the ergonomic equipage” riflette questa filosofia: il capo deve essere la migliore soluzione funzionale per l’attività. Giordani si rifiutò di avere un ufficio marketing tradizionale. Il budget marketing veniva destinato a libri, film e progetti di solidarietà. Esempio straordinario è il supporto alle Cholitas, donne Aymara boliviane che sognavano di scalare l’Aconcagua.
«Non avevano possibilità economiche. Abbiamo sostenuto il loro sogno finanziando voli, guide e documentazione», racconta Bombarda. Un progetto di empowerment senza contropartite pubblicitarie. Il fondatore dell’azienda pensava che i corpi non dovessero essere strumentalizzati per vendere equipaggiamento sportivo.
«Il capo si deve vendere per le sue caratteristiche tecniche, non perché attratti dall’immagine», spiega Bombarda.
Entrambe le aziende riconoscono la complessità dell’implementazione di politiche di genere. «È un problema grande e complesso. Ci stiamo lavorando sia nel linguaggio interno che esterno», ammette Delladio.
L’azienda di Rovereto, per ottenere la certificazione B Corp ha intrapreso un percorso su linguaggio e politiche di genere.
Il dialogo rivela un panorama in evoluzione dove aziende storiche affrontano con crescente consapevolezza le sfide della rappresentazione femminile.
Entrambe dimostrano che è possibile coniugare successo commerciale e responsabilità sociale. L’attenzione alle storie personali, lo sviluppo di prodotti specifici e i progetti di solidarietà indicano direzioni promettenti verso un futuro più equo negli sport outdoor. Come sostiene Bombarda, «Abbiamo tantissima strada davanti» nel recuperare secoli di squilibri culturali, ma progetti come questi mostrano che un’altra via è possibile.
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