Dove comincia l’uomo

Telmo Pievani e Giuseppe Remuzzi hanno scritto a quattro mani il saggio Dove comincia l’uomo – Ibridi e migranti: una breve storia dell’avventura umana, editore Solferino, aprile 2025.
Il saggio si sviluppa in vari capitoli alternativamente scritti dai due autori ed affronta in modo accessibile a tutti la nascita della specie umana, l’alternanza tra le forme del genere Homo che si sono succedute negli ultimi 2 milioni di anni, la sua diffusione ubiquitaria e l’impatto che ha avuto sull’ambiente originario.
La lettura è oltremodo interessante e di facile comprensione. Alcuni capitoli, in particolare, portano considerazioni esemplari anche di tipo politico antropologico.
E’ disponibile nei vari sistemi bibliotecari e ovviamente nelle librerie e per ordini in internet.
Qui proponiamo lo stralcio dell’introduzione e del primo breve capitolo (Massimo Silvestri).

Dove comincia l’uomo
Introduzione
di Telmo Pievani e Giuseppe Remuzzi

Siete pronti a viaggiare nel tempo? Nel 2018 fece scalpore la scoperta che una tredicenne, vissuta 90.000 anni fa nella grotta di Denisova sui Monti Altai, in Asia centrale, aveva avuto il padre e la madre di due specie umane differenti: il suo Dna era per metà neandertaliano e per metà denisovano, cioè appartenente a una forma umana asiatica del genere Homo di cui ancora sappiamo poco. Il rinvenimento pose subito un dilemma: o i ricercatori erano stati molto fortunati e avevano trovato l’equivalente di un ago in un pagliaio; oppure gli accoppiamenti tra specie diverse erano molto più frequenti di quanto avessimo mai sospettato. In quella grotta, peraltro, abitarono anche gruppi di Homo sapiens.

Per noi oggi è quasi impossibile immaginare un essere umano ibrido, ma in passato fu per lungo tempo la norma. Su Nature e Science di dicembre 2024 leggiamo che i nostri antenati usciti dall’Africa e i Neanderthal vissero a lungo negli stessi territori in Eurasia e che nell’ultima fase fecero figli insieme almeno per 7.000 anni. Era, insomma, normale che succedesse e in quel periodo storico (fra 50.500 e 43.500 anni fa) un nostro antenato su venti era neandertaliano. Alcuni gruppi di Homo sapiens, in Europa centrale e orientale, si ibridarono anche più assiduamente con i Neanderthal della regione intorno a 46.000 anni fa, ma poi per motivi sconosciuti non lasciarono discendenti.

Sono scoperte avvincenti che negli ultimi anni si sono succedute a ritmo incalzante. Le altre specie umane erano intelligenti, ben adattate al loro ambiente, socialmente organizzate e anche capaci di espressioni simboliche ed estetiche. I cuccioli ibridi erano evidentemente sani, fertili e accolti dalle tribù di riferimento, al punto da avere a loro volta una discendenza. Altrimenti oggi non avremmo una situazione per cui tutte le popolazioni umane moderne, fuori dall’Africa, hanno nel loro Dna piccoli frammenti sparsi neandertaliani e denisovani. Quindi i frutti di quegli accoppiamenti ibridi si riprodussero a loro volta e divennero nostri antenati diretti. Siamo figli delle ibridazioni tra una molteplicità di specie umane.

Tra migrazioni, ibridazioni, cambiamenti climatici e alberi genealogici di specie, in questo libro proveremo a raccontare gli ultimi aggiornamenti scientifici su alcune domande affascinanti che riguardano le nostre origini. Come è nata la specie umana? Quando è uscita dall’Africa? Cosa è successo quando ha incontrato altre forme umane recenti? Da dove venivano queste ultime e perché a un certo punto, tutte insieme, si estinsero? E, dunque, perché siamo rimasti l’unica specie umana sulla Terra 40 millenni fa? La nostra idea è che dalle risposte a queste domande possano derivare indicazioni preziose per capire che cosa rende unici (cioè diversi a modo nostro, non speciali né superiori) noi Homo sapiens, come entriamo in relazione con l’ambiente e con i nostri simili, in che modo possiamo imparare dai nostri difetti e indirizzare al meglio il futuro.

La nostra specie è nata certamente in Africa, ma il come e il quando sono ancora oggetto di dibattito e ricerche. Intorno a 300 millenni fa, nel sito di ]ebel Irhoud in Marocco e poco dopo in Sudafrica, cominciano a emergere alcuni tratti tipici di Homo sapiens, nella dentatura, nella forma del cranio e della faccia. Tuttavia, la morfologia completamente attribuibile alla nostra specie si stabilizza, un centinaio di millenni dopo, in Africa centro-orientale, da decenni considerata la culla dell’umanità. Pertanto, non è ancora chiaro se la nostra fu una speciazione graduale e multiregionale (cioè avvenuta in parallelo in diverse regioni del continente africano) oppure punteggiata, cioè più veloce, e localizzata intorno al Corno d’Africa.

Anche le uscite dall’Africa sono ancora da chiarire. Negli ultimi anni sono state raccolte evidenze circa possibili espansioni di popolazioni con i tratti tipici della nostra specie già in epoche remote, più di 130.000 anni fa almeno, in Medio Oriente, Europa e Cina. Ma è pure ben documentato geneticamente il fatto che tutti gli esseri umani moderni fuori dall’Africa discendono da un singolo gruppo di pionieri, migrato fuori dal continente in tempi successivi, fra 70.000 e 60.000 anni fa, divisosi poi in tante bande nomadi. Siamo tutti cugini stretti e con un Dna identico al 99,98% proprio perché ciascuno di noi ha un antenato vissuto in quella rete di comunità africane recenti. Essendo Homo sapiens una specie giovane (60.000 anni corrispondono a circa 2.400 generazioni umane), mobile e promiscua, non ha sviluppato al suo interno né sottospecie né razze.

Una volta diffusi non più solo in Africa ma anche in Eurasia (il cosiddetto Vecchio Mondo, distinto dai nuovi mondi dell’Australia e delle Americhe, nei quali i primi Homo sapiens arrivarono rispettivamente 65.000 e circa 18.000 anni fa), i nostri antenati si imbatterono in almeno altre quattro specie umane: Homo neanderthalensis in Medio Oriente ed Eurasia occidentale; l’uomo di Denisova in Asia centrale e orientale; due specie umane pigmee sull’isola di Flores in Indonesia (Homo floresiensis) e sull’isola di Luzon nelle Filippine (Homo luzonensis). Con le prime due, come abbiamo detto, ci siamo ibridati fino a tempi molto recenti. Deboli segnali genetici lasciano supporre che potrebbero esserci altre «specie fantasma», non ancora scoperte, nascoste nel nostro fitto albero genealogico. Staremo a vedere.

Ma perché tutte queste specie umane in circolazione? Ciascuna era la discendente di una delle tante migrazioni di forme del genere Homo fuori dall’Africa. Le specie pigmee e Homo erectus provenivano dall’antica diaspora di Homo ergaster (o forse addirittura di specie ancor più vecchie), uscito dal continente africano due milioni di anni fa. Neanderthal e Denisova erano invece figlie della diaspora di Homo heidelbergensis in Eurasia, avvenuta almeno 600.000 anni fa, dopo il drammatico collo di bottiglia climatico che tra 900.000 e 800.000 anni fa ridusse per più del 98% le popolazioni umane. Viviamo su un pianeta instabile e migrare è l’adattamento più efficace per cavarsela.

Ci sono stati molti modi di essere umani, dunque, fino a tempi recenti, e con alcuni di questi abbiamo convissuto in modo stretto, al punto da avere accoppiamenti frequenti tra alcuni gruppi. Il che rende l’ultima domanda la più difficile e al contempo la più cruciale: perché siamo rimasti soli, fra 50 e 40 millenni fa? Che fine hanno fatto tutti gli altri? Forse hanno sofferto anche loro cambiamenti climatici ed ecologici. Forse c’è il nostro zampino invadente. O una miscela letale dei due fattori. Non lo sappiamo e le ipotesi in gioco saranno sviscerate nei saggi che seguono. Per certo possiamo dire che a nostro favore hanno giocato le capacità linguistiche e l’organizzazione sociale. Vivere in gruppi di persone solidali, cooperative e altruiste può dare un grande vantaggio competitivo. Raccontare storie sprigiona le potenzialità dell’immaginazione. Non resta dunque che partire per questo viaggio nella storia dell’avventura umana. Nel titolo del libro adottiamo la parola «uomo» in senso scientifico e sintetico, riferito alla specie umana come entità biologica, cioè in un senso neutro e non marcato.

Nella prima sezione – preceduta dalla recente conferma che furono proprio i primi esseri umani giunti in Australia e nelle Americhe ad aver estinto le mega-faune di quei continenti (siamo una specie ingombrante da sempre) – discuteremo alcune premesse dell’evoluzione umana, come la comparsa del sesso, le ridondanze del nostro Dna, la sopravvivenza dei mammiferi alla catastrofe che spazzò via quasi tutti i dinosauri e quella dei nostri antenati africani al collo di bottiglia climatico che sterminò buona parte dell’umanità 900 millenni fa.

Nella seconda sezione tratteremo appunto le convivenze tra specie umane diverse, con una digressione sull’origine del bacio e un omaggio al Premio Nobel per la medicina dei 2022, Svante Pääbo, pioniere degli studi sul Dna antico. Finalmente un Nobel evoluzionistico. Nella terza approfondiremo i meccanismi e gli effetti delle ibridazioni tra noi, i Neanderthal e i Denisovani, con sorprendenti ricadute anche per la salute umana attuale, perché lo studio del passato remoto ci aiuta a comprendere il presente in modi assai concreti. Un filo insospettato lega, infatti, i Neanderthal alla pandemia di SARS-CoV-2 e perfino agli antibiotici. Nella quarta sezione entriamo nel cuore della questione: quando siamo diventati Homo sapiens e che cosa ci ha reso unici, oltre che soli? Riserveremo un particolare riguardo al tema dell’altruismo e dell’evoluzione della cooperazione, che insieme al linguaggio custodiscono certamente il segreto del nostro successo. Un successo peraltro ambivalente: siamo artefici di una creatività senza eguali e, al contempo, di una prepotenza che da millenni plasma e sfrutta la natura.

Nella quinta e ultima sezione volgiamo lo sguardo al futuro, per capire che cosa questa storia meravigliosa può insegnarci per lenire il dolore, combattere le disuguaglianze, affrontare il mondo digitale, curare le malattie, vivere meglio e più a lungo, far progredire le conoscenze, adattarci al riscaldamento climatico antropico, coltivare una curiosità inesauribile.

Questo è a suo modo un libro corale, perché molti capitoli derivano da dialoghi con i più illustri studiosi al mondo delle discipline connesse all’evoluzione umana e al rapporto tra gli esseri umani e l’ambiente. Lo è anche perché siamo due studiosi che cercano di rendere complementari le loro competenze: l’evoluzione e la medicina. In un tempo in cui molti si illudono di poter fare a meno della scienza e dell’approccio razionale alla realtà, ci accomunano la passione per la ricerca di base e il dovere civile di raccontarla. Sappiamo molto più di loro, ma in fondo stiamo ancora cercando una risposta alla domanda che forse già balenava nelle menti dei primi Homo sapiens africani: da dove veniamo e dove stiamo andando?

Dove comincia l’uomo
Capitolo 1 – Il mammut e il bambino
di Telmo Pievani e Giuseppe Remuzzi

Un gelido ponte di terra, oggi sommerso, univa un tempo Nord America e Siberia orientale. Si chiamava Beringia: più di mille chilometri di tundra, paludi e pianure che si estendevano dall’oceano Pacifico all’Artico. Sul versante asiatico, i cacciatori di mammut e caribù erano all’opera da diversi millenni. Di origine africana e con la pelle scura, gruppi di Homo sapiens ben equipaggiati salirono dai monti Altai lungo la valle del fiume Jenisej, raggiungendo la costa ghiacciata del Mare di Kara, oceano Artico, già 45.000 anni fa. Impararono a vivere a venti gradi sotto zero, come i pachidermi di cui si cibavano. Avvicinarsi sarebbe stato troppo pericoloso e allora li colpivano a distanza con i propulsori, in punti nevralgici come il collo e la base del tronco. Le lance erano scagliate con tale vigore da penetrare pelle e muscoli, conficcandosi perfino nelle ossa.

Poi lasciavano che la povera bestia si dissanguasse per settimane e settimane, inseguendola pazientemente giorno e notte, finché non crollava stremata e potevano darle il colpo di grazia. A quel punto la macellavano minuziosamente, perché del mammut non si buttava via niente: carne, gobba piena di grasso, pelle, lingua, zanne d’avorio per fare strumenti. Chi ha compiuto quell’impresa aveva una grande immaginazione, poiché la sera prima, davanti al fuoco, bisognava raccontare una storia, prefigurarsela nella mente come un film e mettersi d’accordo. Quei cacciatori inventarono il teatro: raccontavano storie, avevano un’intelligenza narrativa.

Inseguendo le loro prede, inconsapevolmente si spostarono sempre più a est, fino alla Beringia, appunto. Transitando in quella geografia di ghiaccio, forse non si accorsero che a nord un manipolo di mammut si era rifugiato nella penisola e poi isola di Wrangel, un angolo sperduto dell’Artico siberiano orientale dove i cacciatori paleo-eschimesi arriveranno soltanto molto tempo dopo. Su Wrangel i mammut, un po’ rimpiccioliti, resistettero fino a meno di 4000 anni fa, sfiorando così la storia delle civiltà umane. I loro cugini più grandi invece vagarono per decine di migliaia di anni nell’intero emisfero settentrionale, compreso il Nord America.

Qui viveva un meraviglioso zoo di mammiferi giganti: oltre a mammut e mastodonti, bisonti enormi, cervalci, booteri, leoni, camelidi e lupi spaventosi, bradipi terricoli della stazza di un elefante, felini dai denti a scimitarra, castori grossi come orsi, roditori, tapiri, armadilli e formichieri extralarge. Poi avvenne qualcosa di drammatico e misterioso: in un breve lasso di tempo, intorno a 12.000 anni fa, quasi tutta la megafauna (cioè gli animali sopra i 44 chili) fu spazzata via. Da cosa?

L’indiziato numero uno fu il clima. In un articolo apparso su Nature Comunications nel 2021, alcuni ricercatori del Max Planck Extreme Events Research Group di Jena scoprirono che alla fine del Pleistocene questi animali avevano sofferto un doppio shock ambientale: intorno a 14.700 anni fa il continente subì un periodo di riscaldamento, seguito da una glaciazione polare improvvisa, 12.900 anni fa, che poi cessò come sul resto del pianeta, dando inizio ai tepori dell’Olocene. Fu un uno-due micidiale, che causò forti fluttuazioni demografiche in tutte le specie di grandi dimensioni: alla fine i ghiacciai si ritirarono verso nord e molte di loro furono incapaci di adattarsi alle nuove condizioni.

L’ipotesi climatica non piacque al tenace paleo-ecologo dell’Università dell’Arizona Paul S. Martin, che già negli anni Sessanta aveva notato che i bestioni nordamericani erano sopravvissuti per almeno due milioni di anni a cicli di riscaldamento e raffreddamento. Perché proprio l’ultimo sarebbe stato così letale? Ne avevano già viste di tutti i colori e ce l’avevano fatta. No, qualche altra causa di estinzione era all’opera e noi sappiamo che in fatto di estinzioni sulla Terra esiste uno specialista: Homo sapiens.

Così tornò al centro dell’attenzione la Beringia, il continente sommerso, il cui clima era intiepidito dalle correnti del Pacifico. Quando fu che i primi cacciatori della nostra specie riuscirono ad attraversarlo? Forse non nel periodo proibitivo che va da 26.000 a 19.000 anni fa, durante il quale l’era glaciale raggiunse il suo ultimo picco. Ma abbiamo visto che gli abili inseguitori di mammut erano in circolazione nella regione artica già 45 millenni fa, quindi non si può escludere che anche prima abbiano fatto incursioni a oriente, fino all’attuale Alaska.

Quando il mare non si era ancora risollevato, sommergendo la Beringia, ma l’era glaciale volgeva al termine, il disgelo aprì un corridoio tra i ghiacci che, passando dalla valle del fiume Yukon, poi dal bacino fluviale del Mackenzie e scendendo sul versante orientale delle Montagne Rocciose, sbucava sulle grandi pianure nordamericane. In effetti i resti archeologici più antichi rinvenuti in quel continente – le punte di lancia in pietra della cultura Clovis – risalgono a quel periodo, tra 14.900 e 12.700 anni fa, la fase storica che coincide con l’estinzione dei grandi mammiferi.

Martin, dunque, ipotizzò che i cacciatori venuti dall’Asia fossero discesi lungo queste vallate lasciate libere dai ghiacci e avessero sterminato mastodonti e bradipi giganti, che non avevano mai visto un predatore così organizzato, veloce e famelico. Non avevano apprestato le difese. Quanto ai mammut, loro ci conoscevano già, ma poco potevano contro un gruppo di umani armati di lance e propulsori. Insomma, ce li mangiammo tutti. L’ipotesi, alquanto cinematografica, incontrò molti favori di stampa, ma anche dure opposizioni scientifiche. Gli scettici dissero che le punte di Clovis non erano abbastanza forti per compiere quell’ecatombe e che non c’era traccia di montagne di ossa spolpate di giganti negli insediamenti degli antenati dei nativi americani. Costoro probabilmente si cibavano di piccoli mammiferi, pesci e piante. E qui entra in scena un bambino vissuto nel Montana 12.800 anni fa.

In un articolo pubblicato nel 2024 su Science Advances un team di ricercatori coordinato dagli archeologi dell’Università dell’Alaska a Fairbanks, Ben Potter e Matthew J. Wooller, ha esplorato un’altra strada: analizzare la composizione chimica delle ossa dei primi cacciatori nordamericani per comprenderne la dieta. Mangiare più piante o più animali, infatti, determina composizioni differenti negli isotopi di carbonio e azoto che si ritrovano nelle ossa: una vera e propria firma isotopica della dieta.

Il bambino di Anzick, dal nome dei proprietari del ranch di Wilsall in cui è stato trovato, faceva parte di una tribù Clovis e aveva 18 mesi quando è morto. Si trovava proprio lungo il corridoio lasciato libero dai ghiacci. Prima che venisse riseppellito, nel 2014, le comunità native Crow diedero il permesso ai ricercatori di analizzare alcuni campioni del suo cranio. La firma isotopica del carbonio e dell’azoto ha dato un risultato inequivocabile: il latte materno che lo ha fatto crescere era di una donna che mangiava quasi esclusivamente carne e il restante cibo solido che il piccolo ingeriva era pure prevalentemente a base di carne. Gli scienziati sono andati alla ricerca delle firme isotopiche corrispondenti dei tessuti degli animali che vivevano nella zona e ne hanno dedotto che Anzick-1 mangiò per il40% proprio mammut. Il cucciolo e sua madre non disdegnavano, a seguire, bistecche di alce e di bisonte. I piccoli mammiferi erano solo di contorno: 4% della dieta. In pratica, i Clovis avevano la stessa dieta delle tigri dai denti a sciabola, i predatori apicali che sostituirono.

Certo, è un caso singolo, serviranno altre prove, ma pare proprio che gli antenati asiatici dei nativi americani abbiano apprezzato la megafauna e in particolare i buoni vecchi mammut. Forse con la complicità di un clima capriccioso, furono loro a portarli all’estinzione. Leggere l’intero menù di una dieta nel frammento craniale di un bambino è come guardare un’istantanea del passato: 13.000 anni di storia americana. I discendenti locali di quei cacciatori, le tribù Crow del Montana, hanno accolto la scoperta con orgoglio: la vera epopea americana, di genti capaci di sopravvivere e prosperare in condizioni così difficili, fu la loro, non quella del West. Poi fecero pace con quella natura maestosa e la venerarono fino all’alba di un brutto giorno in cui arrivarono i conquistatori europei, con le loro armi e malattie.

La scoperta illustra bene il metodo scientifico «abduttivo» che si applica negli studi evolutivi. Si cerca di inferire la spiegazione migliore, tra le varie possibili a partire da indizi, come Sherlock Holmes. Si confrontano modelli alternativi (clima o cacciatori?), si raccolgono dati a favore dell’uno o dell’altro, finché sperabilmente uno dei due appare più probabile e parsimonioso (cioè più semplice, con meno condizioni da rispettare). Il lato scomodo della faccenda è che a questo punto l’estinzione della megafauna americana ha un colpevole, umano. Nulla giustificherà mai i crimini e i disastri ambientali del colonialismo e dell’imperialismo. E nulla è comparabile alla devastazione ecologica perpetrata dalle tre ultime generazioni umane. Ma Homo sapiens, dove arriva, cambia il mondo da un sacco di tempo. La morale del mammut e del bambino è che l’ Antropocene ha radici profonde. Forse non siamo mai stati sostenibili.

Dietelmo Pievani (detto Telmo) è professore ordinario presso il Dipartimento di Biologia dell’Università degli studi di Padova, dove ricopre la prima cattedra italiana di Filosofia delle Scienze Biologiche (filosofo dell’evoluzione umana).
Dal 2017 al 2019 è stato Presidente della Società Italiana di Biologia Evoluzionistica, il primo filosofo della scienza a ricoprire questa carica. È Socio effettivo dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, per la classe di Scienze, Socio corrispondente dell’Accademia delle Scienze di Torino per la classe di Scienze, Socio non residente dell’Accademia Olimpica di Vicenza, per la classe di Scienza e Tecnica.

Giuseppe Remuzzi è un medico italiano. Laureatosi in medicina e chirurgia all’Università di Pavia nel 1974, successivamente si specializzò in ematologia ed in nefrologia. Nel 1975 ha iniziato a lavorare nel reparto di nefrologia degli Ospedali Riuniti di Bergamo, per diventarne poi primario nel 1999. Ha iniziato a collaborare con l’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano già negli anni ottanta: vi ha coordinato tutte le attività di ricerca relative alle malattie renali; dal 1º luglio 2018 ne è diventato direttore, succedendo al fondatore Silvio Garattini.

Dove comincia l’uomo ultima modifica: 2026-04-09T04:36:00+02:00 da GognaBlog

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16 pensieri su “Dove comincia l’uomo”

  1. “le tesi del geologo capirono tutti che potevano essere discutibili…anche il più onesto e convinto degli scienziati, su certe cose, può dare delle spiegazioni a veridicità limitata”
    Beh, Marcello, questa è una delle possibili definizioni di “scienza” e in questo consiste il “metodo scientifico”.
    Ma questo non significa quindi non esista una verità scientifica, che tutte le interpretazioni o le teorie abbiano egual valore.
    Quella che meglio interpreta i fatti considerando tutti i dati a disposizione è quella “vera” e può essere messa in dubbio solo se appaiono dati nuovi o mutano i fatti. Ovviamente deve essere continuamente verificata e non presa come verità assoluta e può essere integrata, estesa, modificata o migliorata.
    La teoria eliocentrica era una buona teoria alla sua epoca e concepirla un gran bello sforzo intellettuale (prova tu a derivarla dall’osservazione del cielo!), ma non spiegava tutto ed è stata modificata; purtuttavia per spiegare il moto dei pianeti è ancora (quasi) vera..
     
    Personalmente non ho abbastanza conoscenze per giudicare l’attendibilità dell’interpretazione dell’evoluzione del genere homo e delle sue migrazioni, ma mi pare decisamente ben fondata. Ed estremamente affascinante

  2. Libro interessante per chi vuole attribuire a fatti occorsi molti (troppi) anni fa ai nostri progenitori, una verità modellatasi negli anni a seguito di studi.
    Le varianti che possono avere influenzato tale lunga analisi possono essere state così tante che è impossibile averle conosciute e studiate tutte. Quindi questa è UNA storia dell’evoluzione umana e non di certo l’unica possibile.Personalmente, visti i presupposti, non sento la necessità, come invece è sentita da molti miei simili, di conoscere questa narrazione e vivo lo stesso giorno per giorno.Ricordo che quando si stava ultimando il processo di nomina delle Dolomiti a patrimonio Unesco, un eminente geologo (piuttosto politicizzato) mostrò in sala manifestazioni a Corvara in Badia delle diapositive con cui si aiutava per spiegare una sua versione dell’orogenesi dolomitica e in una apparve un sasso che nulla aveva a che fare con la mineralogia locale e stava così dandone un’interpretazione a suo dire scientifica. Io ricordavo che proprio dove era stato fotografato quel sasso (altipiano di Pralongia) c’erano stati in passato dei grandi lavori di sbancamento e riempimento per fare le piste da sci e sicuramente erano stati portati inerti d’ogni genere da altri posti, perché andavano e venivano molti camion carichi per stagioni intere. Quando lo dissi in sala scoppiò un casino, perché le tesi del geologo capirono tutti che potevano essere discutibili.
    Insomma, questo per dire che anche il più onesto e convinto degli scienziati, su certe cose, può dare delle spiegazioni a veridicità limitata. Io non sono di certo un antropologo e posso sbagliarmi ma troppe volte ho visto tesi che si basano su prove che a loro volta sono costruite per convenienza. Tutto qui.
     

  3. Difatti sono convinto da molto tempo  (e vado dicendo pubblicamente da pari tempistiche) che la specie umana si sta autocondannando all’esistenzione. Ci stiamo suicidando in massa. E’ la stessa ratio della favola la cicala e la formica. Dovremmo essere formiche e siamo cicale, anzi cicalone, il tutto all’interno di in una dinamica si natalità (generale planetaria) in continua crescita. Tutto ciò non può che portare alla ns estinzione.

  4. Caro Carlo, Madre Natura è senza pietà.
    Anzi, ci ignora, e forse è ancor peggio. Che esistiamo oppure no, non le interessa.
     
    N.B. Senza nulla togliere all’importanza della protezione ambientale.

  5. E’ ovvio che la specie umana fa parte della natura, ma a differenza delle altre specie “naturali” pretende di comandare la natura. Di fatto l’uomo “separa” se stesso dalla natura p ambirebbe a farlo. Ma poi non può fare a meno della natura perché ne fa parte. un pianeta totalmente privo di natura sarebbe inospitale anche per l’uomo. Bisognerebbe che lo sapssero tutti gli “umani” e accettassero di vivere “secondo natura”. Provate a proporre di ridurre/rinunciare al riscaldamento d’inverno e ai condizionatori d’estate (adattandosi alle temperature “naturali”, come qualsiasi altre specie vivente…)… Inneschereste una rivolta armata che al confronto la presa della Bastiglia apparirebbe come una scaramuccia da adolescenti!”

  6. Evviva Fabio Bertoncelli!
    Per la sfiducia verso la cosiddetta scienza hanno pienamente ragione e vorrei vedere se non fosse così, soprattutto dopo i deliri del covid.
    Per il resto, le loro teorie sono le benvenute, come ogni altra visione. Non credo semplice arrivare a possibili conclusioni a distanza di migliaia di anni.

  7. L’uomo fa parte della natura, è una delle tante creature su questo pianeta. La vuole controllare per difendersi dalle forse della natura, la vuole dominare e sfruttare a suo bisogno e spesso a suo guadagno purtroppo sempre piu ingordo. Ma l’uomo senza la natura non può vivere, perchè ne ha estremo bisogno, del resto da dove prende le risorse naturali per alimentare le sue attività? Dal pianeta Terra. Invece che inquinare, dominare e sfruttare come non ci fosse un limite, non sarebbe meglio convivere? 
    Convivere non mi sembra un ideologia che mette al centro la natura. Mi pare solo buon senso. Ci sono popolazioni che lo fanno da sempre.

  8. L’uomo inizia dove finisce la natura e la natura inizia dove finisce l’uomo. I due fenomeni sono incompatibili.

    Credo sia vero il contrario: uomo e natura sono la stessa cosa,  è questo il motivo che ci impedisce di farne a meno, non fosse così avremmo già risolto ogni problema.

  9. Matteo conosce il significato della parola fratelli ed è lieto di non rifarsi in alcun modo al significato estensivo di alcunché, soprattutto quando derivato dalla più sopravvalutata, malinterpretata e ignorata raccolta di scritti mitopoietici della storia.  

  10. @ 6
    Matteo che ignora il Vangelo di Matteo è paradossale!
    Mah! Non c’è piú religione…

  11. Matteo? Sul significato estensivo della parola fratelli puoi rileggere il Vangelo di Matteo: Ed egli [Gesù]… disse: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse: “Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli; perché chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre'”. (12,48-50),

  12. L’uomo inizia dove finisce la natura e la natura inizia dove finisce l’uomo.  I due fenomeni sono incompatibili. Non dico che dobbiamo annullare totalmente la specie umana, ma dobbiamo trovare dei meccanismi incrueeti per contenerla e poi ridurla, piegando la dinamica demografica mondiale. altrimenti l’uomo (inteso come s0’pecie umana) occuperà tutto il piante, sbattendone fuori completamente la natura. Ma a quel punto il pianeta NON sarà più vivibile per la specie umana e la presunta vittoria della specie umana sarà in realtà la sua sconfitta totale, perché senza lla natura l’uomo non riuscirà a sopravvivere.                                             

  13. “per essere fratelli non è necessario condividere la stessa origine”
    Esempio sintetico ed efficace di contraddizione interna.
    Bravo.

  14. Da qualche tempo Pievani e Remuzzi insistono con le favole della monogenesi e della migrazione universale

    E invece quale sarebbe la verità che ci vogliono nascondere? 

  15. Da qualche tempo Pievani e Remuzzi insistono con le favole della monogenesi e della migrazione universale. Ma per essere fratelli non è necessario condividere la stessa origine: la pace e la democrazia non sono una questione genetica, bensì politica e culturale.

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