È allarme burnout da smart working

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È allarme burnout da smart working ultima modifica: 2021-01-14T04:54:05+01:00 da GognaBlog

6 pensieri su “È allarme burnout da smart working”

  1. 6
    lorenzo merlo says:

    Hai detto poco.
    Un pilastro.
    Porre l’uomo al centro è ridargli la potenzialità di realizzazione attraverso la sua creatività.
    Metterlo a latere del discorso per fare spazio, alternativamente a produttività e altre amenità sacrileghe, è ucciderlo.

  2. 5
    Antonio Arioti says:

    Comincerei col precisare che è stato spacciato per smart working quello che il più delle volte è telelavoro.
    Ci sono vari fattori che intervengono, non ultimo il carattere delle persone. Ho amici che lavorano da casa e sono contentissimi e amici che invece si sono già rotti le balle.
    In ogni caso ciò che è stato riportato nell’articolo corrisponde al vero e ne ho avuto conferma proprio da un paio di amici (entrambi appartenenti alla categoria dei soddisfatti).
    Colgo l’occasione per evidenziare quello che per me è il vero problema, la mancanza di creatività in tanti lavori dei giorni nostri.
    Non vorrei passare per nostalgico del tempo che fu, si tratta solo di una semplice constatazione, ma credo che il servo della gleba operasse con maggiore creatività di tanti nostri concittadini i quali si ritrovano a svolgere dei lavori estremamente alienanti (e ciò a prescindere dalla modalità, tradizionale o smart).
    L’artigiano che si chiude nella sua bottega dalla mattina alla sera va a dormire forse stanco ma rilassato perché nel corso della giornata si è divertito pur avendo socializzato poco. L’impiegato che digita una fattura dietro l’altra probabilmente dormirà male sia che lavori in ufficio sia che lavori da casa, non vedrà l’ora d’andare in ferie e a tempo debito d’andare in pensione.
    Fra i danni del capitalismo bisogna annoverare anche questo, l’azzeramento della creatività per una schiera di lavoratori. Una sorta di lobotomizzazione senza bisturi.

  3. 4
    Agnese says:

    In molti casi, è solo una questione di organizzazione. Lavoro in smart working da anni e non vorrei mai dovermi recare di nuovo sul posto di lavoro ogni mattina.

  4. 3
    albert says:

          Se la Dad, didattica a distanza,  e’ una specie di smart working.. un effetto che conosco e’ l’abbandono del corso di studi di qualche studente..non supportato da un ambiente famigliare colto..e privo anche dell’effetto di trascinamento e convolgimento  dei compagni .Basta  che  a qualche  allievo   in difficolta’  di apprendimento e privo pure della possibilita’ di trovare compagni e compagne ,si presenti l’occasione di un lavoro anche a tempo determinato e getta la spugna.Persino  nelle banche ormai tendono a dirottare verso  l’ autogestione online o le app..pero’ se sanno che nel conto hai  qualche spicciolo, cominciano a ruffianarti e chiederti appuntamenti per “Investire”ed allora presentano personale in abbigliamento consono, alito sanificato.. ufficio climatizzato profumato.

  5. 2
    Carlo Crovella says:

    Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Circa lo smartworking, all’inizio si vedevano “solo” gli aspetti positivi: dopo colazione, ti sposti di una stanza (a volte manco quello) e sei ghià sul posto di lavoro, in terrompi quando vuoi, te ne stai in pigiama tutto il giorno, sciabatti sia in senso diretto che metaforico… Poi si è scoperto che “fare comunità” ha un suo valore anche a livello individuale: la realtà giornaliera del lavoro in ufficio aggiunge qualcosa che le videochiamate non danno. Il qualcosa che aggiunge non è solo in termini di “pizzico sfizioso per rendere meno uguali le giornate”, ma è anche e soprattutto un qualcosa di costruttivo a livello professionale e individuale. Non parliamo poi dei risvolti collaterali che, sul lungo termine, iniziano a pesare moltissimo. Holetto che le gentili signore hanno reagito inizialmente molto bene al fatto che lo smartworking le sollevasse da molti “obblighi” estetico-sociali (manicure sempre perfette, piega ai capelli settimanale, cambio d’abito ogni giorno, con accessori coordinati ecc ecc ecc)…. ora, dopo quasi un anno, iniziano a sentirsi smarrite… Sembra una scemenza, ma il risvolto (che avrà anche il corrispondente in campo maschile…) è indice di uno spaesamento esitenziale. E’ come se un giocatore di calcio fosse stato improvvisamente spostato a giocare a basket. Ciò che prima era la normalità (calcio: toccare la palla solo con i piedi, vietato con le mani) ora è punibile e la normalità quotidiana è completamente opposta (basket: toccare la palla con le mani, vietato con i piedi). La pandemia lascerà tre grandi ferite: quella sanitaria (i morti in senso stretto), quella economica (di cui gli effetti più devastanti emergeranno dopo la cessazione del divieto di licenziamento, cessazione ora prevista per il 31/3/21) e quella psicologico-esistenziale (di cui non avremo mai pieno sentore, essendo strisciante, ma che ci colpirà tutti in profondità – seppur con intensità diversa da individuo a individuo). Il mondo non sarà più lo stesso lo stesso di prima. Prepariamoci. Nel frattempo, buona giornata a tutti.

  6. 1
    lorenzo merlo says:

    Gli esperti ci dicono come vivere, che fare a casa, come lavorare, eccetera. L’elenco di ciò che sanno è lungo e molti di noi lo ascoltano.
    Dunque siamo in mano a loro. E se non noi qualcuno. E se non per questo argomento per altri.
    La prospettiva è grave in quanto è un ulteriore colpo di piede di porco idoneo a scardinare noi stessi a separarci da noi stessi.
    Inquinati dalla cultura specialistica e tecnicistica non sappiamo più che basta semplicememente ascoltare per trovare la via della saggezza, del benessere, dell’equilibrio, dellla forza, della creatività. La nostra via, che porta a baita in qualunque labirinto.
    Abissalmente distanti da noi stessi non possiamo che aggrapparci a quanto razionalmente crediamo sia vero: agli esperti appunto.
    Hanno campo libero, si esprimono con somma boria, hanno il dominio di noi e della cultura.
    Hanno anche la responsabilità di dove ci troviamo. Di quanto il ritmo della natura sia stato in noi sommerso da moduli e dogmi, da speranze mal riposte e attese mai soddisfatte. Hanno la responsabilità dell’alienazione e del malessere, implicite conseguenze della mortificazione degllo spirito. E hanno – così credono – il diritto di giudicare, anzi, di stabilire la direzione del mondo.

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