Eravamo un giorno…
di Salvatore Gabbe Gargioni
(di prossima uscita sul Bollettino della Sezione di Bolzaneto del CAI)
Eravamo un giorno, quasi tutti gli amici, per uno di quei riti divertenti e autocelebrativi, ad arrampicare sul nostro beneamato monolito, la Pietragrande. Nome ereditato dalla cartografia, da libri e Guide escursionistiche più antiche e, dai contadini delle vicine “Terre Rosse”, che con una sorta familiarità e di rispetto così la chiamavano. Eravamo impegnati, tra scherzi, battute, chiodi e staffe nell’ultima scommessa possibile tra tutte le “vie” tracciate e… consumate: la prima salita a spirale della Pietra.
La Pietragrande (parete nord). Foto: www.quotazero.com

Io conducevo la teatrale arrampicata e gli amici mi seguivano a distanza, tanto che si poteva identificare dal basso il tracciato della spirale sulle quattro pareti.
Completato il giro ci trovammo, spogliati degli orpelli, corde, moschettoni, mazzi di chiodi – tutti recuperati! – sotto la bellissima “Nord Face” a chiacchierare sorseggiando qualcosa dalle borracce, come dopo una salita in montagna.
Senza volere apparire un profeta, rivolgendomi a tutti i presenti dissi: “Un giorno verrà qualcuno, che senza chiodi o staffe, salirà la Nord in libera”.
I commenti sarcastici nel crudo, irriverente dialetto genovese degli amici non mi zittirono e proseguii: “E sarà la fine dell’Alpinismo!”.
La frase, del nostro amato e contestato amico Penna (Aldo Timossi), che ripeteva spesso in termini assertivi “a le a fin dell’alpinismu” era pronunciata a ogni rinuncia per impegni di lavoro, scolastici o… amorosi, per ogni défaillance insomma. Era una sorta di esorcismo e uno sprone a continuare, uno scherzo, un augurio. Le due frasi pronunciate assieme quel giorno, erano da tempo un peso, una premonizione che ruminavo, metabolizzavo cercando di conferire loro un senso compiuto che non volevo si esaurisse in una battuta, ma inquadrato in una vicenda, nella storia dell’alpinismo, senza rappresentare una critica, ma un’analisi. Troppo impegnativa allora!
Salvatore Gabbe Gargioni in arrampicata sulla Pietragrande, Appennino Ligure (primi anni Sessanta)
Quello strano monolite, infisso in un prato, senza apparenti connessioni con la roccia in posto, piovuto da chissà quale era geologica, oggetto per qualcuno di ipotetici riti, luogo di culti esoterici di antichi popoli, era stato in tempi storici dissacrato dalla pratica visione dei contadini che lo “violavano” con una scala appoggiata al ramo orizzontale di un grande castano che la sfiorava. Sulla cima, esposta al sole più dei terreni circostanti, su della terra riportata o naturale avevano piantato una piccola coltivazione di ortaggi presto scomparsa. Ma sul lato che guardava il torrente coglievano i grappoli di una vigna che la ricopriva. Che noi estirpammo quando era ormai inselvatichita e sterile, per… arrampicare.
E’ un masso di diabase, basalto metamorfizzato, che racchiude noduli grandi o minuti di calcite. Questa, fragile ed erosa nel tempo dalle arie salmastre aveva lasciato nicchie, fori, tasche di varie dimensioni, particolarmente frequenti sulla strapiombante parete nord.
Una nota: il bellissimo e famoso “marmo” verde di Pietra Lavezzara tanto usato per architravi e ritti, generalmente per decorazione, più che per strutture portanti, che troviamo anche in molte tombe di famiglia nei nostri cimiteri è intersecato da vene di calcite, che hanno una resistenza molto minore della pietra verde che le contiene. Sono fragili e si possono osservare cedimenti dove sono state sottoposte a carichi inopportuni.
Arrampicando con la “bellissima tecnica artificiale”, salendo sull’ultimo gradino della staffa, provando a salire un poco oltre grazie a quegli appigli naturali, fori, fessure scabrose, taglienti per la calcite rimasta, piantavamo, più in alto possibile un nuovo chiodo, e raccogliendo con un gesto elegante e teatrale la corda che passava sul penultimo – era la tecnica a “forbice” per l’alternarsi a volte incrociato delle corde – agganciavamo un altro moschettone e subito dopo un’altra staffa che rapidamente risalivamo sino all’ultimo gradino, sbilanciati dalla parete che strapiombava.
Erano quei fori e appigli che invitavano – pur alle mie mani da sempre troppo deboli per abbandonare l’ultimo gradino, la sicurezza dell’ultimo teso rinvio, per proseguire in “libera” – e che mi avevano suggerito quelle profezie.
L’arrampicata, non la Montagna – in tempi recenti per la storia – grazie agli estremismi americani, ai free climber che di free nulla hanno se non il nome, più che gli storici arrampicatori solitari d’antan, era improvvisamente apparsa un’attività non riservata a pochi, ma alla portata di tutti; flessuose fanciulle, non rudi e possenti alpinisti e guide barbute, compivano evoluzioni eleganti ed erano capaci di salite estreme, solitarie, inimmaginabili. La tecnica, gli strumenti, l’abbigliamento personale, avevano certamente contribuito, ma soprattutto la consapevolezza che “si può fare”, avevano, sfatando miti ed epopee, inaugurato una nuova epoca. Avevano cancellato l’idea élitaria dei pochi, dei migliori, e l’immagine dell’alpinismo, retorico quanto si vuole, quell’invenzione che i montanari avevano rifiutato per tanto tempo, e che gli inglesi con boria e supponenza forse, ma con eleganza e romanticismo, si erano inventati mutuando lo spirito di avventura e gloriosa conquista ereditato dalla loro grande storia… “occidentale”.
Salvatore Gabbe Gargioni sullo Spigolo del Secchio, Pietralunga, Appennino Ligure (primi anni Sessanta)

La tanto deprecata retorica è necessaria all’uomo e alla società come l’eros per l’amore, anzi fa parte di noi, come i miti, coltivati più o meno consciamente, aiuta a intraprendere decisioni che la ragione rifiuta, nutre l’entusiasmo del fare, ma va usata con parsimonia, come una droga!
Gli esecratori del mito, ho da sempre pensato, sono uomini invidiosi, inabili anche solo a pensare un’imitazione dei gesti dei campioni; ricercano, scavano nella vita di questi, come un astioso avvocato, vizi, debolezze per demolire in qualche modo la figura sportiva o artistica per darla in pasto, tramite i media, a chi si sentirà così rinfrancato: sono uomini finalmente! Loro un poco meno.
La consapevolezza realizzata o inconscia di questa nuova appartenenza alla schiera degli arrampicatori, dei “sestogradisti”, degli “illuminati eroi dell’arrampicata”, ha dato modo e occasione a molti di cimentarsi con la “roccia” (solo la parola era sufficiente un tempo per allontanare i pavidi e inorgoglire gli eletti), pronubi i vari corsi di alpinismo e di escursionismo (con esasperate didattiche che iniziano dal quarto grado per insegnare… la montagna (!). L’avvento delle “ferrate”, delle palestre artificiali e infine delle scalate classiche “coperte” di infiniti luccicanti spit che le trasformavano in edonistici esercizi atletici dove è ignota l’avventura, la scoperta e la conoscenza della Montagna, invocando la sicurezza… “sindacale”, avevano completato l’opera.
Forse anche noi, per una sorta di gelosia, guardavamo con sospetto il nuovo alpinismo che si affacciava? Prossimo a privarci di un gioco tanto remunerativo, che appagava il nostro orgoglio, il sentirsi, non dichiarato, una “minoranza arrampicante”?
Tutto questo aveva suggerito quelle infauste visioni, degne di una Cassandra gelosa, quanto pessimistica. Avevo colto nel segno?
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