Evoluzione storica dell’alpinismo (GPM 035)
di Alessandro Gogna e Gian Piero Motti
(scritto nel 1973, versione originale, pubblicata su Un Alpinismo di Ricerca, 1a edizione: è un’analisi della situazione precedente al Nuovo Mattino e allo stile alpino in Himalaya)
Lettura: spessore-weight**, impegno-effort**, disimpegno-entertainment***
Analizzando l’atteggiamento dell’uomo verso le montagne possiamo interpretare e capire un fenomeno che viene comunemente definito «alpinismo».
L’uomo è sempre stato incapace di dare una spiegazione naturale a tutti quei fenomeni che maggiormente si manifestavano a lui: così le grandi distese del mare, così i luoghi alti e scoscesi, così le alte vette ghiacciate. Il suo atteggiamento quindi fu di paura e adorazione, trasferendo nel mito una spiegazione allora impossibile logicamente. Ben si comprende come i monti fossero considerati abitazione delle divinità e quindi fosse ritenuto sacrilegio oltre che inutile il tentativo di salirli. In tempi meno lontani, nell’epoca medioevale, l’avvento e la diffusione del cristianesimo avrebbero dovuto sfatare la credenza dei miti politeistici, ma l’orrore e la paura per i luoghi solitari e inaccessibili erano troppo ben radicati nell’animo dell’uomo: folletti, gnomi, streghe e anime dei morti erano i temibili abitatori delle montagne. Figure e personaggi che ritroviamo in tutte le leggende e fiabe popolari. Occorreva un totale rinnovamento della cultura, del pensiero e dell’arte per un’inconscia ribellione a una filosofia aristotelica e dogmatica che lasciava poco spazio al nuovo desiderio di sapere. È significativo che un uomo come Francesco Petrarca, proiettato per molti versi nel Rinascimento, sentisse il desiderio, e lo realizzasse, di salire il Mont Ventoux. Assistiamo così nel Rinascimento alla conquista dello Sconosciuto, con la scoperta di nuove terre, con i nuovi studi scientifici, e con lo sviluppo del pensiero filosofico.
Dopo la pausa barocca e secentesca dobbiamo attendere l’ulteriore sviluppo illuministico per assistere in un’atmosfera di lucido razionalismo e nel grandioso rinnovamento sociale della rivoluzione francese a un primo interesse scientifico per le Alpi. Questo viene ovviamente rivolto alla vetta più alta d’Europa: gli uomini di cultura Horace-Bénédict De Saussure e Michel Paccard organizzano vere e proprie spedizioni al Monte Bianco con lo scopo non solo di raggiungerne la vetta, ma anche di trarne deduzioni di carattere scientifico per i loro studi. Non possiamo però negare in questi tentativi una componente di amore per l’avventura, che assumerà, come vedremo in seguito, una parte di primo piano nell’alpinismo. Qui si pone chiaramente una differenza di atteggiamenti nei confronti della montagna: il valligiano, cacciatore, avvezzo alle fatiche e alla pratica dei luoghi montani, che soleva spingersi fino alle soglie dei ghiacciai, conservava ancora il terrore per questo mondo tenebroso e sconosciuto; lo scienziato cittadino invece, forte del suo sapere illuministico, era privo di ogni inibizione e solo intimorito dalle evidenti difficoltà tecniche. Così assistiamo a una alleanza storicamente positiva e nuova tra il fermento rinnovatore e la tradizione. Possiamo con sicurezza affermare che la figura della guida, che tanta parte avrà nella storia dell’alpinismo, nasce in questo momento con le sue ben precise caratteristiche. Essa, già nella figura di Jacques Balmat, assume un ruolo di secondo piano, non creativo e al servizio del cliente.
Pur spettando alla guida il merito fisico di conquistare la meta, è il cliente che usufruisce del merito morale di aver ideato l’impresa, considerando anche che una tale distinzione era favorita dalle evidenti differenze dei due stati sociali. Ciò non impediva infatti che la messa in luce di alcune grandi guide potesse sussistere: è chiaro che senza l’opera di un Balmat o di un Michel Croz o di un Jean-Antoine Carrel o di un Michl Innerkofler né il Monte Bianco, né il Cervino, né la Grande di Lavaredo sarebbero stati conquistati in quegli anni. Occorreva però, come si è detto, una spinta creativa da parte di uomini culturalmente preparati come Felice Giordano, Edward Whymper, Horace Walker, John Ball, Paul Grohmann, Quintino Sella, William Auguste Coolidge e altri. Questi, provenienti da una condizione sociale particolarmente agiata e favorevole, in un contesto storico in cui la nobiltà era ancora tenuta a perpetuare la propria tradizione e il positivismo stava nascendo, furono i propulsori e i rappresentanti di un alpinismo che si poneva come fine la conquista delle maggiori vette delle Alpi, senza che ancora vi comparisse quello spirito idealistico e individuale che caratterizzerà la fase romantica. Il dialogo uomo-montagna era dunque ristretto alla classe privilegiata, nella quale era nobile emergere. Il primo sintomo di cambiamento ci è dato dalla magnifica ribellione di Carrel che si oppose al dominio creativo di Whymper nella conquista del Cervino, anche se la figura di Giordano influenzò non poco questo impulso.
Nel secolo XIX matura il fenomeno romantico nato in opposizione al positivismo: individualismo, eroismo, mito trovano una concreta applicazione nello scalare le montagne, luoghi solitari e selvaggi, dove l’uomo può elevarsi al di sopra della sua normale condizione e proiettarsi in una dimensione ideale. L’alpinismo dava dunque la possibilità, sebbene non ancora a tutti, di materializzare quei sentimenti di contemplazione e di lotta individuale, peculiari caratteristiche del romanticismo.
È interessante rilevare come ancora oggi l’alpinismo risenta di questa impostazione romantica, sia pure con aspetti differenti e a volte contrastanti, ma originariamente identici. L’alpinismo romantico inizia subito dopo la conquista delle ultime maggiori vette (Cervino, Grandes Jorasses): ora lo scopo non è più raggiungere la vetta, ma salirvi per una via più difficile, dove s’identifica il desiderio di lotta e di vittoria su se stessi piuttosto che sulle naturali difese della montagna. Esso si manifestò in tre correnti: a) alpinismo senza guide; b) alpinismo eroico; c) alpinismo sportivo. Naturalmente questa distinzione è più che altro descrittiva, poiché vi è da precisare che essa non fu pienamente reale e le tre correnti furono talvolta indipendenti, ma molto spesso armonicamente fuse e in ogni caso l’affermazione e la diffusione dell’alpinismo romantico furono graduali.
a) Il distacco dalla guida e quindi dalla tradizione fu la manifestazione più evidente del passaggio all’individualità. L’alpinista ora vuole affiancare alla parte ideativa e creativa il desiderio personale di lotta e di avventura, realizzando con i propri mezzi il proprio ideale romantico. Questa corrente non sorse in contrasto con le guide, ma i rapporti tra gli uni e gli altri furono impostati sulla base di una buona convivenza; tant’è che in questo periodo assistiamo alla realizzazione di notevolissime imprese alpinistiche da cordate composte da senza-guida e guide, in cui anche quest’ultime assumevano un ruolo ideativo oltre che risolutore. È l’epoca di Giovanni Bobba, Luigi Vaccarone, Adolfo Hess, Giacomo Dumontel, i fratelli Giuseppe-Francesco e Giovanni-Battista Gugliermina, Giuseppe Lampugnani, Cesare Tomè tra gli italiani; di Emil Zsigmondy, Ludwig Purtscheller, Johann Jakob Weilemann tra gli esteri.
b) La figura di Georg Winkler incarna fedelmente l’ideale eroico che nella cultura tedesca, da cui tra l’altro sorse il movimento romantico, era molto più sviluppato che non per esempio nel romanticismo inglese o italiano. Esasperazione dell’individualismo, sfida cosciente alla morte, autosuperamento: tutto questo nel furore che spinse Winkler sulla Torre del Vajolet che oggi porta il suo nome. È da sottolineare come nell’alpinismo romantico la contemplazione debba essere solitaria e sia premessa fondamentale all’azione; l’uomo dunque è direttamente portato ad un solipsismo che inevitabilmente avrà la conseguenza di dividerlo sempre di più dalla realtà sociale della vita.
c) L’atteggiamento migliore e più simpatico della fase romantica è strettamente legato alla figura di Albert Frederick Mummery, vero innovatore dell’alpinismo inglese ed europeo. Egli è sì spinto da un desiderio di avventura e di lotta, ma dotato di notevole humour, sdrammatizza quegli aspetti eroici così evidenti nelle altre personalità, con da una parte imprese di altissimo livello tecnico, veri capolavori di fantasia creativa abbinata a una lucida e fredda capacità risolutiva; dall’altra, con una pubblicazione dissacrante certi valori, in cui prevede l’inevitabile declassamento a «passeggiate per signore» delle sue più dure scalate. Eccolo dunque giungere sulla vetta del Grépon e sturare una bottiglia di champagne appositamente portata come sua abitudine, smitizzando quindi il misoginismo e le privazioni fisiche di cui l’alpinismo sembrava non potesse fare a meno. Egli fu il primo a praticare e diffondere quindi l’alpinismo sportivo, cioè un controllo, una disciplina con premesse romantiche, che però non si disinserisse dal contesto sociale.
Si era detto che l’avvento del romanticismo contribuì alla diffusione dell’alpinismo: non si creda però che la pratica del medesimo fosse già possibile a tutti gli strati sociali. È significativo come l’alpinismo avesse caratteristiche dapprima aristocratiche, poi elitarie. Diretta conseguenza è la fondazione di tutti i club alpini accademici, riservati ai senza-guida, i quali avrebbero dovuto curare la diffusione della pratica alpinistica; ma in realtà l’intento non fu mantenuto fino in fondo. Resta comunque merito dei fondatori italiani del Club Alpino Accademico (Ettore Allegra, Lorenzo Bozano, Ettore Canzio, i fratelli Gugliermina, Emilio Questa, ecc.) l’aver chiarificato ufficialmente una situazione di fatto, cioè l’esistenza di un alpinismo senza guide, cardine dell’alpinismo cittadino sul nascere. Parallelamente alla nascita di questo le guide stavano conoscendo il periodo più bello, sia nelle Alpi Occidentali che nelle Dolomiti. La guida non è più un esecutore di ordini o un comprimario, ma assume un ruolo prevalente di ideatore. Alcune delle più grandi imprese di questo periodo furono concepite e realizzate da cordate composte esclusivamente da guide. Non possiamo fare a meno di citare Angelo Dibona, Tita Piaz, Angelo Dimai, Enrico Rey e Adolfo Rey tra gli italiani, Hans Fiechtl, Joseph Knubel, Franz Lochmatter e Alexander Burgener tra gli stranieri. Purtroppo questa tradizione non sarà sempre mantenuta così viva, salvo rare eccezioni, dopo l’avvento del sesto grado.
Se pur con un certo ritardo rispetto alle altre manifestazioni culturali, l’inevitabile decadenza del romanticismo comincerà a farsi sentire anche nell’alpinismo, dapprima a livello individuale e poi, con l’avvento della filosofia nietzschiana, a livello nazionale.
Nell’alpinismo con guide in Italia il massimo rappresentante di questa decadenza è Guido Rey, detto «il poeta del Cervino». Strettamente aderente a un genere letterario che trovava in Edmondo De Amicis la sua più chiara espressione, egli introdusse nell’alpinismo la retorica, la cui pesante eredità ancor oggi, specialmente nel giudizio dell’uomo non alpinista, educato da piccolo alle letture deamicisiane, grava sull’alpinismo, impedendo una evoluzione storica del medesimo. Infatti la concezione prevalente della pratica odierna vuole la montagna mezzo di espiazione e di purificazione realizzate attraverso la sofferenza della salita e la conquista della vetta intese come avvicinamento a Dio; in realtà così pensando è imposto un raggiungimento ad ogni costo della vetta, intesa come meta ideale da perseguire: non per nulla per la salita della Cresta di Furggen al Cervino Guido Rey ricorse a dei mezzi che indubbiamente non erano i migliori per conseguire i suoi intenti ideali tipo: «Io credetti e credo la lotta con l’Alpe utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede». Questa linea di pensiero divenne purtroppo imperante e determinò l’antistoricismo dell’alpinismo. Se paragonato al lavoro di oggi, alienante e carrieristico, l’alpinismo è inutile, perché così impostato aderisce perfettamente all’alienazione e al successo e non migliora l’uomo. Se paragonato all’arte, l’alpinismo non è nobile in quanto troppo legato al successo come imposizione all’individuo (raggiungimento della vetta). In quanto alla fede, un alpinismo siffatto conduce a un misticismo esasperato ed elitario che distoglie definitivamente l’individuo dalla vera problematica essenziale della sua vita e conseguentemente della sua società.
Due importantissime figure della decadenza romantica furono Hans Dülfer e Paul Preuss. Il primo continuò quell’alpinismo teso all’estremo che Mummery aveva iniziato, praticando un’attività notevolissima nelle Dolomiti con l’introduzione continua di innovazioni tecniche, che non lo separavano dal progresso e dal contesto sociale. Il secondo continuò invece sulla linea di Winkler e portò l’alpinismo ai confini dell’eroismo ascetico; il «cavaliere della montagna» che passando solitario di vetta in vetta, disprezzando ogni forma di assicurazione inseguiva un ideale di perfezione utopico. Con questo non si vuole negare il grandissimo valore del suo insegnamento, sottolineando però che l’autosuperamento continuo dell’individuo può portare solo all’autodistruzione.
A nostro giudizio l’apogeo della decadenza viene raggiunto da Eugen Guido Lammer, in cui si esalta chiaramente una visione masochistica dell’alpinismo: l’uomo non solo deve accettare la sofferenza, ma procurarsela, in quanto il dolore fisico voluto fa il superuomo e il successo così ottenuto produce il predominio di una razza o nazione intera. Ecco apparire dunque la montagna ancora più «purificatrice e sublimante», l’illusoria «fontana di giovinezza» presente nel credo di Lammer. Questo errore è oggi presente nella considerazione che ha il profano per la quale tutti gli alpinisti sono pazzi o suicidi. Inevitabilmente l’affermarsi della filosofia nietzschiana assume proporzioni politiche e sociali determinanti e l’alpinismo non può sfuggire al culto nazionalistico che si manifesterà soprattutto con il pan-germanesimo.
La prima guerra mondiale chiude simbolicamente un’epoca, in realtà le premesse idealistiche avevano radici ben profonde che non furono estirpate e tutto il successivo sviluppo dell’alpinismo del sesto grado risentirà di questo influsso.
I mutamenti politici in Italia e Germania avvenuti dopo la prima guerra portarono a una socializzazione pan-nazionalistica e l’alpinismo si diffuse anche e finalmente a tutti gli strati sociali. Per motivi che in seguito saranno chiariti furono proprio le classi meno abbienti ad accogliere con particolare calore l’alpinismo, nella misura in cui questo permetteva un’affermazione di se stessi e una rivalsa sociale. Diretta conseguenza fu l’annullamento della distinzione tra guide e dilettanti, poiché iniziò il fenomeno dei cittadini che intrapresero la carriera di guida (esempio più tipico fu Emilio Comici). Tutto questo processo portò a un grandissimo balzo in avanti dell’alpinismo estremo e sportivo, con quelle prime salite, che per indubbia superiorità rispetto alle precedenti, vennero definite di sesto grado. Non a caso i tedeschi e subito dopo gli italiani primeggiarono in questa battaglia che si servì dell’individuo per affermare una presunta superiorità nazionale e razziale. Di lingua tedesca, Roland Rossi, Otto Herzog, Hans Steger, Felix Simon, Emil Solleder, Fritz Wiessner, Leo Rittler, i fratelli Franz e Toni Schmid, Willo Welzenbach, Walter Stösser e tanti altri; in Italia, subito dopo, Renzo Videsott, Emilio Comici, Luigi Micheluzzi, Celso Gilberti. A queste posizioni non si adeguavano l’alpinismo britannico e francese. Il primo aveva abbandonato le Alpi ai tempi dell’alpinismo esplorativo e ora si riaffiancava con l’immutato spirito di Mummery attraverso la figura del grande Thomas Graham Brown che in tre anni condusse un’accanita e minuziosa esplorazione del più temibile e grandioso versante del Monte Bianco, la Brenva. Il secondo, dopo un inizio incerto, finalmente assumeva personalità: Armand Charlet e Maurice Fourastier, guide, l’uno nel Monte Bianco e l’altro nel Delfinato, esplicavano un’attività che per la sua intrinseca semplicità e umanità avrà così grande rilievo nel futuro sviluppo dell’odierno alpinismo francese, privo di complessi, di rivincite e di deformazioni ideologiche.
Thomas Graham Brown a Courmayeur, settantenne (1952)

Nel frattempo si delineavano le «grandi corse»: in Dolomiti la Cima Ovest di Lavaredo, in Occidentali la parete nord delle Grandes Jorasses e ancor più la parete nord dell’Eiger. Nuovi nomi vengono alla ribalta: valligiani, intellettuali, operai, studenti. Tutti o quasi gravitano attorno ai massimi problemi che il sestogradismo precedente aveva lasciato insoluti. Attilio Tissi, Alvise Andrich, Raffele Carlesso, Giovan Battista Vinatzer, Guido Soldà, Riccardo Cassin, Giusto Gervasutti, Gabriele Boccalatte, Vittorio Ratti, Mario Dell’Oro, Nino Oppio, Ercole Esposito, Bruno Detassis, Ettore Castiglioni, tra gli italiani; Mathias Rebitsch, Peter Aschenbrenner, Anderl Heckmair, Fritz Kasparek, Rudolf Peters, Ludwig Steinauer, austriaci e tedeschi; Raymond Lambert, Pierre Allain, Lucien Devies di lingua francese.
L’italiano Domenico Rudatis fu il massimo teorizzatore dell’alpinismo come sesto grado. L’identificazione del sesto grado con l’alpinismo portò a un prevalere del fattore atletico e ultra-individualistico le cui conseguenze furono positive per i risultati e negative per lo sviluppo futuro. L’analisi che egli conduce sulla performance che la cordata compie su terreno vergine ed estremo mira a una continua ed esasperata esaltazione dei valori eroici. Se questo ha indubbiamente spinto i giovani a sempre più osare, d’altra parte ha costretto l’alpinismo nei limiti in cui esso soprattutto oggi si dibatte: limiti che sono dati dalla nausea di un continuo autosuperamento e dalla ricerca impellente di nuove idee, per cui esso cessi di essere isolato. Evidentemente in questo quadro si devono citare le espressioni di compiacimento che lo Stato nazionalista elargiva agli atleti migliori, per un alpinismo come «scuola di ardimento e di italianità».
Tenzing Norgay e Raymond Lambert

L’epopea si chiude con la conquista della Nord delle Grandes Jorasses e della Nord dell’Eiger, ambedue nel 1938, poco prima della seconda guerra mondiale. Termina con queste due splendide imprese l’alpinismo a stampo nazionalista, tanto è vero che nell’immediato dopoguerra subentrò un breve periodo nell’alpinismo tedesco e italiano di stasi e di ricerca di nuove forme di espressione che in molti casi troveranno sfogo nel tecnicismo. Insito nella conquista di quelle due grandi pareti nord, così significative, era lo sbandamento, ma ovviamente non era avvertito e le corse si svolsero con impressionante determinazione nella ricerca del successo nel più completo individualismo. Naturalmente la vittoria arrise alle cordate più realiste e prive di complessi. La parete nord delle Grandes Jorasses era già stata teatro di una corsa per la prima salita dello sperone Croz, dove s’impegnarono cordate austriache, italiane, francesi e svizzere quasi mai in collaborazione. La vittoria toccò alla cordata austriaca di Rudolf Peters e Martin Meier. Invece sullo sperone Walker furono le cordate italiane e francesi a contendersi il successo, che arrise a Cassin, Gino Esposito e Ugo Tizzoni.
Sull’Eiger, dopo una serie impressionante di disgrazie mortali, i tentativi si succedevano convulsi, all’impronta quasi del fanatismo e addirittura stimolati direttamente dall’indottrinamento nazionalistico di Hitler. Alfine il successo arrise, dopo durissima lotta, alla cordata austro-tedesca di Heckmair, Kasparek, Ludwig Vörg e Heinrich Harrer.
Mentre nell’alpinismo italiano e tedesco dell’immediato dopoguerra si avvertiva un certo vuoto, sia per le ragioni in precedenza dette, sia per le tragiche morti di Gervasutti, Boccalatte, Comici, Ercole Esposito avvenute in montagna e di Andrich, Vittorio Ratti ed Ettore Castiglioni in guerra, l’alpinismo francese cominciava a vivere il suo splendido periodo. Gaston Rébuffat, Edouard Frendo, Lionel Terray, Louis Lachenal e in pratica gli uomini del futuro Annapurna, primo Ottomila conquistato dall’uomo, con umiltà e semplicità affrontavano dapprima le prime ripetizioni dei grandi itinerari dell’anteguerra e poi con rigore sistematico risolvevano nel gruppo del Monte Bianco i più grandi problemi che la tecnica di allora permetteva di superare. Su questa linea positiva agivano anche l’austriaco Hermann Buhl del primo periodo e in tono dolomitico Erich Abram e Otto Eisenstecken.
Walter Bonatti ed Erich Abram al K2

Indubbiamente e sfortunatamente dopo questo vuoto non si giunse a una concezione diversa e più positiva dell’alpinismo: pur avendo abbandonato le idee nazionalistiche, si ricadde parzialmente nella trappola romantica, intesa come reazione dell’individuo al neo-capitalismo borghese. L’alpinismo diventa specialmente in Italia lo sport dei disadattati: nascono così dall’ambiente operaio intere associazioni (Ragni di Lecco, Gruppo Alta Montagna Torino, Pell e Oss di Monza) di fortissimi scalatori. Essi esprimono una presunta ribellione a ciò che la guerra non aveva eliminato e cioè il sistema delle classi sociali. L’estensione di questa base determinò in tutta Europa un elevato numero di grandi nomi che non trovò di meglio che cercare vie nuove, in un’esasperata rincorsa del tecnicamente più difficile. Naturalmente ciò avvenne attraverso nuovi mezzi tecnici, che in alcuni casi portarono addirittura a una involuzione, in quanto comportavano l’inserimento dell’elemento economico.
Così non vi fu progresso ideologico e l’umanizzazione dell’alpinismo venne ancora rimandata. In questo periodo si può accostare alla figura della guida la figura sia pur riservata a pochi del semi-professionista: Walter Bonatti, Cesare Maestri, Carlo Mauri, René Desmaison sono i più conosciuti esponenti di questa corrente. Il semiprofessionista cerca di ottenere un utile dalla sua attività, imponendosi all’attenzione del grosso pubblico e ancora una volta distanziandolo da una universale comprensione di questo fenomeno, per questo inteso dai più come attività riservata a pochissimi uomini eccezionalmente dotati.
Mentre si avverte un certo cambiamento nell’impostazione ideologica dell’alpinismo, la corrente romantica, pienamente inserita nel neo-capitalismo e quindi nella mentalità del successo, ha raggiunto la sua massima espressione nella figura di Reinhold Messner. Egli, grazie a doti veramente eccezionali fisiche e psichiche, unitamente all’esigenza della società dei consumi di creare ulteriori miti, si è imposto con una serie impressionante di grandiose realizzazioni alpine ed extraeuropee all’attenzione mondiale. Purtroppo gli organi ufficiali e le scuole di alpinismo italiane e tedesche, pur nel giusto dovere di rendere merito a questo tipo di imprese, continuano a proporre ai giovani (che ormai intravedono confusamente altre possibilità) questi modelli di ardimento individualistico, senza avvertire il grave pericolo antistorico che si cela dietro a questi inconfutabili esempi.
L’alpinismo tecnologico è nato prima fuori dalle Alpi e poi è stato importato in queste ultime. Ciò risponde alla ben precisa esigenza dell’alpinismo extra-alpino, dove nulla è possibile, o per lo meno era, senza un’adeguata organizzazione logistica alle spalle. Soprattutto molto più difficile è l’espressione del singolo o della singola cordata. Prevalgono più l’organizzazione e la collettività che il coraggio e l’osare dei singoli che non porterebbero certo molto lontano. Ecco perché alpinismo «tecnologico». Durante la conquista delle maggiori montagne del mondo, degli Ottomila, per intenderci, si è dovuto migliorare continuamente il concetto di organizzazione, perché l’uomo era pronto a salirle già fin dal tempo di Andrew Irvine e George Mallory: era pronto psicologicamente, fisicamente e tecnicamente. Perciò si doveva procedere in due maniere: da un lato a montagne sempre più difficili e inaccessibili si opponevano migliori attrezzature e più quattrini, dall’altro si migliorava la «meccanica», con più razionali acclimatazioni e una logistica di movimento che tendeva a portare sherpa e portatori il più in alto possibile. Con queste caratteristiche tecnologiche l’alpinismo extraeuropeo è sempre stato un po’ fermo nei suoi rigidi schemi. Una persona o due hanno l’idea, un ente o più si incaricano di reperire i fondi, gli alpinisti sono «scelti» tra una rosa di «candidati». Il tutto non costituisce la maniera migliore per creare un’effettiva collaborazione prima e durante la spedizione, e soprattutto concede poco all’immaginazione dei singoli, le cui prestazioni sono sempre da inquadrare nel rendimento e nella logistica generali. Ma anche nell’alpinismo extraeuropeo qualcosa sta cambiando: da più parti si vedono i segni dell’affrontare le più alte montagne con spirito nuovo, senza l’apparato.
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Considerazioni scritte nel 1975, nel libro “Un alpinismo di ricerca” di A. Gogna, per l’appunto
Ho letto con estremo piacere l’articolo che racconta l’evoluzione storica dell’alpinismo, lucida stringata e a mio parere precisa. Perché non prosegui la critica fino ai giorni nostri? Magari proprio in coda allo stesso articolo?
Trovo l’articolo ben fatto. Sintetico ed esaudiente.
Un bell’articolo!
Ormai antica storia, ma sempre bella.
Dice: L’alpinismo diventa specialmente in Italia lo sport dei disadattati: nascono così dall’ambiente operaio intere associazioni (Ragni di Lecco, Gruppo Alta Montagna Torino, Pell e Oss di Monza) di fortissimi scalatori. …….
Solo una domanda: i Ragni di Lecco nascono dall’ambiente operaio, il Vitali era un operaio? O forse è riferito a prima del suo avvento, quando avevano un altro nome. Non ho mai capito bene quella storia.
E una opinione: ogni alpinismo è sempre figlio del suo tempo e dare delle previsioni o delle conclusioni risulta sempre una visione molto personale.
Un articolo che vale un libro.
Un deep water solo nella storia del verticale e del pensiero di chi lo pratica.
Grazie Capo.