Fausto Conedera, lo scalatore silente
di Stefano Santomaso e Leri Zilio
(pubblicato su Le Alpi Venete, primavera-estate 2023)
Fausto Bracco Conedera nasce ad Agordo il 15 dicembre 1956; la madre Virginia Benvegnù era originaria di Col di Prà, in fondo alla Valle di San Lucano, mentre il padre Raffaele era nativo di Colvignàs, un piccolo borgo di vecchie case poste appena sopra Agordo. Ancora oggi si accede a Colvignàs solamente attraverso una ripida mulattiera che sale nascosta fra le fronde degli alberi; percorrerla, oltre al pegno di fatica che serve per giungere al paese, significa immedesimarsi ancora nelle arcaiche fatiche della vita di un tempo ormai passato.
A Colvignàs non è ancora arrivato l’asfalto né il cemento. A Colvignàs non sono ancora arrivate automobili, né motociclette né trattori. Quelle quattro case costruite sul limite del burrone sono ancora circondate da prati fioriti dove non è difficile incontrare cervi e caprioli che, del tutto indisturbati, escono dal bosco e si avvicinano alle abitazioni. Con i rapaci poi, data la ripidezza del terreno, non è raro guardarsi negli occhi.
È proprio a Colvignàs, nella casa paterna, che il piccolo Fausto passa l’infanzia e la giovinezza. Il padre è emigrato e dunque è assente da casa per mesi, così è Fausto con la madre a tirare avanti la baracca. Pochi amici e tanti lavori nei campi lo fanno diventare adulto forse troppo velocemente. Inoltre l’armonia e la routine della vita familiare vengono purtroppo interrotte ben presto: nel giro di pochi anni i genitori si ammalano gravemente e Fausto, non ancora ventenne, rimane orfano. È facile, quindi, immaginare la tragedia di un giovane uomo che vede scomparire gli affetti più cari uno dopo l’altro.
Se è vero che tutti gli uomini hanno nella loro vita dei momenti di svolta, crediamo che per Fausto sia stato questo l’attimo più triste e terribile della sua vita; una ferita mai veramente guarita e una circostanza che ha condizionato pesantemente le scelte future della sua esistenza. A un certo momento le condizioni di salute dei genitori costringono la famiglia a lasciare la casa paterna. La posizione disagevole della vecchia casa di Colvignàs, con il suo ripido e faticoso accesso, era divenuta un vero e proprio calvario per i genitori i quali, con Fausto, sono costretti a trasferirsi giù, in paese, trovando un alloggio vicino all’ospedale. La casa prescelta è esattamente all’imbocco della mulattiera per Colvignàs: un caso? Non crediamo proprio! Piuttosto pensiamo sia stata la necessità di non volere allontanarsi troppo dalla casa natìa e il voler mantenere vivo un profondo legame con la terra della propria origine. Poco più che ventenne, Fausto inizia pure il suo percorso alpinistico muovendo i primi passi sulla roccia della storica palestra di Farenzena, nei pressi di Agordo. Erano tempi nei quali l’arrampicata sportiva ancora non esisteva e le palestre di roccia servivano come trampolino per le grandi salite sulle montagne circostanti; il salto quindi verso le pareti di Moiazza, Civetta e Agner è naturale, immediato. Fausto ha la fortuna di agganciarsi a una generazione di alpinisti locali davvero forti. I tempi sono quelli dei primi anni Ottanta; delle vie dure e pure di Manolo e Heinz Mariacher, del gruppo “anarchico” feltrino delle “Formiche Rosse” contrapposto all’alpinismo più classico ma non meno estremo; dell’enclave bellunese della quale Riccardo Bee, Franco Miotto e Soro Dorotei erano gli alpinisti più rappresentativi. Gli agordini Daniele Costantini, Gianni Del Din, Alessandro Zasso, Sergio Matten, Loris De Col e Bepi Vieceli sono i compagni dei viaggi verticali di Fausto, che successivamente diverrà padrino e chioccia per le generazioni più giovani, ovvero di chi scrive, per intenderci. Fausto stringe una preziosa amicizia con Ettore De Biasio e Lorenzo Massarotto, che lo coinvolgono lungo le grandi ascensioni nella Valle di San Lucano. È qui che trova la sua dimensione e la radice del suo alpinismo. Qui, dove pochi avventurosi come Armando Aste, Alessandro Gogna e Renato Casarotto, avevano fino ad allora avuto il coraggio e la voglia di cimentarsi passando di lì non molti anni prima.
Ricalcando l’alpinismo dei più grandi, Fausto effettua diverse prime ascensioni e qui ne ricordiamo solo alcune. Tre sono le vie nuove sulla Seconda Pala di San Lucano: via Virginia Benvegnù (con Ettore De Biasio nel 1986), via Orso Bruno (con Sergio Matten nel 1988) e la Revestoni delle rocce (con Stefano Santomaso nel 1992). La parete est della Seconda Pala lo attrae particolarmente e lui si diverte a ripetere tutti gli itinerari presenti. Sulla grande parete della Quarta Pala di San Lucano, nel 1998, è ancora con Stefano Santomaso ad aprire la via Mario Tomè Bariza, milletrecento metri di “roccia incognita” con sei chiodi e un bivacco di quindici ore sotto la pioggia. In Molazza, sul pilastro sud del Corno di Framònt, la stessa cordata apre la difficilissima via Elisir di giovinezza, una salita di estrema difficoltà che a oggi non è stata ancora ripetuta. Fausto effettua, inoltre, la terza ripetizione del mitico diedro Casarotto-Radin allo Spiz di Lagunaz, con Serge Duffau nel 1988. Bracco è particolarmente attratto anche dalle salite invernali. Nel marzo del 1996, con Ivo Ferrari e Silvestro Stucchi, effettua la prima ripetizione invernale della via del Piano Inclinato alla Terza Pala di San Lucano, inoltre la via Casarotto-Radin sulla parete est della Quarta Pala di San Lucano insieme con Mauro Moretto e Mauro Busata nel marzo 2000.
Ancora, con Gianni Del Din compie la prima ripetizione invernale della temuta Fessura del Topo sulla parete ovest della Prima Torre del Camp, in Molazza. È invece con noi che lo ricordiamo, nella prima invernale della via Bien-Benvegnù sul Monte Tamer (ci ricordiamo bene l’impegnativa discesa in doppia lungo la parete innevata, durata tutta la notte, senza pile frontali, al chiaro di luna). Fausto coltiva con Lorenzo Massarotto una profonda amicizia; innumerevoli sono le loro realizzazioni sulle pareti agordine e non solo. Ne citiamo solo alcune: via Raffaele Conedera alla Prima Torre del Camp (1983), via Alberto Mosca Carluccio (1994) allo Spiz d’Agner Nord, via Per pochi intimi sulla friabile parete del Torrione dei Gir (1992), via dell’Uomo in strach sulla grande parete sud dell’Antelao (1992). Massarotto gli farà anche da ponte verso amicizie con alpinisti di pianura non meno bravi dei suoi conterranei: Umberto Marampon, Mauro Moretto, Ermes Bergamaschi, Riccardo Milani, Mauro Busata (Sarchia). Con quest’ultimo aveva pure una grande affinità che esulava dal tema prettamente alpino. Erano frequenti e partecipati i ritrovi conviviali in Valle Santa Felicita, nei pressi di Bassano, alle pendici meridionali del Grappa; prima alla trattoria “dalla Mena”, poi all’”Antica Abbazia”. Fausto ha attraversato anche l’oceano cercando le grandi salite fatte in Yosemite dai pionieri americani, ritornando a casa entusiasta della grandiosità dei luoghi ma angosciato da un caotico sviluppo turistico (che lui non sopportava), andato ben al di là di ogni più pessimistica previsione. Si rigenerava quindi in Valle di San Lucano, per certi versi ancora amena e selvatica. A un anno dalla scomparsa, l’immagine di Fausto che più ci ritorna in mente è quella nella sua vecchia casa di Villalta, calda e ospitale, proprio sotto Colvignàs. Nella cucina spoglia, l’amico si prodigava premuroso servendo una pietanza o versando un bicchiere di vino, aggirandosi elettrizzato attorno al tavolo perché gli argomenti di discussione erano le montagne e l’alpinismo.

In quelle occasioni gli occhi brillavano di una gioia contagiosa, e il suo agitarsi andando avanti e indietro, trafficando con le stoviglie e le pietanze, gesticolando a mimare improbabili movenze sulla roccia, cresceva come un torrente in piena. Era felice Fausto in quei momenti, e tu lo eri con lui, e come per magia si dissolvevano i tanti dolori e le tristezze che lo angustiavano.
Era lo stesso selvaggio brillare degli occhi che aveva nello stringerti la mano dopo una salita, muta condivisione di un piacere immenso che lui così sobrio e modesto non sapeva trasmettere a parole.
Vecchio amico irascibile e sincero, abbiamo sempre apprezzato la tua franchezza e la tua lealtà, invidiando la sregolatezza e l’assenza di sudditanza verso qualsiasi forma di autoritarismo. Non avevi peli sulla lingua. Eri duro anche con gli amici, ma le tue sfuriate erano sempre temporali estivi che passavano velocemente per poi lasciare un ciclo sereno. Hai seminato bene, Fausto! Con modestia e semplicità eri sempre disponibile con tutti, senza tanti clamori e azioni eclatanti, ma solo con la forza sobria del tuo grande amore per la montagna. Qui molti di noi ti sono debitori di informazioni e consigli; spesso ci accompagnavi agli attacchi delle vie o venivi a recuperarci dopo una salita.
Facevi parte di quella generazione che ha trasferito l’amore per la verticalità anche sul lavoro. Hai operato per anni facendo disgaggi e stendendo reti sulle pareti rocciose. Ci ricordiamo le giornate passate insieme sulle pareti delle cave di trachite dei Colli Euganei, dove si operava in condizioni molto difficili tra pilastri di roccia precaria e un’afa spaventosa. Anche qui si è cementata la nostra amicizia, tra il sudore e la polvere. E poi le lunghe serate davanti a un bicchiere di vino a programmare salite, ad analizzare passaggi e a commentare le imprese dei grandi.
Ci è rimasto il rammarico di non avere terminato il nuovo itinerario sulla parete della Lastìa di Gardés, proprio sopra l’abitato di Col di Prà, in Valle di San Lucano. Abbiamo lasciato a metà un lavoro di più giorni, e tu spesso ci invitavi a ritornare apostrofandoci con i soliti, amichevoli epiteti.
Poi, improvvisamente, una serie di problemi fisici sempre più penalizzanti hanno condizionato sia l’attività alpinistica che quella lavorativa di Fausto.
Ci siamo chiesti diverse volte se in tutto questo suo vagabondare sulle rocce sia riuscito a trovare il proprio essere e a darsi una risposta esistenziale a molti suoi perché. Quel che è certo è che nei suoi ultimi anni di vita Fausto ha passato momenti veramente difficili, lottando contro il suo corpo per riconquistare la salute. È riuscito a provare a combattere questa battaglia grazie all’affetto delle donne e di pochi amici: Elisa, Attilia e Adriana, di cui ricordiamo le calde parole del suo epitaffio il giorno del funerale. Sembra avesse trovato un proprio equilibrio dopo la decisione di ritornare alla vecchia casa natìa di Colvignàs. Dopo tanti anni di assenza da quel luogo, che a lui ricordava tanto dolore, è ritornato a casa e l’ha ristrutturata con pochi soldi ma tanta intraprendenza. Ha iniziato di nuovo a lavorare il suo appezzamento di terra estirpando le erbacce, potando i frutteti e piantando tanti fiori attorno a casa; quei fiori che tanto amava anche la madre. La scorsa estate, a pochi mesi dalla sua scomparsa, abbiamo tagliato l’erba del prato intorno alla sua casa ormai deserta. Quel giorno è venuto spontaneamente ad aiutarci anche l’amico Philippe Brass. L’abbiamo fatto con piacere, non solo perché Fausto ne sarebbe stato contento, ma anche per cercare un contatto con lui. Se è vero che gli uomini, negli ultimi tempi della propria vita terrena, tendono a ritornare alla terra d’origine, ecco, lui ne è stato un esempio vivente. Forse tutto quel vagabondare per le montagne, quel bisogno di cercare le grandi risposte esistenziali sulle pareti, quella voglia di stabilità e tranquillità interiore tanto ambita ma mai realmente acquisita, era molto più vicina rispetto a dove lui l’avesse cercata: era semplicemente lì nella sua casa. Ora il Bracco avrà trovato la sua pace?
Fausto Conedera è scomparso il 24 marzo 2022. La notizia della scomparsa ad esequie avvenute è stata data dalla compagna Elisa.
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io di Fausto posso solo ricordare ‘episodi’
…abbiamo fatto insieme laMessner alla sSconda Pala del Sella….
‘Te pàrelo chè?’ ‘èh, ‘…. a pensàr quei ‘anì…’
–cioè?
beh… no’ ha enso parlàr de difficoltà..
‘se pàsa, nò se pàsa, l’è dà cenìse‘
… per me è diventata la quintessnza di grado/difficoltà/impegno…
(forse essere essere VECIO O essere OLTRE (più del classico V+/A0)
🙂
Lo avete dipinto con delle pennellate squisite.
Però Fausto non amava tanto essere il bracco anche se lo sopportava con benevolenza.
Amava di più Fausto o anche Fostó alla francese.
E vi siete dimenticati di un punto nevralgico della sua storia La Liquoria Garbaldi.
Veramente grazie comunque
Un amico di Fausto
Mi chiamo Paolo e abito in Romagna (Cesena). Sono un semplice amante della natura, montagna soprattutto. Quando le persone si amano si “contaminano” profondamente l’un con l’altra prendendo dentro di sé parti dell’altro. Per sempre. Un uomo come Fausto è certamente rimasto nell’anima di molti di coloro che hanno avuto la fortuna d’incontrarlo. R. I. P. , caro Fausto.
Paolo Esposito
Manchi…amico mio, ti sono grato, tanto, del pezzo di strada fatto insieme in questa vita.
Bell’articolo ragazzi , sembra che dalla foto di Fausto con il Mas siano ancora qui con noi ……….io li voglio pensare come due uccelli di Castaneda che continuano a volare sopra le loro amate vette!!!
Fausto era Bravo, di animo buono, Corretto e Coerente.
Salita la via Gogna alla seconda Pala di S. Lucano, il Bracco venne a recuperarci a mezzanotte a Pradimezzo e questo mi disse: dure le Pale ah Saltino …
Un grande …
Ho letto ora l’articolo su Fausto e appena possibile andrò a Colvignas in pellegrinaggio, anche perché mi piacciono molto le zone dell’agordino. Sono un semplice escursionista 66enne di Vittorio Veneto. Ciao.
Una gran bella persona e un ottimo compagno di cordata.
È morto un Uomo.
Tutto un mondo di vita, di speranze e ricordi, di entusiasmi ed esperienze, di gioie e dolori è andato perduto con lui.
Autenticità.
Grazie.