Finale era il mio circo

Finale era il mio circo
(pubblicato su Alpi Liguri e Finalese, Meridiani e Montagne n. 109, marzo 2021)

Pur essendo genovese, la prima volta che mi recai a Finale Ligure… lo feci partendo da Milano, dove già allora vivevo. Era il febbraio 1972, andai con l’amico Piero Ravà e le rispettive mogli.

Fino a che avevo abitato a Genova nessuno si era mai accorto di quelle bellissime scogliere d’entroterra, dalla pietra così singolare da essere chiamata pietra del Finale, di lavorazione tenera quanto esteticamente irripetibile: dalla via Aurelia erano sempre state invisibili, prima dell’inaugurazione dell’autostrada Savona-Ventimiglia. E anche se Alessandro Grillo mi aveva accennato, già nell’ottobre 1968, di aver scoperto quel nuovo eldorado di arrampicata, non avevo mai avuto né occasione di visitarlo né di desiderare di farlo.

Gogna in campeggio a Finale, 8 giugno 1988

Al colmo della stranezza, l’invito a fare finalmente una prima capatina mi venne non da genovesi, bensì dagli amici torinesi Gian Piero Motti e Gian Carlo Grassi… Fu una domenica serena, anche se molto nuvolosa e un po’ fredda. Al mattino, salutando gli altri alla base di Monte Cucco, nei pressi di quella che già allora era una discarica fumante, ero del tutto inconsapevole che, a partire da qualche anno dopo, Finale sarebbe diventata la meta di parecchie centinaia dei miei weekend (e non solo).

Erano anni di grande cambiamento. Gli anni Settanta, noti in area alpinistica per il famoso Nuovo Mattino, videro il graduale accostamento di un alpinismo classico e ancora ben legato all’avventura tipo Bonatti e Messner a una maniera di intendere l’arrampicata che in effetti era distante parecchio da quella precedente: il rifiuto della montagna come sofferenza, come modalità autoritaria e codificata, come comportamento canonico per abbracciare invece un’azione più gioiosa, più sportiva e probabilmente meno romantica, il cosiddetto free climbing. Free era appunto la chiave del significato, perché si giocava molto della giustificazione dei nuovi atteggiamenti con la parola “libertà”. Libertà dal passato, dai mostri sacri, dalla sofferenza per partito preso. Libertà da chiunque avesse voluto continuare a imporre un alpinismo che, se era andato bene per un po’ di decenni, ora aveva bisogno quanto meno di un’alternativa, di una concorrenza di passione.

Metà anni Settanta, Andrea Parodi con gli scarponi rigidi in vetta a Rocca di Perti.

Era senza dubbio destino che le rocce finalesi incanalassero queste esigenze, assieme alla valle dell’Orco, alla valle del Sarca e alla valle di Mello (solo per rimanere in tema italiano), mentre la Grignetta, che tanto aveva significato in precedenza (e forse proprio per quello), dovesse per qualche tempo rimanere un po’ indietro.

Il periodo esplorativo a Finale durò quasi quindici anni, più o meno fino al 1982 quando anche lì comparvero i primi spit, cioè i chiodi infissi praticando un foro artificiale con il punteruolo o con il perforatore, segnando così l’inizio della cosiddetta arrampicata sportiva. Nei primi tempi i “pionieri” come Alessandro Grillo, Gianni Calcagno, Eugenio e Gianluigi Vaccari (ma non erano i soli) affrontavano le varie pareti di 4 o 5 lunghezze di corda con l’intento di “vincerle”, esattamente come si era sempre fatto in montagna. La loro bravura evitava un eccessivo spreco di arrampicata artificiale, ma di certo non si poteva ancora dire che lo scopo principale fosse quello di salire quelle pareti in quello stile che stava definendosi come “arrampicata libera” e che imponeva il non uso per la progressione di qualunque aggeggio, chiodo, nut, cuneo o cordino che fosse. Ma già dal 1975, quando con la definizione di A0 si affermò la distinzione tra libera e artificiale, si notarono i primi timidi tentativi di non ricorrere neppure all’A0 (1) per salire un determinato tratto di parete. Fu un passaggio epocale, perché da allora fu chiaro che la pratica dell’arrampicata a bassa quota e in falesia avesse più le caratteristiche di un “gioco” che non di un’avventura.

Mentre dal 1983 in poi gli itinerari nuovi aperti a Finale ebbero quasi tutti le caratteristiche delle vie sportive, la valle di Mello e la valle dell’Orco rimasero due dei pochi luoghi dove il free climbing (inteso come arrampicata libera contrapposta all’arrampicata libera sportiva) potesse essere ancora largamente praticato. Oggi sono gli attuali templi del free climbing in Italia.

Primi anni Ottanta, relax in un bar di Finalmarina: Kurt Albert in primo piano (a destra) e al centro Wolfgang Güllich. Foto: Gerhard Heidorn.

Finale dunque si sviluppò come arrampicata sportiva ben prima di tanti altri centri che vennero in seguito e rappresentò quel modo di fare vacanza arrampicatoria che oggi è suddiviso con altri centri, come Val Pennavaire e Muzzerone in Liguria, oppure San Vito lo Capo in Sicilia, oppure ancora le falesie di Amalfi in Campania, tutti luoghi assimilabili a Finale Ligure per panorami e atmosfere. Un qualcosa di mezzo tra le Calanques e l’isola di Kalymnos.

In ultimo, due parole per la valle del Sarca, tra Riva del Garda e Trento, perché ha la caratteristica di avere entrambe le frequentazioni e vi si pratica abbastanza indifferentemente sia il free climbing che l’arrampicata sportiva. Lo testimoniano il migliaio di vie non attrezzate o attrezzate solo in parte assieme alle centinaia e centinaia di monotiri delle diverse falesie.

A parte Amalfi, ho personalmente avuto la fortuna e la ventura di vivere tutti questi luoghi proprio ai loro inizi, quando le primissime vie venivano aperte, qualche volta anche da me. C’ero, insomma. E mi fa particolarmente piacere parlare dello sviluppo che c’è stato. E soprattutto oggi m’interessa individuare quali di questi luoghi possono essere a rischio di crescita sbagliata. Ma intendo affrontare questo argomento tra poco.

I liguri locali, seguendo il carattere della loro proverbiale scontrosità, non interferirono quasi mai con la nostra invasione. Da un anno all’altro e improvvisamente, le viuzze del bellissimo centro storico di Finalborgo si trovarono gremite, non solo il sabato e la domenica, di focloristiche e colorate frotte di arrampicatori, come anche vi furono molti episodi di posteggi selvaggi alla base delle pareti. La mattina tra le 8.30 e le 9.30 al Bar Centrale potevi fare anche venti minuti di coda prima che ti servissero! I forni sfornavano focaccia in quantità industriali, per le vie sentivi parlare un po’ tutte le lingue. In quella schifezza che era la discarica di Monte Cucco, nessuno di noi aveva problemi a “sporcare”, mentre di certo facevamo più attenzione negli altri siti, come Perti o Rocca di Corno, forse i più frequentati. Ci furono alcuni bar e trattorie che con noi fecero la loro fortuna, anche perché la nostra frequentazione andava a integrare perfettamente il turismo balneare estivo. E questo i liguri locali lo videro molto bene, anche se il loro cuore non si ammorbidiva certo di fronte al colore verde delle nostre tasche. Un pagliericcio senza lenzuola né coperte e senza neanche traccia di riscaldamento o di prima colazione poteva costare, anche in pieno inverno, 10.000 lire.

Fulvio Balbi e Andrea Gallo (a destra) a Finalborgo

Non tardammo a individuare le eccezioni a questo comportamento. A Feglino c’era la mitica Locanda del Rio, tenuta da una signora piuttosto corpulenta, che ci voleva davvero bene. Il trattamento era oserei dire amichevole (anche da parte del marito), specialmente considerati gli standard liguri. A Scignôa (la Signora), come da tutti era chiamata, ci accoglieva a fine pomeriggio con porzioni gratuite delle sue appetitosissime focaccine (in genere avanzate dai pantagruelici pranzi che quel luogo gestiva a mezzogiorno con altro genere di frequentatori). Il vino rosso “nostralino” scorreva a fiumi, alla fine della serata eravamo sempre su di giri e il conto non era mai punitivo. In genere a metà cena arrivava anche suo figlio Gianni, da noi chiamato Giannibelin per via del suo fitto intercalare di un “belin” ogni tre o quattro parole. Ce ne raccontava di tutti i colori. In genere io dormivo nel mio furgone Volkswagen verde, i miei compagni in tenda dove capitava (più che altro dove avevano la forza di piantarla a quel punto critico della serata). Qualche volta si usavano due o tre precise grotte con tanto di pavimento di sabbia, ma in genere queste erano terreno di caccia dei tedeschi, o di altri nordici, che le occupavano per settimane intere. Nelle giornate più fredde qualcuno di noi dormiva nella soffitta della Locanda del Rio, regno incontrastato di Giannibelin, tra pagliericci, pungiball e pile altissime di riviste porno. Lì infatti A Scignôa, forse per via delle troppe scale, non metteva mai piede. Del resto Giannibelin un anno aveva vinto il cosiddetto trofeo del Gallo d’Oro, il premio che veniva dato annualmente a quello dei giovani locali che più aveva fatto “conquiste” femminili durante l’estate, cioè che più si era distinto sulle spiagge finalesi e che più aveva tenuto alto il prestigio del maschio locale. Le straniere valevano doppio, nel punteggio.

Fu un periodo goliardico, finalmente eravamo riusciti a portare allegria, leggerezza, clamore ed esagerazioni in un ambiente, quello “alpinistico” dove ogni eccesso era messo con rigore all’indice. Guarda caso cominciavano anche ad arrampicare parecchie ragazze, in tutta evidenza attirate dal nuovo movimento, cosa che la stragrande parte di loro ben si guardava di fare nei decenni precedenti. Non eravamo certo i soli a far casino, ma il mio gruppo era guardato come tra i più attivi in questo senso. Ricordo che una volta ebbi modo di ascoltare di nascosto quello che alcuni nostri amici, più tradizionalisti, dissero venendo a sapere di una via nuova che avevamo fatto, sicuramente soffiandola a loro: “Belin, l’hanno fatta Gogna e il suo Circo!”. Immediatamente battezzammo la via, aperta a Monte Cucco, “il Circo”. Che si riferiva a ciò cui loro paragonavano le nostre “pagliacciate”, alla nostra assenza di serietà, e naturalmente sottolineando la “pochezza” di spirito dei miei “gregari”, paragonati a bestie addomesticate.

Betta Belmonte, Capo Noli, anni Ottanta

Purtroppo a un certo punto (1983) la gestione della Locanda del Rio fu ceduta. La Signora non ce la faceva più a seguire tutto quel massacrante lavoro. Per noi, dispiaciutissimi, fu una notizia pessima, per qualche tempo il nostro “Circo” rimase orfano di una sede che gli fosse adeguata. La cosa dispiacque certamente anche ad Andrea Gallo e soci che avevano appena aperto, nello stesso stabile e dalla parte opposta della Locanda del Rio, il primo negozio di articoli d’arrampicata del Finalese, il mitico Rock Store. Che in seguito si trasferì in pieno centro a Finalborgo.

Trovammo sfogo alle nostre esuberanze serali in un’osteria della frazione di Carbuta, che ribattezzammo “la Carbuta”. Anche lì grande simpatia della proprietaria, buona cucina e amicizia. La posizione appartata e fuori mano favoriva due cose: gli eccessi alcolici di gruppo e l’evidente pericolosità dei viaggi di ritorno, su una stradina stretta e piena di curve. Ma anche la Carbuta, quattro o cinque anni dopo, chiuse… Le eravamo sopravvissuti…

Nel frattempo, dopo la prima guida di arrampicata del Finalese (1976), scritta da Grillo, Calcagno e Vittorio Simonetti, e dopo la seconda (di Grillo e Andrea Parodi, 1983) c’era assoluto bisogno di un’altra pubblicazione che raccogliesse finalmente (e mettesse in ordine) le disordinate relazioni sparse nei vari quaderni dei bar. Se ne occuparono Andrea Gallo e Giovannino Massari, e io ne fui l’editore. Dopo una prima edizione, che fu “bruciata” in poco tempo, lo stesso Gallo iniziò la lavorazione di una guida successiva, che già da subito si presentava grande il doppio, a causa della crescita smisurata degli itinerari. Nel 1989 mi aggiravo con Bibi alla ricerca delle nuove falesie che stavano attrezzando Fulvio Balbi e soci. Un giorno lo incontrai su quella bellissima scogliera di pietra sospesa che in seguito fu chiamata Falesia del Silenzio, sulla parte sinistra e in alto della solitaria valle di Rian Cornei. Fulvio e i suoi amici stavano lavorando sodo, noi ripetemmo subito qualche itinerario, lodandolo per l’impegno e l’esperienza con cui posizionava gli spit. Era una bellissima giornata, ci sentivamo a nostro agio. Verso la fine pomeriggio, quando Bibi ed io stavamo per scendere, prima di accomiatarci raccomandai a Fulvio di dare tutti i disegni e le relazioni ad Andrea, per la completezza della guida. Lui mi rispose che non lo avrebbe fatto, perché il suo impegno non era determinato dalla voglia di apparire, ma da una passione personale che aveva bisogno di particolare privacy. Lo guardai con un misto di incredulità e di tenerezza. Seppi in seguito che aveva battezzato l’itinerario che quel giorno stava chiodando Gogna non potrà mai capire. Però le relazioni alla fine furono consegnate, eccome. E, perfino, Fulvio acquistò una parte di quote del negozio Rock Store, divenendone socio. Ancora oggi Fulvio ed io, quelle rare volte che ci vediamo, ridiamo di quell’episodio a più non posso.

Lo svizzero Philippe Steulet su Il Gattopardo, Monte Cucco, 1984. Foto: Andrea Gallo.

Ci volle del bello e del buono (più anni) che il comune di Orco-Feglino chiudesse finalmente l’obbrobrio di quella discarica. Per noi un disonore di fronte a chiunque, non italiano, si aggirasse da quelle parti. In contemporanea cominciarono ad essere aperti i primi due o tre campeggi, tutti per iniziativa privata certamente non sostenuta come bene di pubblico servizio. Quindi esercizi deficitari soprattutto nella gestione, proprio perché i proprietari non avevano idea di quello che realmente l’arrampicatore vuole. Nessuno di loro era andato a vedere in Francia, ma meglio ancora ad Arco di Trento, come le cose dovessero funzionare. Ci furono periodi bui in cui fioccavano le multe per posteggio selvaggio anche dove non c’era alcun intralcio al traffico; vivemmo anche stagioni di furti in auto e anche nelle tende. Dopo dieci o quindici anni, la chiodatura di alcune vie (parecchie, forse troppe) cominciò a mostrare la propria inadeguatezza, perché nel frattempo si erano alzati gli standard di sicurezza, nei materiali e nelle tecniche di infissione. Non si poteva pretendere che chi aveva fatto il lavoro, spendendo di tasca propria tempo e denaro, lo dovesse rifare; né si poteva pretendere che lo facessero altri senza avere almeno uno straccio di retribuzione. Dovevamo lottare invece perché provvedesse la pubblica Amministrazione, ma i gruppi di arrampicatori che avrebbero potuto spartirsi il lavoro preferirono litigare tra loro piuttosto che presentarsi uniti nella richiesta di contributi.

In questa situazione assai confusa si vennero a inserire altri tre fattori di crescita: le passeggiate e i trekking di coloro che, già di una certa età, fino a poco prima al massimo giocavano a bocce; la diminuzione fisica di chi, tra i locali con lo schioppo in mano, andava a caccia di tutto ciò che respirava, provocando in quel modo l’inselvatichimento totale dei sentieri, che a quel punto dovevano essere mantenuti anche loro; e infine il boom della mountain-bike, che oggi ha superato come giro d’affari e come numeri il mondo dell’arrampicata. Quest’ultimo infatti ha subito una leggera flessione nel corso degli ultimi trent’anni per via del gigantesco aumento di nuovi itinerari di arrampicata sportiva chiodati in tutta Italia.

E così, finalmente, l’amministrazione negli ultimi due anni ha cominciato a ritenere essenziale la cura della risorsa territorio, favorendo tutta una serie di iniziative che da parecchio tempo attendevano d’essere realizzate.

Ed è qui che occorre prestare molta attenzione ai problemi di crescita. Se questa è corretta, e abbiamo visto qualche esempio, allora il problema non si pone. Però è normale che con eccessivo entusiasmo, ingenuità, favore elettorale o brama di guadagno si rischi l’insorgere di problemi che risolvono da una parte e rovinano dall’altra. Il rischio di crescita sbagliata è e rimane sempre presente: eccessivo ordine, dispendio di segnaletica, ossessivo timore di assunzione di responsabilità per eventuali incidenti, sperpero di limitazioni inutili alla libertà nella frequentazione (loro dicono “fruizione”). Muoversi tra questi elementi non è facile, occorre grande esperienza, cautela e capacità politica. I prossimi anni saranno cruciali, e non solo per il Finalese.

Nota
(1) A0 è il primo gradino dell’arrampicata artificiale, introdotto nel 1974, seguito dunque dalla scala già da tempo in uso, A1, A2, A3, ecc. Un passaggio si definisce in A0 quando è superato sfruttando per la progressione uno o più ancoraggi senza però ricorrere all’uso delle staffe per i piedi. La definizione di A0 fu molto importante perché in precedenza si concedeva all’arrampicata di essere “libera” anche quando ci si tirava con le mani ai chiodi.

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Finale era il mio circo ultima modifica: 2021-12-15T05:36:00+01:00 da GognaBlog

37 pensieri su “Finale era il mio circo”

  1. 37
    Umberto Pellegrini says:

    E quindi, con ordinanza del sindaco, sarà pressochè impossibile andare nel vallone di Monte Sordo. Ordinanza a conseguenza di quel che si è visto in questa settimana di Pasqua.
    Anche se l’amministrazione comunale in questi tanti e lunghi anni poco o nulla ha fatto per l’arrampicata, e le cose da fare erano semplici (e poco costose), è tuttavia probabile che questa traiettoria gestionale sia anche dovuta al fatto che il “giro d’affari” dell’arrampicata a Finale non sia mai stato così importante come si vuol far credere (e confrontarlo con quello delle bici fa sorridere visto che, pour parler, i tedeschi si sono pressochè comprati le Manie, per le bici). Per contro, i “free climbers” si sono sempre distinti per il totale menefreghismo nei confronti dei territori da loro frequantati e Finale ne è un chiaro esempio.
    Questo non per giustificare la miopia gestionale finalese, ma per riflettere su questioni da valutare nel complesso attentamente. Ad esempio, andando recentemente a visitare una nuova falesia nel Cuneese, prospiciente una bella chiesetta, un abitante del luogo, in passeggiata coi suoi figli, ha detto guardandomi: “vedete, hanno già iniziato a cagare”, indicando un bel mucchio di merda e fazzoletti dietro ad un albero, ad 1 metro dalla prima via. Fastidio e pessimismo.
    Quindi il realismo (per riprendere l’ottimo discorso di Pasini), è questo: Finale è già nato come “climbing park” negli ’80, che piaccia o no (se si preferisce, mettiamo “circo”). Da sempre, buona parte degli arrampicatori si sono comportati come animali, a Finale e non solo, in branchi più o meno piccoli. Nel 2022 gli arrampicatori, aumentati almeno di un fattore 100, e più o meno senza branco, continuano a fare, per buona parte, quello che gli pare, anche grazie agli esempi dei “free climbers” degli ’80. Se lo “sperpero di limitazioni inutili alla libertà nella frequentazione” passa anche per la foratura delle 4 gomme del furgone dei “free climbers” parcheggiato alle 23.30 nel penultimo percheggio del Sordo, col fuoco acceso, 5o litri di birra, musica a balla, io sono a favore dello sperpero di limitazioni, molto sperpero.

  2. 36
    Mario says:

    Sono tra i pochi (?) a cui Finale non è mai piaciuto un granché. Sempre affollato sempre sporco la pietra a grattugia una certa autoreferenzialità ed un bel po’ di puzza sotto il naso, non si sa perché dei climbers di riferimento del tempo. Nella mia personale classifica di gradimento e’ rimasto molto lontano dalle falesie francesi o dalla valle del Sarca. È rimasto una tappa intermedia nei viaggi verso la Francia e  non ci sono più andato dal lontano 87 e senza rimpianti.

  3. 35
    Alberto Benassi says:

    A Finale, al di là della difficoltà, ci sono vie come “Impedimento sterico” al Pianarella dove puoi ancora trovare avventura e strada libera senza ingorghi. Nonostante intorno ci siano code. 

  4. 34
    Alberto Benassi says:

    Al Muzzerone c’ero sabato scorso ad arrampicare al settore Meraviglie-Poveriera . Un pò umido ma al sole si stava da Dio, colori bellissimi. 
    Ci sono un pò di problemi, diverse franette quà e là. Ad esempio la parete Striata,  settore con le vie più lunghe,  è cambiato l’accesso  a causa di una grossa frana. Adesso si accede traversando dall’attacco del pilastro del Bunker.
    Settore parete centrale ho sentito dire che c’è qualche problema ma comunque la gente ci arrampica. 
    Settore Meraviglie – Poveriera è venuta giù un pò di roba ma si arrampica ugualmente.
    Nonnso il parco cosa voglia fare.

  5. 33
    Francesco says:

    la ragione non mi interessa e comunque ci si campa poco. Per me il luogo è strafico e sono molto contento di poterlo vivere abbastanza frequentemente. Lo vivo a modo mio, accetto anche punti di vista diversi, l’importante è che non siano lesivi delle persone. Io faccio gradi bassi, mungo spesso i  rinvii, mi cago addosso, mi piace l’ambiente e la compagnia.
    Sicuramente Pasini ha detto bene nel cogliere nell’articolo uno spunto di riflessione che abbiamo sviato. Io personalmente l’ho fatto perché do maggiore importanza al fatto romantico ed emozionale del finalese, che riesce ancora a sorprendermi. Ben venga la frequentazione delle nuove leve, sia che si cimentino con le vie storiche che bastonano sia con quelle, poche, che non lo fanno. spero solo che riescano a cogliere anche loro la potenza dell’ambiente unico che frequentano. altrimenti tanto vale andare alla Sciorba.
    In merito alle istituzioni, di cui ho fiducia zero, pare abbiano dimostrato nel tempo troppa miopia. Spero non facciano danni 
     

  6. 32
    Enri says:

    Francesco hai ragione! 

  7. 31
    francesco says:

    Non litigate per un parcheggio o per una falesia … su dai !
    Se però andate ad arrampicare da un’altra parte siamo contenti … 😉

  8. 30
    Enri says:

    Io non ho mostrato alcun biglietto da visita. Ho solo detto che molti settori a finale non sono una “manciata di vie che non interessano a nessuno”. Sono la gran parte di Finale. Se vogliamo dire che l’affollamento al Vascello e’ un problema vedete voi. Quanto alle auto, la Liguria e’ stretta, per definizione, le auto una sopra l’altra hanno sempre caratterizzato i parcheggi delle falesie. Non credo sia cambiato molto anche perche’ piu’ di tante auto non ce ne stavano e non ce ne staranno.
    saluti

  9. 29
    Umberto Pellegrini says:

    Enri, ti sei dimenticato la grotta dei pipistrelli, il grotto, il grigio dove ci sta Belgarath, su cui ho fatto 3 giri 10 anni fa. Tutti i posti che citi li ho frequentati e li frequento, e non solo. Non stiamo qui a fare l’album delle figurine Panini, non mi interessa. Per tua info, questo settembre al vascello bisognava staccare il biglietto. E, questo luglio al cortometraggio pure (forse avevano indicazioni migliori per arrivare rispetto a Cominetti). Eviterei, Enri, di parlare per retorica mostrando prima il biglietto da visita. Sabato scorso al parcheggio del cimitero di Orco c’erano macchine messe anche sulle tombe, mentre il gestore del bar della legnaia fa fatica a farsi pagare un caffè ogni 6 macchine parcheggiate. Vedi te.
    Ciao

  10. 28
    Enri says:

    “I settori storici inavvicinabili contano una manciata di vie che non interessano a nessuno”
    Tu ci sei mai stato? Sei mai stato alle Manie, Vascello, Grotto di Perti, Alveare, Scimmiodromo, Grottone del Cucco, Scimarco, Placconata di Boragni alta… mi fermo. Sono centinaia di vie che SONO finale e che interesserebbero a molti, non tutti riescono a scalarci e in quei posti e’ tutto silenzioso come 30 anni fa. Se poi vogliamo parlare del campeggio abusivo sotto monte Cucco o qualche sovraffollamento qua’ e la’ ok ma in buona parte dei settori il problema non esiste. E perche? Perche’ scalare a Finale e’ difficile, aldila’ del grado. Come diceva Cominetti, Finale ha tenuto perche’ non e’ a buon mercato. Che poi ci siano rifiuti qua’ e la’ ovvio ma ripeto secondo me il tema sono le bici ( che hanno i loro diritti mica le voglio criminalizzare) ma numericamente a mio avviso hanno preso il sopravvento.

  11. 27
    Roberto Pasini says:

    Enri. Per Deiva vale il motto “chi si contenta gode”. A Moneglia avrai letto del tragico incidente al ragazzo argentino che voleva recuperare la corda finita vicino al mare e trascinato da un’onda. Pazzesco. Morire in mare dopo aver arrampicato. Mai prendere sottogamba il mar Ligure. I velisti lo sanno. Il Muzzerone non credo sia messo così bene. Qualcuno potrebbe scriverci sopra e magari riferire cosa stanno pensando di fare i locali. Sarebbe bello avere un quadro aggiornato di cosa succede in giro nei vari luoghi topici, le luci e le ombre. Ciao

  12. 26
    Umberto Pellegrini says:

    Pasini non ti sei rembambito: “prima o poi il problema andrà affrontato con realismo” è il concetto più sensato esplicitato qui. Il comune 2 anni fa ha rimesso a disposizione il rifugio in Cornei. Nel frattempo sono cambiate un paio di gestioni, tra le quali una di alto lignaggio arrampicatorio; questo la dice lunga su quale sia il problema: gli arrampicatori. Persone abituate a fare quel che gli pare, indifferenti ai luoghi e a tutto ciò che non sia la propria narcisistica presenza. Arrivare, arrampicare (o chiodare, stessa cosa), partire. Zecche. Dormono in furgone, nei boschi, nelle grotte, mangiano e bevono solamente il proprio, e cagano ovunque. Più o meno come negli anni 80. Esemplificativa la val Pennavaire: chiedere ai proprietari delle (poche) strutture ricettive se riescono a sopravvivere con gli arrampicatori; di Toirano non parliamo. Le eccezioni ci sono: a ottobre ci sono gli svizzeri, arrampicatori educati che utilizzano tutta la ricettività possibile. A Finale, Pasini, c’è il solito anarchico casino di 40 anni fa e i “settori storici inavvicinabili” contano una manciata di vie difficili che non interessano a nessuno. Ma se la riflessione è quella di evocare “fruizione” e “limitazione delle libertà”, siamo a posto. Finale non è mai stato il mio circo, ma il luogo di elezione in cui ho cercato di entrarci in punta di piedi, ringraziando i locali e cercando di dare loro una possibilità di vita con la mia presenza.

  13. 25
    Enri says:

    Quanto ai grandi temi hai ragione, non si puo’ fare finta che non esistano ma se diventano il contenuto unico degli scritti e dei commenti allora mi sembra di leggere o ascoltare qualcosa che simile ad un frullato di tutti i talk show della tv, allora no grazie. Almeno ogni tanto mi piacerebbe leggere solo di scalata, quasi rimpiango le discussioni da Bar (Centrale) sui mezzi gradi delle vie o gli infidi commenti serali al Rifugio Torino dove incredibilmente covi di vipere vivevano a 3500 metri….
    se invece anche la scalata alla fine e’ pretesto per lo scontro politico, ideologico, benissimo ma allora tanto vale guardare Otto e Mezzo o Che tempo che fa…
    chiudo, ormai del tutto fuori tema.

  14. 24
    Enri says:

    Pasini, ti davo ragione davvero, il mio commento non era del tutto pertinente con uno dei fini dell’articolo. Comunque, anche in zona gialla, tu che sei del levante ogni tanto potrai rubare due tiri alla Falesia della Sfinge a Deiva, posticino sottovalutato e non male per gli scorci di giornata. E’ molto tempo che non frequento il Muzzerone, non so cosa ne sia, immagino anche li’ che certi posti siano rimasti intonsi, anzi forse il rischio e’ che spariscano. Chissa’ se qualcuno qui avra’ voglia e materiale per farci un articolo. 

  15. 23
    Roberto Pasini says:

    Enri. Quando parlavo di retorica mi riferivo non a te ma agli organizzatori/promotori del Climbing Park di Donnas. Quando ho letto di quel nome mi sono subito allarmato. Per fortuna sono più parole che fatti per ora,  perché la bassa Valle d’Aosta è un luogo al quale sono molto affezionato e dove ho passato tanti sabati nelle stagioni fredde. Hai ragione sul fatto che ogni tanto viene voglia di sottrarsi ai grandi temi, anche se loro non stanno fermi purtroppo. Certo era peggio l’anno  scorso e i disagi non sono gravi, però da lunedi siamo di nuovo gialli qui in Liguria. E sono due anni…..anche se uno tiene botta comincia a pesare. 

  16. 22
    Enri says:

    Pasini, penso che tu abbia ragione, mi sono fatto trascinare dalla retorica. Pero’ ripeto, quando vedremo o vedrete affollamenti in tanti settori storici di finale piuttosto inavvicinabili allora il problema si porra’. In ogni caso, se devo stare allo spirito dell’articolo, penso che ci sia piu’ un tema di bici sui sentieri. Se ti fermi alle Manie dove partono i vari sentieri per la Scogliera di Varigotti o per l’entro terra effettivamente fare una passeggiata senza ogni due minuti doversi scansare per una bici e’ diventato impossibile. ps
    qualche volta fa anche piacere parlare semplicemente di scalata, stando per un attimo alla larga dai problemi dell’ambiente, della politica (del covid…)

  17. 21
    Roberto Pasini says:

    Non mi sembrava che il tema posto dall’articolo fosse l’innegabile fascino di Finale. Molti ne sono presi da quasi mezzo secolo e non hanno smesso di amare quel luogo. Avevo pensato che alla luce dei ricordi dell’epoca eroica degli anni ‘70 l’autore proponesse il tema di come gestire l’evoluzione dell’arrampicata nei luoghi più famosi. Forse mi sono sbagliato ancora una volta. Probabilmente sto rincoglionendo. Sarà bene che mi dedichi ai riti pagani del Solstizio d’inverno. Saluti a tutti i finaleros (non lo sono mai stato, prima di tutto per limiti tecnici ma ho sempre amato quel luogo, anche se mai come gli adorati monti). 

  18. 20
    Enri says:

    Finale, intendo la Finale arrampicatoria, ha confermato il suo status un po’ elitario anche e forse in particolare quando è esplosa la zona di Albenga, chiamiamola cosi. Prima dell’esplosione della scalata a ovest di Finale, era ancora tutto in una sorta di stile Finalese, tanto che esisteva solo il Bausu e la Falesia di Castelbianco bassa. In particolare quest’ultima manteneva il DNA finalese, via dure, gradi severi, arampicata faticosa e con necessità di testa e pensiero. Poi sono esplosi gli altri settori e la stragrande maggioranza degli arrampicatori medio bravi si è spostata là. Diciamolo, un certo miglior rapporto fra difficoltà e gradi di valutazione ha contribuito a spostare la massa ad ovest di Finale, senza contare che la lettura delle vie a volte è risultata più semplice. E Finale, direi grazie a questo, perlomeno in molti settori, è rimasta quella che era. Ho sentito fior di climber affermare: “ma perchè mi devo fare un mazzo tanto a salire un 7a a Finale quando altrove posso fare con la stessa fatica un 7b+?”. benissimo, ognuno si diverte come meglio crede. A ciò è dovuto il fatto che in settori tipo la Placconata alta di Boragni o alle Manie, non troverete  certo la coda….anzi. Ma, come dicevo, alcuni giovani hanno rinverdito il mito e, inseguendo invece la scalata difficile, complessa, hanno ripetuto le vie storiche e aperto delle nuove ancor più difficili. Ieri il grottone del Cucco era solo il posto per dormire la notte o per fare le prove di caduta con il CAI ed il famoso copertone. Oggi è un settore di altissima difficoltà dove anche i più bravi devono impegnarsi a fondo. Di gradi direi di non parlarne più, Finale è Finale definitivamente e vale la solita frase di una delle prime Guide di Finale: i gradi sono numeri, le vie c’è chi le sale e chi non le sale.
    A Rocca di Perti o in Val Cornei, in inverno e nelle giornate di tramontana, ci sarà la folla, ma solo lì e come vent’anni fa. Altrove no e non solo per il clima…..
     

  19. 19
    francesco says:

    Personalmente ritengo il finalese un posto magico. Trovarsi da soli immersi nel verde su una roccia con il blu del mare sullo sfondo, con il tepore del sole sulla pelle, con l’ancestrale sensazione di trovarsi un un luogo energicamente potente sono situazioni che si riescono ancora a vivere. Certo ci siamo abituati a scegliere con cura i settori considerando le esposizioni, le discese degli Unni (lombardi o teutonici), la frequentazione … 
    Gabriele Canu, il regista del docufilm Finale ’68, mi disse che durante le riprese incontrarono solo una cordata tedesca a monte sordo …
    Quando, raramente si va a Finalborgo, l’ambiente pur essendo mutato molto rispetto alle prime frequentazioni anni 90, è spesso piacevole. Certo la bicicletta ha sostituito l’attrattiva principale del luogo per i foresti con introiti per il territorio ben più allettanti, rispetto al circo dell’arrampicata

  20. 18
    Roberto Pasini says:

    Placido (pensa positivo 😀). L’operazione Donnas mi ha incuriosito e mi sono documentato. In realtà si tratta di un’operazione di marketing. Di fatto è poi una falesia attrezzata e una ferrata (facile) di bassa valle. Niente di che dunque, nella sostanza. Però è significativa la scelta del nome “ Climbing Park “.  Più o meno consapevolmente è portatrice di qualcosa, un significato, una direzione, uno spirito del tempo che avanza, forse, perché notoriamente “nomen est omen”. Per fortuna nel paese dei campanelli siamo fortunati, la  nostra preferenza per la retorica più che per i piani operativi concreti a volte ci salva. 

  21. 17
    Alberto Benassi says:

    il turismo è un’industria altamente inquinante. Produce tanto rifiuti ma soprattutto distrugge  l’originalità di un luogo trasformandolo in una comune vetrina la cui sola anima è quella commerciale.
    Meno male che ci sono coloro che ancora hanno  una vera passione.   Si rumano in tasca e quello che   fanno,  lo fanno  per se stessi e non per arredare la vetrina. Però è dura perchè il gregge vuole il pascolo ben accessibile.

  22. 16
    Roberto Pasini says:

    Quindi, se capisco bene, a livello collettivo e di massa una “Questione Finale” è ancora aperta e forse val la pena riflettere sulle diverse possibili linee d’azione, come diceva l’articolo nella parte finale appunto. Poi, come sempre, esistono le soluzioni individuali di chi conosce e si sa muovere trovando i suoi spazi, anche dove magari sembrano non esserci. Strada che ben conosco e che applico a livello personale persino qui nel Levante. Pensa che qualche giorno fa abbiamo trovato un itinerario ravanoso alla Parodi, il Parodi di oggi, in un posto a poca distanza da Rapallo e staremo ben zitti. Questo però non mette in secondo piano l’impegno politico/civile per trovare soluzioni concrete di “massa”, diciamo così. Almeno io la penso così, superando le trappole del “Chi no cianze no tetta”. Saluti.

  23. 15
    Placido Mastronzo says:

    Mi sembra di poter dire che si parla di “climbing park” quando le amministrazioni promuovono e finanziano i “lavori” (…) di chiodatura allo scopo di creare un “prodotto turistico”. Si veda ad esempio quello che è stato fatto recentemente nel comune di Donnas.
    A Finale finora, FORTUNATAMENTE, lo sviluppo è sempre stato in mano a noi arrampicatori: chi ha chiodato lo ha fatto solo per passione e di tasca propria, o con il sostegno dei negozi specializzati locali (a loro volta di proprietà o gestiti da arrampicatori), che hanno fornito il materiale.
    A mio parere, il pericolo maggiore per il Finalese viene dell’affollamento, in alcuni fine settimana veramente insostenibile. La pandemia ha certamente sfoltito le presenze, ma il problema è solo rimandato.

  24. 14

    Pasini, l’intervento del 2018 aveva la prerogativa di essere stato fatto da chi meno di tutti conosceva la realtà locale, ovvero il Cai di Finale. I problemi irrisolti da un Comune che ha sempre gestito l’arrampicata in maniera inappropriata (vedi interventi di Andrea Gallo), ci sono eccome ma sono tutti a carico di chi beneficia di quanto l’arrampicata ha fatto di positivo in zona, senza però fare nulla per sostenerla. 
    Finale riserva ancora delle perle per pochi, come la valle del Sarca. Basta non incolonnarsi. Ovviamente chi sa non dice, per fortuna. È sopravvivenza. 

  25. 13
    Roberto Pasini says:

    Che strano. Mi è capitato casualmente di vedere che su questo blog nel 2018 c’era stato un vivace dibattito in due puntate sulla “Questione Finale”. Si era parlato di affollamento, di 4000 vie, di latrine, di parcheggi, di interventismo improprio del Comune e del Cai locale….probabilmente e’ un altro posto oppure tutto si è poi sistemato.,Buona giornata, comunque appena posso ci torno. Nel primo Finale ovviamente, di cui ho nostalgia. Ciao.

  26. 12
    Roberto Pasini says:

    Cominetti and Enri. Sono più che contento. Speriamo che le vostre speranze si avverino. Ci tornerò, compatibilmente, cedendo alle pressioni degli amici genovesi. Forse le considerazioni finali dell’articolo fanno riferimento ad un tema generale o investono altri luoghi. Avevo capito che avessero anche un’attinenza con Finale. 

  27. 11
    Enri says:

    Le zone piu’ classiche, accessibili e conosciute sono molto frequentate. Ma, come mi sembra voglia dire Cominetti, tutto il resto e’ rimasto un po’ come un tempo. Certi accessi sono precari, molti posti assolutamente sconosciuti se non agli affezionati e i gradi hanno creato su finale la stessa scorza un po’ scontrosa e respingente del carattere ligure. Effettivamente i gradi hanno agito da difesa. Ho come l’impressione che Finale abbia raggiunto il suo equilibrio e che in futuro tutto rimarra’ un po’ cosi. E’ un posto per superappassionati, in tutti i sensi, della natura della roccia e della difficolta’. Forse mi sbagliero’, spero di no. Vedremo…

  28. 10

    Finale non è affatto un climbing park! I cartelli indicatori erano in materiale pessimo e si sono presto scoloriti. Io che ci vado dagli anni settanta mi perdo ancora per arrivare a certe falesie. Proprio con Alessandro un paio di anni fa dovemmo ravanare un po’ per trovare Cortometraggio, una perla immersa in un bosco tailandese. Il tanto criticato carattere ligure fa bene a questi posti e ne mantiene la storia.  Infine posso orgogliosamente dire che a Finale non ci sono prese scavate e che chi ha tentato di farlo è stato linciato e non c’è più venuto. I gradi sono strettissimi e questo respinge chi cerca facili glorie. Ale!

  29. 9
    Roberto Pasini says:

    Enri. Sono solo contento di quello che dici e che si sia preservato. Ti confesso che ci tornai 7/8 anni fa’ e per me era già troppo affollato rispetto al tempo delle fiabe, con tutte le conseguenze “inquinanti”.Ovviamente mi riferisco alle zone classiche che già sono un traguardo difficile per me. Sei sicuro che terrà o pensi che qualcosa di prevetivo si debba fare?

  30. 8
    Enri says:

    Negli ultimi tempi Finale ha visto un incredibile incremento di biker. Al Borgo sono in netta maggioranza rispetto ai climber. E il park cui allude Pasini a mio avviso e’ in altre aree (Albenga). A Finale, come anche censito nell’ultima guida di Gallo, l’atmosfera un po’ elitaria e non di massa non e’ andata perduta. Un gruppetto di giovani leve ha creato, salito, ripetuto vie di altissima difficolta’, anche in settori che di massa non hanno nulla, per esempio i tiri estremi nella parte alta del Pianarella. Bravi! Per il resto alcuni local a affezionati da mezzo secolo aprono vie nuove in qualche angolo ancora sconosciuto e l’aria che si respira non e’ molto diversa da vent’anni fa. E sulle vie, beh non mi sembra che la fama di Finale sia andata scemando, anzi. E forse questa difficolta’ intrinseca di molte vie ha preservato questo luogo dall’eccesso di frequentazione. 

  31. 7
    Roberto Pasini says:

    Muoversi tra questi elementi non è facile, occorre grande esperienza, cautela e capacità politica. I prossimi anni saranno cruciali, e non solo per il Finalese”Reso omaggio alla nostalgia grande o modesta di molti di noi (andai a fare Florivana con gli scarponi e imbragatura integrale alla fine dei ‘70 con un istruttore della Parravicini) , bisogna pensare al futuro. Come affrontare il tema dei Climbing Park (perché tale sono ormai diventati luoghi come Finale) ? È questa lo stimolo che ci propone l’articolo alla fine. Se ne è gia discusso in passato ma forse vale la pena di ritornarci. Il problema prima o poi andrà affrontato con realismo.

  32. 6
    Corrado says:

    Bellissimo articolo per un neofita come me. A Finale ci ho fatto la vacanza arrampicatori a un anno fa… un po’ dopo di voi …

  33. 5
    Ugo Manera says:

    Rievocazione della Finale di quei tempi molto ben fatta ed avvincente.
    Complimenti Alessandro
    Dalla metà degli anni ’70 anche i piemontesi sentirono forte l’attrazione di Finale: noi torinesi e soprattutto i monregalesi e gli albesi. Ho ancora vivo il ricordo della Locanda del Rio di allora e della sua energica proprietaria che noi torinesi chiamavamo simpaticamente  “La Madamasa”

  34. 4
    Francesco says:

    Bell’articolo ! Arrivai a finale negli anni novanta, rockstore era già in piazzetta, mi diletto ancora a leggere e ripercorrere, a fatica (!) le tracce dei pionieri 

  35. 3
    Silvano says:

    Articolo bellissimo, “Gogna non potrà mai capire” bellissima via.

  36. 2
    Marco Lanzavecchia says:

    Mi sa che in wuella prima visita a Finale (in cui conobbi il Ravà) c’eravamo anche Moz ed io. Credo fosse il 77.

  37. 1
    Enri says:

    Bell’articolo. 

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