Il Maestro è morto, inizia il vilipendio del Maestro. Da qui e da là, sentiamo dire che Francesco Guccini era di tutti (e quindi di nessuno). L’inequivocabile ‘magistero’ di Francesco Guccini non è mai stato “trasversale”. Quando di Meloni disse “delle mie canzoni non ha capito nulla e mica è colpa mia”.
Francesco Guccini
di Chiara Graziani
(pubblicato su aboutartonline.com il 6 agosto 2026)
Guccini, abbiamo sentito dire in analisi presentate come autorevoli, era “trasversale”. Amato anche da destra, buono per tutti i palati. Se passava per cantautore “di sinistra”, è l’analisi mainstream, è perché cantava e poetava in un momento storico particolare, in uno scenario “polarizzato” come si ama dire. Gli egemoni della cultura dell’epoca, dunque, avrebbero avuto gioco naturale nell’appropriazione del personaggio che sarebbe stata impropria e frutto di deriva ideologica.
Sottotesto: il cantatutore più amato della storia della canzone italiana, poeta a tutto tondo, con la stella polare della giustizia e della pace sociale – e quindi dell’antifascismo coltivato nella quotidianità delle relazioni, aggiungiamo noi – sarebbe rivendicabile da destra, da sinistra e dal centro, nessuno se ne appropri. Ed un messaggio di tutti, alla fine, è un non-messaggio.
Non è così. Il Maestro Guccini ci ha lasciato oggi 6 agosto 2026: Dio sa quanto il futuro avrebbe ancora avuto bisogno di lui e del fioretto di Cirano ad infilzare gli ipocriti guerrafondai dal naso corto. E la corsa, ora, è a farne una figurina buona a tutti gli usi, concime per tutte le piante. Un po’ come quando si canonizzava in tutta fretta un santo (vedi il caso di Santa Chiara d’Assisi e di Francesco) per evitare di dover indagare il vero motivo per cui lo – o la – si elevava agli altari: ossia l’adesione integrale alla promessa di un mondo diverso, basato non sull’oppressione, la propaganda e la menzogna ma su una visione di liberazione di ogni uomo o donna, tutti uguali nel consesso della famiglia umana e davanti a Dio.
Non appena il santo moriva, un tempo mica tanto lontano, iniziava l’opera di normalizzazione, di disinnesco del messaggio, non potendo disinnescare la figura radicata nei cuori; occorreva spiegare al popolo i perché di un’identificazione, di un riconoscimento, di una leadership morale (ci si passi l’espressione). Occorreva un adeguato altare perché il culto, inevitabile, non sfociasse in azione sociale. In cambiamento.
Ed è quell’adeguato altare che si sta apparecchiando a Francesco Guccini, il poeta de La locomotiva, Dio è morto, Auschwitz, Cirano: canzoni che cantano, tutte, l’attesa “di una notizia” deflagrante di liberazione e che in questo senso sono state raccolte e amate. (Nel caso di Dio è morto dallo stesso Paolo VI che la faceva programmare da Radio Vaticana quando la Rai la censurava per blasfemia).
Una “notizia” indigeribile per gli attuali assetti che ci spingono, al contrario, alla guerra permanente come orizzonte di normalità, addirittura come conseguenza necessaria della natura umana che vorrebbe il forte ed il ricco assorbire ogni risorsa a costo della devastazione.
Premesso che il Maestro avrebbe riso del paragone con un processo di canonizzazione (da sempre un atto radicalmente politico perché incarnato in un contesto storico che lo influenza), precisiamo che ci serve solo ad illustrare quella che, a nostro parere, è la fisiologica reazione del potere alle personalità non assimilabili in vita ma indifese in morte. In aula a Montecitorio, all’annuncio della morte di Guccini, è scattato l’applauso dell’omaggio bipartisan. L’ormai indifeso Guccini, fino all’ultimo capacissimo di difendersi da solo da ogni tentativo di normalizzazione ed assimilazione, non poteva più replicare (come ha fatto senza cerimonie fino all’ultima blandizie delle destre di Atreju e della presidente del Consiglio in persona che, ipse Magister dixit, “delle mie canzoni non ha capito nulla e mica è colpa mia”).
Un applauso dell’Aula lo ha seppellito, senza l’onore delle armi, lui ormai inerme. Se ce lo consente, allora, lo difenderemo noi (povere armi e debole diga, Maestro). Ma Francesco Guccini non è per tutti i Pantheon. Poco ha a che vedere con la nuova ondata di destra globale e feroce con i deboli, dagli Stati Uniti di Trump all’Unione Europea di Ceuta, al terzo grande riarmo dell’Europa, dopo i primi due che, insieme alla predazione colonialista, ci hanno condannato a due conflitti mondiali genocidi (dagli Herero, agli armeni, agli ebrei) senza insegnarci nulla.
Eppure molti di quelli che oggi l’hanno applaudito in morte non vedono altro orizzonte che una terza guerra mondiale inevitabile e corrono, votando in aula, ad armare un’Italia che si troverebbe ben presto – un piccolo passo dopo l’altro – in quella guerra che inequivocabilmente (al netto di ogni tartufismo opportunista) la Costituzione nata dalla Resistenza ripudia. Il tutto mentre in Palestina ed in Sudan si fa macello di popoli nell’indifferenza di un’opinione pubblica, testimone responsabile grazie ai social. E c’è anche qualche anima bella che dismette gli allarmi sul ritorno del fascismo dicendo di “non vedere gagliardetti per le strade”: Guccini, lui, nel 2020 cantò e diffuse su Youtube una sua versione a cappella di Bella Ciao sulle “destre della Meloni che vogliono ritornar…” promettendo resistenza a lei, aSalvini e a Berlusconi.
Chiunque è libero di amare le canzoni di Guccini. Ma nessuno è padrone di normalizzarlo, ora che il vecchio leone ha finito la sua corsa e non può tirare zampate. “Ognuno vada dove vuole andare, ciascuno invecchi come gli pare, ma non insegnare a me che cos’è la libertà”, cantava. Libertà e sete di giustizia. Quella che faceva saltare in piedi i ragazzi ai suoi concerti, al finale gagliardo de “La Locomotiva” che, negli ultimi tempi, lo stremava.
(“Ci giunga ancora un giorno la notizia, di una locomotiva come una cosa viva lanciata a bomba contro l’ingiustizia…”).

A molti è sfuggito ma papa Leone lo va dicendo spesso. Lo ha detto ad Acerra, Terra dei Fuochi, avvelenata dalla corsa al profitto. Lo ha ripetuto a Lampedusa, porta d’Europa, dove l’ondata della disperazione porta i naufraghi migranti a morire nel disprezzo della politica dominante che ignora come la nostra predazione (climatica ed economica) li abbia trasformati nei derelitti ai quali rifiutiamo asilo. Questo papa, in continuità con Francesco, ha aggiunto al magistero della Chiesa un messaggio dalla fortissima dimensione sociale e politica (che rivendica come parte del messaggio di liberazione umana integrale annunciato da Cristo). Siamo entrati, per Leone, primo papa statunitense della storia, nel tempo del cambiamento possibile. Come cantava “La locomotiva”, una “grande forza spiega ora le sue ali, parole che dicono gli uomini sono tutti uguali” (parafrasiamo per quanto necessario all’argomento). La forza della quale Guccini parlava era l’anarchia, a cavallo fra ‘800 e ‘900. Leone, oggi, parla del Cristianesimo come forza all’opera, come “arca dell’umanità”.
Un nuovo ordine economico è necessario, dice ripetutamente il Papa: l’ordine attuale – finanziario, tecnocratico e consumista – sembra infatti avere come unico orizzonte la guerra perpetua necessaria al profitto. La Chiesa, ora, è a lavoro (boots on the ground) perché sorga quello che Leone chiama “il sole di giustizia”, profetizzato da Malachia nelle Scritture. Camminando al fianco di ogni uomo di buona volontà.
Questo intende il Papa quando, come a Lampedusa, ha annunciato:
“Ora, sulle spalle di questi giganti (gli ultimi papi, ndr) siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata!”.
Parole che suonano quasi come la risposta attesa da quelle di Dio è morto. Dice il testo:
“E’ venuto ormai il momento di negare tutto ciò che è falsità. Le fedi fatte di abitudini e paure. Una politica che è solo far carriera. Il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto. E’ un Dio che è morto”.
Cantava ancora Guccini (ripetiamo, da Radio Vaticana, non dalla Rai), che la sua generazione, però, era pronta “ad una speranza appena nata”. Quella di un Dio che “muore per tre giorni e poi risorge”.
Non lo vogliamo arruolare fra i credenti. Già in tanti stanno correndo ad appropriarsi del poeta estinto che, tra l’altro, chiese a Dio di liberarlo “da Te e dalla Tua immagine”. Ci limitiamo a rimpiangerlo in tempi feroci, cattivi e bugiardi. Cirano, personaggio che Guccini amava profondamente, diceva di essere stato “tutto e niente” in vita sua, inseguendo l’amore e la giustizia. Ai “ruffiani, mezze calze, feroci conduttori di trasmissioni false”, Cirano-Guccini lasciò volentieri la rosa e l’alloro. Non pretendano anche di togliergli il pennacchio.
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Dai simpatico. Ma una noia mortale…
Nell’estate del 2016 Guccini tenne una serata concerto particolare al teatro romano di Verona. Poco prima cenò con la sua band e pochi altri ospiti in un ristorante della città. A causa del lavoro di mia moglie quegli ospiti eravamo noi. Mi ritrovai quindi seduto tra Flaco Biondini e Antonio Marangolo con di fronte Francesco Guccini e sua figlia Teresa. Fu indimenticabile!
In teatro, Guccini raccontò del suo viaggio a Auschwitz, durante il quale ebbe pure un incidente e finì in ospedale, e poi lasciò il posto alla sua band che interpretò le sue canzoni più belle ma senza di lui.
A tavola parlammo, tra l’altro, della cucina polacca.
Un ps anch’io …
ma quanto è bella la comunità di questo blog fatta da montagnini che si insultano e si accapigliano ma poi si stringono solidali attorno alla figura del “Maestrone”.
Rendiamo omaggio al Capataz che da pochi giorni è diventato 4 volte ventenne e che si è inventato questo spazio di espressione libero come lo sono le tante vie che si è inventato.
Onore e Auguri a Lui.
Nemmeno tu Francesco sapevi che c era la morte che ti aspettava quel giorno di agosto…hai regalato(i concerti gratis) ad infinite schiere di generazioni, motivi…e non solo musicali!In alcune tue canzoni mi emoziono al punto di piangere e di saltarle ,vedi ” Il pensionato “…la tua ricerca della metrica perfetta ,delle rime antiche dimenticate in ottava di una perfezione e allo stesso tempo semplici maestro cpme pochi nel usare la nostra bella lingua…
Nelle tue canzoni c è l’umanita tutta..dentro si tuffa chiunque voglia trovare, come in una soffitta oggetti che ci parlino delle nostre origini se le vogliamo riconoscere e condividere.Ci mancherai caro Francesco come possono mancarci amici o fratelli…eri e sei un bene prezioso per tutti , anche se chi non ti capisce è dall altro lato della barricata e dove parole come uguaglianza e fraternità si usan poco ,mancherai pure a loro, credimi.
P.s.ma quanto sono belli i post precedenti!
Pochi giorni prima della dipartita di Guccini, è mancato un mio cugino che si chiamava Danilo Bosco. Un personaggio molto particolare (possedeva una raccolta di 11.000 – UNDICIMILA – vinili) che aveva molte affinitá ideologiche con il Francesco di via Paolo Fabbri. Aveva qualche anno più di me e da adolescenti mi fece scoprire per la prima volta Guccini con quel capolavoro della Locomotiva.Le due dipartite, in un attimo, mi hanno fatto sentire più solo e mi hanno reso in senso plastico il significato del tempo che “… passa e non ritorna più”.
ps al funerale laico di mio cugino ho letto un elogio funebre con il sottofondo della Locomotiva. Mentre scrivo la pelle mi si accapona. …
Credo di conoscere a memoria tutte le canzoni di Guccini , anche e soprattutto quei fiori di campo che non ricorda nessuno.
Come con De Andre’, ci avrei litigato , ma la sua poesia e sensibilita’ la porto nel cuore.
Anche fuori dalle cover politiche o battagliere , e’ sconfinato il suo repertorio ,spesso autobiografico , di ritratti indimenticabili di anonimi eroi ( Van Loom , dedicata al padre , Keaton , Amerigo , o quella “Stefania” compagna di giochi in “Venezia”.
Veramente “tanta roba”.
Purtroppo molti identificano il pensiero di Guccini nella ‘Locomotiva’ intesa quale inno celebrativo della rivoluzione anarchica. L’episodio ispiratore e soprattutto il suo svolgimento con il fallimento certo dell’iniziativa ben evidenziano la volontà di denunciare e combattere manifeste esibizioni del divario sociale sempre ben visibili ancorché molto ostentate, ieri ed oggi. Non è importante il successo dell’iniziativa, ma l’attenzione sempre vigile di denunciare soprusi ed ingiustizie. In altra canzone forse meno nota Guccini ricorda il giovane Jan Palach che nel ’68 si è arso vivo a Praga per protesta contro l’invasione sovietica. Il suo gesto non ha fermato l’invasione, ma l’ha denunciata a tutta quella parte del mondo, compagni occidentali compresi, che si rifiutavano di vederla. In poche altre canzoni Guccini rivela il suo pensiero politico. Nella stragrande maggioranza le sue canzoni sono racconti molto ben scritti e che tantissime persone, di destra o di sinistra, amano ricordare e ricordano a memoria perché sono spesso legati a momenti che ciascuno di noi vive o rivive. Ma, soprattutto, la poetica, la cadenza dei versi e delle rime, la ricerca delle parole appropriate allo svolgimento del tema sono la cifra della capacità del cantautore di ‘maneggiare’ la lingua italiana che si è un po’ persa nel linguaggio comune anche da parte di autori di belle canzoni, ma non così efficaci come il raccontare e lo scrivere di Guccini. Molti hanno amato le sue canzoni senza chiedersi il pensiero o l’ appartenenza politica dell’autore. Oggi l’autore non c’è più. Sarebbe molto ingiusta una divisione riferita al suo modo di pensare piuttosto che ricordare la sua esemplare capacità di raccontare.
Non ho vergogna a dirlo, quando ho saputo della sua morte, mi sono messo a piangere. È come avessi perso per sempre un amico. È come avessi perso un riferimento ideale di un mondo fatto di cose semplici, di vita libera, di natura da ammirare e rispettare, di persone che si parlano, che si aiutano pur nella loro individualità, di gatti che si fanno i cazzi propri, a cui mi sento legato. Evviva gli ideali. Evviva Guccini.
E si…. ..gli eroi sono tutti giovani e belli…..
Non voglio mancargli di rispetto (inoltre segnalo che, a suo tempo, ascoltavo anche io le sue canzoni…), ma mi pare che, subito dopo la sua scomparsa, e ne sia fatta un’elegia strumentale, specie dal mondo politico. In quei giorni perfino Matteo Renzi, in cui collegamento TV dalla Festa dell’Unità di Reggio Emilia, ha detto: “Mi trovo fra la via Emilia e il West.” Captatio benevolentiae dei telespettatori (nonché dei conduttori che, come dire, non erano proprio dei repubblichini di Salò..). Ho citato un esempio, ma l’elenco di quei gg sarebbe lunghissimo. E’ tipica prassi italica, complessivamente ipocrita. E’ roba che affonda nella notte dei tempi: «Amici, Romani, compatrioti, prestatemi orecchio; vengo a seppellire Cesare, non a lodarlo»…. Credo che il primo a non apprezzare tutto ‘sto clamore ipocrita sia stato proprio il buon Guccini. Pàvana è il suo vero mondo, con la semplicità dell’Appennino, la schiettezza, anche i modi ruvidi. Io preferisco ricordarlo a Pànava che sulla via Emilia.
Guccini è amato da molti (me incluso) sia per le sue magnifiche e poetiche canzoni, sia perchè ci ricorda una gioventù piena di ideali e di speranze. Poi si cresce e ci si rende conto che molti di quegli ideali sono utopie. Ci si immerge in un bagno di realismo e si porta avanti questa nostra vita al meglio che sia possibile. Ma in ricordi restano e tra questi le serate passate ad ascoltare le canzoni di questo omone emiliano che ci raccontava i suoi di ideali “tra la via emilia e il west”.
Onore a Lui. Ci mancherai.