In Austria c’è una montagna che rinunciò agli impianti sciistici per proteggere l’acqua: vent’anni dopo quella scelta appare più attuale che mai.
La rinuncia agli impianti sciistici sul Dobratsch, in Austria
(vent’anni dopo quella scelta appare più attuale che mai)
di Erika Menvrillo
(pubblicato su msn.com il 26 luglio 2026)
Ci sono luoghi che cambiano il proprio destino molto prima che il resto del mondo si renda conto di quanto quella scelta fosse importante. Il Dobratsch, una montagna nella regione austriaca della Carinzia di cui Sherpa si era già occupato sei anni fa, è uno di questi. Oltre vent’anni fa qui si decise di non ampliare il comprensorio sciistico, rinunciando anche all’innevamento artificiale per tutelare un delicato sistema idrogeologico da cui dipende gran parte dell’acqua potabile di Villach. Negli anni successivi gli impianti sciistici furono smantellati — e persino venduti in Georgia — mentre nasceva il Parco Naturale del Monte Dobratsch, il primo della Carinzia. Una scelta che oggi, in un’epoca segnata dal cambiamento climatico, continua a offrire spunti su come turismo e natura possano convivere.
La scelta che cambiò il destino del Dobratsch
Alla fine degli anni Novanta il Dobratsch sembrava destinato a seguire la strada di molte altre località alpine. Da una parte c’era la prospettiva di ampliare il comprensorio sciistico e introdurre l’innevamento artificiale per rendere più competitiva l’offerta turistica e garantire stagioni invernali più lunghe. Dall’altra, però, c’era una montagna che custodiva una risorsa impossibile da sostituire: l’acqua.
Da questo massiccio carsico proviene oltre l’80% dell’acqua potabile di Villach, oltre a una parte dell’approvvigionamento idrico del vicino comune di Bad Bleiberg. Qualsiasi intervento avrebbe quindi avuto conseguenze ben oltre il turismo, toccando una risorsa fondamentale per migliaia di persone. La domanda cambiò così prospettiva: non si trattava più soltanto di capire come rendere la montagna più competitiva, ma quale futuro fosse compatibile con il suo equilibrio naturale.
Fu in quel momento che accadde qualcosa di insolito. Mentre prendeva forma il movimento civico “Salvate il Dobratsch”, anche le istituzioni iniziarono a riconoscere il valore strategico di quel territorio. Lo stesso Parco Naturale racconta questa fase come l’incontro tra iniziative nate dal basso e una visione politica favorevole a uno sviluppo della montagna senza nuovi impianti sciistici. Non uno scontro tra opposte fazioni, ma un percorso condiviso che coinvolse cittadini, amministrazioni, tecnici e volontari nella costruzione di un progetto comune. Quella decisione avrebbe cambiato il destino del Dobratsch.
Da comprensorio sciistico a un nuovo modo di vivere la montagna
Negli anni successivi il progetto di ampliamento venne definitivamente accantonato. Gli impianti sciistici, costruiti a partire dagli anni Sessanta, furono progressivamente smantellati e venduti in Georgia. Al loro posto non arrivarono nuove infrastrutture, ma una diversa idea di sviluppo.
Nel 2002 il Dobratsch divenne il primo Parco Naturale della Carinzia. La montagna non venne trasformata in un luogo da preservare tenendolo lontano dalle persone, ma in uno spazio dove tutela della natura, educazione ambientale, ricerca scientifica, sviluppo locale e fruizione del territorio potessero convivere. Ancora oggi il Parco è il risultato di una collaborazione tra i quattro comuni del territorio, il Land Carinzia, esperti, associazioni e operatori locali, mantenendo vivo quello spirito partecipativo da cui tutto è nato.
Più che rinunciare allo sviluppo, il Dobratsch ha scelto di ridefinirlo.
Oggi il Dobratsch è una montagna da vivere
La trasformazione del Dobratsch non ha allontanato le persone dalla montagna, ma ha cambiato il modo di viverla. Oggi si raggiunge percorrendo la panoramica Villacher Alpenstraße, da cui partono sentieri per ogni livello di esperienza. Lo Skywalk sospeso sulla Rote Wand offre una vista spettacolare sulle Alpi e sulla valle di Villach e, insieme ad alcuni dei principali percorsi del Parco, è stato progettato per essere accessibile anche alle persone con mobilità ridotta. Il Giardino Alpino, le escursioni guidate e le attività di educazione ambientale permettono di conoscere più da vicino la natura di questo territorio, rendendo l’esperienza della montagna accessibile a ogni persona.
Ai piedi del Dobratsch, nel cuore della valle di Bad Bleiberg, si trova un’altra particolarità del territorio: la Galleria Climatica, ricavata da un’antica miniera, dove un microclima naturale caratterizzato da temperatura costante, elevata umidità e aria particolarmente pura viene utilizzato da anni come supporto terapeutico per alcune patologie respiratorie.
Neppure l’inverno ha cancellato il rapporto con la montagna. Oggi il Dobratsch è meta di chi pratica sci alpinismo, ciaspolate ed escursioni sulla neve o semplicemente cerca il silenzio di un ambiente rimasto vicino ai suoi ritmi naturali. Più che rinunciare al turismo, questa montagna ha scelto di trasformarlo.
Una storia che continua a parlare al presente
Quando il Dobratsch intraprese questa strada, il cambiamento climatico non occupava ancora il centro del dibattito pubblico. Eppure quella scelta sembra dialogare con molte delle riflessioni che oggi attraversano il mondo della ricerca. Uno studio pubblicato sulla rivista Mountain Research and Development mostra come la qualità degli ecosistemi influenzi l’esperienza dei visitatori e il valore che essi attribuiscono alle destinazioni montane. Pur riguardando un’altra area delle Alpi austriache, offre un’interessante conferma di un principio sempre più rilevante: conservare il patrimonio naturale significa prendersi cura anche del futuro dei territori.
Naturalmente il Dobratsch non offre una ricetta universale. Ogni territorio ha una propria storia, una propria economia e caratteristiche ambientali differenti. Ma questa esperienza dimostra che lo sviluppo non coincide necessariamente con l’espansione delle infrastrutture. A volte nasce dalla capacità di riconoscere il valore di ciò che rende un luogo unico.
Le buone idee non hanno sempre bisogno di essere nuove. A volte basta tornare a raccontare quelle che, con il tempo, hanno dimostrato di funzionare. Sul Dobratsch quella scelta ha protetto una risorsa fondamentale come l’acqua, ha dato vita al primo Parco Naturale della Carinzia e continua ancora oggi ad accogliere migliaia di visitatori. Non perché la montagna sia stata trasformata in qualcosa di diverso, ma perché ha saputo rimanere fedele alla propria natura.
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Io parlo solo per me stesso, anche perché l’amico Giorgio sa benissimo difendere le sue posizioni da solo, come ha fatto all’11. Ebbene sì: in molte cose della vita, io sono “vecchio”, intendo che mi piace un mondo che probabilmente non esiste più. Sul punto non esito a dichiarare pubblicamente (ma l’ho già fatto milioni di volte, non è una novità…) che mi piacciono le stazioncine piccole e flessibili, e anche nei comprensori più grandi preferirei vedere solo ski lift. Un po’ perché ritengo che gli ski lift siano più adeguati allo sport dello sci rispetto alle mega seggiovie, un po’ perché queste ultime sono la punta dell’iceberg di quel mondo del finto sci che io disprezzo (apericena, hotel con spa, disco, cuccare ecc). Anche io ho l’impressione che la legge italiana, che sicuramente esiste (non lo metto in dubbio), sia tipicamente italiana. Solo da noi sono stati estese agli impianti di risalita le norme che valgono per i mezzi di trasporto. Essendo una decisione giuridica, ovvero parlamentare (il parlamento emette le leggi), potrebbe essere cambiata in qualsiasi momento, se lo si volesse. Ma non lo si vuole, perché la politica (di qualsiasi colore) liscia il pelo alla grande platea di operatori turistici che evidentemente traggono più profitto dai mega impianti (e relativo “circo”) che dagli snelli ski lift, dove magari quel giorno ci troveremmo solo io e Daidola e pochi altri impallinati dello sci e magari ci mangiamo pure il panino portato da casa…. Pecunia non olet, purtroppo, e i soldi li si fa sulla pelle dell’ambiente (che sta presentando il conto…). Quindi viva le stazioncine flessibili e snelle, composte solo di ski lift! Tuttavia ribadisco che se di decide di abbandonare definitivamente l’attività dello sci di pista (es perché le quote sono troppo basse), meglio togliere ogni catafalco: sembrano delle forche e i piattelli che ondeggiano al vento sono come cadaveri di impiccati…
@7
“Nell’Appennino Tosco-Emiliano sta provvedendo il riscaldamento globale a spingere alla rinuncia agli impianti sciistici”
Ah, guarda, sono così spinti “alla rinuncia” che al Corno Alle Scale (BO) è stato da poco rinnovato l’impianto Cavone-Rocce (5Mln €, +30% di portata) e stanno finendo in questi giorni il prolungamento di Polla-Malghe fino al lago Scaffaiolo, con arrivo poco sopra al rifugio (7Mln €, +250m di dislivello).
Poi ha persino riaperto la seggiovia di Febbio (Monte Cusna, RE), che era chiusa da anni. E sempre a Febbio c’è in progetto “una nuova infrastruttura moderna e sostenibile” per “Collegare nuovi tratti e ampliare l’offerta turistica estiva e invernale del comprensorio” (fonte: https://alpedicusna.com/seggiovia/).
Infine, stanno nascendo ovunque bike park per il downhill (ma non ditelo a Telleschi 🙂 ).
Sì, sì, proprio spinti “alla rinuncia“. Certamente.
Maledetti comunisti! 🙂
P.S. Scrivere di “un sottile piacere di vendetta” riguardo alla dismssione di impianti per assenza di precipitazioni nevose grazie al cambiamento climatico, mi suona tanto come quello che si tagliò il pisello per far dispetto alla moglie 🙂
N. 8: di skilift in Italia per fortuna ne esistono ancora e se possono continuare a funzionare significa che, ovviamente con controlli periodici, non sono fuorilegge e soprattutto non sono più pericolosi delle moderne seggiovie, cabinovie e funivie. Il buon senso mi porta anzi a pensare il contrario. Si tratta in ogni caso di impianti che richiedono investimenti ridicoli in confronto a quelli faraonici per impianti moderni con portate orarie di 1000 o più sciatori all’ora, impianti che richiedono ovviamente controlli severi data la loro complessità. Non si spiega comunque perchè negli altri paesi europei gli skilift continuino ad essere numerosi e non vengano affatto considerati un ritorno ai lampioni a gas. Che siano pericolosi solo in base a leggi italiane fatte ad hoc? Che non siano un buon business per investitori alla ricerca di faraonici contributi pubblichi e di astute speculazioni immobiliari?
Molto interessante, ma purtroppo non esportabile in tutte le realtà. Ma in certe si: sul colle del Nevegal (Belluno), si continua ad investire su impianti che non possono sopravvivere per la quota troppo bassa e quindi si è pensato di fare le piste di plastica per far funzionare gli impianti anche in estate (in realtà non funziona niente).
Importante è smettere di progettare collegamenti tra i vari caroselli andando a toccare ambienti fragili e bellissimi. La montagna può essere vissuta in molti altri modi.
Tutto bello.
Cosi quella zona non sarà conosciuta solo perché ospita il più famoso bordello d’ Europa che nel nordest (e non solo) nostrano è molto conosciuto e apprezzato.
Mi guarderei solo dall’usare la dicitura di Parco Naturale. Mi ha fatto venire in mente che vicino a casa mia c’è un sedicente Parco Naturale il cui accesso avviene su passerelle artificiali e con mille regole. Ovviamente a pagamento.
Forse è diventato “naturale” pagare (per apprezzare) e muoversi lungo itinerari preparati e “messi in sicurezza” dell’umana mano d’opera & ingegno. Forse sono io che non ci capisco una mazza.
Un po’ come dire “piste da sci patrimonio UNESCO. Dicitura stra usata assieme alla promozione di tour motociclistici me “patrimonio” di ‘sta cippa…!
Tutto molto bello e condivisibile ma….
Per quel che riguarda la nostalgia dei vecchi impianti e la desiderata di un ritorno alle origini rimarcata da Crovella e Daidola è una strada impercorribile.
Gli impianti di risalita (tutti, eccetto i tapis roulant) sono da un bel po’ di anni considerati per legge mezzi di trasporto e devono obbligatoriamente avere una serie enorme di parametri di sicurezza e revisione sottoposti al controllo del Ministero dei Trasporti, che rendono inattuabile pensare a delle sciovie d’antan.
Aggiungo che il controllo, le ispezioni e i nulla osta da un paio di anni dipendono direttamente dagli ispettori del Ministero di Roma per evitare qualsiasi rischio di indulgenza o commistione con gli ingegneri regionali. E posso garantire che gli ingegneri di Roma sono molto preparati ed estremamente fiscali, per evitare in futuro le recenti tragedie che hanno coinvolto impiani a fune.
Anche la portata oraria risponde non solo a esigenze di gestione dei flussi ma anche a parametri di sicurezza. Ma qui il discorso si complica parecchio.
Insomma, è come se si desiderasse ritornare ad avere per le strade i lampioni a gas e gli omini che li accendevano e espegnevano.
Nell’Appennino Tosco-Emiliano sta provvedendo il riscaldamento globale a spingere alla rinuncia agli impianti sciistici: la neve sta scomparendo e nelle giornate invernali si scende raramente sottozero. Nella quasi totalità le stazioni sciistiche sopravvivono soltanto grazie a finanziamenti pubblici.
Negli ultimi trent’anni gli impianti dismessi (soprattuto sciovie) sono decine e decine. Purtroppo non sempre vengono smantellati: rimangono ad arrugginire.
La vista di quei rottami mi infastidisce, ma al contempo mi suscita anche piacere: un sottile piacere di vendetta.
@4 per la serie “Prali ten dür” 💪
Parole sante (sono anche io un fervido sostenitore delle stazioncine piccole e flessibili), ma occorre una generale virata del mondo dello sci verso i valori originari. Quando dico che è bene non aumentare gli impianti o addirittura togliere gli impianti mi riferisco a due fattispecie fra loro diverse: 1) gli impianti cosiddetti moderni, che sono molto impattanti e portano folle disumane di “non sciatori”; 2) per i vecchi impianti, che retino pure, se gli operatori turistici sanno resistere alla tentazione di mettere la neve artificiale e li aprono SOLO e SE c’è neve naturale (ahimè sempre più di rado…). Se però i vecchi impianti, cui io sono affezionatissimo, NON vengono proprio più usati (es per quota ormai TROPPO BASSA, quini NO neve), forse è meglio eradicarli. I tralicci abbandonati (simili a forche) sono cmq degli elementi di inquinamento antropico
Che la ricetta non sia unica lo dice anche l’autrice dell’articolo e lo ripete per fortuna la maggioranza di chi ha capacità di raziocinio. I vecchi impianti, tipo i gloriosi skilift ad ancora, sono poco impattanti, hanno costi d’esercizio molto bassi e sono più educativi degli odiosi tapis roulant per chi vuole davvero imparare a sciare. Essi rispondono inoltre a un modello di stazione “flessibile”, nel senso che li si può far funzionare solo quando c’è neve: così avviene per i “club fields” neozelandesi (stazioni sciistiche gestite da club locali) e per molti impianti gestiti in modo analogo da sci club o da alberghi in Austria, Svizzera e Scandinavia. Questi impianti riportano lo sci di discesa ai suoi valori originari, purtroppo dimenticati. Sono la neve artificiale e gli impianti moderni con portate di oltre mille sciatori all’ora, ovvero quello delle grandi stazioni lunapark, con tanto di attestati di “falsa” sostenibilità, i veri responsabili della mancanza di “vera” sostenibilità dello sci di discesa, non le piccole stazioni che si fa a gara per sradicare.
L’esempio è sicuramente virtuoso ma non credo sia applicabile tout-court. Stiamo parlando di una stazione piuttosto piccola, collocata ad una quota non elevata (mi pare che la massima elevazione fosse appena sotto i 2000 mt.). Diverso è se parliamo di stazioni a quote più elevate come Sestriere, ad esempio, con una ragnatela articolata di impianti e con un indotto “potente” che campa con i numeri garantiti dallo sci alpino non certo con il turismo green.
https://www.bergamonews.it/2009/08/05/impianti-di-valcanale-un-esempio-dellitalia-del-non-finito/117037/
Il problema c’è quando le vecchie infrastrutture non vengono smantellate (a spese delle società (fallite) che le hanno costruite). Con oneri di conseguenza a carico del pubblico che per un comune piccolo come Ardesio era (ed è) evidentemente insostenibile.
Valcanale di Ardesio docet. Una vera vergogna.
Saluti.
MS
Mi si stringe il cuore a vedere la foto dello ski lift ad ancora (due sciatore in parallelo che poggiano le loro terga sulle due estensioni arcuate in legno che partono dall’asta verticale: mi sono dilungato nella spiegazione perché “so” che esistono almeno due se non tre generazioni di sciatori che non li hanno mai visti e quindi non sanno di cosa si parla). Mi si stringe il cuore perché gli ski lift as ancora (tipici di Francia, Svizzera e Austria, più rari in Italia) sono uno degli emblemi di un0’era dello sci in cui è stato fantastico sciare: neve abbondante, poca gente sulle piste, spirito di veri appassionarti dello sci e non dell’après ski (=aperitivi, magnate, spa, disco, cuccare…). Quel mondo magico è finito da un pezzo. Giusto quindi togliere quanti più impianti possibile e, soprattutto, non costruirne di nuovi. Se le esperienze delle località dove sono già stati “eradicati” gli impianti forniscobno segnali positivi, questo dovrebbe essere un elemento che convincerà chi di dovere a togliere altri impianti