In Austria c’è una montagna che rinunciò agli impianti sciistici per proteggere l’acqua: vent’anni dopo quella scelta appare più attuale che mai.
La rinuncia agli impianti sciistici sul Dobratsch, in Austria
(vent’anni dopo quella scelta appare più attuale che mai)
di Erika Menvrillo
(pubblicato su msn.com il 26 luglio 2026)
Ci sono luoghi che cambiano il proprio destino molto prima che il resto del mondo si renda conto di quanto quella scelta fosse importante. Il Dobratsch, una montagna nella regione austriaca della Carinzia di cui Sherpa si era già occupato sei anni fa, è uno di questi. Oltre vent’anni fa qui si decise di non ampliare il comprensorio sciistico, rinunciando anche all’innevamento artificiale per tutelare un delicato sistema idrogeologico da cui dipende gran parte dell’acqua potabile di Villach. Negli anni successivi gli impianti sciistici furono smantellati — e persino venduti in Georgia — mentre nasceva il Parco Naturale del Monte Dobratsch, il primo della Carinzia. Una scelta che oggi, in un’epoca segnata dal cambiamento climatico, continua a offrire spunti su come turismo e natura possano convivere.
La scelta che cambiò il destino del Dobratsch
Alla fine degli anni Novanta il Dobratsch sembrava destinato a seguire la strada di molte altre località alpine. Da una parte c’era la prospettiva di ampliare il comprensorio sciistico e introdurre l’innevamento artificiale per rendere più competitiva l’offerta turistica e garantire stagioni invernali più lunghe. Dall’altra, però, c’era una montagna che custodiva una risorsa impossibile da sostituire: l’acqua.
Da questo massiccio carsico proviene oltre l’80% dell’acqua potabile di Villach, oltre a una parte dell’approvvigionamento idrico del vicino comune di Bad Bleiberg. Qualsiasi intervento avrebbe quindi avuto conseguenze ben oltre il turismo, toccando una risorsa fondamentale per migliaia di persone. La domanda cambiò così prospettiva: non si trattava più soltanto di capire come rendere la montagna più competitiva, ma quale futuro fosse compatibile con il suo equilibrio naturale.
Fu in quel momento che accadde qualcosa di insolito. Mentre prendeva forma il movimento civico “Salvate il Dobratsch”, anche le istituzioni iniziarono a riconoscere il valore strategico di quel territorio. Lo stesso Parco Naturale racconta questa fase come l’incontro tra iniziative nate dal basso e una visione politica favorevole a uno sviluppo della montagna senza nuovi impianti sciistici. Non uno scontro tra opposte fazioni, ma un percorso condiviso che coinvolse cittadini, amministrazioni, tecnici e volontari nella costruzione di un progetto comune. Quella decisione avrebbe cambiato il destino del Dobratsch.
Da comprensorio sciistico a un nuovo modo di vivere la montagna
Negli anni successivi il progetto di ampliamento venne definitivamente accantonato. Gli impianti sciistici, costruiti a partire dagli anni Sessanta, furono progressivamente smantellati e venduti in Georgia. Al loro posto non arrivarono nuove infrastrutture, ma una diversa idea di sviluppo.
Nel 2002 il Dobratsch divenne il primo Parco Naturale della Carinzia. La montagna non venne trasformata in un luogo da preservare tenendolo lontano dalle persone, ma in uno spazio dove tutela della natura, educazione ambientale, ricerca scientifica, sviluppo locale e fruizione del territorio potessero convivere. Ancora oggi il Parco è il risultato di una collaborazione tra i quattro comuni del territorio, il Land Carinzia, esperti, associazioni e operatori locali, mantenendo vivo quello spirito partecipativo da cui tutto è nato.
Più che rinunciare allo sviluppo, il Dobratsch ha scelto di ridefinirlo.
Oggi il Dobratsch è una montagna da vivere
La trasformazione del Dobratsch non ha allontanato le persone dalla montagna, ma ha cambiato il modo di viverla. Oggi si raggiunge percorrendo la panoramica Villacher Alpenstraße, da cui partono sentieri per ogni livello di esperienza. Lo Skywalk sospeso sulla Rote Wand offre una vista spettacolare sulle Alpi e sulla valle di Villach e, insieme ad alcuni dei principali percorsi del Parco, è stato progettato per essere accessibile anche alle persone con mobilità ridotta. Il Giardino Alpino, le escursioni guidate e le attività di educazione ambientale permettono di conoscere più da vicino la natura di questo territorio, rendendo l’esperienza della montagna accessibile a ogni persona.
Ai piedi del Dobratsch, nel cuore della valle di Bad Bleiberg, si trova un’altra particolarità del territorio: la Galleria Climatica, ricavata da un’antica miniera, dove un microclima naturale caratterizzato da temperatura costante, elevata umidità e aria particolarmente pura viene utilizzato da anni come supporto terapeutico per alcune patologie respiratorie.
Neppure l’inverno ha cancellato il rapporto con la montagna. Oggi il Dobratsch è meta di chi pratica sci alpinismo, ciaspolate ed escursioni sulla neve o semplicemente cerca il silenzio di un ambiente rimasto vicino ai suoi ritmi naturali. Più che rinunciare al turismo, questa montagna ha scelto di trasformarlo.
Una storia che continua a parlare al presente
Quando il Dobratsch intraprese questa strada, il cambiamento climatico non occupava ancora il centro del dibattito pubblico. Eppure quella scelta sembra dialogare con molte delle riflessioni che oggi attraversano il mondo della ricerca. Uno studio pubblicato sulla rivista Mountain Research and Development mostra come la qualità degli ecosistemi influenzi l’esperienza dei visitatori e il valore che essi attribuiscono alle destinazioni montane. Pur riguardando un’altra area delle Alpi austriache, offre un’interessante conferma di un principio sempre più rilevante: conservare il patrimonio naturale significa prendersi cura anche del futuro dei territori.
Naturalmente il Dobratsch non offre una ricetta universale. Ogni territorio ha una propria storia, una propria economia e caratteristiche ambientali differenti. Ma questa esperienza dimostra che lo sviluppo non coincide necessariamente con l’espansione delle infrastrutture. A volte nasce dalla capacità di riconoscere il valore di ciò che rende un luogo unico.
Le buone idee non hanno sempre bisogno di essere nuove. A volte basta tornare a raccontare quelle che, con il tempo, hanno dimostrato di funzionare. Sul Dobratsch quella scelta ha protetto una risorsa fondamentale come l’acqua, ha dato vita al primo Parco Naturale della Carinzia e continua ancora oggi ad accogliere migliaia di visitatori. Non perché la montagna sia stata trasformata in qualcosa di diverso, ma perché ha saputo rimanere fedele alla propria natura.
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Secondo me ci sono anche delle cosucce , che in questa relazione da geometra con la cazzuola vengono ignorate.
a ) Gli impianti vengono spinti dal pubblico perche’ hanno un indotto sull’ alberghiero superiore a quello del risultato economico dell’impianto.
b ) Gli impianti “scadono” come il latte , e in quest’ottica allungare do 80 mt disl. un impianto per raggiungere un rifugio , suona piu’ come “spendere meglio gli stessi soldi” che come “ampliamento e caroselli”.
Qualora mancasse la neve e gli stessi impianti venissero in tutto o in parte riconvertiti alla mtb , come accade anche altrove sulle alpi , questo sarebbe ancora un rifiuto di riconoscere un cambio di paradigma ?
Sono stato a sciare ed arrampicare a Nassfeld , a un tiro di schioppo da dobratsch , e ti assicuro che era una stazione sciistica “porca” come le nostre in quanto a impianti e ristori.
@21
Tu cerchi di cavartela penosamente con una battuta alla bertoncelli, che c’entra come i cavoli a merenda: “Et de hoc satis. Et de Balsamo satis.”.
Ma, alla fin fine, non è una battuta inutile: ancora una volta abbiamo conferma della natura del personaggio. (quasi-cit.)
Daje, Bertoncè! 🙂
@20
1) Bertoncelli: “Il maggior dislivello NON è di 250 metri. È di appena 80 metri“Perbacco, Bertoncelli, hai ragione! Perché avrò scritto 250 metri, poi.Ma questo trasforma un ampliamento in rinuncia? Mi sa di no.
2) Bertoncelli: “Quale seggiovia?“Quella inferiore. E’ arrivato un nuovo imprenditore le cui testuali parole sono “Ora che abbiamo riaperto, non chiudiamo più“.
A te sembra che stia parlando di rinuncia? A me no.
Per il crinale, non preoccuparti: c’è un progetto anche per quello, “moderno e sostenibile” con apertura prevista per l’estate 2027.
4) Bertoncelli: “Io ho semplicemente scritto che preferisco imbattermi in una seggiovia arrugginita nel bosco anziché camminare tra le orde. Tu hai manipolato le parole altrui (o hai capito l’otto per il diciotto).”
No, tu hai scritto “mi suscita anche piacere: un sottile piacere di vendetta“.
Ecco, se provare un “sottile piacere di vendetta” per qualcosa causato dal cambiamento climatico non è tagliarsi il pisello per far dispetto alla moglie, non so cos’altro lo sia.
5) Bertoncelli: “Ti dicono niente […]? Tutto abbandonato/smantellato.”
Ma certo: è un bell’elenco di impianti che nel corso degli anni sono stati abbandonati o smantellati.
Ma da quell’elenco non si ricava di per sé la causa della dismissione di ciascun impianto, bisognerebbe esaminarli uno per uno.
Comunque, anche avessero tutti chiuso per assenza di neve, la vera rinuncia, come l’articolo qui sopra insegna, non è chiudere quando non si può più proseguire perché non c’è più neve, ma decidere di non continuare a investire in un’attività strutturalmente compromessa e cambiare strada ben prima dell’impossibilità materiale di proseguire. Come al Dobratsc.
Inoltre, non ho mai negato, mi pare, le problematiche dello sci in Appennino, delle quali il cambiamento climatico è parte importante.
6) Bertoncelli: “Sai in che condizioni economiche si trovano le stazioni sciistiche dell’Appennino Tosco-Emiliano?”
Eccome! E questa è un’aggravante per la c.d. “rinuncia”.
Continuare a mungere la mucca fino all’ultima goccia di latte tu lo chiami rinunciare? Io lo chiamo ostinazione.
Infine, il “Maledetti comunisti!” era ovviamente una boutade ironica. Tu che vi fai spesso ricorso dovresti capirlo e non meravigliartene. O pretendi di averne l’esclusiva?
@ 20
Et de hoc satis.
Et de Balsamo satis.
@ 12
1) Balsamo: “[…] prolungamento di Polla-Malghe fino al lago Scaffaiolo, con arrivo poco sopra al rifugio (7Mln €, +250m di dislivello)”.
La stazione di arrivo NON è poco sopra al rifugio. È poco sotto.
Il maggior dislivello NON è di 250 metri. È di appena 80 metri, da 1685 m circa a 1765 circa. Se fosse come dici tu, la seggiovia finirebbe nel cielo.
2) Balsamo: “Poi ha persino riaperto la seggiovia di Febbio (Monte Cusna, RE), che era chiusa da anni”.
Quale seggiovia? Quella che giunge sul crinale a oltre 2000 metri è chiusa da molti anni. Quella inferiore NON ha mai chiuso per anni: ha sempre aperto e chiuso a singhiozzo. Come tutti sanno, la stazione di Febbio 2000 (Alpe di Cusna) è in agonia da decenni.
3) Balsamo: “Scrivere di “un sottile piacere di vendetta” riguardo alla dismssione di impianti per assenza di precipitazioni nevose grazie al cambiamento climatico, mi suona tanto come quello che si tagliò il pisello per far dispetto alla moglie”.
Io ho semplicemente scritto che preferisco imbattermi in una seggiovia arrugginita nel bosco anziché camminare tra le orde. Tu hai manipolato le parole altrui (o hai capito l’otto per il diciotto).
4) Se vuoi imparare che cosa è stato dello sci di pista nell’Appennino Tosco-Emiliano durante i decenni scorsi, consulta il sito abetoneforum.it.
In particolare “Archeologia sciatoria”, con 368 contributi (!). È gente che ne sa leggerissimamente piú di te sul tema.
5) Ti dicono niente la Valle del Sestaione, il Campolino, Pian di Novello, il Poggione, l’ex funivia della Croce Arcana, Doccia di Fiumalbo, Appenninia, Passo delle Radici, Alpicella delle Radici (Piandelagotti), Ospitaletto, ecc. ecc.? E le ex sciovie a Pavullo, Serramazzoni, Monteacuto delle Alpi, Tagliole, Fellicarolo? L’ex sciovia del Cupolino?
Tutto abbandonato/smantellato.
6) Sai in che condizioni economiche si trovano le stazioni sciistiche dell’Appennino Tosco-Emiliano? Quasi tutte sono con l’acqua alla gola, compreso il Corno alle Scale, che piú volte ha chiuso, poi riaperto, poi venduto, poi fallito. Sopravvive soltanto grazie ai contributi pubblici.
Tu cerchi di cavartela penosamente con una battuta alla balsamo, che c’entra come i cavoli a merenda: “Maledetti comunisti!”.
Ma, alla fin fine, non è una battuta inutile: ancora una volta abbiamo conferma della natura del personaggio.
Dato che quanto da me scritto @12 riguardo ai recenti lavori alle seggiovie al Corno alle Scale è stato definito da “democratico” Bertoncelli “castronerie” e “strafalcioni” a cui “non ne vali la pena” di rispondere, segnalo alcuni articoli di BolognaToday che parlano dell’argomento:
bolognatoday.it/cronaca/sicurezza-cantieri-seggiovia-corno-scale-comitato.html
bolognatoday.it/cronaca/seggiovia-corno-scale-cavone-inaugurazione.html
bolognatoday.it/cronaca/impianto-risalita-seggiovia-corno-scale-ricorso.html
Così, chi vorrà, compreso chi non sa dov’è il Corno alle Scale (vero, Bertoncelli?) potrà leggere cosa sta effettivamente succedendo in Appennino Tosco-Emiliano.
Che scrivere “nell’Appennino Tosco-Emiliano sta provvedendo il riscaldamento globale a spingere alla rinuncia agli impianti sciistici” significa non averne la più pallida idea.
Sara’ , ma io questo “ritorno al passato” non ce lo vedo , e non tanto per questioni economiche , quanto per come e’ cambiata la sensibilita’ delle persone verso alcuni temi del vivere in montagna , come ad esempio l’isolamento.
Bisogna distinguere fra quello che auspichiamo : la vacanza montana “dolce” , le aree dedicate allo scialpinismo , tipo Montespluga , e quello che invece e’ “potabile” a numeri decisamente piu’ elevati di fruitori : i bike park , gli impianti etc.
Oggi Giuseppe Mirta si caricherebbe ancora 40 kg di materassi solo per non fare il viaggio fino al rifugio “A vuoto” ?
Discorso lunghissimo, mi limito a punti essenziali. C’è un altro turismo su cui puntare, verde, slow, rispettoso dell’ambiente. Anzi ha bisogno di una montagna de-circensissasa (= no luna park). Le attività tradizionali (agricoltura, pastorizia ecc) troveranno persone disposte a farsi il mazzo, magari non saranno i figli dei local, ma ragazzi/e di pianura che salgono in quota per sfuggire al caldo. anche molti pensionati o freelance si sposteranno in quota generando necessità di servizi (farmacia, artigiani…) e relativi posti di lavoro
@ Crovella
Una domanda a te e agli altri , che esula dalle nostre beghe e preferenze personali , per cercare di capire dove stiamo andando con la “mercificazione della montagna”.
Da giovane ho avuto occasione di conoscere persone di mezza eta’ che nella vita facevano i pastori in Val Codera , e il loro stile di vita e’ un bel ricordo dei miei 18 anni.
Piu’ avanti , a circa 40 anni di eta’ , sono stato conoscente familiare di ragazzi della Val Masino , che passavano i mesi estivi in Porcellizzo ad aiutare i pastori nel loro lavoro.
La domanda e’ : se e quando gli ultimi pastori non riceveranno piu’ il ricambio dalle nuove generazioni , quale e’ la soluzione che auspichiamo per le montagne ?
Se le attivita’ tradizionali dovessero spegnersi per mancanza di interesse , o strozzate da fatiche d’altri tempi senza un controvalore monetario e di qualita’ di vita adeguato , che alternative proponiamo ai valligiani rispetto ai luna park alpini , al tarzaning e ai parchi avventura , ai caroselli di piste , ai rifugi gourmet , ai paesi che diventano come dei residence , senza una loro economia , e con i letti freddi per buona parte dell’anno ?
Hai un’idea oggettivamente sbagliata delle caratteristiche del circolo sportivo torinese che frequento (l’avevo già notato in un altro tuo intervento, quando accennavi alle “milfone”, ho cercato di farti capire che sei completamente fuori strada, ma evidentemente è impresa impossibile.. che palle!). Applichi uno stereotipo standardizzato a una specifica realtà che non conosci minimamente. Prima di parlare dovresti informarti, oppure evitare gaffe. Il circolo sportivo torinese che frequento è esattamente l’opposto di quello che hai in testa tu, gentilmente prendi nota senza che debba spiegare tutto per filo e per segno. Inoltre mi pare che da 12 anni (quanti sono quelli di mia collaborazione sistematica con questo blog, sia con articoli che con commenti) esprimo sempre tesi che sono incompatibili con il clima del circolo sportivo stereotipato che hai in testa tu, per cui se fosse così io non riuscirei a frequentarlo felicemente, come invece accade dalla metà degli anni 70 (poco più di 50 anni!). Sul Circo Barnum in montagna, poi, come fai a mettermi insieme a quanto descrivi? Io sono l’esatto opposto.! Quanto parlo di eradicare gli impianti dismessi, intendo far tornare la montagna allo stato naturale per attività “naturali” (cioè “non forzate”) quindi non voglio assolutamente renderla un luna park tecnicamente diverso dalla sci di pista, ma uguale nella filosofia e nei danni ambientali.
Non conoscevo questo posto magico e ho guardato su internet. Ho scoperto che è un vero parco giochi della montagna, nulla di originale e autentico, tutto falso fino al midollo! Un parco giochi fatto per famiglie abbienti in vacanza dove a poca distanza dal proprio resort possono fare di tutto, sci da discesa, naturalmente, fondo, ciaspolate, scialpinismo, golf, tennis, canoa, parapendio, arrampicata in falesia, vie ferrate a gogo, frequentare circoli sportivi Crovelliani e poi per i propri bambini, usciti rincoglioniti dalle scuole Montessori, fare una esperienza unica nel parco naturale Disneiano con l’orso Yoghi e Bubu! Un posto di m..da condito con la m..da, non ci andrei mai!
Balsamo, se ignori – o fingi di ignorare – una realtà sotto gli occhi di tutti, puoi informarti su Archeologia sciatoria, pubblicato sul sito abetoneforum.it. È dettagliatissimo.
Ecco il collegamento:
https://www.abetoneforum.it/forum/index.php?topic=4600.0
Il sito pubblica pure l’elenco completo degli impianti sciistici dismessi/smantellati nell’Appennino Tosco-Emiliano: è interminabile!
Il prolungamento della seggiovia Direttissima al Corno alle Scale è assai meno di 250 metri di dislivello. Se cosí fosse, arriverebbe in cielo…
Si tratta in realtà di circa 80 metri di dislivello, da 1685 a 1765 m all’incirca. Non termina “poco sopra al rifugio”, ma sotto. Ci sono stato pochi giorni fa e ho potuto controllare di persona.
Vedi https://mapy.com/it/turisticka?l=0&x=10.8092482&y=44.1201441&z=17
Informati anche di tutte le sciovie e seggiovie smantellate al Corno alle Scale nel corso del tempo. L’ultima è la sciovia Cupolino, dismessa da un decennio ed eliminata uno o due anni fa; si spingeva fin sul crinale ed era ben evidente contro il cielo: un obbrobrio estetico. Ora, perlomeno, dal Lago Scaffaiolo si può tornare ad ammirare la vista sul M.Cupolino libero da impianti.
La stazione sciistica di Febbio (Alpe di Cusna) agonizza da decenni, come chiunque può verificare. La seggiovia Febbio 2000, che termina sul crinale sommitale a oltre duemila metri, è in stato di abbandono da tanti anni. La seggiovia inferiore non ha mai chiuso per anni.
Giuseppe, fa caldo. Il caldo innervosisce. Va’ a prendere un po’ di fresco al Corno. Rilassati.
P.S. Dovendo scegliere tra due sole alterative, preferisco un impianto che arrugginisce nel bosco a un impianto che trasporta orde sui monti. Tu no?
P.P.S. Pure qui tiri fuori i “comunisti”, che c’entrano come i cavoli a merenda? Ma è una fissazione!
Io parlo solo per me stesso, anche perché l’amico Giorgio sa benissimo difendere le sue posizioni da solo, come ha fatto all’11. Ebbene sì: in molte cose della vita, io sono “vecchio”, intendo che mi piace un mondo che probabilmente non esiste più. Sul punto non esito a dichiarare pubblicamente (ma l’ho già fatto milioni di volte, non è una novità…) che mi piacciono le stazioncine piccole e flessibili, e anche nei comprensori più grandi preferirei vedere solo ski lift. Un po’ perché ritengo che gli ski lift siano più adeguati allo sport dello sci rispetto alle mega seggiovie, un po’ perché queste ultime sono la punta dell’iceberg di quel mondo del finto sci che io disprezzo (apericena, hotel con spa, disco, cuccare ecc). Anche io ho l’impressione che la legge italiana, che sicuramente esiste (non lo metto in dubbio), sia tipicamente italiana. Solo da noi sono stati estese agli impianti di risalita le norme che valgono per i mezzi di trasporto. Essendo una decisione giuridica, ovvero parlamentare (il parlamento emette le leggi), potrebbe essere cambiata in qualsiasi momento, se lo si volesse. Ma non lo si vuole, perché la politica (di qualsiasi colore) liscia il pelo alla grande platea di operatori turistici che evidentemente traggono più profitto dai mega impianti (e relativo “circo”) che dagli snelli ski lift, dove magari quel giorno ci troveremmo solo io e Daidola e pochi altri impallinati dello sci e magari ci mangiamo pure il panino portato da casa…. Pecunia non olet, purtroppo, e i soldi li si fa sulla pelle dell’ambiente (che sta presentando il conto…). Quindi viva le stazioncine flessibili e snelle, composte solo di ski lift! Tuttavia ribadisco che se di decide di abbandonare definitivamente l’attività dello sci di pista (es perché le quote sono troppo basse), meglio togliere ogni catafalco: sembrano delle forche e i piattelli che ondeggiano al vento sono come cadaveri di impiccati…
@7
“Nell’Appennino Tosco-Emiliano sta provvedendo il riscaldamento globale a spingere alla rinuncia agli impianti sciistici”
Ah, guarda, sono così spinti “alla rinuncia” che al Corno Alle Scale (BO) è stato da poco rinnovato l’impianto Cavone-Rocce (5Mln €, +30% di portata) e stanno finendo in questi giorni il prolungamento di Polla-Malghe fino al lago Scaffaiolo, con arrivo poco sopra al rifugio (7Mln €, +250m di dislivello).
Poi ha persino riaperto la seggiovia di Febbio (Monte Cusna, RE), che era chiusa da anni. E sempre a Febbio c’è in progetto “una nuova infrastruttura moderna e sostenibile” per “Collegare nuovi tratti e ampliare l’offerta turistica estiva e invernale del comprensorio” (fonte: https://alpedicusna.com/seggiovia/).
Infine, stanno nascendo ovunque bike park per il downhill (ma non ditelo a Telleschi 🙂 ).
Sì, sì, proprio spinti “alla rinuncia“. Certamente.
Maledetti comunisti! 🙂
P.S. Scrivere di “un sottile piacere di vendetta” riguardo alla dismssione di impianti per assenza di precipitazioni nevose grazie al cambiamento climatico, mi suona tanto come quello che si tagliò il pisello per far dispetto alla moglie 🙂
N. 8: di skilift in Italia per fortuna ne esistono ancora e se possono continuare a funzionare significa che, ovviamente con controlli periodici, non sono fuorilegge e soprattutto non sono più pericolosi delle moderne seggiovie, cabinovie e funivie. Il buon senso mi porta anzi a pensare il contrario. Si tratta in ogni caso di impianti che richiedono investimenti ridicoli in confronto a quelli faraonici per impianti moderni con portate orarie di 1000 o più sciatori all’ora, impianti che richiedono ovviamente controlli severi data la loro complessità. Non si spiega comunque perchè negli altri paesi europei gli skilift continuino ad essere numerosi e non vengano affatto considerati un ritorno ai lampioni a gas. Che siano pericolosi solo in base a leggi italiane fatte ad hoc? Che non siano un buon business per investitori alla ricerca di faraonici contributi pubblichi e di astute speculazioni immobiliari?
Molto interessante, ma purtroppo non esportabile in tutte le realtà. Ma in certe si: sul colle del Nevegal (Belluno), si continua ad investire su impianti che non possono sopravvivere per la quota troppo bassa e quindi si è pensato di fare le piste di plastica per far funzionare gli impianti anche in estate (in realtà non funziona niente).
Importante è smettere di progettare collegamenti tra i vari caroselli andando a toccare ambienti fragili e bellissimi. La montagna può essere vissuta in molti altri modi.
Tutto bello.
Cosi quella zona non sarà conosciuta solo perché ospita il più famoso bordello d’ Europa che nel nordest (e non solo) nostrano è molto conosciuto e apprezzato.
Mi guarderei solo dall’usare la dicitura di Parco Naturale. Mi ha fatto venire in mente che vicino a casa mia c’è un sedicente Parco Naturale il cui accesso avviene su passerelle artificiali e con mille regole. Ovviamente a pagamento.
Forse è diventato “naturale” pagare (per apprezzare) e muoversi lungo itinerari preparati e “messi in sicurezza” dell’umana mano d’opera & ingegno. Forse sono io che non ci capisco una mazza.
Un po’ come dire “piste da sci patrimonio UNESCO. Dicitura stra usata assieme alla promozione di tour motociclistici me “patrimonio” di ‘sta cippa…!
Tutto molto bello e condivisibile ma….
Per quel che riguarda la nostalgia dei vecchi impianti e la desiderata di un ritorno alle origini rimarcata da Crovella e Daidola è una strada impercorribile.
Gli impianti di risalita (tutti, eccetto i tapis roulant) sono da un bel po’ di anni considerati per legge mezzi di trasporto e devono obbligatoriamente avere una serie enorme di parametri di sicurezza e revisione sottoposti al controllo del Ministero dei Trasporti, che rendono inattuabile pensare a delle sciovie d’antan.
Aggiungo che il controllo, le ispezioni e i nulla osta da un paio di anni dipendono direttamente dagli ispettori del Ministero di Roma per evitare qualsiasi rischio di indulgenza o commistione con gli ingegneri regionali. E posso garantire che gli ingegneri di Roma sono molto preparati ed estremamente fiscali, per evitare in futuro le recenti tragedie che hanno coinvolto impiani a fune.
Anche la portata oraria risponde non solo a esigenze di gestione dei flussi ma anche a parametri di sicurezza. Ma qui il discorso si complica parecchio.
Insomma, è come se si desiderasse ritornare ad avere per le strade i lampioni a gas e gli omini che li accendevano e espegnevano.
Nell’Appennino Tosco-Emiliano sta provvedendo il riscaldamento globale a spingere alla rinuncia agli impianti sciistici: la neve sta scomparendo e nelle giornate invernali si scende raramente sottozero. Nella quasi totalità le stazioni sciistiche sopravvivono soltanto grazie a finanziamenti pubblici.
Negli ultimi trent’anni gli impianti dismessi (soprattuto sciovie) sono decine e decine. Purtroppo non sempre vengono smantellati: rimangono ad arrugginire.
La vista di quei rottami mi infastidisce, ma al contempo mi suscita anche piacere: un sottile piacere di vendetta.
@4 per la serie “Prali ten dür” 💪
Parole sante (sono anche io un fervido sostenitore delle stazioncine piccole e flessibili), ma occorre una generale virata del mondo dello sci verso i valori originari. Quando dico che è bene non aumentare gli impianti o addirittura togliere gli impianti mi riferisco a due fattispecie fra loro diverse: 1) gli impianti cosiddetti moderni, che sono molto impattanti e portano folle disumane di “non sciatori”; 2) per i vecchi impianti, che retino pure, se gli operatori turistici sanno resistere alla tentazione di mettere la neve artificiale e li aprono SOLO e SE c’è neve naturale (ahimè sempre più di rado…). Se però i vecchi impianti, cui io sono affezionatissimo, NON vengono proprio più usati (es per quota ormai TROPPO BASSA, quini NO neve), forse è meglio eradicarli. I tralicci abbandonati (simili a forche) sono cmq degli elementi di inquinamento antropico
Che la ricetta non sia unica lo dice anche l’autrice dell’articolo e lo ripete per fortuna la maggioranza di chi ha capacità di raziocinio. I vecchi impianti, tipo i gloriosi skilift ad ancora, sono poco impattanti, hanno costi d’esercizio molto bassi e sono più educativi degli odiosi tapis roulant per chi vuole davvero imparare a sciare. Essi rispondono inoltre a un modello di stazione “flessibile”, nel senso che li si può far funzionare solo quando c’è neve: così avviene per i “club fields” neozelandesi (stazioni sciistiche gestite da club locali) e per molti impianti gestiti in modo analogo da sci club o da alberghi in Austria, Svizzera e Scandinavia. Questi impianti riportano lo sci di discesa ai suoi valori originari, purtroppo dimenticati. Sono la neve artificiale e gli impianti moderni con portate di oltre mille sciatori all’ora, ovvero quello delle grandi stazioni lunapark, con tanto di attestati di “falsa” sostenibilità, i veri responsabili della mancanza di “vera” sostenibilità dello sci di discesa, non le piccole stazioni che si fa a gara per sradicare.
L’esempio è sicuramente virtuoso ma non credo sia applicabile tout-court. Stiamo parlando di una stazione piuttosto piccola, collocata ad una quota non elevata (mi pare che la massima elevazione fosse appena sotto i 2000 mt.). Diverso è se parliamo di stazioni a quote più elevate come Sestriere, ad esempio, con una ragnatela articolata di impianti e con un indotto “potente” che campa con i numeri garantiti dallo sci alpino non certo con il turismo green.
https://www.bergamonews.it/2009/08/05/impianti-di-valcanale-un-esempio-dellitalia-del-non-finito/117037/
Il problema c’è quando le vecchie infrastrutture non vengono smantellate (a spese delle società (fallite) che le hanno costruite). Con oneri di conseguenza a carico del pubblico che per un comune piccolo come Ardesio era (ed è) evidentemente insostenibile.
Valcanale di Ardesio docet. Una vera vergogna.
Saluti.
MS
Mi si stringe il cuore a vedere la foto dello ski lift ad ancora (due sciatore in parallelo che poggiano le loro terga sulle due estensioni arcuate in legno che partono dall’asta verticale: mi sono dilungato nella spiegazione perché “so” che esistono almeno due se non tre generazioni di sciatori che non li hanno mai visti e quindi non sanno di cosa si parla). Mi si stringe il cuore perché gli ski lift as ancora (tipici di Francia, Svizzera e Austria, più rari in Italia) sono uno degli emblemi di un0’era dello sci in cui è stato fantastico sciare: neve abbondante, poca gente sulle piste, spirito di veri appassionarti dello sci e non dell’après ski (=aperitivi, magnate, spa, disco, cuccare…). Quel mondo magico è finito da un pezzo. Giusto quindi togliere quanti più impianti possibile e, soprattutto, non costruirne di nuovi. Se le esperienze delle località dove sono già stati “eradicati” gli impianti forniscobno segnali positivi, questo dovrebbe essere un elemento che convincerà chi di dovere a togliere altri impianti