Ciao, Bisteccone!

Giampiero Galeazzi, ci saluta a 75 anni.
Covid o meno, da un po’ di tempo assistiamo purtroppo ad una diaspora. Ad uno ad uno si staccano gli anelli di quella corona che ha circondato per decenni la nostra esistenza. Amici, colleghi, compagni di cordata. Ed anche voci televisive, che però sono entrate con tale “veemenza” nelle nostre case da risultare quasi un nostro alter ego mediatico. Fra le altre cose, Torino è la culla del canottaggio italiano: le prime società remiere sono sorte qui a fine Ottocento. Spesso da noi chi la domenica va in montagna, nei giorni feriali si allena sul Po. Le due esperienze hanno molto in comune come forma mentis e approccio alla vita: fatica, sacrifici, silenzi e determinazione. In montagna come in barca, quando ci incontriamo non ci dobbiamo dire granché, ci si intende con lo sguardo: anche senza conoscerci direttamente, si fa parte della stesse comunità, dello stesso modo di pensare e di sentire.

Ovviamente lo sport del remo nel tempo si è esteso a tutta Italia e Giampiero Galeazzi (campione negli anni ’60) lo dimostra egregiamente. Per questo il caro Bisteccone (come veniva soprannominato) ha sempre avuto un posticino nel nostro cuore: lui così romanesco, caciarone e conviviale, così poco in linea con i silenzi riservati e diffidenti dei sabaudi. Eppure gli volevamo bene. Per la passione che esprimeva, una passione senza secondi fini, senza alcun tornaconto.

Giampiero Galeazzi e (dietro) Giuliano Spingardi

Una passione “vera”. Questo tipo di passione non si estingue solo perché scendi dalla barca o appendi gli scarponi al chiodo. Memorabili furono le sue telecronache delle vittorie dei fratelli Abbagnale: la sua voce ci fece alzare tutti in piedi, sostenuti dalla sua passione. Passione, passione “vera”, una dote sempre più rara nell’attuale società “liquida”: è per questo che, quando ci saluta un personaggio intriso di passione “vera”, restiamo tutti un po’ più tristi (Carlo Crovella).

video telecronaca vittoria olimpica degli Abbagnale a Seul 1988

Giampiero Galeazzi, il telecronista che ha cambiato lo sport in tv ma non è mai sceso dalla barca
di Diego Petrini
(pubblicato su ilfattoquotidiano.it del 12 novembre 2021)

Nel canottaggio bisogna essere un po’ ballerine e un po’ boscaioli, gli venne da dire una volta durante una telecronaca. Nessun’altra definizione dello sport del remo riuscirà mai a superare – in esattezza – quella frase buttata lì, come se fosse una mezza battuta, da Giampiero Galeazzi.

Con la figlia Susanna alla Canottieri Roma. Foto: LaPresse.

Il canottaggio è un mondo piccolo piccolo, fatto di lavoro massacrante e molto volontariato che produce il grande orgoglio di farne parte e quella dignità olimpica che ha ogni sport considerato “minore”. Non sarà questo articolo a svelare che Galeazzi dalla fine degli anni Ottanta agli inizi dei Duemila è stato il più grande testimonial di una pratica sportiva così antica (la Boat race Oxford-Cambridge c’è dal 1829) eppure così dimenticata, almeno nei quattro anni che separano medaglia da medaglia, quando tutti la riscoprono. Non stupisce che non trovi le parole per superare lo shock nemmeno Giuseppe Abbagnale, che Galeazzi con le sue urla ha catapultato fuori per sempre dal club un po’ carbonaro dei canottieri e ora è presidente della federazione nazionale.

L’ambiente del remo – fino ai giovani esordienti che oggi, minuscoli, saliranno su quelle barche lunghissime, pieni di paura di cadere nell’acqua gelida – sa che Galeazzi non era solo una figurina che gridava a beneficio del consueto circo del giornalismo sportivo. Piuttosto è stato quello che ha tirato fuori questo sport – “il più bello del mondo” – da un buco nero.

Galeazzi non era mai sceso dalla barca. La professione non gli aveva fatto mancare nulla – l’amicizia con Maradona, Novantesimo Minuto e la Domenica Sportiva, lo show del varietà – eppure era sempre al campo di regata che si rivolgeva la sua manica a vento. Il racconto di uno sport un po’ strano – in cui si gareggia all’indietro come gamberi, si scorre su e giù su un carrello a rotelle, si muovono gambe e braccia in un ordine apparentemente cervellotico) è diventato mitico grazie alla sua abilità di unire la competenza tecnica alla capacità divulgativa, anzi meglio alla volontà divulgativa: non vedete che è il più mirabolante di tutti gli sport? Appassionatevi con me.

La vita è come il canottaggio, pensano a volte i canottieri, forse un po’ presuntuosi: per arrivare a quegli obiettivi irraggiungibili, a vederli da qui, l’unica strada sono fatica immane e sacrifici massacranti. Un’unica gara di duemila metri, di 6 o 7 minuti, da costruire per l’intero anno con ore di perfezionamento tecnico, allargamento dei polmoni, potenziamento dei muscoli, delle gambe a dispetto di quello che sembra da fuori. Per questo Galeazzi ha sempre visto tutto come un campo di regata: le boe tutte in fila, i pontili di partenza, la torre che segnala da lontano il traguardo.

Tre anni fa, già su una sedia a rotelle, a Domenica In, disse, scanzonato e malinconico: mi restano gli ultimi 500 metri. Sembra poco e sembra tanto: è l’ultimo quarto di regata, quando agli atleti non resta che andare a cercare le energie residue, e si intende mentali più che fisiche. Ai 250 iniziano le boe rosse, quando le barche “precipitano sul traguardo” diceva lui, quando era il momento di scatenarsi.

Era stato campione italiano in doppio, con la Canottieri Roma, nel 1968 eppure non fu selezionato per le Olimpiadi di Città del Messico, una cosa che ancora dopo cinquant’anni gli faceva prendere quei cinque minuti: “Amo lo sport e lo odio per questo motivo. È stata la più grande delusione della mia vita. Meritavo di essere titolare – aveva detto ad agosto a Giancarlo Dotto sul Corriere dello SportMi brucia più di prima. Se ci penso divento idrofobo. Una delle più grandi ingiustizie sportive di sempre. Fosse stato oggi sarei andato in automatico e m’avrebbero portato le valigie. C’era un discorso politico sotto, il rapporto tra società e Coni. Se ero dell’Aniene andavo con la tromba”.

L’omaggio del circolo Canottieri Roma: in barca sul Tevere con i remi alzati

Giampiero Galeazzi: l’omaggio del Circolo Canottieri Roma: in barca con i remi alzati – Video

Dalla tribuna stampa, come se fosse in barca, Galeazzi lavorava con lo stesso cuore, con la stessa testa. Un collega del Tg1 gli disse una volta che aveva tre anime: quella popolare degli stadi, quella aristocratica del tennis, quella romantica del canottaggio. “La telecronaca di Bisteccone era un crescendo che ti lasciava senza fiato, quasi in apnea fino alla fine – ha scritto tempo fa Eugenio De Paoli, ex direttore di RaiSport – Lui, da ex canottiere, ti faceva salire in barca, il tono e l’enfasi saliva con il salire dei colpi in acqua, metro dopo metro soffrivi con lui e con i ragazzi per quel punta a punta mozzafiato”.

Sentiva addosso le gare che vedeva. Trance agonistica, lucidità, colpo da fenomeno della comunicazione. Una delle telecronache rimaste nella memoria collettiva – dopo quella degli Abbagnale – è quella dell’oro del quattro di coppia italiano a Sydney nel 2000: mentre battezza i quattro azzurri come i Cavalieri delle acque (espressione in uso ancora oggi dopo vent’anni) ed è quasi senza respiro, chiude il quadro con un’ultima pennellata raccontando di un’anatra che vola vicino alla prua azzurra “e ora non ci ferma più nessuno”.

Agli stessi Giochi, nella gara del quattro senza, l’Italia arriva seconda di poco: a bordo della barca britannica c’è Steven Redgrave, che a 38 anni prende il quinto oro in cinque Olimpiadi consecutive e infatti diventerà baronetto. La rincorsa dell’imbarcazione azzurra sembra destinata a riacchiappare la prua inglese e invece il traguardo arriva troppo presto, Redgrave e gli altri sono in anticipo di 38 centesimi. Nella battaglia navale degli ultimi 300 metri Galeazzi riesce a elencare le misure dei remi, raccontare l’attacco degli italiani, tifare per il sorpasso e sembra che faccia tutto con un respiro solo. L’Italia arriva seconda ma è “con la Storia e per la Storia” perché “questo è il canottaggio”.

Soffriva quando la Nazionale italiana di canottaggio non prendeva medaglie (“E vinciamo, finalmente!” è il grido liberatorio dopo la vittoria del quattro di coppia), non vedeva l’ora di far vedere il suo sport agli altri. Anche per questo ai Giochi di Atlanta nel 1996 finì in una mezza polemica con il direttore tecnico della Nazionale di allora perché le medaglie non arrivavano e nelle telecronache – era l’accusa dell’allenatore – diceva sempre che gli armi italiani venivano sopraffatti negli ultimi 50 metri (“e così ora tutti si risparmiano prima” era la conclusione del dt, un po’ esagerata).

Ha fatto in tempo, nei suoi ultimi 500 metri, a veder “sfondare ogni pronostico” a Valentina Rodini e Federica Cesarini, alle Olimpiadi di Tokyo, con quella tecnica perfetta che fa scuola in tutto il mondo e quel finale fantasmagorico.

A raccontare agli altri il suo sport aveva cominciato nel 1972 alla radio: Mirko Petternella – poi voce storica del rugby – dovette rimanere al palasport in cui si disputavano le gare di scherma. “E così debuttai io – aveva raccontato a Gazzetta.it – Con questa frase: ‘Qui c’è molto vento, le bandiere sembrano di legno’. Pensi che cazzata… Dallo studio Roberto Bortoluzzi disse: “Sì Galeazzi, vai avanti”. Avrà pensato: se questo è l’inizio, annamo bene… Invece me la cavai”.

In quarant’anni ha avuto tutto dalla sua storia professionale eppure tre mesi fa ancora si lamentava: “M’hanno tolto il canottaggio due anni prima di andare in pensione. Un dispiacere enorme. Diceva Lello Bersani: tutto è permesso in Rai fuor che il successo, ho pagato questo”.

La Canottieri Roma, oggi. Foto: ANSA.

Il canottaggio come casa sua, come il cuore suo. Galeazzi è Galeazzi nei racconti di queste ore di tutti, colleghi e amici, anche perché è nato in quella comunità nella quale, come succede sempre quando si dura tanta fatica insieme, si diventa tutti un po’ fratelli, si riconosce subito una intesa, prima ancora di parlare.

Dotto gli aveva chiesto cosa avrebbe voluto commentare, fosse stato a Tokyo: “Io ho cambiato lo stile d’interpretare il racconto dello sport. L’atletica leggera non è nelle mie corde. Mi sarebbe piaciuto raccontare i tornei oscuri che nessuno guarda, quelli sulle pedane, i tappeti, la lotta, queste cose qua”.

Questo è il canottaggio.

Ciao, Bisteccone!
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Ciao, Bisteccone! ultima modifica: 2021-11-15T04:24:00+01:00 da GognaBlog

1 commento su “Ciao, Bisteccone!”

  1. 1
    Antoniomereu says:

    Questo signore che dallo sport apprese anche quanto marcio c è e quanto in molti ci marciano  ha fatto scuola nell’urlare la propria passione al popolo telesportivo.
    Ora URLANO tutti ma pochi passano alla storia (televisiva);)…

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