Grandes Jorasses, Cresta di Tronchey integrale
di Ugo Manera
Nel 2025 è uscito il Tomo 6 di Mont-Blanc Granit dedicato alle scalate in val Ferret Italiana. Come autori, nomi importanti dell’alpinismo di attualità: Enrico Bonino, François Damilano, Julien Désécures, Louis Laurent.
Pur non essendo più in grado di usufruire della nuova pubblicazione per programmare delle scalate, l’ho scorsa attentamente anche perché, nei miei anni di intensa attività, ho operato molto sulle montagne della val Ferret. Leggendo le descrizioni degli itinerari riportati è sorta in me una forma di nostalgia per le guide alpinistiche del passato che sono state un po’ la Bibbia del mio alpinismo.
Sono stato un collezionista delle vecchie guide, posseggo la raccolta quasi completa delle Guide dei Monti d’Italia CAI-TCI, tutte le Guide Vallot Mont Blanc, le Guide du Massif des Écrins, le Guide des Alpes Valaisannes. Sfogliando e risfogliando quelle guide ho scoperto molte delle opportunità che mi hanno condotto a tracciare tante nuove vie e a scoprire possibilità di prime invernali e di prime italiane. Tutto questo perché quelle guide ti raccontavano tutto della montagna e della sua storia senza suggerirti nulla, eri tu a scegliere o a inventarti nuove idee. Fondamentali erano le relazioni tecniche dei primi salitori, integrate da aggiornamenti di eventuali ripetitori.
Tutte le guide che ho citato ormai sono morte da tempo ed oggi probabilmente sarebbe impossibile riportarle in vita a causa dei costi che avrebbero, per l’enorme quantità di vie e varianti che si sono aggiunte e forse anche perché sarebbe difficile trovare autori con una così vasta competenza come ad esempio sono stati Lucien Devies e Gino Buscaini.
Le guide attuali come la Mont-Blanc Granit citata, ma la stessa cosa può dirsi della guida Monte Bianco di Versante Sud, uscita nel 2020, sono sostanzialmente delle raccolte di itinerari scelti, soprattutto di itinerari recenti o molto celebri e scarsi sono i riferimenti storici. Tante vie aperte prima dell’avvento degli spit sono completamente dimenticate e probabilmente nessuno andrà mai a riscoprirle. Ciò contribuisce a convogliare tanti ripetitori su poche vie, un po’ come avviene in falesia.
Il percorso integrale della Cresta di Tronchey alle Grandes Jorasses è, tra le mie “prime” nel Massiccio del Monte Bianco, una di quelle che ricordo con maggior piacere sia per la bella scalata che per i compagni che erano con me nell’entusiasmante avventura.
In Mont-Blanc Granite vi è solo il seguente breve accenno alla nostra via: “Cresta integrale di Tronchey. VI e A2. Giovanni Bosio, Laura Ferrero, Ugo Manera, Franco Ribetti. Estate 1982 percorso integrale della cresta passando per l’Aiguille de l’Évêque“. Da notare che nella sua brevità la citazione contiene anche un errore: l’Aiguille de l’Évêque non c’entra nulla con il percorso dell’Integrale della Cresta di Tronchey.
Un po’ mi dispiace che una via che ridesta in me così bei ricordi scivoli nel dimenticatoio, mi è venuta perciò la voglia di ricostruire la sua storia durata anni soffermandomi soprattutto su personaggi noti e meno noti che ricompaiono nei miei ricordi.
La Tronchey fu l’ultima delle grandi creste delle Grandes Jorasses ad essere salita dopo numerosi tentativi culminati nel 1936 ad opera della guida di Courmayeur Elisée Croux e Titta Gilberti. Io percorsi la via del ‘36 nel 1971 con Carlo Carena (il Carlaccio) ma ne rimasi un po’ deluso perché il suo tracciato, piuttosto tortuoso, aggirava tutte le grandi torri che caratterizzano la possente cresta, toccava una sola volta il filo di cresta e presentava difficolta abbastanza modeste. In verità quella mia salita aveva anche un secondo fine; in quegli anni era in auge l’alpinismo invernale e la Tronchey non era ancora stata salita nella stagione più fredda. Con Corradino Rabbi, che l’aveva percorsa con Ottavio Bastrenta, avevamo ipotizzato un tentativo di prima invernale e questa idea aveva contribuito a spingermi ad esplorarla.
Evidentemente i nostri propositi non erano rimasti segreti perché, tramite un conoscente comune, venni contattato dalla guida Cosimo Zappelli, anch’egli interessato a quella invernale. I miei impegni di lavoro mi impedirono di approfondire i contatti e la prima invernale venne realizzata dalle guide Lorenzino Cosson, Luigino Henry, René Salluard e Cosimo Zappelli dall’8 al 10 gennaio 1973.
Pietro Giglio è figlio di un giornalista che scriveva sullo storico secondo quotidiano di Torino: La Gazzetta del Popolo, quotidiano che cessò le pubblicazioni nel 1983. Ci siamo conosciuti alla scuola di alpinismo Giusto Gervasutti dove ero istruttore dal 1965. Io ero sempre alla ricerca di compagni di cordata disponibili ad assecondarmi nelle tante idee alpinistiche che mi stavano maturando in testa e Pietro appariva determinato e bravo, così iniziammo a scalare insieme ed a ricercare obiettivi inediti, dalla Rocca Sbarua alla quasi sconosciuta catena dell’Aroletta in Valpelline, fino alla Punta Corrà sulla testata della Val Grande di Lanzo.
Poi Pietro si prese un momento di riflessione e si allontanò transitoriamente dall’alpinismo difficile: il suo posto con me venne preso da un suo amico, anch’egli allievo della Gervasutti: Piero Delmastro.
Questi era un tipo particolare, di poche parole e portato ad ironizzare su tutto, disponibile per ogni progetto; era bravo su terreno misto, di meno a scalare da primo su roccia difficile, ma questo per me non era un problema dato che mi piaceva soprattutto scalare da “primo”.
Piero è stato per me un compagno di cordata ideale. Pur essendo tendenzialmente taciturno, tra di noi vi erano sempre argomenti di discussione interessanti, sia nei viaggi in auto che nei lunghi avvicinamenti. Abbiamo realizzato insieme delle gran belle scalate e varie “prime” tra le quali ricordo con particolare piacere una via tracciata su un magnifico sperone alto 600 metri della Pointe Michelle Micheline delle Flammes de Pierre, di fianco al Petit Dru: era il 1970.
Poi un giorno Piero mi disse che, secondo lui, superati i 30 anni di età uno si deve calmare e non scapicollarsi più per combinare ascensioni. Intendeva ritirarsi dalle “competizioni” ed andare in montagna solo quando gli veniva voglia, preferibilmente da solo per evitare il fastidio di combinare e dipendere da altri. Così ebbe fine il nostro “sodalizio” e ci perdemmo di vista. Molti anni dopo venni a sapere da un suo nipote che era stato trovato senza vita nell’alloggio dove viveva da solo, stroncato da un infarto.

Intanto era ritornato all’alpinismo difficile Pietro Giglio e riprendemmo a scalare insieme. Era il 1976 e c’era in val Ferret una grande via che non aveva ancora avuto dei ripetitori: il Gran Diedro della Tour des Jorasses. Quella magnifica struttura era stata percorsa nei giorni 5-6 agosto 1970, dopo vari tentativi, da una cordata di eccezione composta da Gianni Calcagno, Leo Cerruti e Guido Machetto. Nei giorni 2 e 3 agosto 1976, Pietro ed io effettuammo la seconda salita del Gran Diedro, proseguimmo fino in vetta alla Tour e scendemmo poi lungo la “normale” delle Grandes Jorasses. Nei due giorni trascorsi in parete varie volte il nostro sguardo si era posato sulle torri della Cresta di Tronchey e l’entusiasmo per la bella scalata compiuta fece riaffiorare in me l’antico progetto della scalata integrale di tale cresta: con Pietro cominciammo ad elaborare delle strategie.
Visto da lontano il problema maggiore del nostro progetto sembrava essere il percorso sul filo di cresta della seconda torre. Pietro allora era in possesso della licenza di pilota di aeromobili leggeri e frequentava l’aeroclub di Aosta. Mi fece la proposta di fare un giro in aereo tra le torri della Tronchey per osservarle da vicino. Io, che ho sempre preferito restare ancorato al terreno, magari attraverso appigli di pochi millimetri, e non mi sarei mai staccato dal suolo se non con aerei di linea, declinai l’invito e non se ne fece nulla.
La parentesi aviatoria mi dà però l’occasione di ricordare un grande alpinista, uno de massimi esponenti dell’alpinismo del suo periodo di cui forse si è scritto e parlato in modo non proporzionale al suo effettivo valore: Giorgio Bertone. Pietro mi raccontò che all’aeroclub di Aosta aleggiava una diffusa preoccupazione per Giorgio Bertone. Giorgio era stato contagiato dalla passione per il volo con una intensità che forse superava persino quella per l’alpinismo, aveva preso la licenza di volo da meno di un anno e, a giudizio dei più esperti, tale passione lo portava a compiere dei voli tra le montagne troppo audaci per la breve esperienza maturata come avviatore. Preoccupazioni che purtroppo si realizzarono con epilogo tragico: Giorgio si schiantò con l’aereo il 6 agosto 1977 sul Mont Blanc du Tacul.
Bertone, originario della Val Sesia, approdò come istruttore alla scuola Gervasutti di Torino nel 1963 e vi rimase per due anni fino al conseguimento del brevetto di guida alpina, si trasferì poi a Courmayeur per esercitare la professione. Nell’ambito della Gervasutti legò grande amicizia con il coetaneo Gianni Ribaldone ed insieme formarono una cordata di giovanissimi tra le più forti di quel periodo. Gianni cadde poi nel 1966 salendo il Couloir Gervasutti al Tacul con due allievi della scuola.
Bertone, come guida, divenne un grande esperto di manovre di corda e di soccorso alpino. Partecipò attivamente agli incontri e sperimentazioni che portarono, nei primi anni ‘70, alla rivoluzione della catena di sicurezza della cordata che introdusse l’assicurazione dinamica. L’impegno come guida al servizio dei clienti e del soccorso alpino non frenò la sua attività di scalatore amatoriale proteso alla realizzazione di imprese dal grande valore alpinistico. Celebri le sue “prime” con il francese René Desmaison e la prima italiana della via del Nose al Capitan nella Yosemite Valley in California con il suo amico fraterno Renzino Cosson. La sua scomparsa nell’incidente aereo lasciò un grande vuoto tra i suoi grandi amici: Renzino Cosson, in primis, poi la guida Franco Garda, Gian Piero Motti ed Enrico Frachey.
In una calda giornata dello stesso agosto 1976 Pietro ed io salimmo il lungo, impervio e faticoso percorso che porta al bivacco Jachia all’Évêque. Non è certamente un luogo molto frequentato, al bivacco eravamo soli e ci sistemammo comodamente. Partimmo ancora al buio per la nostra avventura che fu breve; quando sorse l’alba ed eravamo sul filo di cresta sotto la prima torre nubi minacciose provenienti da ovest iniziarono a coprire il cielo, non ce la sentimmo di sfidare il maltempo su quella cresta sconosciuta e ripiegammo.
L’idea dell’Integrale della Tronchey mi rimase però conficcata in testa. Nei giorni 23 e 24 settembre 1978, con tre amici, ci riuscì una “prima” sulla bella parete est dell’Aiguille Centrale di Pra Sec e per due giorni ammirai alla nostra destra le ardite torri della Tronchey. Decisi allora che dovevo proprio ritornarci. L’occasione si presentò però solo quattro anni dopo quando, con Franco Ribetti, decisi che era venuta l’ora di dare un colpo decisivo alla Tronchey: a noi si unirono Laura Ferrero e Giovanni Bosio.
Voglio soffermarmi sui miei compagni di quella bella avventura. Di Franco Ribetti, grande amico e compagno di cordata ho già scritto molto e non ho altro da raccontare. Laura Ferrero aveva già realizzato varie salite impegnative con Franco e con me, molto brava nell’arrampicata su roccia (si dedicò in seguito anche alle gare di arrampicata), non andava da prima di cordata sulle grandi vie d’alta montagna. Era però infaticabile nei compiti a volte gravosi del secondo come ad esempio la schiodatura, era puntigliosa in questa funzione e raramente lasciava chiodi in parete. Era stata allieva e poi istruttore alla scuola Gervasutti.
Giovanni Bosio lo conoscevo di meno e con lui non avevo mai arrampicato. Era giunto alla scuola Gervasutti come allievo assieme a Laura e subito era emersa la sua innata abilità nell’arrampicata: nel 1974 era diventato istruttore e si distinse presto come uno dei più forti tra i giovani di nuovo ingresso. Con Isidoro Meneghin risolse l’annoso problema della via La Strategia del Ragno sulla parete dell’Ancesieu nel vallone di Forzo nel Gran Paradiso. Nell’Integrale della Tronchey condusse brillantemente la seconda cordata. Rimasi sorpreso e profondamente addolorato quando appresi, tempo dopo, che si era tolto la vita nello stesso modo praticato da Gian Piero Motti. Lo conoscevo troppo poco per intuire quali gravi cause lo portarono a quel fatale passo.
Un venerdì pomeriggio del luglio 1982 ci ritroviamo in quattro ad affrontare l’interminabile salita che porta al bivacco Jachia. Troviamo il bivacco occupato da una cordata francese diretta al percorso classico della Tronchey. Conosciuto il nostro obiettivo ci offrono di lasciarci il posto nel bivacco ma poi riusciamo a stiparci in 6 nella piccola costruzione.
Il mattino seguente, quando schiarisce, ci troviamo già alla base di un canalino che porta in cresta a valle della prima torre. Fin lì siamo saliti slegati scavalcando la crollante Aiguille de Tronchey e ci apprestiamo ad entrare nel vivo del problema. Le prime lunghezze sono piacevoli su ottimo granito e con difficoltà contenute sul IV, IV+. Sfioriamo la sommità della prima torre che è un po’ scostata dal filo di cresta e, con due difficili lunghezze lungo placche e diedri raggiungiamo un tratto orizzontale della cresta. Visto da vicino lo spigolo della seconda torre appare problematico ma, mentre assicuro Franco, mi pare di scorgere una possibilità sulla strapiombante parete che sovrasta l’orrido canalone che si infila tra la seconda e la terza torre.
La possibilità esiste: saliamo un tratto sullo spigolo poi pieghiamo verso sinistra e con tre superbe lunghezze di corda in arrampicata libera su roccia spettacolare, ritorniamo sul filo di spigolo quaranta metri sotto la cima della seconda torre. Ancora un difficile muro poi una crestina nevosa ci porta alla base della terza torre. Attacco l’ultima torre due o tre metri a destra del filo di spigolo lungo una fessura che offre un’arrampicata libera atletica e molto bella. La fessura piega a destra e porta sotto grandi strapiombi all’apparenza insuperabili. Franco continua verso sinistra, supera una placca umida e prosegue lungo lo spigolo verticale che offre un’arrampicata superba. Uno strapiombo lo ferma, con un pendolo si sposta a sinistra e raggiunge delle erosioni che consentono la sosta. Tocca a me superare il muro di placche che conduce sotto lo strapiombo terminale. Raggiunto lo strapiombo scorgo sulla destra due chiodi arrugginiti collegati da un vecchissimo cordino. Sporgendomi oltre lo spigolo scorgo una serie di chiodi molto vecchi che proviene da destra. E’ sicuramente la parte finale della variante di Lionel Terray tracciata per sbaglio dalla celebre guida francese in occasione del secondo percorso della cresta effettuato nel 1949.
Con un passo in artificiale, l’unico della via, e un tratto in libera supero lo strapiombo e raggiungo la vetta della terza torre. Il percorso integrale della Tronchey è cosa fatta, la più ardita delle creste delle Grandes Jorasses ha una via degna della sua bellezza. Ci riuniamo tutti e quattro e lentamente raggiungiamo la cima delle Grandes Jorasses mentre il sole al tramonto disegna l’ombra triangolare della grande montagna sui dolci pendii della Val Ferret. Siamo stanchi ma felici e allegri, bivaccheremo in vetta alla Walker: per la nostra compagna, che riceve le nostre felicitazioni, è il primo bivacco in alta quota.
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Ah ! nostalgie ! quand tu nous tiens.
Mi trovo confuso e coinvolto in tutte e due le analisi di Enri e Pasini. Come dice Enri tutte queste mille informazioni in diretta, di imprese sempre più al limite, anche se pur accompagnate da bellissime e impressionanti immagini , non mi fanno esaltare ne sognare come invece un tempo avveniva quando leggevo i libri di Bonatti. Sarà forse che arrampico da quando avevo 16 anni e ora ne ho 66? Oppure sarà che di queste “imprese” ce ne sono sempre di più, diventate quindi una normalità a cui ci siamo abituati e allo stesso tempo i MITI sono stati distrutti?
Oppure sarà come dice Pasini è solo un fatto di epoche e generazioni diverse che interpretano a proprio modo e con gli strumenti del momento, una passione comune che di base è sempre quella?
Istintivamente mi sento più vicino alla prima risposta. Perchè come dice Pasini plastica e avventura non stanno insieme. Ma forse non so leggere bene quello che ho intorno.
Caro Enri ti ringrazio dell’apprezzamento ma non lo merito. L a tua tesi che l’attuale sovrabbondanza di informazioni tende a ostacolare il sogno e l’innamoramento può essere valida. Però a mio parere non dobbiamo farci ingannare dalle apparenze e assumere la nostra esperienza contingente come metro di misura. Magari certe cose non fanno sognare noi perché reagiamo in modo diverso agli stimoli. Io mi emoziono sentendo la voce dell’equipaggio in rotta verso la Luna perché mi ricorda quell’indimenticabile diretta che tutti ci fece sognare. Magari per un ragazzo di oggi e’ routine. La passione degli umani credo sia la stessa, quella che animava Manera ma si manifesta in modi diverse in epoche diverse e in generazioni diverse. A me sembra di vederla negli occhi dei ragazzi che osservo nella palestra che frequento saltuariamente, anche se a per me plastica e avventura proprio non riescono a stare insieme e mi ispira di più una ravanata nell’entroterra ligure o sulle Apuane. Sono convinto che ci sia una sostanziale continuità nelle emozioni che ci animano ma gli stimoli che le evocano possono cambiare radicalmente e pure gli ambiti nelle quali si esercitano. Continuità nella discontinuità e nella differenziazione. Forse è questo il ciclo evolutivo della nostra specie in generale e forse anche della sottospecie montagnarda. Ciao.
Enri, a proposito di lingua italiana, se non mi sbaglio, prof. si scrive con una f.
Provo a seguire il commento di Pasini facendo una premessa: io leggo con interesse particolare i commenti di due persone in questo blog, di cui uno è Pasini. Innanzitutto perchè scrive in un italiano molto corretto, complesso ma allo stesso tempo estremamente fluido e musicale. Avete mai fatto caso a come le persone scrivano in italiano, esattamente come ci diceva la proff. quando correggeva uno dei nostri temi? beh, fateci caso, indice chiarissimo del decadimento attuale.
Per quanto ai contenuti, non so esattemente cosa impedisca l’innamoranento di un racconto o perfino di una notizia. Sono abbastanza certo che, almeno in parte, contribuisca il modo. Se oggi apri un sito, leggi decine di nuovi 9a (anche boulder….e non commento) ogni settimana, trovi la sequenza di qualsiasi via pubblicata nel web. Non esiste più il “sentito dire”. Quello che ti faceva accendere una fiammella dentro, il giorno dopo dovevi andarea leggere la guida, poi a vedere di persona e sul terreno, se una voce passata di parola in parola fosse vera oppure fosse solo una voce. Segni di magnesite sulla roccia che volevano dire tutto e niente, che erano l’opposto di quello che oggi è non solo un video ma l’annuncio dello stesso, come si chiama? Trailer?
No dai, come si fa oggi ad innamorarsi di questo oggi?
Per me Adam Ondra, per esempio, è uno scalatore formidabile, unico ma ciò che ti fa innamorare è altro e, in parte, risiede in quelle pagine delle guide di Gino Buscaini (e molti altri) che non solo descrivevano una montagna, ma ti permettevano di sognarla.
Oggi non è colpa di nessuno (o forse di tutti?) ma la sovrabbondanza di informazioni ed immagini a proposito di qualsiasi cosa e chiunque ha ucciso il sogno, non inteso come vuota immaginazione dell’impossibile ma come fase imperdibile del processo di realizzazione di quel sogno.
Pasqua induce a riflettere su ciò che apparentemente muore nelle sue forme precedenti ma che risorge in forme nuove e inaspettate. Le nostre piccole e insignificanti vite individuali riproducono nel loro microcosmo l’evolversi dei processi collettivi che abbiamo attraversato. Per anni, come tanti altri coetanei, ho tenuto sul comodino le guide Vallot del Monte Bianco. Quello delle salite in alta quota era tutto un “mondo”, fonte di sogni e di ispirazioni, di salite realizzate o solo tentate, di narrazioni, di immagini, di eroi e di imprese leggendarie…quasi più un Salgari per giovani adulti e ragazzi che una guida. Poi venne nel 1983 Cento Nuovi Mattini, anche lì tutto un mondo, molto diverso anche nell’iconografia, pur con qualche ironica citazione come i calzettoni e gli scarponi a suola rigida di Gian Piero Motti sullo spigolo della Sbarua. Questi due mondi sono rimasti paralleli, spesso incrociati nella frequentazione e nell’ispirazione…poi le cose si sono evolute e sempre più divaricate, c’è stato il Big Bang, nuovi “mondi” sono emersi, nuove narrazioni, nuovi miti, nuovi personaggi, nuovi linguaggi, persino nuove terminologie tecniche….mi chiedo se quel mondo, che sicuramente ha in Manera uno dei protagonisti e austeri cantori più emblematici, e’ ancora fonte di riferimento per una quota significativa dei praticanti odierni o è rimasto una nicchia dove ci siamo noi nostalgici e pochi epigoni contemporanei. Magari chi frequenta di più il fronte avanzato e non solo ormai la retroguardia potrà rispondere a questa domanda e soddisfare questa curiosità. Qui a Villa Alzheimer leggo online Climbing e per due anni mi sono pure abbonato ad Up Climbing, prima di gettare la spugna mi sono anche un po’ messo alla prova con umiltà….ho cercato di innamorarmi di questi nuovi mondi ma confesso che non ci sono riuscito, a parte le magnifiche immagini. Mi annoio, mi sembrano così ripetitive queste avventure di falesia, non riesco a sognare, ma sono assolutamente consapevole che sono io ad avere un deficit non solo fisico ma anche di innamoramento perché, oltre al calo fisiologico di testosterone, sarebbe un amore realisticamente solo platonico e voyeuristico per qualcosa non più praticabile a quei livelli. Probabilmente per altri quell’amore è rinato in forme nuove che non avremmo mai immaginato e che a volte facciamo fatica a capire.
Le cronache di Manera mi sono particolarmente care, soprattutto quelle che riguardano le sue esplorazioni nel gruppo del Monte Bianco dove è andato a “cacciarsi” in angoli remoti e poco glamour per l’epoca…e figuriamoci oggi.
Mi proiettano nel ben noto pianeta dove tutto è possibile della mia adolescenza quando mi immaginavo di percorrere le grandi vie senza sapere quanto fossero grandi.
Magistrale Manera.
Questo dovrebbe essere un blog di montagna..il resto chiacchere e chiacchere…
Solo per mancanza di informazoni, oppure scarsità di fantasia e curiosità??
Libere associazioni. Cresta di Tronchey, isola greca solare, “sole mare ouzo e sei in pole position” , ex capannone industriale di città del nord a due passi della tangenziale con musica di sottofondo e baretto incorporato. Tutti arrampicano. Apparentemente il gesto si assomiglia. Il nostro cervello però percepisce messaggi diversi e si posiziona in modo diverso rispetto al pericolo, all’attenzione all’ambiente, alle sicurezze, alle manovre, a cosa dare priorità……consciamente o inconsciamente si crea anche aspettative diverse rispetto a chi ha tracciato la via, a chi gestisce il luogo, a chi dovrebbe aiutarci in caso di bisogno…. Questo e’ il problema oggi….mondi diversi, spesso anche tipi umani diversi, che convivono, a volte si intrecciano a volte completamente separati, a volte si disprezzano. Una stessa misura di scarpe non va bene per tutti, anche se tutti hanno i piedi. Eppure si muore sempre nello stesso modo, anche nel capannone si può morire o farsi seriamente male. La ragione lo sa, anzi considera questa osservazione ovvia e banale, ma è veramente entrata nel cuore della comunità arrampicante, nella sua cultura, nelle sue regole, nei suoi riti, nei suoi percorsi di formazione e la comunità ne ha davvero ricavate le conseguenze pratiche fino in fondo, senza rimpianti, nostalgie, giudizi, pre-giudizi e graduatorie ?
Come sempre, i racconti di Manera sono dettagliate, nostalgiche e avventurose perle di bellezza alpinistica. Grazie.
Tengo gelosamente molti volumi della Guida dei monti di italia del CAI e TCI, del Bianco, delle Pennine, del Monte Rosa, con quegli schizzi disegnati, magnifici e una dovizia di particolari e dettagli, divisi fra accessi, rifugi, vie di salita. Ancora oggi quando voglio riprendere qualche itinerario, o anche solo una escursione, vado a rileggermi la descrizione su questi volumi che, oltre ad essere eccezionali per il contenuto, sono anche bellissimi.
Posti stupendi, racconto di Manera come sempre molto molto bello, dal quale si percepisce l’amore per le montagne “di casa” per noi “occidentali”. Molti anni fa da molto giovane ho avuto il piacere di misurarmi con la Tour De Jorasses. Il versante Sud delle Grand Jorasses nasce nella paradisiaca bellezza del fondo valle, con la Dora in mezzo a prati e boschi alpini che ne fanno un Eden, per diventare, via via salendo, luogo selvaggio e imponente. La Cresta di Tronchey vista da sotto fa paura solo a guardarla, al pensiero di avventurarsi su di là. Da quelle parti grandissimi dislivelli ed avventure sempre assicurati.
Uno degli aspetti più belli dell’alpinismo, il gusto della scoperta non scontata.
“Un po’ mi dispiace che una via che ridesta in me così bei ricordi scivoli nel dimenticatoio […]”
Tutto passa…
P.S. Racconto magnifico, pregno di memorie di una vita ricca!