È una data storica sotto più di un aspetto. Cinque anni fa, il 16 gennaio 2021, una squadra di alpinisti nepalesi raggiunse la vetta del K2, a 8611 metri, in inverno. Fu l’ultimo dei 14 Ottomila ad essere scalato in inverno. Un’impresa che da allora è rimasta ineguagliata.
I cinque anni della prima salita invernale del K2
Gli inverni sono passati, ma l’impresa del 16 gennaio 2021 non si è più ripetuta. In quel giorno, cinque anni fa, una forte squadra nepalese ha raggiunto la vetta del K2, la seconda vetta più alta del mondo, in inverno. Come scrivemmo all’epoca, questa salita è straordinaria sotto più di un aspetto. Gli scalatori più prolifici dell’Himalaya e dell’inverno, i polacchi, non sono stati i primi a raggiungere la vetta della seconda montagna più alta del mondo in inverno. Né lo sono stati gli occidentali, specialisti come Simone Moro o il kazako Denis Urubko. Questa squadra nepalese, che ha visto dieci uomini sulla vetta del K2, è prima di tutto l’impresa di forza dei due leader delle agenzie nepalesi.
Dietro a questa impresa, guide e imprenditori, ci sono Mingma Gyalje Sherpa e Nirmal Purja. Il fatto che tre team di Sherpa abbiano unito le forze per scalare il K2 è il segno più significativo di un cambiamento epocale: perché l’obiettivo del team Sherpa non era quello di supervisionare i clienti, di aprire la montagna attrezzando corde fisse, ma di essere i primi a risolvere questo “ultimo grande problema” dell’Himalaya, quello per cui tutti i team – soprattutto quelli polacchi – avevano lottato per anni.
“Finalmente ce l’abbiamo fatta. Abbiamo scritto una pagina di storia dell’alpinismo “: queste semplici parole la dicono lunga sull’orgoglio dei nepalesi che hanno compiuto questa ascesa. E che hanno saputo organizzarla, in modo che ogni uomo in vetta fosse sullo stesso piano. Così, l’immagine dei dieci nepalesi che si filmano tenendosi per mano, sulla cima del K2, il 16 gennaio 2021, rimarrà nella storia.
Inoltre, chi sono questi dieci uomini? Per quanto riguarda la squadra Mingma G. Sherpa, ci sono: Mingma Gyalje Sherpa, Dawa Tenjing Sherpa, Kili Pemba Sherpa. Dal lato Nimsdai, ci sono Nirmal ‘Nims’ Purja, Gelje Sherpa, Mingma David Sherpa, Mingma Tenzi Sherpa, Pem Chhiri Sherpa, Dawa Temba Sherpa. Infine, un decimo uomo, Sona Sherpa, faceva parte dell’agenzia Seven Summits Treks.
E da allora?
Il K2, con il suo freddo polare e i venti invernali distruttivi, è tornato alla sua solitudine. Poco dopo i nepalesi, una squadra di tre alpinisti ha quasi ripetuto l’impresa: l’islandese John Snorri, il pakistano Muhammad Ali Sadpara e il cileno Juan Pablo Mohr sono saliti molto in alto, più in alto del Collo di Bottiglia (8400 metri) per i primi due, il 5 febbraio 2021. Ma non sono mai scesi dal K2. Non avevano bombole di ossigeno e non sono tornati vivi.
Il seguito ha visto l’avvicendarsi di tante spedizioni commerciali, il cui successo è sempre stato dovuto alla completa attrezzatura della montagna, dalla base fino cinquanta metri dalla cima. Favorita da queste circostanze addomesticatrici, nell’estate 2024 si è vista l’impresa di Benjamin Védrines, con la sua ascensione record in undici ore senza ossigeno.
Per i nepalesi, il 16 gennaio 2021 ha segnato una sorta di culmine. In seguito Nirmal Purja è stato accusato di violenza sessuale e la norvegese Kristin Harila ha completato i 14 Ottomila in stile Nimsdai nel 2023. Con quell’atto di forza il potere economico delle agenzie nepalesi si è rafforzato: dopo gli Ottomila e il Pakistan, guide e proprietari di agenzie come Mingma G. Sherpa stanno viaggiando per il mondo con i loro clienti internazionali.
La causa principale della progressiva degradazione del valore del K2 va attribuita senza dubbio alle spedizioni commerciali, sempre più spesso gestite da imprenditori nepalesi. Le spedizioni commerciali introducono in Pakistan, facendole passare come clienti paganti, decine di portatori d’alta quota di etnia Sherpa incaricati di attrezzare la via di salita con una fila ininterrotta di corde fisse e di montare tutti i campi di quota necessari, fornendoli di ogni comfort, incluse le bombole d’ossigeno delle quali una parte considerevole non rientra al campo base. Da tenere presente che le norme pakistane vieterebbero l’impiego come portatori di quota di maestranze straniere. Una soluzione a questo inganno andrebbe individuata e messa in funzione.
Il campo base delle spedizioni commerciali al K2 offre ai ricchi clienti soluzioni abitative che rivelano platealmente il disprezzo degli organizzatori per lo spirito dell’alpinismo. Finte tende con pavimenti in legno a bagni interni, sale di riunione riscaldate e fornite di ogni confort, locali bar, musica, trattenimenti serali, ecc.
Testimonianze dirette raccontano che quasi nessun cliente ha utilizzato prima di quell’occasione i ramponi o ha scalato precedentemente qualche montagna di rilievo. Per raggiungere la vetta, procedendo lungo le corde fisse, non è neanche necessario avere la piccozza. Quando giunge al campo base, dall’alto, la notizia che un cliente ha messo il piede sulla vetta vengono lanciati petardi come plateale riconoscimento dell’arrivo in vetta.
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Concordo Matteo. Direi che le immagini della cresta terminale dell’Everest “orlata” da persone in coda siano la migliore rappresentazione di come le spedizioni commerciali siano, di fatto, responsabili dell’overturism in alta quota.
Verrebbe quasi da dire che “si stava meglio quando si stava peggio”, se non fosse che nessuno vuole (giustamente) rinunciare alla propria quota di benessere, grande o piccola che sia.
Giuliano, direi che l’alpinismo delle spedizioni commerciali assomiglia più a quello della regina Margherita sul Rosa, seduta sullo slittone trainato dagli alpini.
Solo che all’epoca era solo lei ad avere i mezzi a disposizione (in particolare un esercito), oggi sono molti di più che possono permetterselo il che fornisce un link al post di ieri sulla decrescita turistica
Cominetti, nulla da dire sul ruolo degli sherpa che preparano le vie di salita e che quindi si fanno un gran fondo schiena.
Quello che volevo evidenziare era l’aspetto legato ai clienti poco preparati per salite come quelle, aspetto che viene anche citato alla fine del pezzo.
L’ipotesi che avanzo é che le elevate cifre in gioco non aiutino a fare quelle verifiche che credo sarebbe opportuno fare per la sicurezza del cliente ma anche degli stessi sherpa.
Bosco, idee molto confuse.
Gli sherpa da sempre fanno un alpinismo di livello di prestazione fisica decisamente superiore ai più forti alpinisti occidentali.
Mettere le corde, aprire la traccia, montare le tende, cucinare e in molti casi “guidare” clienti è molto, molto, più impegnativo che salire per proprio conto.
Molti alpinisti, anche famosi, che fanno le normali agli 8000, come i clienti coi petardi dell’articolo, rientrano dichiarando conquiste fatte “senza sherpa” ma sulla loro traccia e attaccati alle loro corde.
Tutto ciò è sempre stato ridicolo, tanto da fare passare in secondo piano l’uso o meno dell’ossigeno.
Contenti loro!?
E chi li crede eroi…
Alpinismo ridicolo (o patetico).
Direi che le “spedizioni commerciali” sulle montagne piú alte della Terra stanno alle “spedizioni tradizionali” come una “salita con una Guida” sulle Alpi sta ad una “salita tra dilettanti”.
La differenza la fanno i soldi che nella prima situazione sono molti di piú rispetto alla seconda. La maggior quantitá di denaro in gioco mi pare che produca un’altra importante differenza tra il partecipare ad una spedizione commerciale ed ingaggiare una Guida per compiere una salita sulle Alpi. Chi organizza le spedizioni commerciali mi sembra si interessi piuttosto poco del livello tecnico dei partecipanti, mentre la Guida mi risulta che verifichi (giustamente) sia il curriculum alpinistico del cliente e sia il suo attuale stato di forma.