I grandi spazi dell’Appennino e delle Isole

I grandi spazi dell’Appennino e delle Isole
(pubblicato in La pietra dei Sogni, 2014)

Verso la fine della mia decennale opera I grandi spazi delle Alpi, otto volumi non solo fotografici sull’intera catena alpina, ebbi l’idea di estendere quella ricerca all’Appennino e alle Isole (comprensive di Corsica). Il masochistico progetto comprendeva ben tre volumi, ma per molti motivi non prese mai l’avvio.

Comunque, avuta l’idea e preso da sacro fuoco, nel 2003 scrissi questa presentazione:

«Il 2002, l’anno internazionale delle montagne, ha voluto sottolineare il comune denominatore che unisce le montagne di tutto il mondo. Nelle evidenti differenze di quota, di latitudine e di emisfero, i rilievi comunque si apparentano per la presenza di linee più o meno verticali, per le difficoltà di transito e di percorso, perfino per le difficoltà di conoscenza approfondita del territorio. Mentre se si guarda alle culture che sono fiorite in mezzo alle montagne, pur tra i popoli più diversi, si scoprono analogie impensate, tali da far concludere che le montagne uniscano piuttosto di dividere.

Tutto ciò non toglie che, quando si parla di montagna, in Italia il popolo settentrionale pensi subito alle Alpi e alle immagini di queste stereotipo. Si tende a dimenticare che esistono gli Appennini, una catena ancora più lunga di quella alpina, e le montagne delle isole, grandi e piccole. Anche il popolo centrale e meridionale, a meno che proprio non viva in mezzo alle montagne, tende a identificare la montagna con le Alpi.

Torri del Sirente. Foto: da guida Sentieri del Velino-Sirente, di Stefano Ardito (Iter, 2016).

Certo, esiste la parola «alpinismo» perché le prime esplorazioni sportive della montagna si svolsero sulla catena alpina: si è giudicato superfluo coniare, come s’è fatto con «andinismo» e «himalaismo», il brutto termine «appenninismo». Eppure la lunga catena appenninica non ha nulla da invidiare alla più famosa catena alpina. Certo, ci sono lunghe sezioni collinari: ma queste non hanno nessun carattere morbido, tutt’altro. Il terreno è comunque aspro, difficile, erto. Se non è boschivo, è comunque petroso: in una parola, il territorio è selvaggio. In certe zone ancor più che sulle Alpi. La quota media inferiore è compensata dalle dimensioni ancora maggiori, non mancano le pareti di roccia e le gole strette e incassate, la neve invernale: perfino vi sono i resti di qualche ghiacciaio. E poi abbiamo i vulcani e soprattutto la vicinanza al mare che, con le scogliere rocciose, crea una grandiosità del tutto paragonabile a quella alpina.

La gioia e l’emozione che si provano nella scoperta degli Appennini sono legate ai sapori della tradizione e delle grandi culture locali di un’Italia per nulla minore ma a volte un po’ dimenticata.

Pochi hanno nella propria memoria un documento visivo e completo delle infinite scorribande possibili per le valli e per le vette della catena appenninica: l’incanto dei luoghi imprigionato, ma poi liberato sulle ali delle pagine del ricordo, oppure negli scatti di una macchina fotografica guidata da un cuore che sa viaggiare per poi a suo modo raccontare.

A dispetto della grande esperienza che mi fu necessaria per scrivere Mezzogiorno di Pietra, il mio viaggio nella natura delle montagne italiane è un’impresa ben lungi da conclusione, per la quale cerco ancora, nell’ambito della storia e dell’attualità, di individuare, per tanta fatica, un senso proponibile nel Duemila ai nuovi viaggiatori di montagna. Perché occorrerà riflettere ancora sullo sviluppo del turismo aggressivo del ‘900 e sulle odierne velocità di scelta dell’obiettivo e di spostamento turistico: vorrei che il nuovo viaggiatore distillasse un tipo di viaggio più portato ad approfondire che ad allargare, più tradizionale che esotico, in cui la natura della montagna in generale non sia solo sullo sfondo della nostra esperienza ma sia comprimaria nel giocare con le nostre curiosità».

A distanza di quasi vent’anni da queste parole posso dire che il progetto dei tre volumi faccia ormai definitivamente parte del bagaglio di sogni che non ho saputo ho voluto (davvero) realizzare.

Eppure, sarà strano, ma relativamente a ciò mi sento sereno. Di certo, in questi due decenni, non sono stato con le mani in mano: forse, a desiderare anche questo, sarebbe servita una dose di bulimia ancora maggiore.

Non mi resta che augurarmi che qualcun altro si metta in cammino per realizzarlo: e se troverò qualcuno che a mio parere può essere in grado, state pur certi che glielo suggerirò…

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I grandi spazi dell’Appennino e delle Isole ultima modifica: 2022-06-23T05:13:00+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “I grandi spazi dell’Appennino e delle Isole”

  1. 2
    Fabio Bertoncelli says:

    Paolo Gallese: «Hic sunt leones».

  2. 1
    Paolo Gallese says:

    Oggi, con l’avvento dei parchi, paradossalmente lAppennino è meno selvaggio. Almeno nelle catene centrali, dove consiglio l’autunno e l’inverno per recuperare un vero senso di isolamento, i grandi spazi sono abbastanza assediati. 
    Ricordo con nostalgia gli anni 80 sui monti della Laga, prima del parco. Erano lì da sempre, ma non li frequentava nessuno. Una trentina di km selvaggi, nel vero senso della parola. 
    E a Pretare, sui Sibillini, sul finire degli anni 70, le case avevano ancora gli usci rinforzati per difendersi da cani e lupi.

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