Il richiamo del Pilastro

Il richiamo del Pilastro
di Enrico Maioni
(pubblicato su guidedolomiti.com il 16 novembre 2025)

La voce della giovinezza
4 agosto 1982 — Solitaria alla Costantini–Apollonio
Ci sono ricordi che rimangono in silenzio per anni, finché qualcosa — una frase, un luogo, un gesto — li fa riaffiorare all’improvviso. Non sempre c’è un motivo, né una logica: semplicemente tornano, e con loro tornano emozioni, immagini, sensazioni che pensavi di aver dimenticato.

È accaduto anche a me, riportandomi a un giorno in cui avevo ventun anni e la montagna mi parlava con un’altra voce: quella netta, diretta, impetuosa della giovinezza.
Era il 4 agosto 1982.

Tofana di Rozes. Al centro è il Pilastro della via Costantini-Apollonio

Cortina, primi anni Ottanta
Gli anni Ottanta sono stati per molti un periodo di musica, cambiamenti e leggerezza. Per me furono soprattutto un tempo di montagna, vissuta con quell’entusiasmo che solo i vent’anni sanno dare. Nel 1981 ero entrato negli Scoiattoli di Cortina, un traguardo che per un ragazzo del posto valeva quasi quanto una laurea, e nello stesso periodo stavo preparando gli esami per diventare guida alpina, che avrei concluso nel 1984.

Per riuscirci lavoravo quanto bastava per mettere via i soldi necessari ai corsi, e appena potevo scappavo a scalare. Non erano giornate intere come può immaginare chi legge oggi, ma ritagli rubati al lavoro e alla vita di tutti i giorni. Ogni momento libero diventava arrampicata.

In quegli anni la solitaria era parte naturale del mio modo di stare in montagna. Non era spavalderia, non era un gesto per stupire qualcuno: era un modo istintivo di stare sulla roccia, come mi veniva naturale allora.

Così, alle Cinque Torri, salire da solo la Miriam, la Olga o la Diretta Dimai faceva parte della mia normalità. All’infuori delle Cinque Torri c’erano state altre solitarie, più lunghe, come la Dimai sulla Punta Fiames o la Dimai–Eötvös sulla Rozes.

Enrico Maioni in 5 Torri nel 1978, con scarponi e pantaloni alla zuava.

Il giorno prima
Il 3 agosto 1982 ero proprio alle Cinque Torri. Ricordo il bel tempo, e quel senso di leggerezza che si prova quando il corpo funziona bene e la testa è sgombra. Stavo scendendo con la mia mitica A112 Abarth — compagna fedele di quegli anni — dal rifugio Cinque Torri quando, in un punto dove la vista si apre all’improvviso, il Pilastro Sud della Tofana di Rozes apparve davanti a me.

In quell’istante capii cosa avrei fatto: il giorno dopo sarei andato lì, da solo.
Non era un’idea covata a lungo né un obiettivo da spuntare dalla lista. Fu semplicemente una decisione immediata, una di quelle che non sai spiegare fino in fondo, ma che senti vere. E così, senza pensarci troppo, decisi che l’indomani sarei salito sul Pilastro.

La salita del 4 agosto 1982
La mattina del 4 agosto mi incamminai dal rifugio Dibona verso la Costantini-Apollonio. Procedevo leggero, senza il peso di uno zaino pieno di corde e moschettoni.
Non ricordo grandi pensieri. Di sicuro c’erano, come sempre prima di una solitaria, quei brevi momenti in cui un’immagine della possibile caduta ti attraversa la mente come un lampo improvviso.

Ma sapevo già cosa sarebbe successo: che tutto sarebbe svanito appena avessi toccato la roccia. Gli alpinisti solitari conoscono bene questa trasformazione: entri in un mondo diverso, fatto solo di respiri, prese e piccoli movimenti esatti. Il resto scompare.

Iniziai la salita. Arrampicavo con passo veloce, senza forzare, lasciando che il corpo parlasse al posto mio. In poco tempo raggiunsi la prima cengia.
Il tratto più impegnativo era quello che veniva dopo, tra le due cenge, dove due tetti delimitano la zona più strapiombante della parete. All’epoca, qui da noi, superarli in libera era qualcosa che nessuno prendeva in considerazione: si saliva in A0, tirando i chiodi.

Ecco perché, cosa insolita per le mie solitarie, avevo portato uno spezzone di corda di cinque metri e l’imbragatura. L’idea, lo ammetto, era ingenua: pensavo che assicurarmi a due o tre chiodi contemporaneamente mi avrebbe protetto se uno fosse uscito mentre tiravo. Non avevo idea di cosa fosse il fattore di caduta.

Oggi, se ci ripenso, mi viene quasi da sorridere.
Ma avevo ventun anni, e a quell’età ci si affida più all’istinto che alla fisica.
Per fortuna i chiodi rimasero al loro posto.

La seconda cengia e oltre
Raggiunsi la seconda cengia, dove trovai una cordata di tedeschi che si era fermata a mangiare qualcosa. Mi guardarono in modo strano, in silenzio, con quella miscela di curiosità e incredulità che si riserva a chi sta facendo qualcosa che non si comprende del tutto. Li salutai con un cenno della mano e continuai, senza spezzare il ritmo.

Davanti a me si apriva la “schiena di mulo”: un camino verticale e un po’ umido, anche un po’ tetro. Oggi quel tratto è più difficile perché una parte è crollata, ma anche allora non era facile.
Era un camino, profondo al suo inizio, che diventava via via più strapiombante e faticoso.
Lo superai, poi proseguii sui tiri più facili fino all’uscita della via, dove la luce sembrava più chiara del solito e l’aria più leggera.

Non provai trionfo, né euforia. Fu qualcosa di più semplice: una calma profonda, come se tutto fosse esattamente dove doveva essere.
Scendo verso il Dibona, salgo in macchina e torno a casa, con quella strana sensazione di aver vissuto qualcosa di importante senza ancora saperlo.

Ciò che rimane
Un ricordo che riaffiora
Ci sono salite che restano impresse non per il loro valore “storico”, ma per ciò che hanno rappresentato per noi in quel momento della vita. La solitaria sulla Costantini-Apollonio è una di queste. Non era una sfida, non un confronto: era semplicemente un momento della mia vita in cui salire da solo il Pilastro mi sembrava naturale.

Di quella giornata non ricordo ogni dettaglio, e avevo persino dimenticato la data esatta della salita. L’ho ritrovata solo grazie al mio amico Andrea, che quel giorno stava salendo il Primo Spigolo e mi osservava mentre arrampicavo slegato sul Pilastro. Lui è di quelli che annotano tutto: giorno, via, compagni, condizioni. Io no. Io vivevo, e basta.

Forse va bene così. Alcune giornate non hanno bisogno di essere archiviate in modo preciso: basta averle vissute.

La mia prima corda doppia. Avevo sette anni. È strano rivedersi così lontano e così vicino allo stesso tempo.

Guardare quel ragazzo
Quando oggi ripenso al ragazzo che ero nella primavera della vita, mi sorprende la distanza che sento tra lui e me. Quel ragazzo aveva una leggerezza che oggi non ho più, una spensieratezza che la responsabilità degli anni e del mestiere ha in parte sostituito con la prudenza. Ma aveva anche una purezza nello stare in montagna che ancora riconosco come mia, anche se trasformata.

E forse è proprio questo il punto: la vita di chi frequenta la montagna a lungo è fatta di stagioni diverse, ognuna con la sua voce. Ci sono giorni in cui si osa, e giorni in cui si ascolta. Giorni che raccontano la forza, e giorni che mostrano la fragilità.
Insieme, compongono un’unica storia.

Una storia che non è fatta solo di successi o di rinunce, ma di tutto ciò che sta in mezzo: i passi incerti, i passi decisi, le giornate che scegliamo di ricordare e quelle che tornano a galla da sole. Quel 4 agosto 1982 è una di queste.

Ritrovare quella via dopo quarant’anni
La scorsa estate, a 64 anni, ho salito di nuovo la Costantini-Apollonio sul Pilastro, questa volta con una cliente che non conoscevo. Mentre salivamo insieme quei passaggi che un tempo affrontavo slegato, mi sono ritrovato a pensare: “Come ho fatto, allora, a venire su di qui senza corda?” Oggi non avrei più la testa leggera e impulsiva dei vent’anni, e non tornerei su quel percorso in solitaria. Ma, paradossalmente, è proprio questa consapevolezza che mi permette di guidare qualcuno con calma, lucidità e responsabilità. Non lo dico per vantarmi, tutt’altro: lo dico perché la montagna ci trasforma, e salire lo stesso itinerario dopo decenni — con più prudenza, più esperienza e un’altra persona da proteggere — fa parte di quella trasformazione.

Estate 2024: Enrico sul primo tetto.
Inizio della Schiena di Mulo.
Cherie sulla Costantini-Apollonio.

Il filo che unisce
Forse è anche per questo che, quando ho raccontato delle due salite in cui mi sono fermato, alcuni hanno faticato a capire che quelle giornate non cancellano tutto ciò che c’è stato prima. La verità è che nessuna guida, nessun alpinista, nessuna persona è definita da un solo momento.

La mia storia non è fatta solo del ragazzo che saliva da solo il Pilastro, né solo dell’uomo che oggi, a volte, sceglie di tornare indietro.

Foto del brindisi

È fatta dell’incontro fra queste due voci: la spinta della giovinezza e l’esperienza accumulata negli anni. Ed è proprio lì, in quello spazio di equilibrio sottile e prezioso, che nasce la guida coraggiosa: non quella che non teme mai, ma quella che continua ad ascoltarsi, a scegliere, a imparare.

Il richiamo del Pilastro ultima modifica: 2025-12-20T05:48:00+01:00 da GognaBlog

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14 pensieri su “Il richiamo del Pilastro”

  1. Belle le solitarie e questa poi!Ma vuoi mettere la quasi senilità condivisa con Cherie?Leggerti è davvero un piacere e fai viaggiare e rivivere i ricordi non solo tuoi…ah Auguri!

  2. Bello e fresco, autentico e meravigliosamente giovane. Ho vissuto esperienze simili, a mio tempo, nella mia dimensione.

  3. Questa è la vita:
    Ci sono giorni in cui si osa, e giorni in cui si ascolta. Giorni che raccontano la forza, e giorni che mostrano la fragilità. Insieme, compongono un’unica storia.
    Grazie per il bellissimo racconto. 

  4. Bello, bello… Si legge d’un fiato e mentre gli occhi scorrono sulle righe si pensa, si riflette e si intinge a propri ricordi, simili per sensazioni vissute e rielaborate negli anni, distillate dalle esperienze della vita. Dal racconto emerge grande umanità ed esperienza e consapevolezza elaborate nel proprio vissuto.   

  5. Il lato poetico e profondo della solitaria arriva quando la si rivive dopo anni. Si coglie quello che al momento non avevamo concluso, pensieri che per incantesimo o, meglio, per la forte emozione s’erano ibernati nella nostra testa. Come dice Pietro Dal Prà “quando si arriva in cima è come ci fosse uno svuotamento di se stessi, un breve momento di nulla”. Col tempo la scorza si scioglie e allora si assapora e si comprende. Nella maggior parte dei casi si può affermare che ne è valsa la pena. Grazie Enrico per questa tua preziosa testimonianza, di quelle autentiche e genuine che ci fanno bene!

  6. Ricordi, visioni e crescite legati dalla stessa persona.Giu il cappello all’uomo ed all’alpinista. Grazie. 

  7.  Bravo cugino, il tuo racconto tocca le corde del cuore. Ed è bello che tu ci racconti il Pilastro 40 anni dopo, non come oggi, con scalate sparate sui social ancor prima di essere concluse. Grazie!

  8. Grazie per questo racconto mi ha fatto rivivere un momento e un avventura importante. Sono particolarmente legato alla Costantini- Apollonio al pilastro della  Tofana, è stata la mia prima via in Dolomiti. Erano i primi anni 80. 

  9. Quanta bella saggezza Enrico, e come mi vedo anch’io in queste parole!

  10.  Che bello ! Il tuo scritto è pieno di umanità, di autenticità e di profondità d’animo. Grazie! 

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