Il sorriso dell’Orco
di Marco Milani (1995)
Alla Kleine Scheidegg mi sento oramai di casa, ma tutte le volte che ci arrivo mi fa sempre l’effetto di essere a Disneyland. Il trenino, simile a quello di una giostra, spalanca le sue porte a 2000 metri e, avvolto dagli effluvi di wurstel e patatine, vieni inghiottito da una marea umana che rappresenta tutte le etnie presenti sul pianeta, ordinatamente riunite nel pellegrinaggio profano alla montagna.
Tuttavia basta allontanarsi anche di poche centinaia di metri dai marciapiedi della stazione per ritrovare dietro l’angolo la montagna, quella vera. Le altre volte che sono venuto qui era per scalare la parete nord dell’Eiger, attirato più dalla sua fama sinistra piuttosto che dalla bellezza dell’arrampicata. Basta poco, un’ora di cammino, e vieni avvolto dall’ombra della gigantesca muraglia, passando, come in un diaframma spazio-temporale, dai tavolini affollati della stazione al gelido abbraccio della parete.
Oggi però sono solo, Alessandro non ha potuto accompagnarmi, ma la salita che mi aspetta è più semplice. Il sentiero che imbocco non porta verso l’ombra dell’Eiger ma verso i prati solari dello Tschuggen, un cucuzzolo erboso ideale per fotografare i giganti dell’Oberland. Anche questa volta il distacco dalla Kleine Schei degg è netto, il vociare della folla scompare in un attimo e l’odore dell’erba prende il sopravvento.
Il tempo è perfetto, l’aria limpida mi fa già pregustare i colori del tramonto. So bene quanto è difficile incontrare le giuste condizioni non solo per scalare, ma anche per fotografare questa montagna, visto che le volte precedenti che ho piantato la tenda alla Kleine Scheidegg ho aspettato giorni e giorni per vedere il sole.
Quando devio lungo i pendii dello Tschuggen intravedo qualche nuvola, ma non m’importa molto. L’attenzione mi si concentra invece sul compagno di gita, un camoscio che alla mia stessa altezza, un centinaio di metri più in là, punta anche lui alla vetta dello Tschuggen. Qualche sguardo reciproco per valutare il compagno e poi via, per chi arriva primo. Mentre accelero il passo, in gara con il camoscio, sento liberarsi l’energia che arriva dalla competizione.
So bene che rischio di passare per squilibrato, ma ciò che mi spinge a vagabondare tra le montagne, per scalare o per fotografare, non è solo ricerca ma piuttosto competizione. Si tratta spesso di una gara dove in realtà non si vince mai e gli avversari variano di volta in volta: me stesso, la montagna, la pellicola, un camoscio.
La parete nord dell’Eiger. Foto: Marco Milani

Questa volta mi sembra di avere delle concrete possibilità di vittoria, il camoscio avanza con noncurante lentezza e scompare dietro il crinale erboso qualche metro più in basso di me. Sento di avercela fatta, oggi ho vinto io. Il camoscio riappare, in vetta, guardandomi con curiosità dall’alto in basso e chiedendosi probabilmente come faccia un umano divenire così paonazzo semplicemente camminando su di una montagna. Quando arrivo in vetta allo Tschuggen l’animale è già distante e sta scendendo con tranquillità, mostrandomi il sedere, mentre oramai il cielo è coperto da una spessa coltre di nuvole.
Bene, un’altra giornata persa. La vetta dello Tschuggen, ricoperta di erba, è l’ideale per sdraiarsi a guardare il cielo, sperando che prima o poi un raggio di sole torni ad illuminare le montagne.
L’Eiger mi sta beffando ancora una volta. Nessuna montagna mi ha mai trattato in questo modo. Due volte sono arrivato fino a metà della parete; la prima volta una brutta caduta del compagno ci ha costretto a tornare a casa con una gamba rotta, mentre la volta seguente l’orco si è liberato di noi con una scarica di sassi apocalittica, tagliandoci una corda e facendoci capire che se non ce ne fossimo andati in fretta era pronto ad inviarcene una seconda, più decisiva.
Maledetta montagna, non solo scalarti ma anche fotografarti è difficile.
Il tempo passa, le nuvole sono sempre fitte e si muovono pigramente; in lontananza si apre ogni tanto uno spiraglio di azzurro, ma è solo per un attimo e lontano dalle montagne. Con il trascorrere delle ore la rabbia della sconfitta fa posto alla rassegnazione di dover tornare quassù: un’altra giornata, un lungo viaggio, un’altra scarpinata in un posto che conosco fin troppo bene.
Va bene Eiger, hai vinto tu, anche questa volta.
Ripiego il cavalletto, metto le macchine fotografiche nello zaino, me ne vado. Con la coda dell’occhio intravedo uno spiraglio tra le nubi, un raggio di sole orizzontale disegna sulla parete un sorriso di luce. Per un attimo l’orco sembra sorridermi, con quel baffo luminoso che attraversa la parete nord, ma l’attimo è sufficiente: 1/125 di secondo e la montagna è mia.
Va bene Eiger, forse ho capito. Facciamo pace, niente più gare. Chissà, magari un giorno tornerò a scalarti.
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Bello. Niente più gare. La montagna, il camoscio ci danno momenti di rara bellezza con generosità. In realtà non chiedono nulla in cambio. Nulla. Loro sono lì, comunque. Incuranti di come noi li vediamo. Di noi.