Il va e vieni di arrampicata e alpinismo
(mode e tifoserie)
Il free climbing è stato “out”
Nell’introduzione al mio libro 100 Nuovi Mattini (1981), una pubblicazione che ha avuto un grande successo e quasi inspiegabilmente continua ad averlo anche oggi, perfino presso alcuni giovanissimi, esprimevo alcune considerazioni “filosofiche” al riguardo del free climbing e al nuovo tipo di arrampicata (di quel tempo) che erano il nocciolo del libro.
Tra le altre cose parlavo di ri-creazione, contrapposto a ripetizione, proprio per sottolineare quanto fosse importante che ciascun “ripetitore” avesse la sua propria esperienza, sia spirituale che tecnica. Basilare per il free climbing era, oltre alla progressione in arrampicata libera, non tanto l’usare il minor numero di mezzi di assicurazione quanto l’usare il minor numero di mezzi “fissi” di assicurazione, compresi i chiodi, quasi un’anticipazione del concetto di clean climbing.
Allora mi sembrava quella l’unica evoluzione possibile nel campo dell’alpinismo e dell’arrampicata su roccia.
Mi sbagliavo!
I fatti e gli anni dopo hanno dimostrato che, a parte alcune eccezioni come Valle dell’Orco e Val di Mello, la stragrande maggioranza delle falesie dell’Europa continentale ha visto il diffondersi dell’arrampicata sportiva in modo massiccio, con la quasi pressoché totale attrezzatura a spit di ogni luogo arrampicabile!
E, soprattutto, l’arrampicata sportiva è diventata di moda, nei discorsi, nei media, ovunque. Per quasi trent’anni l’arrampicata sportiva e plaisir hanno dominato la scena, sono state “in”, mentre l’arrampicata tradizionale e il free climbing palesemente erano “out”.
Questo non ha evidentemente significato il totale abbandono del free climbing: nelle due zone citate prima abbiamo avuto grandi eccezioni alla regola, per non parlare dell’arrampicata britannica che ha continuato a navigare imperterrita verso mari sempre più impegnativi ed eticamente rigorosi.
Già da una quindicina d’anni si registra un movimento di recupero dell’arrampicata tradizionale, nei discorsi, nelle imprese, nei top climber, in internet e, naturalmente, anche nella media degli appassionati di arrampicata.
La curva sinusoidale
Questo gradito ritorno d’interesse per le arrampicate prive o quasi prive degli “infissi geotecnici”, come dispregiativamente Ivan Guerini chiama gli spit, mi ha fatto riflettere ancora: o io ero stato veggente, ma con eccessivo (trent’anni) anticipo, oppure di norma l’evoluzione arrampicatoria si muove su una linea sinusoidale, con picchi positivi e negativi cui le opposte tifoserie danno un significato positivo o negativo a seconda delle proprie preferenze. È ovvio che ciascuno di noi attribuisce significato “negativo” (la curva in basso) proprio a ciò che gli piace di meno.
In passato ci sono stati molti esempi di quanto vado ipotizzando.
Il primo che mi viene in mente è la contrapposizione tra Paul Preuss, il Cavaliere dell’Ideale, che predicava l’assoluto rispetto per la montagna e lealtà nel gioco con la roccia, non giustificanti l’uso di alcun chiodo, e i suoi contemporanei, alpinisti altrettanto bravi, che però ammettevano, per il progresso, l’uso dei chiodi. E parliamo di gente come Hans Dülfer, Angelo Dibona, Otto Herzog, Hans Fiechtl, praticamente tutti i migliori d’ante guerra.
Un secondo esempio è la contrapposizione tra alpinismo “occidentale” e alpinismo “orientale”, quindi “occidentalisti” e “orientalisti”. Tra infuocate polemiche e scritti al vetriolo, i primi dicevano dei secondi che erano capaci solo di salire scimmiescamente dei “paracarri” (le Dolomiti), mentre i secondi ribattevano che i primi si cimentavano solo su montagne che in realtà erano dei cumuli di sassi, sia pure alti di quota.
Un terzo esempio vede il confronto tra l’artificialismo degli anni ’60 e il momento rivoluzionario del Nuovo Mattino, da una parte, e il recupero dell’impossibile da parte di Reinhold Messner ed Enzo Cozzolino (solo per citare i più importanti).
Il Nuovo Mattino, ideato da Gian Piero Motti, era l’abbattimento della conquista a tutti i costi in favore di un meno eroico ma senz’altro più esperienziale atteggiamento di rispetto; Messner, con l’uscita del fondamentale articolo L’assassinio dell’impossibile, condanna le salite artificiali, non tanto come le importanti realizzazioni che erano state fino a quel tempo, quanto perché intrinsecamente condannate a non produrre più alcuna evoluzione; Cozzolino, con le sue salite-esempio nelle Dolomiti, diede una sferzata d’energia, fu una ventata di novità, per poter ritornare a vedere cordate di alpinisti con più peso in muscoli e coraggio che in ferraglia.
L’importanza del momento negativo
Indipendentemente da “quale” negatività e positività, quindi indipendentemente dalle fazioni, entrambi i momenti hanno saputo dare alla storia dell’alpinismo e dell’arrampicata grandi imprese. Non mi voglio dilungare in esempi, non ne abbiamo bisogno: ci sono state le grandi imprese di Preuss come quelle di Dülfer; la via Hasse-Brandler alla Nord della Cima di Lavaredo è importante tanto quanto la Philipp-Flamm alla Nord-ovest della Civetta, ecc.
Insomma, l’antitesi è importante e necessaria tanto quanto la tesi, come non ci può essere un alto senza il basso, un buono senza il cattivo.
La sintesi
Ogni contrapposizione, ogni discussione faziosa, hanno sempre trovato nella sintesi storica la propria risoluzione. E questa sintesi è sempre stata un qualcosa d’imprevedibile, cosa che rispecchia peraltro la nostra recita quotidiana in un mondo di cui non sappiamo nulla, tanto meno come è nato e come finirà. Come possiamo prevedere il futuro se siamo del tutto ignoranti del presente, o ancor peggio crediamo di conoscerlo? Siamo attori, recitiamo la nostra parte, ma ci sfugge ciò che invece la Regia sa benissimo.
E per provare quanto effettivamente la sintesi sia sempre stata imprevedibile, e comunque abbia sempre avuto caratteri diversi da tesi e antitesi, riprendiamo i nostri tre esempi per vedere come le contrapposizioni si sono storicamente risolte.
Chiodo-non chiodo dell’anteguerra è stato responsabile nientemeno che dell’era del Sesto Grado, cioè della Scuola di Monaco e dell’immediata risposta italica.
Occidentalisti e orientalisti ha prodotto la “globalizzazione” dell’alpinismo: per un Riccardo Cassin che, formatosi indubbiamente sui “paracarri”, conquista Nord-est del Badile e Walker alle Grandes Jorasses, ecco un occidentalista come René Desmaison salire nel 1959 la via dedicata a Jean Couzy sulla Cima Ovest di Lavaredo, un capolavoro che insegnò molto al mondo degli “orientalisti”. E che dire degli americani che arrivano alla Sud dell’Aiguille du Fou e alla Ovest del Petit Dru? Che dire degli inglesi Joe Brown e Don Whillans che salgono la Ovest dell’Aiguille des Blaitières? Globalizzazione, oggi sempre più totale.
Artificiale-Nuovo Mattino ha prodotto ciò che davvero non era prevedibile: l’assoluzione dello spit in quanto quasi unico responsabile di un vero e potente innalzamento di livello delle difficoltà: quando nel 1970 io e tanti altri, Messner e Cozzolino compresi, pensavamo che il chiodo a pressione (antesignano dello spit) non avrebbe mai portato ad alcuna evoluzione, anzi questa ci poteva essere solo con la rinuncia al perforatore, ecco che gli anni ’80, ’90 e i primi due decenni del terzo millennio si sono incaricati di dimostrarci esattamente il contrario!
Fuori dalle Alpi
In Himalaya (e mi fermo solo a questo macro-gruppo, ma si potrebbe coinvolgere nel discorso tutto l’alpinismo extra-europeo) negli ultimi quarantacinque anni sono state “in” la moda e la tendenza dello “stile alpino”, del capsula style e in generale della leggerezza di esecuzione. Non più assedi alle montagne con tempi dilatati, migliaia di portatori, ossigeno, ritmi militari, bensì esattamente il contrario; mentre in Europa si celebrava il trionfo dello spit, del plaisir e dell’arrampicata sempre più difficile ma “sicura” a tutti costi, in Himalaya il trend era esattamente opposto, cioè avventura, full immersion e isolamento a tutti i costi!
E questo è tanto più vero se si osserva la fazione “opposta” della frequentazione alpinistica dell’Himalaya, cioè la spedizione “commerciale”, dove ancora il fine giustifica ogni mezzo, dove i soldi sono più importanti dell’esperienza alpinistica, dove corde fisse, portatori e ossigeno sono ancora gli attori principali della scena e dove la comunicazione in tempo reale si appropria dei record più bislacchi.
E in tutto questo è interessante osservare che le stesse menti che giudicavano folle un’arrampicata senza spit in Europa, consideravano lo stile alpino in Himalaya l’unica pratica degna dello scenario!
Nessuna preveggenza, neppure per trad e sport-plaisir
Dunque, al seguito di questi 45 anni, non sappiamo cosa arriverà, né personalmente azzardo alcuna ipotesi. In questi tempi di contrapposizione tra sport/plaisir e trad possiamo solo limitarci a sorridere di quanto siamo capaci di scaldarci…
Una battuta: perché non chiamare d’ora in poi l’arrampicata sportiva/plaisir con un nuovo termine, “admin”?
L’admin climbing (abbreviazione di arrampicata degli amministratori) si giustifica nel fatto che è l’unica forma di arrampicata che i nostri “amministratori” possono concepire, nell’illusione che sia uno sport in “sicurezza”, da tutti praticabile in qualunque zona di competenza amministrativa!
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Chiedo veramente scusa, non mi si interpreti male.
Il solito dire ‘ho fatto’ …sto cercando di impedirmi che mi esca di bocca. Ho umilmente camminato fino alla Margherita, ho salito il Corno Bianco per la via più facile… ecco, queste sono le mie espressioni.
Se dico che ho fatto il monte bianco… trattasi del dolce di castagne cioccolata e panna!!!
Un caro saluto anche a chi non mi perdonerà… ma a 73 anni licet sorridere.
Matteo, era una battuta…
Beh Alberto, io non uso bulloni cordinati però direi che la mia attrezzatura per arrampicare è ben distante da “alcune migliaia di euro”!
beh…si può sempre ritornare ad usare bulloni usati coi cordini come si faceva un tempo.
“per praticarlo in sicurezza devi avere alcune migliaia di euro di disponibiltà “
Ohellamadonna! Echecciai friends e nut placcati oro??!
Il nuovo mattino l ho sfiorato, avendo iniziato ad arrampicare nell 80, motti frequenteva le pareti, ma non arrampicava piu così come la maggior parte degli altri.. l unico attivo era grassi, e diciamo che sicuramente non eta un nemico del buco nella roccia noi ragazzini eravamo interessati principalmente ad arrampicare…il clean aveva un difetto era costosissimo.. l attuale ondata di amore per il trad per quanto sportivamente molto interessante si trova difronte allo stesso problema per praticarlo in sicurezza devi avere alcune migliaia di euro di disponibiltà cosa che in realtà si discosta non poco dai personaggi del nuovo mattino… Per dire che io non vedo questa moda attuale come un evoluzione di quel movimento ,ma un fenomeno nuovo e a se stante, dunque “bon voiage’
Però esiste un minimo denominatore comune a tutti gli stili, a tutte le epoche, a tutte le aree geografiche ed in ogni caso non risponde alle logica del bene/male o giusto/sbagliato…..e cioè per fare qualcosa bisogna allenarsi……ora non mi dilungo spero sia chiaro
Veramente si dice “Ho fatto il Monte Bianco”, così non si sa se a piedi, scalando, in elicottero, correndo…
Siamo allo sbando, tic toc e Instagram fanno passare video davvero imbarazzanti di pseudo neo arrampicatori che con enfasi pubblicizzano avventure inesistenti a pagamento o semplicemente inneggiando al gesto come andare a giocare 2 ore al tennis…
quello che dice Ratman è interessante, e già qualcuno, in epoca passata , aveva detto qualcosa di simile.
Volendo veramente proporre l’idea di “ricreazione” con un certo senso, e non come vuota chiacchera, bisognerebbe promuovere l’idea che le prime salite, oltre ad essere totalmente trad, clean, non venissero recensite, descritte fotografate.
Dici: ho salito il Monte Bianco.
Non dici: ho salito il monte bianco dal pilastro , 7a m8 Ai 5 etc etc.
Solo così lasci la montagna veramente intatta.
Però è impossibile: l’ego si rattrapisce l’alpinismo finisce.