Il (vero) senso di una cascata

Il (vero) senso di una cascata
di Luca Castaldini
pubblicato su Sportweek del 4 maggio 2019
Foto: cortesia The North Face

Un metro e mezzo. Cosa volete che sia un salto di un metro e mezzo? In condizioni normali è legittimo domandarselo, ma Toru stava per compiere quel gesto in condizioni tutt’altro che abituali, costretto ad abbandonare con un balzo una delle due pareti che si affacciano sulla cascata Shōmyō (la più alta del Giappone, con i suoi 340 metri d’altezza) per approdare all’altra. Toru Nakajima, climber giapponese di professione come i quattro compagni della spedizione, stava per affrontare quel balzo – comunque imbragato, quindi in condizioni di discreta sicurezza – cercando intanto di tenersi in equilibrio su una superficie completamente bagnata a ridosso del fragoroso e potente getto d’acqua verticale. Ma il difficile sarebbe arrivato dopo, cioè superare il fatidico metro e mezzo di acqua a cascata per atterrare sul masso che aveva, lì vicino, davanti a sé. Fortunatamente a Toru, come a un grande ginnasta al termine dell’esercizio agli anelli, il salto riesce senza problemi. La sua esultanza liberatrice è emblematica. Non era facile riuscirci, e le braccia alzate rivolte verso i compagni lo dimostrano. Planando senza scivolare può consentire alla spedizione di risalita della Shōmyō di ripartire. Non si poteva più restare su quella parete, troppo infide le condizioni per continuare a sfidarla.

Toru Nakajima e James Pearson studiano la cascata.

Tutti per Toru
Su Toru avevano puntato gli altri membri della spedizione, con il britannico James Pearson e la compagna francese, di cordata e nella vita, Caroline Ciavaldini in testa. Oltre a loro, a Nakajima e a Matty Hong, del gruppo faceva parte il secondo giapponese Yuji Hirayama, altro fortissimo atleta dal lungo curriculum di successi tra falesia e Coppa del mondo. Tutti avevano concordato di chiedere a Toru, come loro atleta del Team The North Face, di andare avanti perché tutto in quel momento sembrava far presagire la fine ingloriosa della missione. Nakajima sembrava tra tutti l’atleta più portato a compiere quel salto provvidenziale.

Anche perché stava succedendo quello che i climber convertiti al sawanobori meno avrebbero voluto: iniziava a piovere.

Caroline Ciavaldini su Shōmyō
Toru Nakajima
Matty Hong

Per sawanobori (sawa=torrente, nobori=scalata) in Giappone si intende la pratica di scalare i corsi d’acqua in senso opposto alla corrente. Una delle ragioni per cui questa specialità dell’arrampicata è tipica soltanto (o quasi) del paese nipponico risiede nel tipo di roccia che vi si può trovare, più squadrata e vulcanica di quella invece più erosa e levigata, e di conseguenza maggiormente ingannevole, che è tipica delle pareti europee.

Al di fuori di questo paese di tentativi di risalita delle cascate praticamente non c’è notizia. Tra l’altro proprio in Giappone la specialità si tramuta in una sorta di rito, una sfida alla natura decisa per immergersi completamente in essa.

Yuji Hirayama
James Pearson
Caroline Ciavaldini

L’allarme tifoni
Il gruppo di atleti – tutti con lunghe carriere costellate da eccellenti risultati ottenuti sia nell’arrampicata su roccia, sia su pareti artificiali – una volta lasciata Tokyo («E senza neanche la possibilità di smaltire il jet lag…») si era diretto a Tateyama, cittadina della prefettura di Toyama distante poco meno di 400 km a nord-ovest dalla capitale. Le previsioni meteo, come se non bastasse il grado di difficoltà dell’ascesa, parlavano di perturbazioni probabili. Viene addirittura ipotizzato il “rischio” di tifoni. La classica, sospiratissima finestra di bel tempo, insomma, non è prevista. Per arrivare in cima alla Shōmyō il gruppo ha valutato la necessità di fermarsi una notte a dormire in una piccola grotta individuata all’incirca a metà del percorso, un luogo quantomeno riparato, ma comunque ad alto tasso di umidità, dove tutti avrebbero potuto alimentarsi e trascorrere la notte. Questo protrarsi della salita per due giornate, però, sommata alle brutte previsioni meteo, non avrebbe affatto semplificato il compito del gruppo.

Prime lunghezze sulla cascata Shōmyō
James Pearson in uno dei passaggi più complessi della Shōmyō.
Caroline Ciavaldini sulla cascata Shōmyō

Scesi con la funicolare e finita la preparazione dei materiali e del cibo necessario (tra cui non potevano mancare i noodles), il gruppo inizia quindi a risalire il torrente. Tra gli accorgimenti necessari ci sono quelli legati alla scelta delle calzature e dei guanti. Alla fine tutti hanno concordato sulla necessità di portare guanti simili a quelli usati per il giardinaggio e due paia di scarpe, da alternare a seconda dei momenti: oltre alle tradizionali da arrampicata con suola ingomma, sarebbero servite le waraìji, la cui suola in feltro avrebbe permesso appoggi – un po’ – più sicuri a contatto con le superfici bagnate. «Quando eravamo sulla funicolare, sentivamo che la gente, guardandoci un po’ stranita, si poneva quella domanda» rivela Caroline. «La solita domanda, intendo: ma chi glielo fa fare?».

Il riposo notturno all’interno di una piccola grotta posizionata a metà circa della cascata.

Come apicoltori
Una volta diventato impossibile camminare, Pearson e gli altri iniziano a confrontarsi con l’attraversamento dell’acqua e con la scalata della parte inferiore della cascata, trovandosi così ad affrontare le condizioni, a dir poco scoraggianti, determinate dall’altissima umidità, dalla presenza di insetti di ogni genere (non a caso si erano dotati di speciali cappelli simili a quelli utilizzati dagli apicoltori), oltre che dai rivoli d’acqua e dalla fitta coltre di muschio che nasconde ai loro occhi buona parte della parete. «Abbiamo sperimentato un altro modo per entrare potentemente in contatto con la natura», è stato uno dei commenti di Pearson. «Questa esperienza mi ha fatto prendere consapevolezza dei miei limiti. Ho trascorso un po’ di tempo in Giappone, ho apprezzato lo stile di vita del suo popolo. E ho notato in quale modo i miei amici giapponesi si comportino durante l’arrampicata. Ecco, tutto questo mi ha fatto capire che io ho ancora una visione del mio sport abbastanza limitata. Adesso so che non c’è differenza tra una parete asciutta, una fradicia o una Big Wall: alla fine della giornata, in tutti i casi, sarà sempre stata arrampicata e quelle rimarranno “solo” delle pareti». Poi il ragionamento del britannico “scende” dalle pareti per raggiungere ogni luogo del pianeta. «Questo vuol dire che possiamo aprire gli occhi alle visioni che hanno del mondo popoli a noi lontani. In questo modo potremo smettere di definire quei modi di vedere il mondo “strano” o “folli”». James pensava di sfidare una cascata nel senso sbagliato, in qualche modo ha scoperto il senso della vita.

Il senso di percorrenza delle cascate
di Carlo Crovella

Il tema enunciato dal titolo contiene in sé un duplice quesito, ovvero: quale senso abbia il percorrere le cascate e in che senso di marcia si possano o addirittura si debbono percorrerle.

Parto dall’analisi del secondo punto per cercare di illustrare il primo. Ho già avuto modo di raccontare che mi sono imbattuto nel torrentismo (come inizialmente si chiamava il canyoning) verso la fine degli anni ’80 (https://gognablog.sherpa-gate.com/torrentismo-in-piemonte/), durante i miei soggiorni in Valsesia presso la scuola di kayak di Maurizio Bernasconi. A latere del “core business”, costituito dai rinomati corsi di kayak, si aggirava un gruppo di personaggi che solo apparentemente risultavano collaterali. In alcuni casi si trattava di alpinisti/arrampicatori riciclati in un seconda vita: mixando la mentalità dei canoisti (appassionati ricercatori di acqua mossa) con i prerequisiti alpinistici, si creò in modo più che naturale un interessante gruppo di torrentisti della prima ora, almeno per quella zona, con esplorazione sistematica dei corsi d’acqua nelle valli laterali a quella principale. Furono giornate molto “piene”, cui mi agganciai anche io, portando successivamente la nuova idea anche in Val di Susa, peraltro confinante con la zona di Briançon, dove si era creato un altro importante centro autoctono di sviluppo della disciplina in questione.

Quando si era all’inizio dell’esplorazione dei torrenti, non era così assodato, come invece lo è al giorno d’oggi, il senso di percorrenza delle forre: salirle o scenderle? Molto dipendeva dal background dei singoli individui: i canoisti replicavano la ricerca dell’acqua mossa e quindi erano fisiologicamente portati a pensare di “scendere” un torrente, anche senza l’uso del kayak. Al contrario gli “alpinisti/arrampicatori” riproponevano il modello a loro più abituale che prevedeva dapprima la salita e, a seguire, la discesa, magari grazie ad un sentiero più facile.

Quando mi sono agganciato all’attività, la scelta non era ancora irreversibile. Nel giro di pochissimo tempo, però, prevalse nettamente la preferenza per la discesa, che ovviamente garantisce maggior divertimento grazie a tuffi, toboga e corde doppie a fianco delle cascate (a volte anche “sotto”). Questo è il canyoning come lo conosciamo da alcuni decenni e ormai non ci piove che scendere i torrenti (anche in assenza di flussi d’acqua) sia la scelta più sensata.

Non sono in genere le cascate, specie se di notevole altezza, che forniscono gli elementi da luna park tipici del canyoning più ludico, quali i tuffi o gli scivoli bagnati (toboga), ma certo il tema se salire o scendere le cascate ha avuto peso nel far prevalere una delle due scelte. In effetti arrampicare su rocce bagnate e scivolose per gli schizzi di una cascata non riesce a competere con il piacere (e la maggior sicurezza) collegato alla corda doppia che si compie per discendere la medesima cascata.

Nella mia frequentazione trasversale a moltissime attività praticabili in montagna, mi sono dedicato con sistematicità anche al torrentismo, nel frattempo conosciuto da tutti come canyoning. Da tanto tempo mi sono quindi convertito alla discesa di torrenti e forre. Oggi sarebbe impensabile andare letteralmente controcorrente e ipotizzare di risalire un torrente.

Torrente Sorba (affluente del Sesia): arrivo al termine di una doppia. Foto: Scuola Sesia rafting.

Tuttavia mi è rimasto un barlume di rammarico per il primissimo periodo del “mio” torrentismo, quando non era così eretico risalire i torrenti. Si trattava più che altro di una forma molto ruspante di escursionismo esplorativo, che mi ha permesso di attraversare zone davvero incontaminate sia delle isole del Mediterraneo, sia dietro casa, cioè nelle Alpi occidentali.

Oltre ad alcune forre che ho personalmente risalito in alta Val di Susa, uno dei più noti torrenti esplorato (ben prima di me) in salita è il torrente Chiussuma nei pressi di Carema, sul lato sinistro orografico della bassa Val d’Aosta. Aggirando per i facili fianchi i tratti più ostici (quelle scese dai canyonisti “veri”), la percorrenza di questo torrente in salita, anziché in discesa, migliora la resa del divertimento, perché riempie le giornate estive con una “bella” escursione, insolita e impreziosita dalla possibilità di prendere lunghi bagni nelle polle anche profonde: bagni in costume, ovviamente (ma anche senza), e non bardati da canyoning. Infatti qui (se si segue l’approccio descritto) muta, giubbetto salvagente, imbrago e corda sarebbero solo d’impaccio e toglierebbero quasi tutto il bello dell’escursione.

I francesi, che ne sanno sempre una più del diavolo, hanno coniato il termine “baignades” per distinguere queste escursioni acquatiche dal canyoning vero e proprio. Completo le informazioni segnalando che anche in Sardegna da un po’ di tempo sta emergendo questa modalità alternativa di frequentare i torrenti, con o senza flusso di acqua corrente sotto ai piedi.

La cascata Shōmyō, qui nel luglio 2018. Foto: wikipedia.com

Tuttavia si tratta di eccezioni, consigliabilissime, ma è superfluo sottolineare che il canyoning “serio” si pratica indiscutibilmente in discesa. Ciò permette di ottimizzare il divertimento collegato all’acqua mossa e di affrontare al meglio le difficoltà alpinistiche del percorso.

Per questi motivi mi ha molto incuriosito scoprire che in Giappone esiste, invece, la disciplina particolare del sawanobori.

Yuji Hirayama e James Pearson
Toru Nakajìma durante la salita della cascata Shōmyō, la più alta del Giappone (340 m).
Uscita in cima alla cascata Shōmyō
Materiale per sawanobori in vendita a Tateyama

L’arte del sawanobori
a cura della Redazione

L’arte del sawanobori – o arrampicata sul torrente – è stata praticata per secoli nelle parti più densamente boscose del Giappone, le sue radici risalgono a un’epoca in cui i viaggi tra i villaggi di montagna vedevano la gente del posto seguire il corso del fiume, invece di ricavarsi faticosamente un passaggio attraverso la fitta vegetazione tropicale. Molto più che un semplice canyoning al contrario, richiedeva l’abile traversata delle pareti di burroni, guadare e nuotare nelle gole e, cosa più spettacolare, l’arrampicata sulle cascate.

L’introduzione di moderne strade e passi di montagna non hanno placato la sete di affrontare le strutture a cascata del Giappone. Né il senso di spiritualità che ne deriva.

Anche se è ancora relativamente estraneo all’Occidente, se entri in un negozio di outdoor giapponese si può trovare una sezione, dedicata alle attività sawanobori, che offre scarpe con suola di feltro, mute, guanti di lana e informazioni guida a chiunque cerchi di scalare queste meraviglie naturali e avvicinarsi alle sacre divinità che, secondo le credenze shintoiste, dimorano in questi potenti corsi d’acqua.

James Pearson

Non sono una persona particolarmente sensibile” dice James Pearson Ma ho sicuramente percepito la forza pura di trovarmi in quelle cascatePer me, [l’acqua] è il luogo da cui proviene l’elemento spirituale di sawanobori. Mi sentivo solo… piccolo. E umiliato, dal potere della natura. Essendo lì con quel peso d’acqua e quel suono, tutto si muove intorno a te e ti sembra vivo. Senti che Madre Natura è lì e quanto è potente in confronto a noi. Ci lascia giocare e dilettarci. Ma se ci avviciniamo troppo, andiamo troppo veloci o perdiamo il minimo rispetto, non esiterà a spazzarci via“.

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Il (vero) senso di una cascata ultima modifica: 2021-07-01T05:54:00+02:00 da GognaBlog

6 pensieri su “Il (vero) senso di una cascata”

  1. 6
    albert says:

     Esperienze primi  anni ‘7o, in campeggio libero allora praticabile accanto a torrenti ( non rivelo quali ):   una prima immersione senza tuta neoprenica  in torrente e preferibilmente sotto cascatella, poi  insaponata Marsiglia o  Ajax ondata-blu , drastica ,con  schiuma spessa 10 centimetri, seconda immersione prolungata cronometrata   per risciacquo …e gara di resistenza…fino al livelli di ipertermia , con the caldo pronto a rianimare. Foto in biancoenero riservate al gruppo. Non si divulgava..Poi ci capito’ pure qualcosa di simile al  n.2…temporale accanto a parete..rigata da innumerevoli cascate infarcite  di sassi….  promettemmo  un ex voto ,  ma optammo poi per piu’ semplice  doppia grappa al mugo ….appena raggiungemmo fradici  un rifugio .Per gli scarponi…parecchie copie di quotidiani uso carta assorbente…
    .

  2. 5
    Alberto Benassi says:

    Dopo aver visto il video, il mio commento è:“Che s’hada fa’ pe’ campà”.

    direi proprio di si.

  3. 4
    Fabio Bertoncelli says:

    Dopo aver visto il video, il mio commento è:
    “Che s’ha da fa’ pe’ campà”.

  4. 3
    Alberto Benassi says:

    bel mi muschio bello spesso e piumicio.
    Sai che bel presepe che ci verrebbe.
    Anni fa mi son divertito a risalire l’Orrido di Botri in Garfagnana. In salita non è proprio semplice.
     

  5. 2

    Negli anni ’90 mentre con il mio compagno di cordata stavamo percorrendo gli ultimi tiri della via Tempi Moderni in Marmolada, scoppiò un violento temporale, di quelli che però, anziché finire velocemente lasciandoti una bella serata limpida, non sono invece che l’inizio di un paio di giorni di pioggia intensa. Vista la portata idrica della situazione decidemmo a malincuore di calarci sotto la pioggia torrenziale. Più scendevamo e più la parete sopra di noi convogliava rivoli d’acqua che diventavano fragorose cascate condite da massi di roccia svolazzanti che il rombo dell’acqua aveva almeno in buon gusto di non riuscire a fare sibilare. Privati di questo fastidio, ma non dell’eventuale effetto meccanico del sasso sul corpo, scendevano veloci lungo le corde doppie con la netta sensazione di essere strappati dalla parete dalla spinta dell’acqua con soste e tutto. Bersagliati dai sassi che esplodevano qua e là e prendendo fiato con la testa fuori dal getto d’acqua dove si poteva, ci spiegammo della formazione geologica delle caratteristiche rigole nella roccia che tanto caratterizzano certe lunghezze di corda della parete d’argento. Peccato che le si possa apprezzare da asciutte perché ci era sconosciuta la tecnica nipponica del sawanobori. Non vidi mai più, per fortuna, la morte in faccia per qualche ora come in quell’occasione. Intercettato il traverso della via Vinatzer, da dove l’acqua cadeva con portata vicina a quella delle cascate angolane del Duke de Braganza, prendemmo le soste della via Fortuna,  forse anche ispirati dal nome e dal fatto che ne avessimo estremo bisogno per sopravvivere. Lì la parete strapiombava un po’ e l’acqua sopra di noi faceva un salto verso l’esterno cadendo a una trentina di m dalla base della parete, mentre noi ci calavamo su di essa sovrastati da un tetto d’acqua spesso e dominante costantemente. Quando ormai a notte fonda mettemmo i piedi a terra e ritirammo le corde per andarcene circondati dalla roccia su un lato e da un muro d’acqua sull’opposto, eravamo esterrefatti del vederci ancora vivi mentre i nostri corpi fradici era come se non ci appartenessero più per il freddo e la paura. 
    Io realizzai d’essere vivo il giorno seguente, il mio amico Sandro Pansini credo che decise in quell’occasione di dedicarsi solo all’arrampicata sportiva.

  6. 1
    Antonio Arioti says:

    Anche da noi si sente ultimamente parlare di risalita di torrenti (non di cascate) e questa è per certi versi una novità nel senso che se prima qualcuno lo faceva non lo pubblicizzava.
    Imparo adesso, tramite Carlo Crovella, dell’iniziale dubbio riguardo al canyoning (salire o scendere?) e condivido la logica secondo la quale abbia prevalso la discesa.
    E’ però altrettanto probabile che quanto evidenziato nell’articolo, il diverso tipo di roccia, abbia giocoforza contribuito ad indirizzare una scelta la quale, in condizioni diverse e per quanto magari scontata, avrebbe potuto lasciare maggior spazio ad una speculare attività di nicchia.
    In ogni caso interessante.

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