Incontri ravvicinati di nuovo tipo

Incontri ravvicinati di nuovo tipo
di Laura Hoz
(pubblicato su Rivista della Sezione Ligure del CAI, n. 2 – 2019)
(disegno dell’autrice)

Il ragionier Giovanni Battista Villa in una bella mattina di ottobre decise di andare a fare una passeggiata sui monti dietro casa sua. Prese il suo bastone di nocciolo, che lui stesso si era tagliato ornandolo poi di graziosi fregi, e si incamminò per un sentiero nel bosco. Era allegro e si sentiva in pace con il mondo. I primi colori dell’autunno si intonavano perfettamente alla sua vecchia cacciatora, alla camicia a scacchi e ai calzoni grigioverdi. Di quel sentiero conosceva ogni pietra, ogni albero e ogni cespuglio, tante erano le volte che lo aveva percorso.

Ad una svolta, vide due escursionisti che a passo svelto gli venivano incontro. Si appoggiavano atleticamente ai loro bastoncini da trekking ed erano entrambi abbigliati con eleganti giacchette rosso-nere su cui G.B. notò diversi stemmi ed iscrizioni, per cui suppose che si trattasse dei soci di qualche club sportivo. Come si usa in queste circostanze, i tre si salutarono e si scambiarono commenti sul tempo e sulla bellezza dei luoghi.

– Eh sì – disse G.B – questi posti sono sempre incantevoli, anche per me che li frequento da una vita.
– Allora lei è un EDLD! – esclamò uno dei due.
– Scusi?
– Voglio dire un escursionista di lunga data.
– Proprio così. È da quando avevo sei anni che percorro i sentieri dell’Appennino. Ho cominciato con mio papà…
– Ma allora lei è un vero EIAAP!

G.B. rimase interdetto.
– Voglio dire escursionista in ambiente appenninico – spiegò l’altro.
– Certo. Ma tante volte sono stato anche sulle Alpi…
– Allora lei è anche un EIAAL! Cioè un escursionista in ambiente alpino!

G.B. fissò con più attenzione il suo interlocutore: non sarà stato matto per caso? Proseguì: – Una volta non avevo molto tempo per girare per i monti, finché lavoravo…
– Era dunque un EIEL: escursionista in età lavorativa!

G.B. ignorò l’interruzione: – Poi, da quando sono andato in pensione…
– EIEDP! – esclamò l’altro – Escursionista in età di pensione!

Anche questa volta G.B. finse di non sentire e proseguì.
– Vado spesso con i bambini…

A questo punto il secondo escursionista, che fino a quel momento non aveva detto niente, apostrofò inorridito G.B.: – Lei porta in giro i minori!

G.B. impallidì: – Sì, i nipotini, i loro amici…
– Ma lei ha la patente?

Questa volta G.B. si seccò: – Certo che ho la patente! Cosa vuole, che guidi senza patente?

– Ma no, intendevo il diploma, l’attestato di NEANA: nonno escursionista accompagnatore di nipoti e affini.

G.B. sbottò: – No, non ho l’attestato! lo, al mattino, quando vedo che è una bella giornata, vado dai bambini e dico: dai ragazzi, andiamo a fare una sgambata con il nonno!…

L’altro lo guardò con commiserazione: – Lei ha un bel coraggio! A questo punto il primo escursionista, che mentre il compagno parlava aveva continuato a fissare G.B. con uno sguardo ironico, si rivolse al collega e gli disse, come se G.B. non fosse stato lì: – Certe persone sui monti non dovrebbero proprio andare…

E infatti G.B. non era più lì. Mentre quei due parlavano tra loro, lui era indietreggiato pian piano fino a una svolta del sentiero e, quando era stato sicuro che non potessero più vederlo, aveva incominciato a correre, correre, correre…

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Incontri ravvicinati di nuovo tipo ultima modifica: 2020-06-07T05:46:07+02:00 da GognaBlog

20 pensieri su “Incontri ravvicinati di nuovo tipo”

  1. 20
    DinoM says:

    L’articolo in questione mi sembra davvero bonario e spiritoso.Vorrei cogliere l’occasione per rassicurare coloro i quali continuano ad avercela con gli istruttori del CAI. Tra non molto non ce ne saranno più per una molteplicità di motivi che non è difficile immaginare e potrete poi constatare se il risultato sarà positivo o negativo. Io penso sarà negativo anche perché spesso, molti dei critici che poi sono diventati fortissimi e critici, hanno dimenticato i loro inizi. Quindi tranquilli che sparare sugli Istruttori e come tirare alla Croce Rossa. Completamente indifesa e indifesi.  E’ tranquilli, ormai di patacche ce ne sono talmente tante che le nostre ormai non fanno più colpo su nessuno!

  2. 19
    Roberto Pasini says:

    Per noi milanesi d’antan NBC (Non Bisogna Cadere) è anche il nome di una via allo Zucco dell’Angelone a Barzio, il cui nome giocava sul doppio significato riferito ai battaglioni NBC nei quali aveva prestato servizio uno degli apritori. Un gioco d’annata, dunque, anche se sicuramente più contenuto nella frequenza. 

  3. 18

    Il problema degli acronimi c’è perché ogni ambito ne conia di utili per se, senza sapere se già ne esiste uno uguale. Mi spiego con un esempio: una società di ingegneria torinese (sabauda!) si chiama KKK che da sempre è l’acronimo di Ku Klux Klan. Una cosa non leggerina. Perché non ci hanno pensato? 
    Dalle mie parti si ascolta una radio che si chiama NBC. Quando ero militare era la sigla dell’addestramento alla guerra Nucleare, Batteriologica, Chimica.

  4. 17
    Paolo Gallese says:

    Proponendo un’interpretazione diversa, non credo che questo linguaggio abbia tanto a che vedere con una contrapposizione generazionale. 
    È un linguaggio che caratterizza, più che una burocratizzazione, che pur è innegabile, le moderne modalità di gestione delle grandi organizzazioni. 
    Al di fuori del mondo della montagna, tutte le organizzazioni complesse sono definite, nelle loro componenti organizzative ed umane, attraverso acronimi. 
    È una forma di management delle organizzazioni?
    Non so, ma se dovessi scrivere qui gli acronimi (tutti rigorosamente inglesi) che oggi caratterizzano il mondo della scuola e dei musei (i miei ambiti di lavoro), potrei riempire una pagina fitta.
    Se volete poi lo faccio. 

  5. 16
    Carlo Crovella says:

    @Pasini: ottimo spunto, ma qualcosa di mio sul tema c’è gia’. Anzi, direi che c’è molta roba in giro. Se ti capita di trovare, tipo su eBay, il mio libro esaurito “La Mangiatrice di uomini (e altri racconti)”, dentro incapperai in un racconto intitolato “La Traccia” dedicato al tema confronto padre-figlio e la montagna. Se cerchi qui sul blog “Pan e ciculata” troverai altre analisi romanzate sull’argomento, mixate con ricordi familiari. Idem per “Montagna scuola di vita”.  Su Altri Spazi troverai “La Montagna è severa”. Sono i primi che mi vengono in mente, magari esistono anche altri testi. Però tutta roba molto sabauda, per stomaci d’acciaio. Astenersi se si detestano le tematiche sabaude. Buona serata a tutti!

  6. 15
    Lusa says:

    AS CDM: la patacca per Crovella.
    Accompagnatore sabaudo compagni di merende 🤣🤣🤣🤣

  7. 14
    Roberto Pasini says:

    @Crovella. Padri, figli e montagna. Tu spesso hai parlato di tuo padre, Gogna recentemente del suo e Cominetti lo ha ripreso in un suo commento. Tema complesso e difficile. Non da blog. Era mio padre.. Ho riletto recentemente l’ossessione dell’Eiger del figlio di John Harling e ho letto anche la biografia di Tommy Caldwell “The Push” dove parla spesso di suo padre, che si vede anche nel film. Edipo frequenta anche lui le montagne e fa capolino anche dove meno te l’aspetti. Chi ne è capace potrebbe scriverci sopra qualcosa. Tu sei più bravo di me. Potresti provarci. 

  8. 13
    Carlo Crovella says:

    Uccidano pure il padre (metaforicamente, s’intende!), ma prima provino almeno a comunicare con lui. Qui mi limito sempre e solo ai temi della montagna, anche se la considerazione varrebbe a 360 gradi. Se parlano un “idioma” tutto loro, non ci si può comprendere per definizione. Poi alla fine rimpiangeranno. Da qualche parte avevo letto l’evoluzione del rapporto con il padre:
    – a 15 anni: vaffanculo
    – a 20 anni: te lo faccio vedere io come si vive con successo
    – a 30 anni: beh, prima di prendere una decisione la tua opinione potrebbe “anche” interessarmi
    – da 40 anni in poi: perché non ci sei più?

  9. 12
    roberto.pasini@mondaymorning.it says:

    @Crovella. Forse è un po’ presto per valutare cosa è passato e cosa no. Bisogna aspettare. Io ho avuto rapporti dificili con i miei “vecchi” e ora che sono vecchio io mi accorgo quanto di loro c’è in me. Ogni generazione deve “uccidere” il padre per trovarsi la sua strada, salvo poi onorarlo e rivalutarlo. Spunti interessanti sul rapporto col padre ci sono stati ultimamente anche sul blog. Poi non bisogna lasciarsi sviare da aspetti secondari come il linguaggio, gli abbiglianenti o alcuni riti. Cambiano nel tempo e non sono così rilevanti ma si vede solo alla fine o guardando le cose dalla cima dei monti.

  10. 11
    Carlo Crovella says:

    @ commento 7: se riferito a me, qui è impreciso, nel senso che mi limito a segnalare l’incomunicabilità con le nuove generazioni, mentre quando io appartenevo alle allora nuove generazioni alpinistiche, con le nostre generazioni precedenti c’era molta osmosi di concetti, idee, esperienze ecc. Non sto dicendo che eravamo sempre d’accordo, mi ricordo certe discussioni anche accese con i miei “vecchi”, ma c’era dialogo e alla fin fine sono state più le cose che abbiamo imparato noi giovani da loro di quelle che abbiamo rifiutato. Magari ce ne siamo resi conto anni e anni dopo. Ora, specie nel campo della montagna, riscontro un muro tirato su dai “più giovani” e spesso questo muro è costituito da sigle, acronimi, termini incomprensibili ecc. Ascoltandoli, l’impressione è che sigle, acronimi e termini incomprensibili siano da loro utilizzati per “escludere” chi non è del loro giro, tutto qui.

  11. 10
    Giuseppe Balsamo says:

    Articolo dalla verve ironica molto divertente (e niente male anche la vignetta).
    Mi pare calzi a pennello indosso a una parte del CAI, quella più “irreggimentata” a cui piacciono queste cose.
    Voglio tuttavia pensare – forse ingenuamente – che nel CAI vi sia rimasta ancora una parte di iscritti mossi da autentica passione e che se ne infischiano di sigle e siglette (e c.d. “patacche”).
     
    Comunque ho scoperto di essere sia un EIAAP che un EIAAL, nonchè aspirante EIEDP!
    Son soddisfazioni… 🙂
     
    P.S.
    E’ interessante lo spunto di Merlo al commento #1 sugli specialisti.
    Però, più che agli specialisti, a me questo articolo fa venire in mente l’ omologazione e la certificazione a tutti i costi.
    Pratiche che non sarebbero un problema di per sè, ma che lo diventano quando da un mezzo vengono confuse con il fine.

  12. 9
    Roberto Bozzo says:

    Non tanti anni fa’ alla Ligure si potevano contare circa 300 elementi fra istruttori, aiuto istruttori, aiuto aiuto istruttori e passacarte vari, tutti impegnati alla ricerca della patacca, ovvio che per accontentare tutti qualcosa ti devi inventare. Il risultato e’ che manca solo il corso di cercatore di lumache con adeguata sigla… Qui leggiamo considerazioni che riguardano cambio generazionale e tecnologie avanzate. In linea di massima il giovane sarà sempre un passo avanti nel padroneggiarle e di questa attitudine, questa capacità, ne possiamo vedere il riflesso in vari e altri ambiti. Purtroppo spesso e’ d’obbligo lasciare il passo a chi e’ più avanzato ma con meno esperienza. Riguardo la tecnologia non dimentichiamo che molto probabilmente e’ la responsabile dell’immensa tragedia che sta’ colpendo l’umanità, la tecnologia diffusa che ci rende così uguali e felici doveva essere fermata circa venti anni fa’. Un saluto a tutti.
     
     

  13. 8

    Il tempo passa, con pro e contro, come sempre è stato. Fermarsi a credere che il proprio sistema sia l’unico applicabile limita l’evoluzione. Questo, secondo me, in linea di massima. L’incomunicabilità tra generazioni tocca sempre una parte mentre l’altra scorre. Non è detto che quella che avanza sia costituita dalla maggior parte ma evidentemente non è una questione di numeri.
    Essendo il Cai composto perlopiù da vecchi (anagrafici o di mentalità) è normale che tutto ciò che è giovane non venga capito.
    Nei miei ricordi di ormai pluriventenne (ma non vecchio come Crovella che aveva 30 anni molti decenni fa, come ha scritto) ci sono gli scarponi che il Cai voleva farmi usare sulla roccia di Finale ancora nei primi anni ’80. Per fortuna insistetti con le superga risuolate a casa con l’aerlite. Quelli degli scarponi li vedo ancora e sembrano i miei nonni un po’ più grassi. 
    Ognuno comunque ha i suoi gusti.
     

  14. 7
    Roberto Pasini says:

    Io invece candidamente confesso che questa menata del continuo contrapporre il passato come positivo e il presente come corrotto e degenerato mi ha davvero stufato. È sempre la stessa storia che si ripete ad ogni cambio di generazione. Non si potrebbe smetterla per una volta e cercare di capire il presente per quello che, anche mantenendo un approccio critico? 
    PS. Sull’uso degli acronimi ricordo che su un famoso e popolare simbolo religioso c’èra scritto INRI. Così narra la leggenda…esagerati e criptici anche loro? 😃 

  15. 6
    palms says:

    Non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca, ma la montagna non ha bisogno – di questo – del CAI, la società invece sì, ne avrebbe proprio necessità.
    Si trova davanti invece una mentalità decrepita, ben oltre i limiti delle problematiche fisiologiche delle grandi organizzazioni.
    YouTube un esempio perfetto.
    I filmati del CAI, spesso interessanti e importanti, grazie all’archivio e alla storia che hanno, vengono messi in rete solo a una certa precisa ora di un preciso giorno, come annunciato, e tenuti in rete per un numero limitato di ore.
    Il modello della televisione di 50 anni fa.
    Intanto internet è arrivata, ha creato pubblico e opportunità per chi abbia contenuti, che si può scegliere liberamente di vedere quando è possibile, quando fa comodo…
    Sì, proprio quell’internet, quello YouTube che, ci scommetterei, già si vantano di usare anche loro…

  16. 5
    Matteo says:

    Per fortuna esistono anche i AMTI, Anarchici Mal Trà Insemaa, che vestiti a caso vanno su di lì e giù di là senza preoccuparsi di nulla, solo per godendosela in pace.

  17. 4
    Carlo Crovella says:

    Anche io me la  sono davvero goduta a leggere questo bel contributo, spassoso e arguto. 
    Aggiungo una valutazione diversa rispetto ai commenti precedenti. E’ vero che il CAI si è infinitamente burocraticizzato negli ultimi decenni, con una molteplicità di sigle e acronimi, e io primo trovo lo trovo fastidiosissimo. Tuttavia questo fenomeno è molto più generale del solo CAI: anzi mi sono scontrato con incomprensioni anche maggiori nei confronti di individui che del CAI non fanno proprio parte. Specie su temi di montagna io incontro notevoli difficoltà a comunicare con le generazioni più giovani di me proprio per la loro propensione a schematizzare in archetipi preconcetti. La tendenza a parlare solo più con sigle/acronimi è la sintesi “prefetta” (“prefetta” in termini negativi, ovviamente) di tale fenomeno generale, cioè ne è solo la punta dell’iceberg. Anche liomitandoci al solo livello del linguaggio, spesso si crea un mix fra sigle, termini italianizzati tratti dall’inglese, altri termini ottenuti dalla realtà informatica e applicati, per estensione, alle tematiche montane (con diverse varianti fra arrampicata, sci, alpinismo ecc.). Insomma un’incomprensibile modo di esprimersi che impedisce ogni passaggio di esperienza dalle generazioni più anziane a quelle in rampa di lancio. L’articolo fotografa bene il problema: il pensionato alla fin fine molla i due agguerriti viandanti e se ne va felice e spensierato per conto suo. Mi ci riconosco. Stiamo purtroppo assistendo ad una rottura della trasmissione generazionale di esperienze e visione della montagna, anche nei risvolti spiccioli. Per me questo è il vero e grave problema e faccio ricondurre a ciò molti degli errori che vengono commessi dagli “agguerriti”. Se le nostre generazioni, quando noi avevamo 20-30 anni (ovvero diversi decenni fa) avessero alzato, nei confronti delle generazioni precedenti, lo stesso muto che c’è oggi da parte dei più giovani, non avremmo imparato o quanto meno non avremmo imparato così in fretta. Io sono estremamente riconoscente verso quelli che prima ancora che istruttori di montagna sono stati per me “Maestri di vita”. Oggi ho spesso la sensazione che il voler utilizzare un linguaggio incomprensibile (costituito appunto di sigle, acronomi, termini “strani”, ecc ecc) sia la cartina di tornasole del voler rifiutare il dialogo intergenerazionale. Peccato che si perda la trasmissione delle conoscenze, anzi pardon del know-how. Saluti a tutti

  18. 3
    Massimo Silvestri says:

    Che meraviglia questo post!
    Qualche anno fa qualcuno si era presa la briga di raccogliere tutte le sigle presenti in ambito CAI: tre (3) pagine di sigle, una sopra l’altra …. !
    Io ne uso solo una, quando vado a camminare e non sono allenato (succede purtroppo molto spesso): il “PVP variante del PDAS”!
    Come, non sapete cosa è il “PVP variante del PDAS”?
    Ma è il Passo da Vecchietto Paralitico variante del Pàs De Aca Stràca! (*)
    Di solito quando uno mi supera sui sentieri per lo meno sorride !!
    Poi ho spesso pensato, sulla stessa linea di pensiero, di farmi fare una bellissima maglietta con la scritta “PigrecaU'” (**) sul davanti e sulla schiena …. ossia “PIGRU’ ” (alias pigrone, lazzarone ….. in dialetto bergobresciano ….).
    Se non si sorride un pò …… !!
    Saluti,
    MS
    (*) per i non orobici: il Pàs De Aca Straca è il Passo della vacca stanca …… al rientro a valle alla fine del periodo di alpeggio …. penso che ora sia chiaro …. 
    (**) non so come immettere il carattere greco nel testo …

  19. 2
    Paola Cesco - Frare says:

    Come la fai tragica, Lorenzo Merlo! Io ci ho visto solo una parodia di quello che, purtroppo, è diventato il CAI, con tutte le sue ridicole sigle e patacche che tanto inorgogliscono quelli/e che le portano. È questa la ragione principale per cui me ne sono allontanata, assieme a tutta la burocrazia che da questo consegue. Io continuo ad andare in montagna con giudizio, senza bisogno di andarci con il CAI, senza bisogno di sapere che patacca ha chi mi accompagna, solo fra amici che da una vita lo fanno., dove ognuno è responsabile delle proprie azioni e felice di condividere l’ esperienza.
     
    Aggiungo anche che ritengo molto stupido rifiutare aprioriisticamente le conoscenze di chi sa più di me in settori e argomenti a volte fondamentali per la nostra esistenza, e cerco di attenermi alle regole dettate dalla loro esperienza. 

  20. 1
    lorenzo merlo says:

    Questo accade con gli specialisti.
    Entri in una delle loro caselle e parte il loro protocollo di verità successive.
    Se non hai niente diventi malato o questo e quello.
    E se credi abbiano più dititto di te stesso di capire te stesso, ci credi, e ti adegui a ciò che dicono.
    Un asino a scuola, un incapace in qualche attività, un incompetente se non hai titoli, uno stupido se parli senza sapere, un malato anche se ti senti bene, un fuorilegge se non ti inchini a tutto, un rifiuto se non hai seguito la via che hanno indicato, un ciarlatano se dici cose che non stanno nelle loro caselle.
    Il potere degli specialisti è nascosto dal nostro stesso accredito nei loro confronti.
    La nostra cultura è fondata su quel potere, sospeso sopra un vuoto abisso di relazione umaniste.
    Esso impedisce a tutti di conoscere se stessi, di percorrere nella vita una storia evolutiva.
    Non ne hanno interesse, da divinatori diverrebbero servitori.
    Ciò che affermano è sacro.
    Non dubitano di se stessi, ne noi ne dubitiamo.
     

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