Italcementi, si alzano le barricate

Comitato e petizione in Valle dei Laghi (TN) contro la riattivazione della linea di cottura.

Italcementi, si alzano le barricate
di Giorgia Cardini
(pubblicato su L’Adige del 10 luglio 2021)

Riaccendere il forno dello stabilimento Italcer menti di Sarche? Tornare a respirare un’aria che in passato era pregna di polveri contenenti di tutto? “No, grazie”.

Lo dicono abitanti e imprenditori agricoli della Valle dei Laghi che hanno costituito un comitato contro la riattivazione della linea di cottura dell’impianto situato nel comune di Madruzzo. Italcementi spa dal 2016 è parte dell’Heidelberg Cement Group: un colosso da 3 mila siti produttivi, 53 mila dipendenti, 17,6 miliardi di fatturato.

Lo stabilimento di Sarche, che dal 2015 opera solo come centro di macinazione dopo la scelta dell’impresa di disinvestire nel sito, riprenderà la produzione a ciclo completo da gennaio 2022, per rispondere – ha spiegato recentemente il direttore tecnico di Italcementi, Agostino Rizzo – alle opportunità che caratterizzeranno il mercato italiano del Nord-est. Il progetto prevede che a Sarche siano investiti in questi mesi 5 milioni di euro e assunte 30 persone, per produrre 250 mila tonnellate di cemento all’anno.

Lo stabilimento italcementi a Sarche di Calavino, nel comune di Madruzzo: sullo sfondo, i vitigni “bio”.

Ma, appunto, contro “Golia” si sta muovendo “Davide”, con alla, testa gli agricoltori che guidano il biodistretto della Valle del Laghi. In vista c’è una petizione con raccolta firme per fermare la ripresa della produzione. Perché? Perché l’industria figlia degli anni Sessanta, disseminati di ciminiere anche nelle valli alpine, non va d’accordo con i tempi moderni, con lo sviluppo “green” imboccato con decisione in valle, con l’accoglienza turistica che sta spingendo l’Apt del Garda a chiedere proprio alla valle dei Laghi di entrare nel suo ambito, con la tutela della salute.

E perché agricoltori e residenti, che sono andati anche in Comune e Provincia a chiedere lumi e si sono sentiti rispondere “qui nessuno ci ha comunicato nulla”, non si fidano di un controllato che sarebbe anche controllore, di un’azienda che programmerebbe ed eseguirebbe «quando e come vuole – dicono – i controlli ambientali».

E, a stare a quanto raccontano sull’impianto messo in funzione per la prima volta 57 anni fa, è difficile dar loro torto. 1964: una data che ricorda bene Marco Pisoni viticoltore che ha imboccato la strada del biologico vent’anni fa per la cantina di famiglia, a Pergolese.

«Avevo tre anni e mi ricordo molto bene che la mattina, sui davanzali, trovavamo un dito di polvere nera: andammo a Trento coi trattori, a protestare. La cosa fece effetto e in quegli anni furono apposti i primi filtri all’impianto». La situazione fu risolta? «Sa, fatta la regola, si trova sempre la scappatoia: i filtri si intasano, e allora si disattivano, si dice che bisogna cambiarli ma intanto si va avanti con la produzione e passano altri anni».

Una battaglia defatigante, dice Pisoni: «Poi, una decina di anni fa, è arrivata una legge che permetteva al cementifici di svolgere attività di “termovalorizzazione” dei rifiuti. Una follia totale. Per tranquillizzarci ci dissero che avrebbero bruciato fanghi essiccati, e che dovevamo essere contenti perché così migliorava la situazione, visto che fino ad allora avevano bruciato anche copertoni… Capisce? Avevano i filtri e bruciavano copertoni».

«Una presa in giro durata 50 anni», prosegue l’imprenditore, con la conclusione che quella presentata come una notizia preoccupante in zona fu accolta con felicità: «Quando ci dissero che spegnevano l’impianto, pensavamo che avessero capito che questo non era e non è postò per un cementificio. Per tanto che rinnovano, questa non sarà mai una struttura sicura». Per questo, e per tutte le altre ragioni dette, è nato il comitato che ha dato il via a una raccolta firme per indurre Italcementi – Heidelberg Cement a ripensarci. «A noi va bene se mantengono la macinatura, ma questa e una zona a vocazione agricola e turistica. I politici devono decidersi e fare delle scelte in questa direzione, verso l’economia verde, il turismo slow, le produzioni di eccellenza. Il biologico. Questo è il futuro, non il cemento».

Alla voce di Pisoni si aggiunge quella dell’ingegnere Ivan Deromedis che, quando facciamo presente che però ci sarebbero 30 posti di lavoro nuovi (annunciati dall’azienda), dice: «Italcementi ha un problema sul lago d’Iseo, dove sembra che debba chiudere uno stabilimento per frane e alto rischio idrogeologico. Quindi qui non si creeranno probabilmente posti di lavoro! Ma saranno spostate persone che un lavoro lo hanno già».

Impianto a rischio frana a Iseo, chiesta la chiusura
In effetti, Italcementl Heldelberg Cement Group ha un problema. Anzi due. Il probabile massiccio no degli abitanti della Valle dei Laghi alla riattivazione dell’impianto di Sarche. E la probabile chiusura dello stabilimento di Tavernola Bergamasca, sul lago d’Iseo. Stabilimento acquisito dal gruppo italo-tedesco nel 2018 (dopo l’assorbimento della Italsacci spa) ma in funzione da 110 anni, su cui grava una frana da 2 milioni di metri cubi e un rischio tsunami che hanno mosso in questi mesi la popolazione, le associazioni, la politica, la procura della Repubblica.

L’attività cementiera ha il dito puntato addosso, per un movimento franoso conosciuto da 50 anni ma che ha improvvisamente accelerato nel febbraio 2021, fino a 2 centimetri al giorno. Sul monte Saresano, che sovrasta il lago, da decenni si scava per estrarre marna da cemento di ottima qualità e rifornire lo stabilimento: che, in caso di collasso del fronte franoso, sarebbe sepolto prima da questo e poi dall’onda anomala da esso provocata. La situazione a inizio marzo è migliorata ma la preoccupazione (per non dire la paura) resta e l’attività dello stabilimento Italcementi è sospesa, ma è di chiusura definitiva che si parla. E questa, secondo Deromedis e Pisoni, potrebbe essere la vera ragione che ha spinto Italcementi a muoversi per riattivare la produzione a Sarche: colmare il vuoto nella produzione, creatosi sulle sponde di Iseo, è sicuramente necessario per far fronte alla domanda in aumento. Le date tra emergenza frana (febbraio-marzo 2021) e annuncio di riapertura (11 giugno 2021) sono troppo vicine, per pensare solo a una coincidenza.

L’interrogazione
C’è già una interrogazione, in Provincia, sull’annunciato riavvio del forno Italcementi di Sarche. A presentarla è stata la consigliera Alessia Ambrosi del gruppo Fratelli d’Italia, che abita a Cavedine. «La popolazione della Valle dei Laghi è fortemente preoccupata per la riattivazione della linea di cottura dell’impianto Italcementi a Sarche di Madruzzo. La produzione di cemento è infatti direttamente responsabile dell’8% delle emissioni globali di C02 e di altri gas nitrosi nocivi per la salute umana», scrive nel documento in cui riprende i temi spiegati da Pisoni e Deromedis. Ambrosi chiede quindi se la giunta provinciale «sia a conoscenza della riattivazione della linea di cottura dell’impianto di Italcementi a Sarche di Madruzzo e costantemente in contatto con i vertici di Italcementi e del gruppo Heidelberg- Cement; se ritenga compatibile la presenza di un cementificio in un’area in cui vi sono il Biodistretto della Valle dei Laghi e il Biotopo Lago di Toblino; se sia al corrente di quali materiali saranno conferiti all’impianto di Sarche per la produzione di cemento, e in particolare se corrispondano al vero le informazioni secondo cui vi saranno conferiti fanghi di depurazione provenienti anche da fuori provincia; se abbia ricevuto garanzie sulle emissioni dello stabilimento e predisposto un costante monitoraggio delle stesse; se abbia ricevuto garanzie sulla volontà della società di assumere personale del posto e sulla volontà di armonizzare la struttura con l’ambiente circostante per renderla più integrata nel panorama locale».

Comitato del no riunito alle Cantine Pisoni: «Futuro nel verde, non nel cemento»
di Nicola Chiarini
(pubblicato su Corriere del Trentino del 14 luglio 2021, con aggiornamento)

Si è riunito il 14 luglio 2021 il nascente fronte del no, in assemblea alle Cantine Pisoni. Tra i fondatori del comitato c’è Marco Pisoni, noto imprenditore vinicolo della zona. «Siamo molto preoccupati – spiega – perché mentre l’Europa incentiva una prospettiva green per il dopo CoViD-19, qui torniamo indietro di 50 anni con timori di inquinamento atmosferico, polveri sottili, incrementi di traffico pesante». E la ricaduta occupazionale (si parla di 30 nuove assunzioni nel cementificio) per Pisoni non è moneta di scambio di valore adeguato. «Non ha senso – continua – barattare con una manciata di assunzioni un modello di sviluppo durevole che, a partire dal biodistretto, darà migliori opportunità di occupazione e impresa ai nostri figli, nei settori agricolo e turistico» Intanto, il gruppo ha avviato una raccolta firme per chiedere alla Provincia di attivarsi per ridiscutere le prospettive con Italcementi. «La discussione sul futuro – conclude Pisoni – dovrà essere ampia e condivisa. Noi siamo pronti al dialogo».

Ma per Mario Tonina, per ora, non c’è alcunché da discutere, fermo restando che all’assemblea del comitato assicura di non essere stato invitato. «E anche lo fossi stato – dice l’assessore provinciale all’Ambiente – una mia presenza non avrebbe avuto senso. La Provincia non ha ricevuto alcuna proposta da Italcementi e, dunque, non abbiamo nulla in mano su cui discutere». All’opposizione, invece, c’è già chi è pronto, se non a sposare la causa del comitato, ad ascoltarne le ragioni. Da un lato, Ilaria Ambrosi (Fdi) ha già predisposto un’interrogazione per chiedere lumi alla Provincia sul suo eventuale coinvolgimento nel progetto Italcementi e, nel caso, se l’ente ritenga l’investimento compatibile con il biotopo della valle dei Laghi. Dall’altro, Alex Marini (M5S) che lega alla questione una battaglia più complessiva, con un emendamento alla legge provinciale sull’agricoltura biologica. «La bussola – sostiene Marini – ci viene data dalla direttiva europea sulle emissioni industriali. Nella dislocazione delle fabbriche, si deve tenere conto della loro compatibilità con il settore primario. Non dimentichiamo che anche nel bio, che richiede più manodopera dell’agricoltura convenzionale, ci sono investimenti su assunzioni e attrezzature. Parteciperò volentieri all’assemblea del comitato».

Le perplessità emerse non inficiano invece il giudizio positivo dei sindacati dell’edilizia sull’operazione. «Ovvio che occupazione e ambiente devono tenersi insieme – osserva Matteo Salvetti, segretario FenealUil Trentino – e i cementifici oggi non hanno le stesse tecnologie di 50 anni fa. L’azienda ha assicurato investimenti sulle migliori tecnologie di contenimento delle emissioni e su un miglioramento anche estetico dell’unità di produzione, in modo da contenere ogni impatto».

Marco Pisoni ha lanciato QUESTA PETIZIONE e l’ha diretta a Provincia Autonoma di Trento:
Dicendo no alla riaccensione del Cementificio di Sarche contribuirai ad un futuro ecologico e verde della Valle dei Laghi.
Un futuro dove il rispetto dell’ambiente, le produzioni biologiche e il turismo sostenibile saranno una prospettiva di sviluppo per le nuove generazioni.
Dirai no ad un’industria in un luogo sbagliato, che mette in discussione le prospettive turistiche del territorio; dirai no al mantenimento di una produzione svolta in un edificio in totale contrasto con l’armonia naturale della zona, vocata all’agricoltura sostenibile, ricca di zone protette e perle paesaggistiche, mete di turismo internazionale; dirai no ad appesantire una viabilità già insostenibile rispetto alle infrastrutture presenti.

5
Italcementi, si alzano le barricate ultima modifica: 2021-07-22T05:34:00+02:00 da GognaBlog

4 pensieri su “Italcementi, si alzano le barricate”

  1. 4
    Cristina says:

    Difendere l’ ambiente, tutelare il verde è una priorità, basta con le industrie e la produzione, se ognuno di noi fa una piccola parte per rispettare l’ ambiente, ne beneficia il pianeta. Si vede bene cosa sta succedendo con il riscaldamento climatico, colpa delL uomo!!!! 

  2. 3
    albert says:

     a Trento Periferia , l’ex Italcementi e’destinata ad altri usi.Lo stesso a Monselice , Colli euganei.Se importeremo senza produrre, ci dovremo accontentare di altri standard quantitativ i e qualitativi e di rubinetti chiudibili anche solo per ricatti politici. L’edilzia in legno , materia  abbondante in  Trentino e  Triveneto,e’solo nicchia per ecochic o e’ applicabile su scala estesa?

  3. 2
    Matteo says:

    Comunque visto la salute del mercato edilizio (che sono convinto si contrarrà sempre di più) mi pare una scelta veramente peculiare…a meno che non ci siano in gioco finanziamenti della nextgeneu con annessi aiutini più o meno chiari.

  4. 1
    albert says:

    Le multinazionali chiudono floride aziende metalmeccaniche e di elettrodomestici e ci appioppano queste..inquinanti.Non c’è la tecnologia del legno multistrato con abbondanza di materiaprima locale? Sì, pero’importare legno grezzo  o semilaborati o finiti costa meno. Anzi  per ripulire gli schianti di Vaia, chiamate imprese d’oltre confine e PRC che si e’accaparrata il prodotto per usi interni e anche  rivendercelo.

La lunghezza massima per i commenti è di 1500 caratteri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.