“In questo 2023 ricorre il centenario della nascita di Jean Couzy, sicuramente una figura tra le più rappresentative dell’alpinismo mondiale del secondo dopoguerra che va ad aggiungersi alla schiera di coloro nati lontano dalle montagne…”.
Jean Couzy
di Davide Scaricabarozzi
(pubblicato su Annuario del CAI Bergamo, 2023)
Couzy nasce il 9 luglio 1923 a Nérac, un piccolo borgo della Nuova Aquitania dove vivono ancor oggi poco più di cinquemila anime.
Il dipartimento è quello del Lot e Garonna, Nérac geograficamente rappresenta il vertice meridionale del triangolo ideale che racchiude le lande di Guascogna, ma dei ridanciani e irriverenti guasconi Jean non ha proprio nulla. Anzi, è un giovane serio e posato, dedito allo studio, dotato di un’intelligenza vivace e analitica, tant’è che cominciò a frequentare l’Istituto militare, prima l’École Polytechnique e poi l’École Supérieure de Aréonautique dove si laurea a pieni voti a soli diciannove anni.
E’ curioso il fatto che Couzy cominciò ad approcciare le montagne sui Pirenei proprio da dove nasce la Garonna, ma presto sposta il suo interesse sui severi calcari austriaci non senza aver frequentato per un certo periodo Fontainebleau e il Saussois. Nella foresta di Fontainebleau stringe amicizia con Marcel Schatz, di qualche anno più vecchio di lui nonché già affermato alpinista, che lo introduce all’alpinismo vero e proprio. Nel 1950 i due si trovano a far parte della spedizione francese che aveva come obbiettivo la salita del primo ottomila: l’Annapurna.
Erano anni in cui le cartine geografiche avevano ancora molte “zone bianche”, le spedizioni alpinistiche himalayane alle grandi montagne richiedevano necessariamente un carattere esplorativo. Gli accessi alle montagne erano ignoti, molte vallate e altrettanti passi non erano ancora stati percorsi, ma non solo: la conoscenza della fisiologia umana alle alte quote era scarsa, così come le immani dimensioni di quelle cime risultavano incomprensibili e di difficile interpretazione. Dislivelli e distanze erano impossibili da assimilare quando il metro di paragone o l’unità di misura di riferimento erano semplicemente quelle alpine.
Quindi a difficoltà oggettive si sommavano altre difficoltà oggettive e tutte sostanzialmente sconosciute. In realtà la spedizione francese del ’50 aveva due possibili obbiettivi: il Dhaulagiri o l’Annapurna, e saranno proprio Couzy e Schatz – un po’ a piedi e un po’ a cavallo – a scoprire l’accesso a quest’ultima che venne salita a caro prezzo dalla squadra francese. In vetta arrivarono Maurice Herzog e Louis Lachenal, era il 3 giugno 1950. La miccia al fulmicotone della corsa agli Ottomila venne definitivamente accesa.
L’elenco delle salite di Couzy è vastissimo, poche le prime – tutte di polso – ma tantissime sono le ripetizioni delle vie più impegnative da ovest a est di tutto l’arco alpino. Misto, granito, calcare e dolomia sono nelle dita e nei piedi di Jean che accumula migliaia di metri di scalata, alimentando un palmares di straordinario rispetto e varietà, difficilmente riscontrabile nel secondo dopoguerra.
Ma sarà l’incontro con René Desmaison a dare una svolta, soprattutto concettuale, alla vita – non solo alpinistica – di Couzy. Se è vero che poli opposti si attraggono il loro connubio ne è la prova umanamente provata. Desmaison è un animo indomito, a tratti selvaggio, modernissimo e ridanciano, poco incline all’obbedienza sancita dai regolamenti. Ha un’energia e una forza fuori dal comune, ma soprattutto è un autentico, irriverente guascone, ma non solo, sa bene di esserlo e sfrutta queste sue peculiarità caratteriali con grande abilità. Al contrario, Couzy ha un’indole pacata e analitica, molto difficilmente si impantanerebbe in salite dove ogni minimo particolare non fosse stato accuratamente sottoposto al vaglio del suo pensiero.
Improvvisazione e pressapochismo sono termini che non compaiono nel suo vocabolario. I due si incontrano sul calcare del Saussois, più o meno si conoscono di nome, per aver sentito parlare qua e là l’uno dell’altro; la comunità alpinistica dell’epoca era ristrettissima: era il gennaio del 1955. Nel 1954 il Makalu, la quinta montagna più alta del pianeta (8470 m), è ancora da salire e numerose sono le spedizioni che si avvicendano sui suoi fianchi.
In autunno arrivano i francesi con a capo Jean Franco, nella compagine ci sono Lionel Terray e Jean Couzy, ma anch’essi vengono respinti dal maltempo e sono costretti a rinunciare al loro obbiettivo. Comunque non tornano a casa a mani vuote, Terray e Couzy il 30 ottobre riescono a salire il difficile Chomo Lonzo 7790 m lungo la cresta sud-ovest che si sviluppa dal Sakietang La, un colle posto a un’altezza di 7200 m che separa il Makalu dal Chomo Lonzo. Si tratta di una salita di grande livello, difficile considerarla come un premio di consolazione per la mancata salita al Makalu.
Torniamo al gennaio 1955. Couzy si stava allenando per un secondo tentativo previsto in primavera. La nuova spedizione sarà stata guidata sempre da Jean Franco ma accanto a lui, in qualità di vice, ci sarebbe stato anche Guido Magnone. In quell’occasione Jean propose a Desmaison di attenderlo al ritorno dall’Himalaya per salire assieme la parete ovest del Petit Dru che contava solo tre ripetizioni e tra le altre cose era l’unica via su questo versante della montagna. Nel luglio del ’55 Couzy arriva a Chamonix dopo aver calpestato la neve sulla cima del Makalu assieme a Lionel Terray. A Chamonix il tempo non è ‘sto gran che, anzi l’instabilità tipica del massiccio del Monte Bianco non smentisce la sua nomea; i due salgono una prima volta alla base della parete per poi rientrare velocemente a valle sotto una pioggia insistente, sul posto lasciano il materiale necessario per la salita. Ripercorreranno avanti e indietro la lunga marcia d’approccio dal Montenvers alla base del Dru per quattro giorni di fila finché il loro testardo assedio viene premiato e l’alba del 23 luglio li vede impegnati sul ripido e pericoloso canale che porta alle cenge mediane.
Ai nostri giorni sarebbe impensabile salire lungo questo couloir, non fosse altro perché il ghiaccio non esiste più se non in inverno o primavera: dopo scompare lasciando il posto a ripide rocce abrase e pericolanti. Chiudono la salita in due giorni con la conferma che la loro cordata sarebbe diventata in un prossimo futuro di prim’ordine. Poco meno di un mese dopo la loro salita al Petit Dru, Walter Bonatti è sulla cima della stessa montagna dopo aver firmato una delle pagine più potenti della storia dell’Alpinismo salendo da solo e in sei giorni il pilier sud-ovest. Nonostante Couzy avesse più o meno ventilato che dopo il Makalu il “suo” alpinismo avrebbe preso una piega meno estrema, questa scalata al Petit Dru fu invece prodroma a un nuovo, anzi innovativo, intendere l’alpinismo. Il futuro sarebbe stato ancora tutto da scrivere assieme al suo nuovo e incrollabile amico Desmaison.
Era ovvio che il binomio Couzy-Desmaison non si sarebbe potuto accontentare esclusivamente di ripetere itinerari già esistenti, per quanto difficili potessero essere: era quindi giunto il momento di dedicarsi all’apertura di nuove vie dove mettere a frutto sia le loro straordinarie capacità, sia l’intesa alchemica che si era instaurata tra queste due “anime” diversissime tra loro. Ed è Desmaison, grande conoscitore del massiccio, che nel 1956 propone a Couzy la cresta nord dell’Aiguille Noire de Peutérey, mai salita prima di allora. Del resto, non è una scalata a portata di mano e nemmeno la si vede dal fondovalle: per raggiungere il suo attacco occorre andare alla capanna Gamba, traversare il complicato ghiacciaio del Frêney e salire il ripidissimo canale di neve e ghiaccio che porta alla Brêche sud delle Dames Anglaises, da quel punto la cresta si innalza per circa trecentocinquanta metri suddivisa in due risalti verticali ben identificati e dalla difficile interpretazione.

Ancora una volta, come spessissimo accade sul massiccio del Bianco, la meteo è bizzarra e ricomincia il consueto “pellegrinaggio” reiterato più volte verso il rifugio, in questo caso tre lunghe sgambate lungo i mille metri di dislivello che separano La Visaille, in Val Veny, dalla capanna Gamba. Finalmente, dopo otto giorni il tempo pare mettersi al bello più o meno stabile e il 23 luglio, un anno esatto dopo la loro partenza per il Petit Dru, attraversano il ghiacciaio del Frêney non senza qualche complicazione dovuta all’idea di Desmaison di prendere una “scorciatoia” traversando il ghiacciaio dalla caotica Brogliatta senza passare dal Colle dell’Innominata; ma, come spesso accade, per fare in fretta non si arriva in tempo, tant’è che la cordata si trova a dover girovagare per ore tra seracchi pericolanti e crepacci insuperabili. In sostanza riescono ad arrivare all’attacco della cresta nord a mezzogiorno, decisamente in ritardo sul ruolino di marcia inizialmente previsto.
Dalla loro prospettiva la cresta appare come la prua di una nave protesa nel vuoto e quella prima giornata, sostanzialmente spesa per raggiunger l’attacco, si conclude con un paio di dure lunghezze di corda. Il giorno seguente soffia un feroce vento di tramontana, la scalata è sempre dura, le poche fessure fanno fatica ad accogliere ancoraggi sicuri, tutto diventa più laborioso e i tempi si dilatano. Finalmente al calar del sole sono in cima al primo risalto della cresta. Il secondo risalto appare ancor più difficile di quello appena superato, diedri verticali e tetti pronunciati sembrano ostacoli temibili, ma talvolta il diavolo non è brutto come sembra, la salita si conclude con belle lunghezze di corda che si lasciano arrampicare quasi sempre in libera. Questa fu la loro prima “prima” alla quale ne seguirono molte altre.
Forti di questo primo successo, capiscono di avere tutte le carte in regola per mettersi in gioco su un altro “problema” alpinistico in attesa di essere risolto: la parete nord-ovest del Pic d’Olan 3563 m nel massiccio dell’Oisans. Nel 1934 Giusto Gervasutti e Lucien Devies aprirono la prima via su questo versante della montagna seguendo la linea con minore resistenza, facilmente individuabile nello sperone destro che termina sulla vetta principale. L’obbiettivo della cordata Desmaison-Couzy è quello di aprire un itinerario diretto alla cima nord dell’Olan, quattro metri più bassa di quella principale e separata da questa dal profondo intaglio che ha la sua origine al termine del grande canalone centrale.
Nel 1950 Couzy aveva fatto un tentativo assieme a Schatz (quello dell’Annapurna), ma avevano desistito alla base del difficilissimo tratto verticale e strapiombante, alto 350 metri, che caratterizza l’ultimo terzo della parete ed è la chiave di volta dell’intera salita. Prevedono una permanenza di più giorni sulla parete, ma non sanno esattamente quanti; quindi, la preparazione degli zaini dev’essere ben ponderata e qui si manifestano anche sul piano alimentare le differenze caratteriali tra i due. Couzy predilige i dolci mentre Desmaison il salato e la disputa dura ore; sulla stessa falsa riga la contesa scivola nella scelta del materiale. Due giorni dopo attaccano di buon mattino il canalone centrale che non presenta particolari difficoltà, ma sono fortemente rallentati dalla presenza costante di vetrato, in aggiunta non sono risparmiati da un continuo bombardamento di sassi che precipitano dall’alto della parete ormai illuminata dal sole. Diventa gioco forza tenersi lontano dal fondo del canale; si inventano così una variante dalle difficoltà notevoli e quasi improteggibile.
Arrivano finalmente alla base del tratto chiave che si presenta subito strapiombante, le fessure cieche accettano solo chiodi extra corti che non entrano fino all’occhiello, la progressione diventa a tratti aleatoria. L’alba del giorno dopo è grigia e fredda, l’idea di superare direttamente gli strapiombi e i tetti viene accantonata, non sarà una “diretta”, pazienza. Le difficoltà aumentano, la verticalità non diminuisce, la roccia a tratti diventa incerta, c’è freddo, qua e là fa capolino il vetrato: nulla di regalato su questa parete. Sono costretti a un nuovo bivacco decisamente meno comodo del precedente. Le difficoltà non mollano fino a un camino lungo cinquanta metri che conduce fino quasi in vetta dove giungono alle 15.00. Si fermano pochi minuti, felici di aver portato a compimento la salita, poi scendono velocemente lungo la cresta nord. Quando finalmente arrivano al rifugio di Fond Turbat piove a dirotto.
Al termine dell’estate del 1957, dopo una campagna dolomitica (la prima per Desmaison e l’ennesima per Couzy) tornano sul granito del Monte Bianco e ancora una volta sull’Aiguille Noire. La destinazione è una via diretta sulla parete ovest della Punta Bich, tra la via classica Ratti-Vitali e la Boccalatte-Pietrasanta. Le difficoltà di questa salita appaiono considerevoli, tetti e strapiombi si alternano ad altri tetti e strapiombi. Nonostante la “lezione” precedente, in occasione della salita alla cresta nord della montagna, decidono di prendere la scorciatoia che anche questa volta riserva loro delle sorprese singolari al punto tale che riescono ad approdare dall’altra parte del ghiacciaio del Frêney ben dopo mezzogiorno. L’arrampicata è per lo più in artificiale, il tempo passa e all’orizzonte si prospetta un temporale. Bisogna sbrigarsi.
Desmaison propone a Couzy, che in queste lunghezze arrampica da secondo, di prendere il sacco più pesante in modo tale da poter essere più veloce in testa alla cordata. Couzy si rifiuta dicendo che non è venuto sulla Noire per fare il mulo, di rimando Desmaison gli risponde che ha capito come sono riusciti ad arrivare in cima al Makalu, c’erano gli sherpa a fare il lavoro sporco. Couzy sghignazza, Desmaison è furibondo. Prende lo zaino più pesante e comincia ad arrampicare lungo un diedro verticale chiuso, venti metri più in alto, da un pronunciato tettuccio. E’ molto difficile, il superamento del piccolo tetto diventa complicato e reso goffo dallo zaino pesante, Desmaison è quasi pentito di essersi ficcato in questo cul de sac, ma ormai è in ballo e di certo non sarebbe tornato indietro per nessuna ragione. Sopra il tetto c’è un muro liscio non più alto di un paio di metri, è un ostacolo temibile, di non facile interpretazione. Una scaglia rivolta verso il basso è l’unico punto debole di questo breve tratto, Desmaison ci pianta un chiodo e in pochi istanti è sopra dove un comodo gradino accoglie una sosta perfetta. Couzy non può vederlo per via del tetto. A questo punto Desmaison scende di qualche metro, toglie il chiodo e attaccandosi alle corde ritorna in sosta.
Couzy ha un bel daffare nel tentativo di superare la verticale placca in libera, finché è costretto a desistere; la vendetta di Desmaison si è compiuta e la rincara sbeffeggiando il compagno dicendogli che se non riusciva a superare questi pochi “facili” metri in arrampicata libera forse sarebbe meglio che si dedicasse a un’altra attività. Per il momento l’artificio del “muretto” rimarrà un segreto. Nell’estate del 1958 ripetono la diretta Brandler-Hasse alla Cima Grande di Lavaredo, non senza qualche patema d’animo, ma la stagione non si sarebbe potuta ritenere conclusa senza un’altra prima nel Monte Bianco: il versante nord della Punta Margherita sulle Grandes Jorasses. Diverse forti cordate avevano tentato la salita, purtroppo (o per fortuna) senza successo. La salita ha tutti gli ingredienti tipici di questa parete: misto difficile, roccia difficile, scariche di sassi e lunghezza. Qui nulla è dato per scontato, ogni metro è diverso da quello che verrà e dal precedente.
A due terzi della via bivaccano su un comodo terrazzo, è una bella notte di luna piena che rende gli animi inclini alla bonomia e alla meraviglia. La Terra prosegue indifferente il suo moto rotatorio, la luna scompare dietro le Jorasses e tutto cambia; si spegne lo scintillio delle nevi, i profili delle montagne diventano neri e il freddo diventa più freddo perché privato dal conforto dello stupore. Quando a est comincia a rischiarare Desmaison rivela il vendicativo segreto del muretto sulla Punta Bich e Couzy, di rimando, gli confessa di non aver mai capito come fosse riuscito a passare di lì con lo zaino pesante e l’ultima protezione dieci metri più in basso. Nessuna ombra, anche la più innocente, avrebbe mai potuto oscurare il loro limpido e ridanciano rapporto.
Il 3 novembre dello stesso anno Jean Couzy muore sulla Crête des Bergers, nelle Prealpi del Dévoluy, colpito da un sasso. Nessuna parola può essere più adatta per ricordarlo se non quelle di Desmaison: “… Addio, Jean! Non dimenticheremo né l’uomo, né l’alpinista che sei stato. Il mio dolore è profondo. Non riesco più a trattenere le lacrime. Non sta bene piangere, per un uomo, è sciocco; soprattutto oggi che la montagna è così bella. Dovrebbe essere un giorno di festa. Non riesco a odiare questa montagna che ci ha privato di te. Non la sfuggirò. Scalerò altre vette e altre ancora, e creste e canaloni e pareti di ghiaccio. Ripeterò gli stessi gesti e dirò ancora le stesse parole. Solo o con qualcun altro. Non sarà più, mai più la stessa cordata, ma sarà un po’ come portarla nel cuore. No, non lo dimenticherò“.
Nel 1959 Desmaison, assieme a Pierre Mazeaud, Bernard Lagesse e Pierre Kohlmann, apre un durissimo itinerario sugli impressionanti strapiombi della parete nord della Cima Ovest di Lavaredo: la via Couzy.
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Une belle figure de l’alpinisme de cette époque. Malheureusement mort trop tôt.
Mi fa molto piacere leggere un bel ricordo di Jean Couzy. E’ stato uno degli scalatori che ho ammirato. Quando è morto per un sasso alla Crete de Bergere in Devoluy avevo appena iniziato a scalare, in seguito ho letto di tutte le sue scalate su Montagne Alpinsme di quegli anni che mi ero procurato e che conservo ancora. Quando, anni dopo, ho avuto occasione di incontrare Desmaison ho chiesto del suo amico e mi ha parlato di lui con ammirazione ed affetto. Due personaggi che ammiravo, tanto da ripetere la la loro via all’Olan, 25 salita e prima italiana, che mi ha fatto apprezzare ancora di più i primi salitori. Ricordo che l’incidente della Crete de Bergere ha indotto molti scalatori ad adottare il casco di protezione nelle scalate.
Concordo con quanto scritto da Cominetti
La prima volta che ho saputo di Jean Couzy e qundo ho letto il mio primo libro di alpinismo “Passione di roccia – incontro al rischio con corda piccozza e cinepresa” dell’alpinista tedesco Martin Schliessler. Nel capitolo “Un alpinista moderno: Jean Couzy” l’autore parla del loro primo incontro a Chamonix e racconta la ripetizione che fecero, alcune settimane dopo, del diedro Livanos-Gabriel alla Cima Su Alto in Civetta.
Schlissler scrive:
“Jean Couzy personifica per me l’alpinista intelligente, moderno che cerca in montagna la grande avventura sportiva. Anche quando non c’era ufficialmente amicizia tra francesi e tedeschi, noi eravamo “legati” : Jean Couzy mi introdusse nel circolo d’amici del Groupe Haute Montagne […]”
Bellissimo articolo che colma la mia ignoranza su questa pagina di grande alpinismo
Storia e personaggi davvero appassionanti.
Credo di essermi letto La Montagna a mani nude e Professionista del vuoto, di Desmaison (in cui si parla molto di Couzy) non so quante volte.
Sono libri pieni di poesia ma anche di personaggi (indimenticabili Curteroche e Farine..) esilaranti e episodi da far morire dal ridere.
Ecco, essendo stati contemporanei, trovo che Desmaison, oltre che più bravo in arrampicata, fosse anche molto più sincero e simpatico del Walter nazionale. Senza nulla togliere a quest’ultimo.