Il rifugista: «Non è un gesto politico». La risposta della SAT: «Siamo una realtà plurale e le regole devono essere uguali per tutti».
La bandiera palestinese al rifugio
(gli alpinisti chiedono di rimuoverla e il gestore si rifiuta)
di Matilde Peretto
(pubblicato su corrieredeltrentino.corriere.it il 18 agosto 2026)
«Ti chiediamo di provvedere alla rimozione della bandiera palestines». È il messaggio arrivato ad Alberto Bighellini, gestore del rifugio Stivo ad Arco (in provincia di Trento), da parte della SAT, la Società alpinisti tridentini. Questa, proprietaria del rifugio, vuole che la bandiera venga tolta perché «ciò che viene esposto è inevitabilmente percepito all’esterno come espressione della SAT stessa e non solo come posizione personale del gestore». Ma Bighellini non ci sta: «La bandiera non la tolgo».
Il precedente
Non è la prima volta che succede: il rifugio aveva già esposto, lo scorso anno, la stessa bandiera ricevendo la medesima lettera dalla SAT. «Sono rimasto deluso che anche quest’anno mi sia arrivata la stessa comunicazione. Pensavo la pensassero come me sui valori di solidarietà che condivido con la SAT (e con cui vado molto d’accordo). Invece sembra che per loro la priorità sia rimuovere questa bandiera che, però, io non toglierò».
«Non sto facendo politica»
Bighellini ha buoni rapporti con la SAT e il loro dialogo è sempre stato pacifico: «Spero che anche quest’anno ci sarà un allineamento, per ora la discussione è pacata. Ci tengo, però, a sottolineare una cosa», continua il rifugista, «quello che faccio io con la bandiera della Palestina non è politica, ma un atto di solidarietà. Se fossi una persona che sta morendo sotto le bombe sarei sollevata di sapere che a 2mila metri di altitudine c’è un rifugio che pensa a me. Mi dispiace e spero che questo mio gesto solidale non sia preso come politica perché si tratta di una questione a priori. È puro sostegno verso chi muore per la guerra. Come in un incidente stradale: se qualcuno si fa male non si resta indifferenti, ma ci si ferma e si aiuta come si può».
Il rifugio
Il gestore dello Stivo spiega anche che non ci sono molte persone che si lamentano della bandiera appesa: «Magari qualcuno disapprova, ma poi pensa anche che ha 2mila metri uno fa quello che vuole. Sono molti di più quelli che mi dicono “che bello che sensibilizzi su questo tema”». Un altro motivo, forse, per non togliere la bandiera palestinese.
La risposta della SAT
La SAT, attraverso le parole del presidente Cristian Ferrari, ha pubblicato una nota stampa in cui risponde alle discussioni, ribadisce la sua posizione e la spiega: «Solidarietà, umanità, pace e vicinanza alle popolazioni colpite dalla guerra appartengono alla storia e ai valori della SAT e non sono in discussione. Comprendiamo quindi che la bandiera palestinese esposta al rifugio Stivo rappresenti, nelle intenzioni del gestore, anzitutto un segno di vicinanza a una popolazione che sta vivendo una situazione di straordinaria sofferenza. Ma proprio perché la SAT è una realtà plurale, le regole comuni non possono dipendere da quanto condividiamo o meno una determinata posizione. Oggi parliamo della bandiera palestinese, ma domani un gestore potrebbe scegliere di esporre un simbolo che rappresenta una posizione diversa, sulla quale non siamo affatto tutti d’accordo. Il principio deve essere lo stesso per tutti. Questo non limita la libertà personale di nessuno: significa rispettare le regole dell’Associazione quando la si rappresenta».
«Clima di collaborazione e rispetto»
Per la società, dunque, la bandiera palestinese va rimossa, ma si professa positiva nell’epilogo della questione: «Il gestore ha comunicato la propria intenzione di non rimuovere la bandiera. La SAT ha ribadito nella risposta il principio alla base della propria richiesta e, allo stesso tempo, l’auspicio di proseguire il rapporto in un clima di collaborazione e rispetto, invitando il gestore a confrontarsi preventivamente con l’Associazione rispetto a iniziative o scelte personali che coinvolgano il rifugio, evitando decisioni assunte autonomamente. Non intendiamo alimentare ulteriormente un confronto che rischierebbe di trasformare una questione di regole in uno scontro sulla bandiera palestinese», conclude il presidente Cristian Ferrari.
Il commento
della Redazione
E’ vero che arte, cultura e sport (e quindi anche la frequentazione della montagna) devono restare al di sopra delle questioni ideologiche. Però è anche vero che la questione palestinese e l’eccidio al quale abbiamo assistito e assistiamo pressoché indifferenti non ha nulla a che fare con le questioni ideologiche. Se noi appassionati di montagna ci scaldiamo tanto per salvare qualcuno in pericolo, anche i più sprovveduti; se è del tutto normale prestare soccorso a chi è stato vittima di un incidente stradale; se è vero ciò che il Vangelo ci ha insegnato, quell’amore per il prossimo che abbiamo messo sotto ai piedi, allora non c’è alcun dubbio che dobbiamo solidarizzare con il più debole, con le vittime innocenti. La bandiera palestinese potrà essere anche un vessillo politico, ma per la maggioranza di coloro che la espongono è una protesta, volta a far terminare al più presto la bestiale violenza e l’accanimento su un popolo, indipendentemente dalle ragioni e dai torti (quelli sì, politici e magari anche ideologici).
La protesta è tale veramente se non si limita alle parole, deve avere la stessa natura della guerra che la provoca: e in sede di guerra deve valere ogni possibile ribellione a regole e “imparzialità” che in genere proteggono soprattutto gli aggressori.
E, in ultima analisi, ci duole concludere che la nostra protesta è davvero limitata: infatti si riduce a una o due riuscite manifestazioni, a qualche corteo ripetuto ogni settimana con poche centinaia di persone, a tante parole spese al vento. Non ci deve meravigliare che, in questa situazione di totale assenteismo di solidarietà vera, qualcuno o qualche istituzione si possano “indignare” per una bandiera esposta da un privato in un luogo pubblico. Noi non possiamo accettare questo menefreghismo generale e utopisticamente auspichiamo invece che ci sia un moto di solidarietà popolare tale che convinca anche medici, infermieri, poliziotti, vigili urbani e pubblici impiegati a indossare su un braccio una fascia con i colori palestinesi. Fino ad arrivare ai più pavidi, giornalisti, presentatori TV o altra gente ancora più in vista. Perfino i presidenti delle sezioni del CAI… Fino ai magistrati e ai giudici, che sono uomini anche loro. E che il numero di questi coraggiosi che sfidano le “regole” e il personale licenziamento cresca a dismisura, fino ad arrivare finalmente in Parlamento.
Il commento
di Carlo Crovella
Ho sempre sostenuto (ripetutamente anche in questo blog) che arte, cultura e sport (questo inteso in senso lato, comprendendo anche la montagna) devono restare al di sopra delle questioni ideologiche. Cioè devono stare “ad un livello superiore” rispetto ai problemi del mondo, altrimenti portiamo lo scontro ideologico anche dove cerchiamo relax e divertimento.
Non mi era piaciuta, mesi fa, la bandiera palestinese in cima al Cervino o dipinta sui Dru. Non mi piace neppure se sventola fuori da un rifugio. Nonostante quello che afferma il gestore in questione, apporre una “certa” bandiera implica una presa di posizione politica o quanto meno ideologica. Non è un’azione asettica ed è questo l’errore di fondo: la montagna non è di una “certa” parte (corretta o meno che sia la natura della posizione), ma è di tutti, a prescindere dall’ideologia del singolo.
Lo stesso vale per i rifugi. Cosa implica subdolamente l’apposizione di una bandiera (questa o un’altra poco rileva, sto parlando di questioni di principio)? Che sono ben accetti quelli che si riconoscono sotto la bandiera apposta, mentre gli altri giocano fuori casa: o se ne vanno o mandano giù.
Questo fenomeno non va assolutamente bene e dobbiamo evitarlo, al netto della specifica bandiera oggi in questione. Domani potrebbe riguardare il vessillo del III Reich o quello della Confederazione Sudista o addirittura quello del Ku Klux Klan. In tali ipotesi ci sarebbe un’ondata di indignazione nel mondo degli appassionati di montagna, ma è proprio questa asimmetria che è sbagliata.
Quindi condivido la posizione della SAT. Segnalo inoltre che, fondata o meno detta posizione, essa è la scelta del proprietario dell’immobile (almeno, per quello che mi risulta), mentre il gestore è “solo” un utilizzatore protempore di muri altrui per la sua (legittima) attività imprenditoriale. Ma a questo deve limitarsi, il resto non gli compete.
Per cui la gerarchia giuridica è a favore della SAT, al netto della natura della sua scelta, e i gestori devono adeguarsi.
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NAZA! Dovrebbe bastare questo acronimo per azzerare le cazzate che ho letto. Penso che andrò allo Stivo a portar su una bandiera palestinese per raddoppiare il messaggio , sbattendome ampiamente della suscettibilità dei “poveri” sionisti ) e sottolineo sionisti) e delle regole del CAIi. Palestina libera
Se dopo 239 commenti, molti dei quali scritti da me (dove ho spiegato la questione per filo e per segno, compresi i punti da te sollevati ora) poni ancora queste domande significa che o non capisci quello che leggi (e allora è inutile rispiegarti le cose miliardi di volte, tanto non ci arriverai mai per tuoi limiti) o ti allinei anche tu alla fila dei “provocatori seriali” in stile Matteo, Balsamo & C. (e allora è inutile rispiegarti le cose miliardi di volte, perché tanto non le “vuoi” capire per partito preso). Rileggiti con attenzione i commenti passati e troverai e spiegazioni che sono già state esposte. In ogni caso le questioni da te sollevate sono irrilevanti perché, sulla specifica fattispecie di una qualsiasi bandiera esposta “in/su/nei dintorni” di un rifugio CAI per iniziativa del gestore in carica vige l’art 5 del Regolamento dei Rifugi del CAI, ai sensi del quale art. 5 non si può esporre simboli (tra cui rientrano le bandiere, senza l’assenso della sezione proprietaria, che, in questo caso, ha perfino chiesto- garbatamente ma esplicitamente e inoltre per due anni di seguito – di toglierla. Tutto ciò al netto della nobiltà di sentimenti che anima o meno l’iniziativa e della fondatezza o meno del problema ideologico-politico e pervfino umanitario
Crovella al #(20)7:
A parte che la presenza di “fumus persecutionis” è una supposizione non dimostrata (per non parlare della sua “evidenza”), cosa facciamo: il processo alle intenzioni?
Certamente tutte le popolazioni vessate e decimate meritano solidarietà, ma la pretesa di poter dettare ad altri a quali manifestazioni aderire è assurda.
Fabio, basta aspettare e si toglieranno “loro” di mezzo. dice il saggio: “siediti sulla riva del fiume e prima o poi vedrai passare il cadavere degli altri”
PS: parificare e anzi mescolare me e Matteo.. la dice lunga sul minestrone che ha in testa costui. E’ come uno che compera un “certo” quotidiano, schierato antiteticamente rispetto alle sue idee, e poi dice “che schifo questo giornale, pubblica solo puttanate”.
@ (2)35
“La stessa feccia generazionale, non avevo specificato bene. Bidoni nati nel boom economico, che potrebbero fare solo una cosa intelligente: togliersi dai coglioni.”
Alessandro, fino a quando dovremo sopportare?
@ Fausto
Ma 50 anni fa’ gli uomini nascevano piu’ stupidi di quelli che nascono oggi ?
Se i boomers si levassero dai coglioni , non c’e’ il rischio che vengano sostituiti da modelli peggiori di loro ?
Chesso’ , con quanti figli di Del Vecchio baratteresti il fondatore di Luxottica ?
La stessa feccia generazionale, non avevo specificato bene. Bidoni nati nel boom economico, che potrebbero fare solo una cosa intelligente: togliersi dai coglioni.
Tu, invece, ferratissimo proprio. Mi basta guardare una puntata di 8emmezzo della Gruber per raccogliere le quattro puttanate che avete scritto sprecando centinaia di commenti. Le posizioni da divano di cui quelli come te e Matteo vi riempite la bocca, sono sempre quelle. Siete gli stessi che lanciavano le monetine a Craxi quarant’anni fa….
Perché non trasformi un problema in un’opportunità? leggendomi, potresti acculturarti, considerato che mi dai l’impressione di non essere particolarmente ferrato, specie3 su questi argomenti…
Cazzo, che dibattito interessante……scontro fra titani, non resta che levarsi il cappello….Matteo e Crovella: se avete problemi di stitichezza, leggeteli: effetto garantito!
Ringrazio per la concisa dissertazione legalistica.
La mia domanda comunque era retorica, non è mia consuetudine chiedere radiazioni, esclusioni e ban in alcuna circostanza.
Quanto alla bandiera, se è vietata l’esposizione e se il gestore non recede, vorrà dire che l’anno prossimo la SAT potrà non rinnovare il contratto…ma scommetterei che non succederà!
E cmq chiedere la rimozione della suddetta bandiera NON è affatto un’azione razzista, ma l’applicazione di principi statutari del CAI che con cogenti rispetto alla volontà dei soci e figuriamoci dei non soci (non conosco il gestore, ma si capisce al volo che, statisticamente parlando, sulla totalità dei rifugi del CAI raramente il gestore di un rifugio è socio della stessa sezione proprietaria del rifugio). Ciò che rileva NON è la volontà né del rifugista né dei soci del CAI (provocatoriamente dico anche all’unanimità dei soci stessi), ma il principio statutario che i dirigenti (in questo caso della SAT) non solo “possono” applicare, ma che “sono tenuti” a far rispettare.
Nel caso di un socio che si limiti a coltivare opinioni di stampo “razzista”, non esiste neppure il fatto che dà vita all’iter processuale (diverso se detto socio, in conseguenza delle sue opinioni razziste, malmena altri individui… ma ci vuole, appunto, un reato che innesca l’azione della procura e a seguire l’iter giudiziario). Per cui ipotizzare di pretendere la radiazione di un altro socio CAI, per le due idee razziste, significa che siete voi soci da quasi 50 anni di un’associazione (il CAI) di cui NON conoscete minimamente i meccanismi di funzionamento. E dal fondo di tale ignoranza, sistematicamente confermate in ogni tema trattato, venite a dare lezioni su cosa si deve o non si deve fare…
Anche se siete soci quasi cinquantennali, conoscete così male il CAI (e soprattutto i suoi meccanismi di funzionamento) che sparate scemenze a muzzo. Secondo le norme statutarie e di regolamenti del CAI, NON è possibile radiare un socio a prescindere dalle idee che coltiva. Nel caso di un “razzista”, nessuno potrebbe ottenerne la radiazione solo per quel motivo. In caso di condanna giudiziaria definitiva è lo stesso CAI che espelle il socio, ma ci deve essere la condanna definitiva (terzo grado) e quindi a monte un atto che ha dato inizio al processo giudiziario. Anche in caso di un atto esplicitamente di rilievo (es per farmi capire: un omicidio) il socio resta socio durante tutto l’iter processuale e solo alla condanna definitiva sarà espulso. Anche in tal caso non sarà possibile che altri soci ne chiedano la radiazione, né durante l’iter processuale e nemmeno a sentenza definitiva emessa. A quel punto sarà il CAI stesso che procederà d’ufficio a espellere il socio.
Ho già detto che il posizionamento della bandiera “a lato” del rifugio è un ipocrito escamotage per cercare di salvarsi. altrettanto l’obiezione che trattasi di una bandiera di un popolo martoriato, quando sappiamo benissimo che la situazione ha preso una piega (accentuata negli ultimi tre anni) per cui schierarsi (di qua o fi là) sul problema M.O. ha una precisa valenza politica.
Infine ribadisco che i firigenti della SAT hanno garbatamente chiesto di torgliere la bandiera in nome del principio di nuetralità del CAI e delle sue sezioni come è la SAT. pare che il problema sia reiterato, in quanto già l0panno scorso è accaduto e anche l’anno scorso la SAT aveva chiesto di togliere la bandiera. La “caparbietà” del rifugista di non recepire i garbati inviti del proprietario del rifugio, sono una conferma che si tratta di una scelta dal preciso valore politico e come tale va tolta in applicazione ai principi statutari del CAI
CONTINUA RISPOSTA DI GOOGLE:
Il divieto e i limiti all’esposizione di simboli si basano su regole precise:
Il Regolamento Generale dei Rifugi: L’articolo 5 (o articoli analoghi nei regolamenti sezionali) stabilisce che l’unico stemma obbligatorio da esporre è quello ufficiale del CAI. Eventuali altri simboli, emblemi, scritte o insegne devono essere preventivamente approvati dalla Sezione proprietaria del rifugio e devono comunque essere consoni all’ambiente alpinistico e compatibili con le norme statutarie.
Spazi non privati: I rifugi non sono proprietà privata del gestore, il quale opera all’interno di linee guida definite dall’associazione. La presidenza del CAI e le sue articolazioni territoriali (come la SAT in Trentino o il CAI Alto Adige) ribadiscono regolarmente che le regole di neutralità valgono per tutti, indipendentemente dalla condivisibilità della causa o dal fatto che il gesto nasca come intento di solidarietà.
Il principio di pluralità: Consentire l’esposizione di un simbolo politico o geopolitico aprirebbe la strada alla legittima richiesta di esporre simboli opposti, trasformando i rifugi da luoghi di accoglienza universale e distensione in spazi di divisione ideologica
Per mancanza di tempo e comprensibile stanchezza, dopo una bella giornata in montagna, ho posto questa domanda a Goggle: “Nei rifugi del CAI si possono esporre simboli e bandiere?”
RISPOSTA:
No, nei rifugi del CAI (Club Alpino Italiano) non si possono esporre simboli politici, ideologici o bandiere che rappresentino posizioni di parte.
I rifugi alpini sono considerati strutture di natura pubblica e istituzionale, patrimonio collettivo di tutti i soci e degli escursionisti. Di conseguenza, devono mantenere una rigorosa neutralità.
CONT
Scusa Balsamo , sono un parvenu’ , ma l’argomento dei tuoi scazzi con Bertoncelli e’ il fatto che gli impianti di risalita sull’ appennino siano genericamente in graduale dismissione , oppure che l’impianto che sale in coppa al Corno alle Scale sia stato dismesso ?
Perche’ sembrate su mondi diversi…
@212 “cerco di spiegare la questione il più sinteticamente possibile”
ROTFL. Con questa hai vinto tutto, Crovè.
Caro Bertoncelli, se per provocare intendi mettere in evidenza le altrui contraddizioni o il contrasto dei fatti rispetto a certe affermazioni apodittiche e vedere fin dove la persona in questione è disposta ad arrivare pur di difendere le proprie pisquanate (con le quali – evidentemente – si identifica), ebbene mi dichiaro colpevole, Vostro Onore! 🙂
Tu sei uno dei soggetti più interessanti, da questo punto di vista. Anche meglio di Covella.
Arrivi persino a etichettare come “sequela di falsità, errori, farneticazioni” quanto avvenuto/in corso al Corno alle Scale (e non solo). Cosa che qualifica te, non me.
E io che pensavo tu fosti stato zitto per pudore! Ti avevo sopravvalutato, Bertoncè 🙂
P.S.
“in quel giorno il Balsamo si era però svegliato peggio del solito”
No, caro. E’ che c’ero passato pochi giorni prima e avevo visto i piloni e le ruspe in azione su allo Scaffaiolo.
E mi stavo chiedendo se il prossimo inverno sarei potuto salire ancora al lago con le pelli o le ciaspole oppure se un altro pezzettino di libertà era stato sacrificato in nome dello sci.
Pertanto, quando ho letto la tua affermazione sulla “rinuncia agli impianti sciistici” mi sono sentito in dovere di portare qualche prova di quanto sia errata e fuorviante.
Magari, se alzi il culo dal divano e vai a vedere, te ne rendi conto anche tu. Che ormai se io scrivo che il cielo è azzurro tu rispondi che sono castronerie e strafalcioni.
Attento però che ora il parcheggio è a pagamento dal Cavone in su, con lo slogan “Sosteniamo il Corno” ben visibile sui parchimetri.
Olè!
Siccome sono volutamente provocatorio, iniziamo subito a sottolineare le palle.
“c’è una norma statutaria per cui il CAI è apolitico, apartitico e aconfessionale.”
“lo Statuto “impone” dei princìpi che sono tassativi per tutti i soci e non superabili da nessuno. Questa scelta, che fu adottata dai nostri avi (Quintino Sella & C), risponde fin dall’inizio del CAI”
A me viene in mente un “bel” ventennio in cui il CAI è stato politicamente schierato e partiticamente organico. Sulla aconfessionalità attuale lascio perdere, ma certe spedizioni papali e benedizioni vescovili sono storia recente…per tacere dell’espulsione dei soci ebraici
Lascia stare i tempi di papà Quintino, và…
Detto questo, il rifugista credo abbia il diritto di esporre la bandiera che vuole come presa di posizione personale e questo non significa coinvolgere il CAI. Infatti la bandiera palestinese è ben separata e in posizione subalterna) da quella italiana, da quella della provincia e da quella del CAI e non compare nel sito del rifugio.
Se vi sembra inopportuno, per qualunque motivo, andate su (che come già detto, è pure un bel posto) e parlatene al rifugista.
Se questo offende qualche socio CAI, significa che questo qualcuno è un sionista e perciò un razzista, a me, come socio quasi cinquantennale, offende che sia socio CAI: posso chiedere di radiarlo?
@ (2)11
Carlo, concordo. Balsamo parla quasi sempre per provocare. Si informa in Rete, sceglie solo ciò che a suo giudizio gli conviene per sostenere le provocazioni e poi si esibisce in “argomentazioni” degne del dottor Azzeccagarbugli.
Giorni fa ho commentato la situazione delle stazioni sciistiche nell’Appennino Tosco-Emiliano, ricordando le decine e decine di impianti dismessi o smantellati nel corso dei decenni. Era un commento ovvio, perfino banale.
Evidentemente in quel giorno il Balsamo si era però svegliato peggio del solito: sentiva il bisogno di sfogarsi. Al solo scopo di polemizzare, se ne è uscito con una sequela di falsità, errori, farneticazioni: pure balle balsamiche.
Perfino ridicole, per chi conosce quei luoghi.
È il suo stile.
P.S. Ti consiglio di non perderci altro tempo. Con gente come lui non vale la pena.
E’ qui che sta la differenza di vedute :
Esporre la bandiera palestinese, inoltre, non è discriminatorio verso altri popoli che soffrono e sono oppressi.
Quelli che vengono colpiti ogni due giorni da un regime terrorista non soffrino e non sono oppressi ?
Quando il tuo popolo soffre e tu lo lasci soffrire , perche’ invece di spendere i soldi in alimenti e farmaci , tu preferisci investirli in armi per il terrorismo , che cosa sei tu ?
Un oppresso o un terrorista ?
Aspetto fiducioso l’esposizione allo Stivo della bandiera del Libano di Hezbollah come “popolo oppresso” , gia’ che ci siamo…
Bobby, ai miei tempi alcuni rifugisti erano messi all’indice dal CAI perché portavano un orecchino, i capelli lunghi o avevano un tatuaggio sul collo. A mio giudizio, in quel contesto storico, tale censura era più giustificata di quella attuale, per una bandiera palestinese esposta in solidarietà verso un popolo obiettivamente oppresso e massacrato. Esporre la bandiera palestinese, inoltre, non è discriminatorio verso altri popoli che soffrono e sono oppressi.
Se per esempio Crovella volesse che ci fosse al rifugio Stivo anche la bandiera di Cuba, non avrei nulla da ridire.
Se questa regola per cui su determinati temi (e segnatamente questo delle natura apolitica del CAI), basta NON essere soci del CAI. Ma che “é” socio, è anche giuridicamente, obbligato a rispettare tutte le norme del CAI.
Infine: all’obiezione che la bandiera in questione non è un atto politico perché è una manifestazione di solidarietà umana, ho già risposto che il problema specifico del M.O. è tale per cui schierarsi anche solo “umanamente” comporta implicitamente uno schierarsi di natura politica. Infine ritengo che qualsiasi tipologia di questo tipo di questioni debba stare prudentemente fuori dal CAI: a puro titolo di esempio, mettere una bandiera NO TAV in un rifugio CAI (o “a fianco”, altro escamotage ipocrita) è sbagliato perché tira per i capelli il CAI in una tematica che NON gli compete per volontà statutaria. LASCIAMO FUORI TUTTE QUESTE FACCENDE DAL CAI: ABBIAMO SOLO DA GUADAGNARCI A SEGUIRE LA STRADA CHE DU SCELTA DIN FAI TEMPI DI “PAPA’ QUINTINO”. Il CAI ha già così tanti problemi e difetti (per la complessità del suo funzionamento e per il confronto con una realtà sociale sempre più complessa e contraddittoria) che ci manca ancora che ci infiliamo dentro tematiche di stampo “politico” (in senso lato) che lo spaccherebbero dall’interno. CONT
Di conseguenza la mia considerazione sul fatto che basta che cui sia un solo socio che si ritenga offeso/ferito/indispettito ecc NON è in contraddizione con il mio credo che, dove si “può” votare, è corretto che prevalga la maggioranza, perché in questo contesto la mia non è una considerazione giuridico-regolamentare ma di pura educazione e rispetto verso i tutti i “nostri” consoci. Oggi si feriscono (magari inconsapevolmente, ma si feriscono) alcuni nostri consoci e magari domani si feriscono i nostri consoci meridionali o, all’opposto, settentrionali e così via. Ergo: niente prese di posizioni su argomenti di questo tipo. In ogni caso, questa mia è solo una “delicatezza” verso certi soci, perché la volontà statutaria è molto chiara e si IMPONE alla volontà dei soci. CONT
Ma per altri argomenti (dove si esprime lo Statuto), e segnatamente per ogni tipo di “schieramento politico-ideologico”, lo Statuto del CAI NON prevede la libertà di votazione dei soci, quindi lo Statuto “impone” dei princìpi che sono tassativi per tutti i soci e non superabili da nessuno. Questa scelta, che fu adottata dai nostri avi (Quintino Sella & C), risponde fin dall’inizio del CAI (e da allora NON è mai stata cambiata e neppure mi par mai finita in odor di cambiamento) alla ratio di non creare delle spaccature interne alla compagine dei soci per “differenze” politiche intese in senso lato. Ratio che condivido in pieno e che spero rimanga inalterata, altrimenti la balcanizzazione del CAI sarebbe l’inizio della sua fine. CONT
Per cui: tra la volontà dei soci (maggioranza/minoranza) e le norme statutarie prevalgono SEMPRE queste ultime. Non vale su tutti gli argomenti: pertanto nelle dinamiche decisionali del CAI ci sono molti argomenti (es approvazione bilancio, decidere se vendere o acquistare un rifugio, se costruirne uno nuovo, se ristrutturalo, magari cambiandogli la “forma”), ci sono degli argomenti – dicevo – dove è prevista la libertà di decisione dei soci (ovviamente si parla dei soli soci competenti: es il bilancio sezionale è oggetto di votazione da parte dei soli soci di “quella” Sezione). Quindi su questi argomenti lo Statuto lascia ai soci libertà decisionale che si esprime attraverso delle votazioni, nelle quali prevale la maggioranza (e l’eventuale minoranza “soccombe”). CONT
Vista la generale confusione che regna (a giudicare dalle testimonianza da cui emerge che NON si conoscono i meccanismi di funzionamento del CAI), cerco di spiegare la questione il più sinteticamente possibile. La volontà della maggioranza dei soci in faccende come questa NON ha nessuna efficacia per volonta dello Statuto del CAI. Non è che la SAT può portare in assemblea dei suoi soci la questione della bandiera (in ogni caso ci vorrebbe il passaggio in assemblea che non c’è stato) e fa votare l’assemblea sul punto e la maggioranza che prevale determina l’orientamento della SAT sull’argomento (lo stesso vale in qualsiasi altra sezione del CAI o per il CAI nella sua interezza nazionale). NO! NON FUNZIONA COSI’ SU QUESTI ARGOMENTI. Infatti c’è una norma statutaria per cui il CAI è apolitico, apartitico e aconfessionale. Quindi anche se in una Sezione ci fosse non solo la maggioranza dei soci ma addirittura l’unanimità dei soci che vuole o accetta una manifestazione di stampo “politico” (in una o nell’latra direzione ideologica), tale volontà dei soci è priva di efficacia perché contrasta con lo Statuto (che ciascun socio del CAI si impegna a rispettare). CONT
Balsamo NON capisci mai niente (a mia sensazione “volutamente” per esser provocatorio come usa fare anche il tuo degno compare Matteo), ma qui, probabilmente per tua ignoranza dei meccanismi di funzionamento del CAI, mischi pere con patate e finisci per fare un gran minestrone: “prima” acculturati, cioè “conosci” a fondo come funziona il CAI (studiando lo statuto, i regolamenti, le delibere ecc) e solo “dopo” mettiti a parlare pubblicamente su questi temi, sennò parli a vanvera e fai solo figure ridicole. CONT
@209
Quasi…
Sono colti perche’ , come Bonaccini , lo proclamano loro , e chi non e’ d’accordo e’ perche e’ ignorante , pure se li aveva votati l’anno prima !
Sono come le 5 stelle , ma senza l’hotel , una massa di tonti che si ritengono in possesso di grandi conoscenze , e segretamente ti sussurrano dei complotti che bloccano lo sviluppo dell’auto ad aria compressa..
Se qualcun’ altro issa la bandiera dirimpettaia , parte una contestazione perche’ normalmente , se gli dimostri che hanno torto , allora sei “fascista” , pure se sei Liliana Segre e hai ancora i numeri tatuati…
Non sono mai salito al rifugio Stivo, ma a giudicare dalle foto sul sito internet, mi sembra molto bello, pulito e accogliente con un panorama strepitoso e ottimo cibo; un rifugista colto, letterato, amante dello sport, delle cose essenziali e, forse, pure di sinistra!
Ma cosa si vuole avere di più in un rifugio di montagna?
La bandiera palestinese è, come da Guide CAI, una garanzia di igiene pubblica e di qualità dei frequentatori (sono come le 5 stelle di un hotel): non ci trovi di certo Ben Gvir in vacanza o soldati israeliani esauriti per le troppe esecuzioni sommarie di bambini, Salvini e compagnia cantante….. Ma gente semplice, amante della montagna, pacifica e DEMOCRATICA!
Viva il rifugio Stivo!
“evitare che qualsiasi risvolto comportamentale di un qualsiasi singolo possa offendere/irritare/infastidire anche uno solo degli altri effettivi comproprietari dell’edificio”
Ma tu guarda un pò come tornano in auge i diritti e la tutela delle minoranze quando quelle minoranze (forse) sei tu.
Che fine hanno fatto i principi “la maggioranza decide, gli altri si adeguano” ma soprattutto “chi è assente ha SEMPRE TORTO“?
Perché a me risulta che 500 e oltre soci si siano espressi formalmente per lasciare la bandiera dov’è, mentre gli altri 28500, mi pare, sono assenti.
Non starai mica rinnegando tutto quello che hai scritto sul blog negli anni, dandoti la zappa sui piedi da solo, eh, Crovella? 🙂
Un pò come quel “democratico” di Bertoncelli quando scrive frasi del tipo: “per chi è stato educato alla democrazia e non ha il cervello ottenebrato dal fanatismo” e “mi rendo conto che sarebbe pretendere troppo dall’intelligenza umana“.
Che quando le scrive lui agli altri sono “ironia e sarcasmo“, ma se gliele ribalti diventi un “provocatore” “con la cattiveria ottusa“.
Praticamente, come darsi del provocatore ottuso da soli. Un colpo Di Genio (nomen omen) 🙂
Sul pianeta esistono decine, se non centinaia o forse addirittura migliaia, di “popolazioni vessate e decimate”. E allora perché concentrarsi ossessivamente “solo” sul problema del M.I.? E’ evidente che non si tratta di semplice solidarietà, ma c’è un fumus persecutionis verso quelli che vengono considerati i “carnefici” di tale popolazione vessata e decimata. Anche rimanendo a titolo di pensiero individuale (cioè se4nza entrare in un ambito di associazione pluralista e incentrata sulla montagna), o si manifesta solidarietà per TUTTE le popolazioni vessate e decimate (e lo si può fare con la bandiera arcobaleno della pace) oppure, se ci si limita ad un caso specifico, si prende una posizione “ad personam”, fenomeno che è doppiamente sbagliato nell’ambito di una associazione pluralista. Indipendentemente da ciò, aggiungo un pezzo: la SAT ha avanzato la richiesta di asportazione della bandiera in questione con tono cordiale (peraltro risulta che siamo già al secondo anno di questa faccenda), cioè senza intimazioni giuridiche o cose del genere, ma l’intransigenza del rifugista dimostra la sua mala fede. Cioè egli sta compiendo un atto politico e non solo ideologico come ipocritamente dice a parole, altrimenti di fronte alla garbata richiesta dei proprietari dell’immobile, per educazione avrebbe dovuto provvedere a toglier “quella” bandiera. Se il padrone di casa ti fa sapere garbatamente che preferisce evitare, anche se magari non ha il potere giuridico di “importi” una certa cosa, è opportuno non insistere. Se invece si insiste (facendo spallucce alla garbata richiesta del padrone di casa), si dimostra che l’azione non è “solo” una manifestazione di solidarietà, ma una precisa scelta politica e ciò cozza contro la logica e lo statuto di un’associazione pluralista come è il CAI (e le sue sezioni).
Secondo me l’importante e’ riconoscere che i punti di vista possono essere diversi , e che scavare tunnel pieni di armi sotto scuole ed ospedali , alla faccia delle condizioni in cui versa la propria popolazione , o preparare per due anni un ennesimo attentato “a freddo” con cui uccidere e stuprare mille civili israeliani , seguendo adolescenti fino nei bagni mobili per giustiziarli mentre ballano ad un rave , non sia nemmeno nelle opinioni piu’ ingenue e farneticanti l’espressione di una : “Popolazione vessata e decimata” , bensi’ espressione di un terrorismo radicato ed irriducibile che da decenni non accetta di essere disarmato.
Insomma, l’importante non è manifestare solidarietà con una popolazione civile vessata e decimata, ma non (dis)turbare la vista e, con essa, i pensieri e -forse- la coscienza dei benpensanti di ogni ordine e grado.
Un rifugio alpino non è un locale pubblico, bensì un locale privato aperto al pubblico. E’ indiscutibilmente un edificio di proprietà di un ente di diritto privato (anche questa è la corretta definizione del CAI, ex . 6/89 seconda parte, CAI che ha in pancia le sue sezioni, compresa anche la SAT). L’ente privato in questione (che sia il CAI o, a cascata, una qualsiasi delle sue sezioni, fra le quali rientra la SAT) comprende una pluralità si soci (nel caso della SAT ben 29.000) che sono tutti indistintamente comproprietari in pari % degli edifici dell’ente. Pertanto occorre tener conto di questo punto, come ho scritto milioni di volte, per evitare che qualsiasi risvolto comportamentale di un qualsiasi singolo possa offendere/irritare/infastidire anche uno solo degli altri effettivi comproprietari dell’edificio,. Detto insieme statistico normalmente NON comprende la persona del gestore, a meno che sia anch’egli un socio dell’ente: ma anche in questo caso egli, in quanto socio, deve fare in modo che l’ente sia sempre al di sopra di prese di posizioni politico-ideologiche, altrimenti oggi si offendi Tizio e domani Caio e questo NON va bene, innanzi tutto sul piano della correttezza umana e cmq escluso per volontà statutaria. Inoltre (ma non voglio infilarmi in un gineprai giuridico che non è il punto nodale) sulla questione potrebbe anche essere che il contratto di gestione (che è quello che si interpone fra l’ente proprietario e tutti i rifugisti) comporti delle differenze rispetto al più generico contratto d’affitto dei locali. In ogni caso, io suggerisco al CAI (intendo l’intero CAI, non solo la SAT) di inserire pro futuro una clausola nei prossimi contratti di gestione, in modo tale che atti e/o comportamenti individuali dei gestori, se non graditi all’ente proprietario, debbano in automatico cessare. (sarebbe questo il caso, al seguito della comunicazione della SAT al rifugista). In questo modo eviteremo in futuro ogni rischio di tirare per i capelli il CAI e/o le sue singole sezioni dentro a questioni che non gli competono per volontà statutaria e che, al netto dello Statuto, incidono sulla terzietà del CAI e/o delle sezioni, adombrando il principio che il CAI è la casa degli appassionati di montagna, i quali possono essere di destra o di sinistra, propal o filoisraeliani, NO TAV o SI TAV, nordisti o sudisti, bianche o neri, juventini o interisti ecc ecc ecc…
Fabio, su questo siamo perfettamente d’accordo e mi pare di averlo premesso nel mio intervento.
Quanto allo stadio io non ci vado. Per me i calciatori farebbero la fame, altro che tifoserie del menga che fanno casino.
Comunque (volontariamente o involontariamente, poco importa), Bertoncelli ha sollevato un punto interessante: “se tutti ci comportassimo cosí, a che cosa si ridurrebbero le nostre città?”
Se quello stesso gesto venisse compiuto contemporaneamente da tutti, ciò che era nato come espressione di libertà individuale diventerebbe semplicemente rumore visivo.
Come ci insegna la teoria dei segnali, quando tutto è evidenziato nulla è evidenziato, e, diventando assimilabile al rumore di fondo, viene automaticamente cancellato dalla nostra percezione come accade a una pubblicità ripetuta ossessivamente (o ai commenti di Crovella 🙂 ).
La vera forza della manifestazione del pensiero sta nella possibilità di poter scegliere se, quando e come esporsi. Accettando anche di essere l’unica voce discordante del palazzo.
E’ l’unicità della scelta che conferisce peso alla manifestazione. Se viene compiuto da tutti, l’atto perde il suo significato e dunque perde di interesse.
Mie castronerie e strafalcioni, naturalmente.
P.S. Un rifugio SAT, pur appartendendo a un ente pubblico, rimane un bene privato dato in gestione a un privato.
Invece gli ebrei occidentali e italiani in particolare (per quel che li conosco e state tranquilli che li conosco..) sono suscettibili e penso proprio che se la siano legata al dito. Ebbene per il già da me descritto di maggior coinvolgimento emotivo dell’intero mondo ebraico ai loro confratelli israeliani specie dopo il 7 ottobre, ogni increspatura dell’umore degli ebrei in giro per il mondo si traduce in un sostengo in più agli israeliani, per cui la politica sionista non potrà che accentuarsi maggiormente, a inevitabile danno per i palestinesi. Certo NON sarà la sola bandiera nel rifugio della SAT che costituirà lo spartiacque, ma se sommate le quasi 1500 manifestazioni pro-pal in piazza, a volte con code violente, i cartelli stile “Segre nazista”, le esternazioni della Francesca albanese (ossessionata dal genocidio, poi smentito), le pagliacciate in stile Flottilla e via via via, ebbene se sommiamo tutto questo ambaradan che viene vissuto come espressione di antisemitismo dagli ebrei occidentali, la reazione non potrà che essere stringersi ancor di più introno ai loro confratelli israeliani il che si tradurrà in un ulteriore giro di vite della polita sionista. Ergo: se volete salvare i palestinesi, come vi ho già spiegato, dovete cambiare completamente strategia, altrimenti a dare solo addosso agli ebrei, mettendoli alla berlina e perfino sul banco degli accusati, state contribuendo a scavare la fossa ai palestinesi. non ve ne rendete conto, ma l’effetto del meccanismo è quello lì.