La Ferrata delle Mésules

Diario – 20 – La Ferrata delle Mésules (AG 1962-009)
(dal mio diario, fine estate 1962)

2 agosto 1962. Da Soraga di Fassa prendo la corriera delle 7.51 e arrivo all’Albergo Maria Flora del Passo Sella. Ho il solito zaino, ma questa volta gli ho attaccato una borsetta di pelle sintetica per poter portare più roba.

Paolo Baldi mi ha sconsigliato di andare da solo, dice che la via è pericolosa, esposta, ecc. Ma io sono qui ugualmente.

In seguito a questa gita ho capito che più volte ho fatto l’errore di portarmi su vie impegnative zaini davvero grossi: e già qui sulle Mésules capirò che non è solo il peso a dare fastidio, ma anche le dimensioni.

La Ferrata delle Mésules
FerrataMesules_big

Trovato il sentiero che porta tra i ghiaioni delle Torri di Sella all’attacco, raggiungo due ragazzi più grandi di me e gli sto dietro, segretamente covando l’idea di star dietro a loro per tutta la salita, un bel sollievo morale.

All’inizio della Ferrata c’è una piccola selletta, i due si fermano, hanno l’aria di voler mangiare. Per prendere tempo io mi sposto verso un masso per guardare la parete sopra di noi. Vedo in alto delle persone, allora penso che possono essere loro quelli cui stare dietro…

L’attacco è immediatamente a destra di un’impressionante parete nera con acqua a cascata. Ho letto che ci sono 264 metri da superare per raggiungere l’orlo del grande terrazzone detritico che caratterizza la sommità del Piz Ciavazes.

Un po’ timoroso inizio per una paretina con scalini di ferro e bolli rossi. Raggiungo un lungo camino, obliquo verso destra, formato da una serie di grandi lastroni staccati dalla parete, ancora con gradini e corde metalliche.

L’arrampicata è molto divertente e non difficile. Solo lo zaino m’impaccia, ma faccio finta di nulla. Mentre aspetto che un ragazzo e una ragazza (lei un po’ in difficoltà) escano dal camino, estraggo dal mio zaino degli zuccherini e del surrogato di cioccolata. Ne metto un po’ in bocca e un po’ in tasca. In basso il camino è una specie di canale, poi si restringe e diventa più verticale e liscio. L’arrampicata è divertente, priva di difficoltà grazie agli scalini. Alla sommità del lastrone che forma il camino oltrepasso la coppia legata in cordata.

Raggiungo una seconda scaletta di ferro che permette di salire su parete aperta e quasi verticale. Lì raggiungo due ragazzi della mia età, guidati dal loro zio, che per assicurarli maneggia corda e moschettone agganciato a uno scalino.

Di queste cose tecniche io non so nulla. Ancora per corde metalliche raggiungo una terza scaletta e qui incontro un primo gruppo di finanzieri che stanno scendendo, legati in cordata.

Oltrepassata una nicchia giallastra salgo lungo una fessura che presto s’allarga e si appiattisce. Dopo una costola secondaria, attraverso un forcellino e proseguo su roccette verso la fascia detritica. Qui incontro un secondo gruppo di finanzieri. Seguendo le serpentine della traccia di sentiero sui detriti raggiungo la vera terrazza sommitale e mi dirigo all’insellatura tra Piz Ciavazes e Piz Selva.

In arrampicata sulla ferrata delle Mésules
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Alla selletta discuto con me stesso se salire anche in vetta al Piz Ciavazes, poi concludo che non ne ho voglia; così mi dirigo all’ultimo salto, di 210 metri, per arrivare in vetta al Piz Selva.

Anche qui ci sono opere artificiali di assicurazione e progressione. Prima per un colatoio, poi per la costola di destra con un caratteristico “ago” di roccia. Qui mi permetto di non usare alcun manufatto e in breve esco sull’altopiano, in prossimità dl segnale trigonometrico del Piz Selva, a 2940 m.

Dal punto più alto osservo la nuda pietraia, sterminata, che costituisce questo gruppo di Sella. Mi siedo e apro una scatola di pesche sciroppate, poi mangio un’altra tavoletta di surrogato di cioccolata. Faccio ordine nello zaino e proseguo il mio cammino, avendo già individuato il Piz Gralba 2974 m, la più alta di tutte le cime del settore occidentale del Sella. Per arrivarvi devo salire la cima del Piz Revis 2940 m.

Ma non mi accontento, continuo il mio saliscendi sul Piz Saliera 2958 m, sul Piz Miara 2965 m e, più faticosamente, sul Piz Beguz 2972 m. Da qui riconosco il Piz Rotic 2964 m, quello prima delle Mésules, dove la catena sommitale fa una netta svolta a est. Dalla vetta del Piz Rotic c’è una spettacolare veduta sul vallone che porta al rifugio Pisciadù.

Sceso alla Forcella dei Camosci 2923 m, prendo a destra e proseguo fin sotto alla prima cima delle Mésules, che salgo senza zaino, dopo averlo posato sul sentiero.

Comincio a essere un po’ stanco, salgo affaticato anche se non è per nulla ripido. Quando vedo che la cima su cui sono è più bassa dell’altra poco distante (che non ho voglia di raggiungere) sono preso da stizza. Mi accontento della cima Sud delle Mésules 2985 m.

Riscendo svogliatamente, riprendo lo zaino e, attraverso piccole distese di neve residua, vado alla Sella del Pisciadù invasa da neve marcia. Dopo un poco incontro il bivio per la Sella Val di Tita e dopo un po’ ancora la Forcella dell’Antersass. Qui c’è un sacco di gente. Si vede la Torre Berger, fantastica. Continuo fino alla vetta dell’Antersass 2906 m, sorpassando tutte le comitive. Ancora un attimo e sono al rifugio Boè, dove mi fermo a mangiare: non dentro, ovviamente!

Finito il pasto poco luculliano mi avvio verso il Col Turond 2921 m, che è un rilievo isolato proprio in mezzo all’altopiano. Per sfasciumi e pendii poco ripidi ne raggiungo la vetta, poi scendo, incertissimo se andare o no al Col Alton 2881 m. Mi dico sì, poi no, poi ancora sì più volte: alla fine prevale il sì. Ero incerto, mi scocciava scendere e poi risalire… Ma alla fine lo faccio, ancora una volta depositando lo zaino e salendo poi per l’ennesimo sfasciume.

Adesso però basta: recuperato lo zaino proseguo veloce verso la Forcella Pordoi, poi mi convinco di salire anche la Punta di Soél 2948 m, che raggiungo nella nebbia. Scendo per un canalone poco marcato e innevato e ritorno al sentiero e per questo alla Forcella Pordoi.

Disdegno di salire al Sass Pordoi perché ci sono già salito in altra occasione (allora non era ancora stata costruita la Funivia che collega il Passo Pordoi al Sass Pordoi, NdR).

Non ancora sazio e nascosto lo zaino dietro a una roccetta, salgo anche sulla cima del Sass de Forcia 2923 m, facendo attenzione a non smuovere sassi che potrebbero cadere sulla testa di qualcuno alla Forcella Pordoi. Sono in cima in pochi minuti. Mentre scendo incontro uno che, arrancando, mi chiede se è difficile andare su. Rispondo di no, che è facilissimo, ma non gli do grande udienza.

A velocità record scendo per il famoso ghiaione di Forcella Pordoi, vedo l’insignificante vetta del Monte Forcia 2356 m, che raggiungo in breve con una piccola deviazione dal sentiero. Mi godo quest’ultima vetta (per oggi), la ottantacinquesima nel mio elenco di cime salite.

Al Passo Pordoi considero se salire anche il Sass Beccé, ma poi il buon senso ha il sopravvento.

Sono appena le 15, mi metto a prendere il sole. Poi devo scendere, giù per la Statale e le sue scorciatoie, ogni tanto tentando un po’ di autostop, infruttuosamente.

Sono circa al km 69 quando una Topolino targata Bologna si ferma e mi fa salire senza che io abbia fatto alcun segno.

Quello che guida è lo stesso che sulla Cima Forcia mi chiedeva se era difficile o no. Si è fermato perché mi ha riconosciuto. Mi confida di aver avuto paura e di non essere arrivato in cima, poi parliamo di montagna. Lui e la moglie mi sbarcano a Mazzin. Ci salutiamo e io mi metto ad aspettare la corriera per Soraga.

La Ferrata delle Mésules ultima modifica: 2016-08-28T05:26:15+02:00 da GognaBlog

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9 pensieri su “La Ferrata delle Mésules”

  1. Il surrogato di cioccolato era abbastanza diffuso a quei tempi. La Ferrero faceva un prodotto, impreziosito anche da mitiche “figurine”, merce di scambio apprezzatissima tra noi ragazzini. Se volete saperne di più digitate su google “surrogato di cioccolato”.

  2. Ivo se tutto va bene, qua dentro sono il piú giovane di tutti 🙂
    Il mio tempo lo vivo eccome, semplicemente notavo la differenza tra cosa erano, come erano considerati certi percorsi prima ancora che io nascessi, e come sono stati “degradati” adesso che li frequento io (che non potevo prima perché non ero ancora al mondo)

  3. Ho un solo dubbio: ma cos’è il “surrogato di cioccolata”, che non l’ho mai sentito nominare?

  4. ” La cosa fondamentale è vivere”

    Ivo, si vivire è fondamentale ma anche COME si vive è altrettanto fondamentale.

    Possiamo fare tutto ma è come lo si fa che fa la differenza .

    Non possiamo arrogarci il diritto di fare sempre e comunque quello che ci pare e come ci pare.

  5. Concordo con Luca ,Tommaselli e Meisules sono state l anticamera dell arrampicata.Ricordo spavaldamente l inizio con queste corde in acciaio , anche a penzoloni, per arrivare all uscita del camino sulla piccola cengia ai piedi della scaletta.Bhe li ho avuto qualche momento di paura, non so come presi il coraggio, avevo 18 anni e l avevo affrontata da solo.Poi piano piano e’ diventata sempre più facile.Per me è’ stata la mia vera consacrazione, mi sentivo un vero alpinista , ma non sapevo quanta strada dovevo ancora fare.Venneromaltre ferrate come la Tommaselli , la Schuster al Sassolungo con la nebbia ,poi vennero le scalate vere che mi hanno regalato gioie infinite per 25 anni tra le Dolomiti e le Alpi Apuane.

  6. Marco io non sono poi così d’accordo, ognuno vive il suo tempo e con il suo tempo…ad ogni ciclo c’è la solita frase ” al mio tempo era meglio e tanti bla bla bla”…. La cosa fondamentale è vivere … Ciao ivo

  7. Adesso purtroppo è tutto banalizzato, tutti DEVONO poter fare tutto… e poi con lo snaturamento delle ferrate e la creazione di percorsi “luna park”…
    Anch’ io sento ancora gente raccontare in maniera “romantica” di come erano considerati certi percorsi…
    adesso manca solo di trovarci la scolaresca in infradito, e a me non resta che rifugiarmi su ghiaioni marci o cenge dimenticate da Dio…

  8. Ricordo che allora la Ferrata delle Mésules, assieme alla Tomaselli, era un po’ lo spauracchio degli adulti e la consacrazione per noi ragazzini. Prima il Santner, poi il Catinaccio d’Antermoia… finché: le Mèsules!
    Anch’io più tardi la salii da solo, non feci tutte quante le tue cime dopo, ma deviai a metà ferrata per contornare e sormontare il Piz Ciavazes. Mentre stavo ultimando l’aggiramento, con la macchina fotografica a tracolla, notai una giovane coppia di arrampicatori tedeschi che era fuoriuscita da una via a sud, probabilmente la Vinatzer, e faceva l’amore. Cercai di non essere notato a mia volta, perché avrebbero potuto pensar male, e non li disturbai.
    Mi ha fatto ridere il prevalere del tuo buon senso nell’evitare il Sass Beccé. Bastava e avanzava la precedente cavalcata!

  9. AFFASCINANTE tutto il racconto. Molto stringato ma essenziale, anche per coloro che conoscono solo la zona, senza essere alpinisti. Dovrebbero fare così tanti alpinisti. MOLTE GRAZIE ALESSANDRO GOGNA.

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