La Grande Accelerazione arriva in vetta

Le cime montuose sono sempre più ricche di piante.

La Grande Accelerazione arriva in vetta
di Carlo Crovella ed Elena Barni
(pubblicato su Montagne360, ottobre 2018)

La Grande Accelerazione è una teoria scientifica secondo la quale l’estrema intensificazione dell’attività umana a partire dalla metà del secolo scorso costituisce la principale causa delle variazioni ambientali da allora registrate sul nostro pianeta. L’accelerazione riguarda in particolare l’attività economica, ma coinvolge anche altre variabili quali, a titolo di esempio, la crescita demografica, l’urbanizzazione, il consumo delle risorse energetiche. Negli ultimi settant’anni la Terra, intesa come sistema di processi chimici, fisici, biologici ed umani è entrata in una nuova Era, denominata Antropocene (dal greco anthropos = uomo): l’attività umana è diventata una forza geologica a livello planetario.

Rilievi botanici in vetta all’Oberrothorn (Zermatt). Sullo sfondo (da sinistra) l’Allalinhorn, il Rimpfischhorn e lo Strahlhorn. Foto: Carlo Crovella.

Un recente dossier sulla Grande Accelerazione, curato da scienziati svedesi e pubblicato nel 2015, si fonda sull’analisi di 24 indicatori, sia di natura economica (come il PIL, i trasporti, il consumo di acqua ed energia), sia di natura ambientale (come la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera, l’acidificazione degli oceani, le deposizioni di azoto nelle aree costiere). A colpo d’occhio, i grafici di tutti questi indicatori mostrano un’impennata proprio a partire dalla metà del XX secolo. Questa analisi scientifica dimostra quindi che, negli ultimi settant’anni, i fattori chiave del sistema Terra hanno avuto un andamento anomalo che si discosta bruscamente dalla variabilità naturale avutasi negli ultimi 12 mila anni.

Dalla vetta del Monte Mars: nebbie pomeridiane al confine fra Piemonte e Val d’Aosta. Foto: Carlo Crovella.

A prima vista queste alterazioni sembrerebbero limitate ai territori caratterizzati da un’elevata presenza umana, considerando che la metà della popolazione globale ora vive in aree urbane e circa un terzo della popolazione globale ha completato la transizione da società agraria ad industriale. Ma in realtà il fenomeno è complesso e aggredisce anche spazi terrestri dove la presenza umana è sporadica o nulla.

Becca di Nona (a sinistra) e Monte Emilius. Foto: Carlo Crovella.

A tal proposito un recente studio condotto a livello europeo ha dimostrato che, in conseguenza del riscaldamento globale, si sta modificando la flora delle vette montuose. Le cime delle montagne non sono più ambienti ostici alla vita o riservati a pochi organismi capaci di tollerare condizioni rese estreme dal lungo inverno e dall’estate troppo fredda e breve. Questo vale almeno per le piante che, a causa del riscaldamento globale, riescono ad insediarsi in numero sempre maggiore a quote più elevate, entrando in competizione con le specie che abitano sulle vette da secoli.

Questo risultato, pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, è stato conseguito grazie ad uno studio coordinato dall’Istituto per lo studio della neve e delle valanghe di Davos (Svizzera) e condotto a scala europea da un gruppo di ricercatori provenienti da 11 paesi. A tale studio hanno collaborato per l’Italia i ricercatori del Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi dell’Università di Torino e dell’ARPA Valle d’Aosta, con il supporto del Parco naturale Mont Avic.

L’attività di ricerca del team italiano è stata coordinata, sia sul terreno che in fase di studio, da Elena Barni (Università di Torino), alla quale è interessante rivolgere alcune domande per comprendere più approfonditamente questo particolare fenomeno.

Gli autori dell’articolo alla Becca di Nona. Sullo sfondo il Gran Paradiso (al centro ) e la Grivola (a destra). Foto: Archivio Carlo Crovella.

DPer rendere comprensibile a tutti il messaggio, partiamo dal fondo: qual è il risultato finale dello studio scientifico?
R Si è appurato che il numero di specie vegetali sulle cime delle montagne europee sta crescendo con un trend in sensibile accelerazione: negli ultimi 10-15 anni, il numero di specie è aumentato di 5 volte rispetto al periodo 1957-66. Attraverso dati rilevati sulle cime di montagne localizzate nei maggiori sistemi montuosi di tutta Europa e riferiti ad un arco temporale molto ampio è stato possibile evidenziare che tale accelerazione è inequivocabilmente legata al riscaldamento globale.

D – Qual è la peculiarità di questo studio, che rende il risultato scientificamente rilevante?
R – Il lavoro si fonda su una serie di dati unica nel suo genere, per scala spaziale e temporale: infatti comprende un totale di 302 cime localizzate nei maggiori sistemi montuosi continentali (dai Pirenei passando per le Alpi fino ai Carpazi, salendo di latitudine fino alla Scozia e alle isole Svalbard) e copre un arco temporale di 150 anni circa. Una serie storica così lunga poteva essere raccolta solo in Europa, grazie all’esistenza di una tradizione storica di studi sulla flora di alta quota, a partire almeno dal 1870.

Merciantaira (Alpi Cozie). Briefing a fine rilievo botanico: altro che riscaldamento globale! Tirava ‘na bisa gelata! Foto: Carlo Crovella.

DPerché vi siete concentrati proprio sulle cime delle montagne?
R – È molto semplice: le montagne non si spostano, perciò sono naturalmente aree di studio “permanenti”. Ciò significa che si sono potuti confrontare dati recenti con dati storici, rilevati in un’epoca in cui non esisteva il GPS né altri sistemi precisi di localizzazione geografica. Il confronto di dati rilevati sulle stesse aree assicura fondamento scientifico alla conclusione secondo la quale le variazioni individuate nel lungo periodo sono avvenute in risposta ai cambiamenti ambientali e non derivano invece da imprecisioni nella ri-localizzazione dell’area di studio.

DChe cosa evidenzia il confronto fra i censimenti passati e quelli attuali?
R – È emerso che la flora delle cime si è arricchita fortemente in tutti i sistemi montuosi europei. L’aumento di piante sulle cime ha subìto un’accelerazione nel tempo, particolarmente pronunciata negli ultimi 20-30 anni: cinquant’anni fa (1957-1966) il numero di specie aumentava in media di 1 specie in 10 anni, mentre durante il decennio 2007-2016 le montagne si sono arricchite mediamente di 5 specie. Ma il risultato più sorprendente, e allarmante allo stesso tempo, è che l’accelerazione nell’aumento di specie vegetali sulle cime è strettamente sincronizzata all’impennata delle temperature. Altri fattori, come le variazioni delle precipitazioni o delle deposizioni di azoto, che sono comprovata causa di alterazione della biosfera, non hanno dato un risultato così fortemente correlato e univoco in tutte le aree studiate.

Rilievi botanici in vetta all’Oberrothorn (Zermatt). Sullo sfondo il Cervino. Foto: Carlo Crovella.

DPerché allarma così tanto l’aumento delle specie vegetali sulle cime?
R – In effetti, ad una prima impressione, l’aumento di biodiversità sulle cime può sembrare una buona notizia. In realtà, le piante che salgono da quote inferiori sono prevalentemente specie che formano le praterie alpine, sopra il limite degli alberi. Hanno crescita più rapida e raggiungono dimensioni maggiori rispetto alle piante che vivono sulle cime da secoli, a crescita lenta, adattate a resistere al freddo e a cavarsela con estati brevi. Queste ultime potrebbero estinguersi, anche solo localmente, perché soppiantate dalle nuove arrivate, più competitive per tratti genetici e per le condizioni climatiche più favorevoli. L’estinzione delle piante caratteristiche delle cime è un fenomeno probabile, ma non ancora dimostrato in questo lavoro: è possibile che sopravvivano ancora un po’, grazie alla presenza sulle cime di micro-habitat rifugio, ma è anche ipotizzabile che l’accelerazione del riscaldamento le porti in tempi troppo rapidi ad affrontare condizioni impossibili per la loro sopravvivenza.

D – È possibile citare delle specie che hanno registrato segnali di regressione nella presenza sulle vette montuose?
R – La genziana bavarese (Gentiana bavarica) e la piccola carice nera (Carex parviflora) sono state riscontrate con minor frequenza sulle cime rispetto al passato. Specie caratteristiche di ambienti umidi e protetti a lungo dalla neve, potrebbero essere svantaggiate dalla riduzione della quantità e della durata della neve al suolo conseguente al riscaldamento climatico.

Rilievi botanici in vetta al Lancebranlette (Piccolo San Bernardo). Foto: Federico Giuntoli.

D – Fra le specie che, invece, stanno conquistando le vette, quali si segnalano?
R –La fienarola delle Alpi (Poa alpina) è tra le più abili conquistatrici di vette: molto diffusa nei sistemi montuosi europei (è stata registrata in tutte le 9 aree di studio), solitamente la si incontra nelle praterie e nei pascoli alpini e subalpini, tra 1500 e 2500 m. Nei rilevamenti storici compariva già su 84 cime, ma recentemente la sua presenza si è estesa a 162 cime. La quota massima raggiunta storicamente era di 3293 m, mentre l’abbiamo ora ritrovata a 3538 m, sul Rocciamelone (Val di Susa). Il suo successo come colonizzatrice è legato alla capacità di riprodursi per via vegetativa: al posto dei fiori forma piccoli bulbi, che germinano direttamente sulla pianta madre e si disperdono poi come piantine già formate.

Squadra al lavoro in vetta al Lancebranlette (Piccolo San Bernardo). Foto: Federico Giuntoli.

D – Il progetto di ricerca complessivo ha coinvolto le principali catene montuose europee. Il vostro team dove ha operato in particolare?
R – Abbiamo effettuato censimenti su numerose vette dell’Arco alpino nordoccidentale, concentrandoci in particolare sulle montagne valdostane, senza tralasciare importanti cime delle Alpi Cozie, al confine con la Francia, ed altre situate in Vallese. La scelta delle vette da visitare era condizionata dall’esistenza di precedenti rilevamenti storici, in genere risalenti alla prima metà del ‘900.

Ranuncolo dei ghiacciai (Ranunculus glacialis). Foto: Guido Teppa.

D – A chi si devono i censimenti di rilevanza storica nell’area da voi studiata?
R – In Val d’Aosta diversi sono i botanici di rilievo, ma su tutti primeggia Lino Vaccari per il suo enorme contributo allo studio della flora valdostana, in particolare della “flora cacuminale”. Vaccari, trevigiano, si laureò in Scienze Naturali a Padova a fine ‘800 e ricoprì il ruolo di insegnante liceale in tale materia. La sua attività di ricerca botanica iniziò negli anni di permanenza presso il Liceo Classico di Aosta (1896-1902), quando conobbe l’Abate Chanoux, Rettore dell’Ospizio del Piccolo San Bernardo, alpinista e naturalista esperto. Vaccari si appassionò alla flora della regione, assumendo successivamente la direzione del giardino botanico Chanousia (Piccolo San Bernardo) fino all’inizio della Seconda Guerra Mondiale. In questo periodo, Vaccari compì numerosissime esplorazioni coprendo settori fino ad allora sconosciuti dal punto di vista botanico e promosse l’attività di raccolta e di osservazione botanica da parte degli alpinisti i quali “potrebbero trarne vantaggio aggiungendo alle spesso aride e talvolta (ora che le montagne sono ben conosciute) superflue descrizioni, elementi nuovi che le rendano interessanti, non solo per i lettori dell’oggi (1906!, NdR), ma anche per gli studiosi del domani” (L. Vaccari, “La vegetazione della Grivola”, Rivista Mensile del CAI, vol. XXV-1906, p. 212-217). Aveva visto giusto!

Sassifraga a foglie opposte (Saxifraga oppositifolia). Foto: GuidoTeppa.

D – Quali altri personaggi hanno caratterizzato l’attività storica di ricerca floristica sulle vette montuose?
R – Fra tutti si distingue lo svizzero Braun-Blanquet, studioso di ecologia vegetale e padre fondatore della Fitosociologia. Il metodo di rilevamento da lui ideato è ancor oggi ampiamente utilizzato per descrivere i diversi tipi di vegetazione e per monitorare i loro cambiamenti nel tempo e in risposta al variare delle caratteristiche ambientali. È sulle spalle di questo “giganti” della botanica che noi abbiamo fondato il nostro studio.

D – Quali sono le vette più note agli appassionati di montagna dove avete compiuto i rilievi?
R – Per confrontarci con i rilievi di Vaccari abbiamo operato in particolare sulla vetta del Mont Valaisan e del Lancebranlette (Piccolo San Bernardo), della Becca di Nona, Monte Emilius e Mont Fallère (sopra la conca di Aosta), della Rosa dei Banchi (Champorcher), della Punta Nera (Vallone dell’Urtier, Cogne) e del Monte Mars o Marzo (dove siamo saliti dalla piemontese Val Soana). Inoltre abbiamo esteso la nostra ricerca anche a montagne delle Alpi Cozie, dove cito la Merciantaira (fra Val di Susa e Briançon), la cui flora storica fu compilata dal botanico polacco Bogumil Pawlowski, ed il Rocciamelone, rilevato a inizio ‘900 dal torinese Enrico Mussa. Invece, sulle orme di Braun-Blanquet, abbiamo lavorato nella valle di Zermatt, in particolare sulla vetta dell’Oberrothorn, al cospetto delle immacolate cime di 4000 metri e della silhouette del Cervino.

Giardino fiorito sulle pendici della Merciantaira (Alpi Cozie). Foto: Federico Giuntoli.

D – Quali emozioni vi ha suscitato questo lavoro?
R – Quando Sonja Wipf, coordinatrice del progetto “Summit Flora”, ci propose di partecipare con la rivisitazione di cime delle Alpi occidentali italiane accettammo l’impegno con timore ed eccitazione. Timore reverenziale derivante dal doverci confrontare con l’attività di botanici del passato considerati “leggendari”. Eccitazione nel sentirci esploratori e cacciatori di piante, alla ricerca di qualche cosa di inatteso, di sorprendente, su vette ritenute comuni mete escursionistiche.

Panoramica dal Monte Emilius. Sullo sfondo il Gran Paradiso (al centro) e la Grivola (a destra). Foto: Federico Giuntoli.

DRelativamente a questi temi, che sensibilità hai riscontrato fra gli appassionati di montagna?
R – Spesso, quando spiegavo che studiavamo la flora di cime anche più elevate di 3000 m, la reazione non solo dei profani, ma anche di alpinisti ed escursionisti abituali, era di incredulità che si potessero trovare piante a quelle quote. Come prima risposta possiamo dare dei numeri, pur limitandoci alle vette più elevate. Monte Emilius, quota 3559 m: 17 specie trovate nei 10 m culminali, rispetto alle 8 rilevate da Vaccari nel 1901; Rocciamelone, quota 3538 m: 37 specie rispetto alle 10 rilevate da Mussa nel 1909; Merciantaira, quota 3293 m: 38 specie rispetto alle 27 registrate da Pawlowski nel 1930. E per dare anche dei nomi ai numeri, la sassifraga a foglie opposte (Saxifraga oppositifolia), con bellissimi fiori rosso-porpora, o il ranuncolo dei ghiacciai (Ranunculus glacialis) sono specie che si incontrano frequentemente sulle vette. La sassifraga è stata trovata su quasi metà delle cime studiate, fino a 3500 m. È la specie che, tra tutte le piante, raggiunge le quote più elevate sulle Alpi, essendo stata rilevata a 4500 m, quasi in cima al Dom de Mischabel (Svizzera).

Lino Vaccari con l’Abate Pierre Chanoux all’Ospizio del Piccolo San Bernardo. Foto: Archivio Société de la Flore Valdôtaine.

D – In conclusione quale messaggio possiamo trasmettere agli appassionati di montagna, che non necessariamente sono degli esperti botanici?
R – È bene sottolineare che, anche se le specie delle vette non sembrano immediatamente sotto minaccia di estinzione, sussistono profonde preoccupazioni per gli intensi e rapidi cambiamenti di questa componente della biosfera in risposta al riscaldamento globale che, di qui al 2100, si prevede aumenti ulteriormente in misura incontrollata. A quanto risulta, anche gli ambienti più remoti come le cime delle montagne, che nell’immaginario collettivo sono simbolo di ambiente incontaminato, non sfuggono a questa realtà. Questa conclusione dovrebbe indurci a riflettere anche sui nostri comportamenti individuali, per le loro ripercussioni sull’ambiente.

Approfondimento scientifico
AA.VV. – Accelerated increase in plant species richness on mountain summits is linked to warming – Nature, aprile 2018 (www.nature.com/articles/s41586-018-0005-6)

Gruppo di lavoro
Hanno collaborato: Elena Barni, Guido Teppa, Debora Barolin e Federico Giuntoli per l’Università di Torino, Martina Petey e Umberto Morra di Cella per Arpa Valle d’Aosta.

20
La Grande Accelerazione arriva in vetta ultima modifica: 2022-03-07T05:43:00+01:00 da GognaBlog
La lunghezza massima per i commenti è di 1500 caratteri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.