La guida alpina fifona
di Enrico Maioni
(pubblicato su guidedolomiti.com il 7 agosto 2024)
Voglio oggi raccontarti la storia di una guida alpina fifona. Durante un paio di scalate, questa guida ha dovuto ritirarsi a causa della stanchezza e della paura, deludendo i suoi clienti.
Nonostante le aspettative e la fiducia riposta in lei, e a dispetto della sua reputazione, questa guida esperta ha mostrato in un paio di occasioni le proprie vulnerabilità.
Immagino già cosa stai pensando, non è bello parlare dei difetti altrui. Giusto, ma in questo caso mi sento di poterlo fare, e spero che dopo aver letto quanto segue mi darai ragione.
La storia della guida alpina paurosa
Qualche anno fa, un cliente di lunga data mi raccontò di una scalata che aveva fatto con una guida alpina che considerava esperta. Quel giorno avevano deciso di affrontare una via che non era di estrema difficoltà, ma che richiedeva comunque un buon livello di preparazione tecnica e fisica.
La guida sembrava in forma, o almeno così credeva, ma mentre salivano, la fatica cominciò a farsi sentire. Il cliente notò che ogni movimento della guida diventava più pesante, ogni passo più insicuro. Il sole era alto nel cielo e il caldo intenso aggiungeva ulteriore stress fisico.
Arrivati a due terzi della salita, la guida si rese conto che non poteva continuare. La stanchezza e il timore di non essere all’altezza della situazione presero il sopravvento. Con un nodo in gola, confessò al cliente che non potevano proseguire. Tornarono indietro, e per la guida fu un duro colpo accettare che non era riuscita a portare a termine la scalata. La delusione era evidente nei suoi occhi, e il silenzio che accompagnò la discesa fu carico di tensione.
Ogni passo verso valle sembrava un promemoria della propria debolezza, e la guida alpina si sentiva schiacciata dal peso delle aspettative non soddisfatte.
Tuttavia, il cliente, consapevole delle difficoltà e dei pericoli della montagna, mostrò una comprensione sorprendente. La sicurezza, dopotutto, era la priorità assoluta.
La storia si ripete
Il secondo episodio fu ancor più difficile da digerire. Ancora una volta, il mio cliente era in compagnia della stessa guida alpina fifona, con cui aveva condiviso molti momenti emozionanti in montagna. Stavano affrontando una via che presentava un passaggio difficile, ma non di estrema difficoltà, e qui la guida, intimorita, si bloccò. La roccia era liscia e verticale, un chiodo malsicuro si trovava qualche metro sotto, ma non garantiva una buona tenuta, aumentando la sensazione di insicurezza.
A quel punto, il cuore della guida cominciò a battere all’impazzata. Non era solo la difficoltà tecnica a intimidirla, ma una paura profonda, irrazionale. Fece un paio di tentativi, ma infine non se la sentì di andare avanti. Con un misto di vergogna e frustrazione, disse al cliente che dovevano ritirarsi.
La delusione del cliente era palpabile, e quella della guida paurosa era ancora più grande.
La guida si sentiva travolta da un senso di fallimento, consapevole che la fiducia del cliente poteva essere compromessa. Ma la montagna insegna molte lezioni, e una delle più importanti è riconoscere i propri limiti. Il ritiro fu un momento di riflessione profonda, una prova di umiltà e autoconsapevolezza. La guida sapeva che prendere quella decisione era stata la scelta giusta, nonostante il dolore dell’orgoglio ferito.
Riflessioni e conclusione
Ora, probabilmente, ti starai chiedendo chi fosse questa guida alpina fifona. Ebbene, ero io.
Io, che avevo arrampicato numerose difficili vie in solitaria e senza corda. Io, che in arrampicata sportiva avevo raggiunto un grado di tutto rispetto.
Non è facile per una guida alpina, abituata a essere un punto di riferimento, confessare la propria vulnerabilità. Ma è proprio questo che voglio farti capire: una guida alpina non è un supereroe. È un professionista che trascorre gran parte della sua vita in montagna, accumulando un grande bagaglio di esperienze che lo aiuta a prendere le giuste decisioni in situazioni difficili.
Essere una guida alpina è più di un semplice lavoro; è una passione, una missione, e a volte una prova di forza fisica e mentale. Le montagne richiedono rispetto, preparazione e un pizzico di umiltà. Essere una guida alpina è un lavoro meraviglioso, ma è anche pieno di responsabilità e richiede un grande impegno non solo corporeo, ma anche psicologico. Quando le persone vedono le foto delle nostre escursioni o delle arrampicate, spesso pensano che stiamo semplicemente godendoci la montagna, come se fosse una vacanza permanente. Ma c’è molto di più dietro le quinte.
Prima di tutto, la sicurezza è la nostra priorità assoluta. Questo significa che dobbiamo essere costantemente attenti, valutare le condizioni meteo, il terreno e le capacità del cliente. Ogni decisione che prendiamo, ogni percorso che scegliamo, ha un impatto sulla sicurezza delle persone che si affidano a noi. E questo può essere stressante. Non possiamo permetterci errori.
Poi c’è la preparazione fisica. Arrampicare, fare escursioni e guidare gruppi in montagna richiede una grande resistenza e forza fisica. Spesso siamo in movimento per ore, tutti i giorni, affrontando pendenze ripide, terreno infido, e altre condizioni difficili. E anche se siamo in buona forma, la fatica si fa sentire.
Ma anche i più esperti possono avere delle giornate difficili, come dimostrano i due episodi che raccontano della “guida alpina fifona”.
Ritirarsi davanti a una difficoltà non è mai piacevole. Si prova un senso di fallimento, di sconfitta. Ma è proprio in quei momenti che emerge il vero valore di una guida: sapere quando è il momento di fermarsi. La sicurezza del cliente è sacra, e anche a costo di fare una magra figura, è meglio tornare indietro piuttosto che rischiare.
I miei clienti, quelli con cui ho vissuto questi episodi, erano persone con cui avevo scalato molte volte. Conoscevano le mie capacità e sapevano che, se avevo deciso di ritirarmi, era per una ragione valida. La fiducia reciproca è fondamentale in montagna, e sono grato per la loro comprensione. Grazie Clemente, grazie Matteo.
Questi episodi mi hanno insegnato che ogni salita è un’opportunità di crescita, non solo per il corpo ma anche per lo spirito. La montagna è un luogo meraviglioso, ma può essere anche spietata. E una guida alpina, per quanto esperta, è prima di tutto un essere umano. Oggi, guardando indietro, capisco che quei momenti mi hanno reso una guida migliore. Mi hanno insegnato l’umiltà, la consapevolezza dei miei limiti e, soprattutto, l’importanza della sicurezza. Ogni fallimento è stato un passo verso una maggiore saggezza e resilienza.
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Crovella. Dipende dalle aspettative del nuovo cliente e da come il fornitore le gestisce. Ricordiamoci che qui è in ballo la propria vita nelle mani di un altro, non un water da aggiustare. Certamente molti clienti si aspettano certezze assolute o quasi in questi casi. Altri possono avere aspettative diverse. Per farmi aprire come una scatoletta di tonno io ho visto quattro cardiochirurghi top. Alla fine ho scelto quello che si è posto nei miei confronti in modo che a me e’ piaciuto di più in base alle mie aspettative. Io mi aspettavo coinvolgimento e trasparenza, non dipendenza da parte mia e sicurezza assoluta da parte sua. Perché sono fatto così. Questa è stata l’argomentazione vincente: “Se lei viene da me ci sono alcune cose che decidiamo insieme e altre che decido io al momento in base alla valutazione che farò dei rischi che lei corre con la mia scelta perché questi sono i rischi e le conseguenze delle varie opzioni….”. Ovviamente, dato il contesto, non era previsto che mollasse a metà perché era stanco però avrebbe potuto scegliere la soluzione più facile per lui e meno rischiosa per me, anche se più “deludente”, e io l’avrei accettato. E’ andata bene quel giorno e toccando ferro e ringraziando gli dei abbiamo fatto insieme un 7c da manuale e io sono ovviamente diventato un suo fan che gli procuro clienti, anche se non ne avrebbe bisogno. Quindi dipende dal “patto” che fornitore e cliente stabiliscono all’inizio: patto chiari, amicizia lunga diceva mia nonna.
Chissà perché mi si definisce “pensionato”… mentre non lo sono affatto, anzi “trotto” (da professionista quale sono) tutto il dì da mane a sera, proprio per non incappare in “fragilità” che minerebbero la mia credibilità professionale. Forse mi si crede pensionato perché scrivo “tanto”? Mah… è cosa che fa parte del mio mestiere, impego meno di due minuti a scrivere una cartella e posso scriverne dieci o venti di seguito… Le argomentazioni prodotte nel commento precedente dimostrano che il suo autore non ha minimamente focalizzato il punto di riflessione, che prescinde completamente dal personaggio in senso stretto e dal suo curriculum alpinistico. Infatti nei miei interventi ho sempre parlato di “professionista”, cioè della figura professionale e delle sue caratteristiche comportamentali (che accomunano qualsiasi professionista, dalla guida alpina al commercialista al notaio, ma anche all’idraulico al falegname), e non del singolo individuo. Non si chi sia questo Maioni né mi interessa saperlo, perché non cambierebbe nulla in termini di considerazioni sul tema. Le capacità arrampicatorie (che esisteranno, per carità, e saranno anche encomiabili) di questo signore sono del tutto irrilevanti sui temi trattati.
Pasini: chissà se si sei reso conto che le tue ultime argomentazioni stanno convergendo con le mie riflessioni. Il potenziale problema della guida con fragilità non è tanto nei confronti di clienti assodati e fedeli, rispetto ai quali ci sarà anche confidenza e forse amicizia (e quindi accettazione delle fragilità), ma verso nuovi clienti. Se il professionista incappa in una défaillance alla prima uscita con un nuovo cliente, temo che quel cliente non lo vedrà mai più. Se poi, credo per candore ingenuo, il professionista va pure a raccontare in giro le sue “fragilità”… si fa pubblicità negativa. Un volta letto un intervento del genere, ma quale cliente potenziale lo preferirà rispetto ad un suo collega di cui si racconta solo l’assodata affidabilità?
91. Govi, rispondo molto velocemente perché non dispongo del tempo del pensionato Crovella. Ci sono 3 passaggi chiave, che copio-incollo:
1. “Arrivati a due terzi della salita, la guida si rese conto che non poteva continuare.” (2/3 di salita, non alla base).
2. “A quel punto, il cuore della guida cominciò a battere all’impazzata. Non era solo la difficoltà tecnica a intimidirla, ma una paura profonda, irrazionale. ” (irrazionale)
3. “I miei clienti, quelli con cui ho vissuto questi episodi, erano persone con cui avevo scalato molte volte. Conoscevano le mie capacità e sapevano che, se avevo deciso di ritirarmi, era per una ragione valida.”
Govi, se arrampichi in montagna, ti sarai reso conto che il giorno precedente è impossibile prevedere come sarà il tuo stato d’animo sul passaggio particolare. Mi pare fosse questo il tuo dubbio. Lungi da me il paragonarmi ad una guida, ma anche a me è capitato un paio di volte, nonostante fossi partito baldanzoso, di dovermi ritirare, per un improvvisa mancanza non del livello ma di… come chiamarle, certezze? E il giorno precedente non vedevo l’ora di andare lì.
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Maioni è una guida che sicuramente ha in curriculum molte centinaia, non decine, di vie, ora leggere il pelo e contropelo sul perché non si è comportato in un determinato modo da parte di gente (Crovella) che nella vita fa tutt’altro e pretende la perfezione fisica e intellettuale di un professionista di cui non sa nulla, in un mondo di cui sa poco, mi fa pensare che tale accidia sia dovuta solo al desiderio di rompere i coglioni.
Le reazioni del cliente dipendono molto dalle sue aspettative e dal “patto” che stabilisce con il fornitore. Nel corso del tempo fornitore e cliente si selezionano reciprocamente. Se il cliente vuole ad esempio certezze “assolute” o “dipendenza completa” sarà decisione del fornitore accettare o negoziare queste aspettative. Ricordiamoci che la soddisfazione del cliente nei servizi ha sempre una forte componente soggettiva legata al confronto prestazione/aspettative. Qui si trattava non di un cliente occasionale e probabilmente cliente e fornitore da tempo avevano trovato un “patto” soddisfacente. Nel mio campo mi è capitato di perdere clienti nelle fasi iniziali perché sono stato io non capace di negoziare in modo chiaro le aspettative. Non ero il professionista giusto per le loro aspettative. Avrei dovuto essere chiaro fin dall’inizio.
Per quanto mi riguarda, mi e’ successo spesso di affidarmi a una guida, e confermo che anche la mia opinione in merito ad esse e’ simile a quella espressa da Crovella. Nessuna guida mi ha mai dato buca o e’ tornato indietro. Se decidevano di accompagnarmi valutavano tutte le variabili, in primo luogo le previsioni meteo, e poi mi proponevano una salita coerente con la situazione. Mi chiedevano inoltre quali salite avessi gia’ fatto per valutare le mie capacita’. Poi si andava, e non si e’ mai tornati senza aver raggiunto la meta prefissata. Non so come avrei reagito di fronte ad una situazione quale quella descritta nel testo, certo ci sarei rimasto male, a prescindere da ogni implicazione economica.
“alpinisti tutti d’un pezzo, con la testa sul collo, i piedi ben piantati, una forza erculea che tiene su a braccia un toro a e una forza d’animo che non li abbatti manco con la scure.”
Maperpiacere, nemmeno l’Istituto Luce quando parlava del Duce osava tanto!
Mi pare che due commenti prima del tuo si sottolinei che non “divago” affatto… quindi lasciamo perdere.
Pasini: il convitato di pietra, prima ancora che il denaro (che io ieri ho definito tale perché lo considero come la conferma tangibile dell’esistenza di un rapporto professionale) è probabilmente il famoso “cliente” che ha assistito/subito le due rinunce. Di fatti fin dall’inizio ho sempre detto che sarei curioso di conoscere, meglio se direttamente da lui, la sua impressione sugli episodi e le decisioni che ne sono derivate. Sul tema generale, è ovvio che la guida in questione ha compiuto (delle tre ipotesi delineate) quella di maggior sicurezza nell’ottica del cliente… ma… come l’ha presa il cliente? Specie perché la rinuncia è avvenuta in “doppia copia”… Se esistono clienti che hanno soldi da spendere a tal punto che li investono in giornate potenzialmente buche, seppur con guide “simpatiche”, beati loro. Io non ragiono così, un po’ perché ho un budget più stringente, e gestisco le spese in modo molto “oculato”, e un po’ per principio. Ci può stare la giornata storta, ho già ripetuto fino alla noia che sarei sicuramente comprensivo, ma dubito assai che mi rivolgerei ancora a quel “professionista”. Anzi: sinceramente, prima di questo articolo, non immaginavo neppure che esistesse una fattispecie di questo genere, cioè che la guida possa avere delle fragilità (?!?). Pur non assoldandole mai, in 55 anni di montagna di guide ne ho conosciute a tonnellate, le apprezzo e di alcune sono anche in rapporti molto cordiali: l’idea che mi danno è di alpinisti tutti d’un pezzo, con la testa sul collo, i piedi ben piantati, una forza erculea che tiene su a braccia un toro a e una forza d’animo che non li abbatti manco con la scure. Nella mia ingenuità, affermo che, se la guida non fosse istituzionalmente così, ma che la si prende a fare? Assoldare una guida mettendo in conto che ti può dare buca perché ha una giornata di fragilità… bhe un po’ come andare in un ristorante sapendo che, a seconda dell’umore dello chef, magari quel giorno lì si mangia male… Se capita a me, lo memorizzo e difficilmente ci rimetto piede… Altri vogliono fare diversamente? il mondo è bello perché è vario. aluti a tutti.
““Capire” un testo è cosa completamente diversa che arrampicare sulla roccia.”
Assolutamente d’accordo ma tu sei la dimostrazione di non saper fare né l’una né l’altra cosa.
Come non sei capace di riconoscere una tua fragilità o un tuo errore figurarsi capire di cosa parli Enrico, ma sei capacissimo di divagare tirando in ballo argomenti che non c’entrano nulla come alpinisti forti e alpinismo di vertice.
Nel racconto c’è una dimensione “sicurezza in montagna” e una dimensione professionale. Siamo all’interno di un rapporto professionale nel quale il fornitore ha competenze e abilità superiori a quelle del cliente. In una situazione particolare può succedere che il fornitore non si senta in grado per motivi suoi di erogare una prestazione con il livello abituali di confidenza e sicurezza. Ha tre strade: esplicitarlo al cliente e abbandonare dando priorità alla sicurezza rispetto ai condizionamenti, tirare dritto e rischiare, inventare una scusa per abbandonare. La prima opzione è a mio parere la più corretta, la seconda è pericolosa, la terza eticamente scorretta. Il cliente può reagire in due modi: valutare positivamente la trasparenza del fornitore e rinnovare l’incarico, sentirsi deluso per non aver ricevuto un servizio adeguato alle sue aspettative. Le reazioni del cliente dipendono da diversi fattori: i rapporti di consuetudine con il fornitore, la sua personale idea di quale debba essere il ruolo del fornitore, l’importanza che attribuisce a quella particolare prestazione…..Credo sia esperienza comune anche in altre professioni perdere clienti esplicitando dubbi e tirandosi indietro da una linea d’azione su cui non ci sente sicuri o al contrario fidelizzare il cliente che apprezza la trasparenza e la priorità che il fornitore attribuisce alla qualità della prestazione e alla tutela della sicurezza del cliente. E’ una scelta che spetta al professionista in quel momento e ne dovra’ gestire le conseguenze sotto tutti i punti di vista, compreso il fallimento se decide di andare avanti. Personalmente apprezzo la scelta qui descritta da Enrico, sia come potenziale cliente che come professionista (in altri campi) e ritengo apprezzabile dal punto di vista educativo il suo racconto.
Eppure si potrebbe evitare di schierarsi solo per simpatia/antipatia. Crovella questa volta, pur con il suo modo di parlare che infastidisce, mi pare abbia un punto. Che e’ molto chiaro: il rapporto Guida-Cliente e’ anzitutto un rapporto professionale, con una prestazione ed un compenso. Nei due casi in questione, possiamo dire che Maioni non ha fornito la prestazione che il cliente si attendeva? Poi possiamo tranquillamente aggiungere, che sulla base di una frequentazione di lunga data e di esperienze pregresse, nonche’ di un solido curriculum (fa parte degli Scoiattoli di Cortina, probabilmente decine di salite, ecc.), questo non intacca la fiducia che hanno in lui i clienti consolidati, e nemmeno, in generale, la sua professionalita’. Come si e’ detto, anche con banalita’ e talvolta con retorica, tutti possono avere una “giornata no”. Certo, poteva andare peggio, se nel primo episodio, da stanco avesse forzato la situazione fino magari a trovarsi sfinito in difficolta’. E nel secondo poteva, continuando una scalata al di sopra della zona di confort ( eufemismo), cadere e farsi male. Ma poteva anche andar meglio: magari ascoltando meglio i segnali del corpo, poteva essere in condizioni di annullare l’uscita il giorno prima. E per il secondo caso, poteva selezionare un’ascensione che garantisse di essere ben al di sotto della propria zona di stress…
Regattin e Matteo, che ne pensate? Sarebbe bene sentire anche altre guide…
A parte che non ho proprio detto quello che hai riportato sulle mie capacità, perché ho scalato anche su livelli superiori, ma c’è un tarlo di fondo a livello concettuale. “Capire” un testo è cosa completamente diversa che arrampicare sulla roccia. Le due cose non collimano necessariamente, anzi spesso confliggono nello stesso individuo. Quindi ci può stare che due individui siano diametralmente incrociati sui due argomenti (uno forte sulla roccia e uno forte sul piano cdialettico-giornalistico-concettuale). E’ proprio sbagliato partire dal presupposto che uno “capisca” i contenuti intellettuali solo perché arrampica “forte” è una vera idiozia. Ci sono individui che agiscono bene su entrambi i fronti, ci sono altri individui che sono più agili su un fronte e altri individui ancora che sono più efficaci sull’altro fronte.
C’è poi una altra errata considerazione, molto simile nell’impostazione, seppur autonoma e parallela, perché riguarda nello specifico l’alpinismo di vertice (che NON è il tema di questo articolo): è molto diffusa fra gli alpinisti chiamiamoli “forti” (anche solo in termini di ripetizioni, non necessariamente di vie nuove) la convinzione che, per parlare criticamente di alpinismo di vertice, si debba essere alpinisti forti in prima persona. Trattasi di convinzione completamente errata e la storia propone caterve di nomi, anche attuali (che non faccio per eleganza), di personaggi molto competenti sia sulla montagna in generale che anche sull’alpinismo di vertice, senza assolutamente essere alpinisti di vertice a titolo personale.
Cioé, fammi capire bene, tu che per tua ammissione non sei mai stato con una guida, che in montagna sei arrivato al IV+ e in falesia al 5b (forse), pretendi di avere capito tutto e taciti di non capire un cazzo Luciano Regattin, alpinista di rispetto che mi risulta abbia aperto vie e falesie e conosca e frequenti ben più di una guida?
Vabbé…
Esiste anche la possibilità diametralmente opposta, ovvero che sia tu che non hai capito un cazzo. Non ci sarebbe da stupirsi, ti accade sempre, su qualsiasi argomento, di montagna o più ampio. Probabilmente non disponi di adeguati strumenti intellettivi per approfondire i concetti oltre la superficie dei testi. Ciò non autorizza in automatico a dileggiarti, ma a consigliarti di rimanere più prudente e di lasciar spazio anche ad altre interpretazioni dei contenuti.
Infatti che possa esistere (fondatamente) una interpretazione dell’articolo in chiave “rapporto professionale” (con tutto ciò che ne consegue) è indiscutibile e che tale interpretazione non sia circoscritta esclusivamente al sottoscritto è confermato dalla presenza anche dei più o meno analoghi commenti di altri…
86. Come al solito non hai capito un cazz0. Rileggi il testo, anzi leggilo perché non lo hai ancora fatto. L’esempio del ristorante non c’entra una mazza, ma tu sei una testa dura e vuoi averla vinta a tutti i costi. E sprofondi sempre più nelle banalità e nell’incoerenza. Contento tu!
Ma certo che, a titolo personale, mi è capitato di tornare indietro da una via perché svuotato/demotivato o semplicemente perché quel giorno preferivo prendere il sole in un prato, ma io non sono mica una guida: in montagna io non devo tener fede a impegni professionali assunti verso clienti che poi, a fine giornata, mi pagano. Io non ho mai sentito di un dentista che racconta pubblicamente di aver interrotto a metà il lavoro nella bocca di un cliente a causa di una giornata di fragilità e dall’altro che la gente lo loda perché costui ha condiviso pubblicamente tale fragilità. Se io fossi un cliente di quel dentista, il dubbio di cambiare dentista me lo porrei di sicuro. Tornando alle guide alpine, non è chiaro perché, secondo alcuni, ci si rivolge alla guida per fare una gita in compagnia di uno tipo simpatico. Ma amici non ne avete? Se l’obiettivo primario è condividere una giornata di montagna con gente simpatica, perché assoldare una guida? Basta aprire la rubrica e cercare uno o più amici simpatici, tra l’altro evitate il costo della guida. Ho già detto che per scelta strutturale a me non interessa rivolgermi alle guide. Ma se mai dovesse capitarmi, non assolderei la guida per trascorrere una giornata in compagnia di un tipo simpatico, bensì per realizzare dei precisi obiettivi tecnici. Se poi capita che costui incappa in una fragilità, ho già detto che sarei presumibilmente comprensivo, cioè che non gli scateno addosso gli avvocati, ma certo dentro di me penserei “caro mio, sui denti che mi vedi ancora”. D’altra parte penserei la stessa cosa di fronte a un qualsiasi professionista (un commercialista, un notaio, ma anche un idraulico, un falegname, ecc) che mi molla il lavoro incompiuto. Vi è mai capitato di andare in un ristorante e mangiare male? Che pensate di quel ristorante? Se poi vi vengono a dire che il risotto è uscito scotto perché lo chef quel giorno ha attraversato un momento di fragilità, siete disposti a tornarci un’altra volta? Ma non ci credo neanche dipinto. Quindi tutti questi deliziosi peana sono artificiali e forzati perché incentrati sull’assioma errato che la montagna sia il Paese delle meraviglie di Alice.
Di esperienza come cliente di guide alpine penso di averne,il mio rapporto con le guide che ho frequentato è stato sempre improntato sul rapporto umano oltre che professionale ( ma questo è scontato). Ci è capitato reciprocamente di non essere quel giorno al meglio, chi fa il 7 a su una via di sesto e chi come me tribola sulle vie di Vi ma ne ha percorse tante , di comune accordo abbiamo rinunciato a proseguire ….il giorno successivo eravamo ancora insieme in una via magari con difficoltà superiori. E mai si è parlato di soldi come elemento principale, era un accordo tacito.Come a volte è capitato di partire per percorrere una via e poi optare per una meno impegnativa in base a sensazioni che chi solo va in montagna e in grado di percepire.Vi chiedo : se si presenta una persona all ufficio guide e chiede di fare che so la Costantini Apollonio alla Tofana dubito vi sia una guida disponile tout court senza sapere chi è il cliente e come si muove in ambiente. Dirà facciamo un paio di uscite e poi valutiamo se è un bravo professionista che non vuole mettere a repentaglio la propria incolumità e quella del cliente. Nel caso specifico la guida era insieme a clienti abituali con i quali vi era consuetudine stima e fiducia reciproca. Allora che minchia c’entrano professionalità denaro interruzione della professione e segnalazioni varie di fronte a una confessione di momentanea insicurezza e poca fiducia nel mantenere un alto livello di professionalità e di garantire una adeguata sicurezza. Chi di voi commentatori non ha mai iniziato una via e poi ha dovuto rinunciare non per le difficoltà ma perché quel giorno si sentiva svuotato o vittima di pensieri normalmente non presenti. Sono note disgrazie anche recenti di guide alpine perite insieme ai clienti perché non hanno rinunciato e chi decide la rinuncia è sempre la guida per condizioni oggettive o dell ambiente o delle difficoltà o delle persone che accompagna.Quindi ben vengano in tutti i campi i professionisti dotati di umiltà che mettono in piazza le proprie debolezze e lo fanno allo scopo di migliorarsi ,di trovare comprensione nelle mancanze specialmente se considerate , come le guide alpine professionisti che ci accompagnano alla ricerca dell inutile che inutile non è .poi ognuno la pensi come vuole ma i giudizi tranchant non fanno parte del mio DNA specialmente per chi non ha vissuto l esperienza del cliente e conosce le guide alpine di nome ma non di fatto anche se è un rispettabilissimo alpinista
#82 Si tratta d’ altra parte del commentatore che dice di andare a memoria perche’ non ha tempo di rileggere l’articolo, e trova invece il tempo per scrivere due commenti di lunghezza notevolissima…
Torna sempre il sole, “la quete dopo la tempesta” , scriveva il grande poeta di Recanati.
70. Invece è molto chiaro, bastava lèggere.
Per il resto cosa pretendete da uno che non ha la più pallida idea di cosa sia l’empatia.
Caro Alberto a chi rivendicava un maggiore spazio per i piccoli azionisti il banchiere Cuccia, se non sbaglio, rispose: non rompete le palle, le azioni non si contano ma si pesano. Ai tapascioni dello “spit plaisir” che rivendicavano il diritto al loro campo di gioco fu risposto dagli “elevati”: No voi no! Perché? Perché inquinate e fate casino. Ma anche voi inquinate e ne fate pure tanta prima, durante e dopo. No cari tapascioni: le feci non si pesano ma si contano. Ale’…”più m….da per pochi in luoghi selettivi” e su queste note di speranza e di tanta carità si chiude il sipario. Dai che forse torna un po’ di sole.
Matteo, e cagano, cagano, eccome se cagano, anche loro, stanne certo.
“se il 7a è anche sprotetto, le feci non saranno più nobili, ma di sicuro più copiose.”
Naa, al mondo ci saranno forse 200 persone in grado di salire un 7a sprotetto , quanto vuoi che caghino Benassi! 🙂
Roberto, se il 7a è anche sprotetto, le feci non saranno più nobili, ma di sicuto più copiose.
Benigni avrebbe da cantare: “e questo è l’inno del corpo sciolto […]
Benassi. Parlando di dimensione competiva/aggressiva opposta a quella solidale/empatica mi riferivo alla diatriba veronese. Li’ il tema centrale è quello dell’affollamento determinato dalla estesa chiodatura plaisir di vie intermedie ma in alcuni interventi ho sentito un leggero profumo di disprezzo verso chi arrampica sul facile iperprotetto. Come se le feci alla base delle pareti di chi fa il 7a fossero più nobili di quelle di chi al massimo arriva al 5c. Una asimmetria fecale di posizionamento competitivo direbbe insomma uno studioso della psicologia delle masse, opposta alla solidarietà quando le deiezioni nascono invece dalla umana paura di non farcela in quel momento, esperienza ampiamente condivisa 😀 e piove…
Roberto, io non credo che nel rapporo guida-cliente si possa parlare di prestazione/competizione, quanto piuttosto di fiducia. Non ho la capacita tecnica e/o morale di impegnarmi personalmente in una salita con un compagno pari mio, quindi mi appoggio ad una guida alpina. Mi metto nelle mani di un professionista, che dall’alto della sua capacità, allenamento, preparazione, esperienza e professionalità, mi da una notevole garanzia di riuscita e di sicurezza, una tranquillità che al minimo problema ci sarà qualcuno, che al posto mio, saprà risolvere e prendere le giuste decisioni al posto mio.
Se questo viene meno, perchè la guida alpina è “fifona”, viene meno una bella fetta della fiducia che vado a riporre in questa figura. Diverso sarebbe il caso se la guida decide di non proseguire in quella ascensione perchè le condizioni meteo o della montagna si rivelano pericolose, oppure se le condizioni del cliente, fisiche o tecniche, non sono all’altezza dell’impegno della salita, anche se forse ci potrebbe nascere una discussione. Questa si chiama prudenza, buon senso. Allo stesso tempo è prudenza e buon senso, rinunciare perchè è la guida che si rende conto di non essere, in quel momento, all’altezza dell’impegno, quindi di non poter garantire la riuscita della salita e soprattutto la sicurezza del suo cliente.
In tutti e due i casi è prudenza e buon senso, e tanto di cappello! Ma i riflessi, i commenti, i giudizi che ne potrebbero derivare sulla figura della guida, credo possano essere diversi. Sicuramente anche in ragione della mentalità del cliente che prima di essere tale è una persona, ed ogni persona ha la sua sensibilità, chi più, chi meno, chi nulla. Quindi non credo si possa dare per scontato che possano essere sempre e comunque positivi.
Ci sono molte persone, in tutti i campi, dal momento che pagano un professionista, si aspettano, se non addirittura pretendono, che questi non faccia errori o quanto meno gli garantisca la riuscita o la soluzione del problema. E non so se una rinuncia, ritirata, possa essere vista come la soluzione del problema.
Chi va in montagna da tanto tempo, oltre a conoscere e ad apprezzare tutto quello che di costruttivo ci offre, è anche perfettamente consapevole delle difficltà e delle insidie che nasconde ( non sono passeggiate).Non è il caso di dilungarsi in commenti retorici; abbiamo tutti il desiderio( innato) di sfidare l’impossibile, ma è necessaro se non doveroso far prevalere il buon senso, senza risentimenti e frustrazioni.
Benassi. Dipende dagli ambienti. Qui ad esempio c’è stato apprezzamento nella stragrande maggioranza dei commenti. Come abbiamo visto a proposito delle reazioni alla vicenda veronese, da un lato, e all’esperieza sarda di cura attraverso il contatto con la natura, dall’altro. Il dolore, la sofferenza, l’imperfezione uniscono e rendono tolleranti, la prestazione e la competizione dividono e generano aggressività soprattutto nei contesti prevalentemente maschili. Antica dualità. Peraltro la caduta è parte del ciclo classico dell’eroe. Anche se nei film di ambiente militare più ispirati al modello macho il leader efficace ormai è sempre presentato come soccorrevole e supportivo nelle disgrazie e nelle cadute dei suoi e consapevole dei suoi limiti. Il modello Sergente Hartmann di Full Metal Jacket viene presentato nell’addestramento ma poi prevale il leader alla Tom Hanks. Achille versus Enea. Certo c’è ancora chi apprezza lo Schwarzenegger prima maniera, ma pure Vannacci lascia intravvedere ogni tanto qualche lato umano e non perfettamente allineato con le sue dichiarate dotazioni anatomiche maschili rilevanti. Cara signora non ci sono più i maschi di una volta, neppure nel Gognablog😀
Pasini, sei sicuro che verrà apprezzata, oppure ne sarai anche marchiato?
“se a qualcuno piace di più la trasparenza del personaggio piuttosto che la “garanzia” nell’erogazione della prestazione, ma faccia pure…”
Ecco che arriva quello che proprio non è capace di usar ragione…in che modo “trasparenza” e “garanzia della prestazione” sarebbero in alternativa?
Ma poi, per voi liberal-liberisti di destra becera la trasparenza non era il cardine e il fondamento del libero mercato e del mondo migliore che deve venire?
“Ecco perché considero “imprudente”, dal punto di vista “promozionale”, raccontare pubblicamente queste fragilità e oltretutto firmarle con nome e cognome…”
Ma forse nella visione della società dei destroidi destr-oni la “trasparenza” non deve riguardare la promozione, la pubblicità o la propaganda, che hanno tutto un altro fine…e se ne aveva il sospetto.
La maggioranza dei clienti sarà allora libera di scegliersi la guida che promette il successo ad ogni costo e senza alcuno sforzo (pagando s’intende).
Nella deprecabile occorrenza di una giornata no o di una valutazione sbagliata, magari moriranno tutti, ma felici di non essere buonisti.
E il fatto che i pauperes spiritu siano più di uno in nessun modo rende il loro pensiero migliore
Il problema del rapporto professionale esiste con tutte le sue implicazioni, eccome se esiste. Ho visto più volte in altri ambiti persone commettere gravi errori per aver deciso di “andare avanti” anche se non erano in grado: per senso del dovere, per schemi mentali (boia chi molla), condizionamenti economici, timore del giudizio sociale, difesa della reputazione…..La perseveranza è una virtù oggi molto apprezzata con il nuovo nome di resilienza ma può anche essere una trappola mortale. Il senso della parabola qui raccontata è proprio quello: a volte bisogna avere il coraggio di andare oltre questi condizionamenti per tutela propria e degli altri. Poi responsabilmente saranno la persona e l’organizzazione alla quale appartiene a gestirne le conseguenze del caso sotto tutti i profili, compreso quello economico e quello della valutazione di idoneità all’esercizio del ruolo. Di solito queste situazioni venivano tenute riservate, a tutela della persona, Oggi tuttavia è socialmente apprezzata la sincerità in merito, non come forma di esibizionismo della “fragilità” in chiave assolutoria ma appunto come testimonianza educativa per gli altri. Siamo esseri e professionisti imperfetti, nessuno è onnipotente, e’ una realtà che va accettata non come giustificazione delle nostre cadute ma come occasione di apprendimento e di miglioramento individuale e collettivo.
Ora, pur esprimendo comprensione per lo stato d’animo e condivisione della sua decisione del momento, è indubbio che la situazione raccontata strida assai con il quadro comportamentale di stampo professionale. In gioco non è tanto il “quibus” del giorno, ma l’affidabilità della guida nell’erogare la prestazione pattuita, almeno su vie di un certo impegno (così pare dalla descrizione, anche se non vengono citate). Ripeto che sarei curioso di sapere se il o i clienti (non è chiaro se sia uno solo in due episodi o sono due clienti diversi…) abbiano continuato ad avvalersi della stessa guida anche dopo queste due “fragilità”. Se è così tanto di cappello da parte mia, ma più ai clienti che alla guida. Io ho non poche remore sul punto. Ecco perché considero “imprudente”, dal punto di vista “promozionale”, raccontare pubblicamente queste fragilità e oltretutto firmarle con nome e cognome… E’ ovvio che uno, quanto meno inconsciamente, si memorizza il nome e, a parità di esigenze operative, magari evita di assoldare proprio costui e si dirige verso altri colleghi… Queste cose, seppur “antipatiche”, hanno il diritto di poter essere dette, sennò è inutile che alimentiamo un forum, se lì ha cittadinanza solo la visione buonista… Cmq, se a qualcuno piace di più la trasparenza del personaggio piuttosto che la “garanzia” nell’erogazione della prestazione, ma faccia pure… Io penso che la maggior parte dei clienti non sia tanto contenta di situazioni del genere e chi si è imbattuto in una sua giornata di fragilità della specifica guida, magari la volta dopo ci pensa dieci prima di ricombinare di nuovo con lui…
Che piaccia o meno, il denaro è un fattore chiave della situazione raccontata. E’ un convitato di pietra e non viene citato esplicitamente nel racconto, se non per un rapidissimo accenno (non ho tempo per rileggere il testo, vado a memoria…), ma il denaro c’è eccome e rappresenta il pilastro centrale della situazione raccontata. Questo perché, volere volare, il denaro è ciò che caratterizza la prestazione professionale guida-cliente e la distingue rispetto alla cordata fra amici. Cordata guida-cliente e cordata di due amici sono due fattispecie completamente diverse e lo spartiacque che le divide è appunto lo scambio di denaro. O meglio, come per qualsiasi professionista, lo scambio fra prestazione erogata (in questo caso dalla guida), in termini quantitativi e qualitativi, e il pagamento delle stessa (da parte del cliente). Se fossimo in un contesto di cordata di due amici, lo sdilinquerie dei soliti buonisti calzerebbe alla perfezione sul caso: ci sono due amici, uno più forte che va da primo e l’altro, meno forte, che segue da secondo e, se costui fa certe vie dure, lo deve sostanzialmente all’amico forte. In alcune giornate l’amico forte vive momenti di fragilità e gli fa onore non solo prenderne atto e tornare indietro, ma raccontarlo pubblicamente. Tutte azzeccatissime, in tale specifica fattispecie le considerazioni sul cambiamento del modo di descriversi maschile fra la versione da vero macho, tipica dei decenni scorsi, e quella attuale in cui ci si mette a nudo. Ma questo vale esclusivamente fra amici. Qui siamo in un “mondo” completamente diverso e applicare alla fattispecie professionale le considerazioni buonisti, azzeccate per la cordata fra amici, è concettualmente sbagliato: significa non sape distinguere fra le due fattispecie. Mi pare che tale mia posizione non sia isolata e che almeno Giuliano Bosco (dall’indiscusso cognome subalpino… e poi nell’articolo di qualche gg fa su Buzzati lo ha dichiarato apertamente…), sia giunto anche lui, per un suo ragionamento personale, a conclusioni molto simili alle mie. Si vede che noi piemontesi siamo “concreti e tirchi” e badiamo al soldo. Più che tirchi siamo “oculati” (che è concetto ben diverso da tirchi) cioè quando c’è da spendere non ci tiriamo indietro per partito preso, ma valutiamo l’equilibrio fra la qualità/quantità della prestazione e il corrispettivo da sborsare. E’ indubbio che, per stessa ammissione della guida, la sua prestazione incompleta sia a lui ascrivibile. CONT
@66 Matteo,
certo i commenti li ho letti e ho apprezzato la considerazione di Enrico.
Il mio era solo un pensiero, per sottolineare che in certi casi, pur apprezzando il lato umano della situazione, e senza nulla togliere al rapporto che si viene a creare con la guida, sarebbe deludente SE la guida non fosse disposta a rinunciare ad almeno una parte del compenso. Tutto qui Ma ribadisco la stima nei confronti del comportamento di Enrico
Sono d’accordo con Matteo. Il focus dell’articolo è il tema della gestione dei momenti di difficoltà che
inaspettatamente possono capitare anche in situazioni abituali per il soggetto. Il messaggio è che non vanno negati e soppressi ma accettati e gestiti senza farsi condizionare dalle pressioni interne ed esterne perché altrimenti il rischio può essere elevato. La forza della parabola è proprio che a raccontarlo sia una guida. Quali pressioni più forti interne ed esterne ci possono essere di quelle che subisce una guida che decide per motivazioni sue personali di tornare indietro in una situazione “normale”? Forse è paragonabile solo quella di un “campione” di fronte al suo pubblico. Poi c’è il tema di cosa succede se il rapporto è professionale, cosa che genera conseguenze diverse da quelle che si verificherebbero in un rapporto di partnership amicale, ma non è la questione centrale.
” la guida non mi avesse proposto almeno uno sconto sul suo compenso”
Andrea, la guida in questione ha fatto ben di più (ce lo dice lui stesso): ha detto ai clienti circa il compenso fate voi.
Il che dimostra il tipo d’uomo e il rapporto con i suoi clienti, ma sopratutto che la preoccupazione economica era l’ultimo dei suoi pensieri.
In altre parole il testo racconta un paio di momenti di fragilità di un professionista, che è capace di accettarli e trarne le conseguenze migliori per se’ e per il cliente (cioé una buona guida) e di un uomo che poi riesce a essere così onesto e umile da raccontarli per dire a tutti che può capitare se è capitato a un professionista, può essere pericoloso, sappiatelo e state attenti a quello che fate.
Voler parlare di soldi è da mentecatti.
… fermo restando che avrei accettato di buon grado la motivazione addotta da Enrico: siamo umani, e si diventa quasi amici, e avrei capito benissimo la motivazione.
Io per anni ho fatto varie arrampicate in Dolomiti con una guida con cui c’era un ottimo rapporto.
Ho smesso unicamente per problemi miei economici: non potevo più permettermi un’uscita da 600/700 Euro per un weekend nella mia situazione familiare (400-450 per la giornata, a seconda della via, viaggio da Modena e ritorno, vitto e alloggio e – giustamente – birrozza pagata per la guida al rientro).Detto questo, al di là del rapporto umano che era eccellente, se mi fossi trovato nella situazione del cliente di Enrico, e la guida non mi avesse proposto almeno uno sconto sul suo compenso, penso che non lo avrei più contattato.
@ Luciano Pellegrini
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Secondo me mescoli mele e pere : una guida ha nella stragrande maggioranza dei casi capacita’ alpinistiche che vanno molto oltre quelle del suo cliente medio.
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Tradotto , quando una guida decide di proporre o accettare una certa salita con il cliente , affronta difficolta’ che sono 2/3 gradi sotto le sue reali possibilita’.
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Il termine “panico” , secondo me , non va confuso con quello di “paura” , perche’ se la paura puo’ essete gestita , il panico per definizione non puo’ esserlo.
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Nell’articolo io ho compreso che la guida avesse avuto “paura” , e la paura e’ un dono che ci permette di evitare i rischi.
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Chiaro che se sono un maestro di sci , e per qualche ragione mi viene la paura continuativa di stare sulla seggiovia , e’ bene che cerchi una soluzione terapeutica , proprio come un carabiniere che ha ragione di pensare che la sua arma sia diventata un rischio per se e per gli altri.
Non sono certo un interprete autorizzato del “Crovella-pensiero” (visto che gli aspetti economici sono stati introdotti da lui), ma per quanto mi riguarda ritengo che questi aspetti siano qualcosa su cui bisogna interrogarsi NON in relazione alle vicende di cui all’articolo, e nemmeno alle mie faccende personali cui ho accennato, ma semmai al loro contrario. Mi spiego (o cerco di farlo):
Una guida che decide di tornare indietro perchè in quel giorno non se la sente risolverà le questioni di soldi con il cliente in base ai loro rapporti personali e ai regolamenti. Idem con patate se è il cliente a chiedere di tornare, o se la guida lo decide perché si accorge che il cliente non è all’altezza della salita (casi miei). Naturalmente in tutto questo ci sarà, oltrte agli alleggerimenti del portafoglio, un bel po’ di amor proprio andato a donnine allegre con una qualche influenza sulle scelete future, ma nessuno ci lascia le penne e sostanzialmente sono affari privati.
La cose possono invece prendere una brutta piega se (parlo per ipotesi teorica) la guida decide di continuare comunque (a dispetto della sua giornata negativa, e/o del tempo, e/o dell’incapacità del cliente) perché gli scade la rata del mutuo, oppure se il cliente si impegna oltre i suoi limiti (e la guida non se ne accorge) perché quella salita è per lui importantissima non solo in sé ma perchè ci ha investito un bel po’ di soldi. Non so se queste cose possano accadere davvero (la seconda certo più della prima), e forse Enrico se ne ha voglia potrà commentare.
La tragedia è poi in agguato quando la guida è “troppo” acutamente conscia dell citata importanza della salita per il cliente, e sceglie di rinunciare alle sue stesse regole per aiutarlo. Si pensi ancora all’ Everest nel 1996, e ai rapporti traHall e Hansen descritti da Krakauer.
Pellegrini. Se un professionista al quale è affidata la sicurezza delle persone manifesta dei problemi nell’esercizio delle sue responsabilità (piloti, forze dell’ordine, pompieri, militari, sanitari, addetti alla sicurezza, autisti…….) e se questi problemi non sono occasionali ma reiterati, l’organizzazione alla quale appartiene interviene in accordo con la persona in diversi modi a partire dalla diagnosi e dal supporto professionale. La sospensione dalle funzioni o lo spostamento ad altre funzioni meno esposte avviene solo eventualmente alla fine. E’ normale prassi professionale di chi si occupa della gestione delle persone che svolgono questo tipo di professioni. Il principio guida è quello della salvaguardia sia del professionista che dei suoi “clienti”.
Crovella provo a spiegarti perché come al solito non capisci un nulla.
Il rapporto guida-cliente è evidentemente un rapporto professionale.
Nessuno ha espresso buonismi di sorta e tantomeno parlato di “valori” ideali e nobilissimi che dovrebbero avere la precedenza sui rapporti professionali.
Credo che Enrico Maioni, visto che ci vive, abbia ben chiaro cosa significhi un rapporto professionale basato sulla fiducia e sappia quanto da questa fiducia dipenda la sua sussistenza materiale.
Di fronte a una persona che è capace di riconoscere le sue debolezze e a raccontarle pubblicamente senza cercare di nasconderle o giustificarle, perché possono essere un utile insegnamento per tutti, a qualcuno vengono in mente i soldi a qualcun altro no.
Non credo siano necessari ulteriori commenti.
QUALSIASI PERSONA che si trova in un pericolo reale e lo manifesta con LA PAURA, è un individuo saggio che vuole proteggersi per la sopravvivenza. Ritengo che questa reazione è personale. Se invece la paura subentra ad una GUIDA ALPINA, che per professione è obbligato a proteggere le persone che si affidano A LUI, E LO PAGANO, perché vogliono tornare salvi a casa, il discorso è diverso. Va a suo onore quando avvertendo un attimo di panico, con intelligenza capisce che è meglio tornare indietro. Comunque, se LA PAURA gli subentra ancora con altri clienti, e persevera nell’errore, Il direttivo NAZIONALE DELLE GUIDE ALPINE GLI DEVE RITIRARE IL PATENTINO. Una mia considerazione è che è obbligato a rimborsare il cliente.
56# infatti è proprio così ,la guida alpina fifona sembra il nome di un personaggio tratto dal racconto da te citato,assieme a Bianconiglio , Dodo, il Cappellaiomatto etc. Noi montanari viviamo perennemente nelle favole…o comunque con la fortuna d avere la natura ad un passo che scandisce il vero tempo, quello delle lune e delle stagioni e questo fa sì che qualche volta non pensiamo solamente ai schej
Stame ben
E, volere volare, il rapporto guida-cliente è un rapporto professionale, che ci (anzi “vi”) piaccia o no, e non conta un fico secco che tale rapporto professionale si esplichi in montagna (dove, secondo alcuni di voi, dovrebbero avere la precedenza i “valori” ideali e nobilissimi). Infatti sempre di rapporto professionale si tratta e se alla fine della giornata il cliente non è più che soddisfatto, magari non arriva a piantare grane sul corrispettivo di quella uscita, ma è abbastanza probabile che nella sua testa cancelli il nome di quella guida per il futuro. Finché si tratta di un singolo episodio e/o di un singolo cliente, forse non è il caso che la guida si fasci la testa. Ma se queste disavventure si ripetono e capitano alla stessa guida con più clienti e, soprattutto, se la voce si diffonde, ho l’impressione che la guida dovrebbe riconsiderare il campo della sua attività sul terreno, pena il rischio di… restare senza clienti. Forse questi episodi sono dei “campanellini d’allarme”, comprensibilissimi sul piano umano e anzi ammirevoli da parte di osservatori terzi come siamo noi lettori dell’articolo, ma purtroppo “squalificanti” in ambito professionale, specie in una società molto prestazionale quel è quella in cui, ahimè, siamo immersi fino al collo. Magari costui deve concentrarsi su altre tipologie di attività, evitando a priori quelle impegnative dove rischi in termini professionali molto più del mancato incasso della singola uscita
Mah… come spesso accade, l’impressione che mi torna dai dibattito su questo Blog è che molti commentatori vivano, come Alice, in un ideale Paese delle meraviglie, dove vige il buonismo, prevalgono i sentimenti, l’empatia e la nobiltà d’animo, ma che non ha nulla a che fare con la realtà di tutti i giorni. Nulla osta a credete in questo ammirevole paradigma buonista, anzi per certi versi vi invidio, ma io, che ho a che fare tutti i gg con i “mercati” (da quelli finanziari a quello industriale, a quello politico, fino a quello delle relazioni interpersonali anche “non economiche”, ma sempre “mercato” è…), constato quotidianamente che la società in cui viviamo è completamente diversa da come ragionano molti di voi. Il tema chiave non è tanto il pagamento diretto della specifica uscita non completata, ma la perplessità dei clienti nei confronti del professionista che accetta incarichi e poi risulta non esserne all’altezza. Qui si tratta di “altezza” non tecnica (cioè capacità di progressione alpinistica/arrampicatoria), ma emotiva, piscologica e forse anche atletica. Non discuto sulla decisione del momento e ho già detto che condivido la scelta che ha compiuto, in quelle occasioni, la guida, che rinunciando ha preservato la sicurezza del cliente da ogni possibile rischio soggettivo (=della guida stessa). Ma guardandomi in giro mi domando se i clienti che vivono esperienze del genere, magari sentendosi invece in forma a titolo personale in quella specifica giornata (ovviamente “in forma” a livello di cliente-secondo), non si defilino da quella guida per i programmi futuri. Almeno, nel mondo quotidiano funziona così: se un commercialista o un avvocato mi fa male un lavoro e/o lo pianta senza terminarlo (ma lo stesso vale per un idraulico, un falegname, un muratore…), la volta dopo ci penso abbondantemente prima di ricombinare con costui.
Credo che mettere in chiaro la questione pecuniaria sia stato giusto e doveroso da parte di Enrico ma qui sopra descritti i “valori”sono altri.
Poi per come la vedo io però tornando alla questione soldi il cliente o i clienti(non credo sia lo stesso ,o mi sbaglio?) non solo prezzo trattabile ma una mancia autonoma per l’ esclusività data dalla saggia lezione di vita!
Altro che sconti 😉
Il nick suono nuovo e forse devi fare un po’ di “acclimatamento” all’ambiente. Se leggi abitualmente il blog, avrai verificato che il mio interesse per le questioni culturali (sintetizzo in ciò il gradissimo insieme di questioni sociologiche, politiche, ideologiche, comportamentali e il tutto non solo collegato esclusivamente alla montagna) va ben oltre le chiacchiere di un pomeriggio estivo. Tra l’altro sul punto ho utilizzato l’espressione “curiosità di sapere come ha reagito il cliente”, l’ho ripetuto più volte. Non mi sono azzardato a tessere una tesi aprioristica. Non c’è ragione quindi di esser polemici. Tra l’altro non si capisce neppure a che pro
#49 Vabbe’ allora la valutazione sociologica in ordine alle differenze tra gli over e gli under 45 in merito al rapporto con le guide alpine si basa su un pomeriggio passato in un ufficio guide…sai che attendibilita’ …
Mi sembra il minimo. Anche nella cordata composta da amici c’e responsabilità reciproca. La responsabilità che poi si riflette in fiducia, non è solo un comportamento, una qualità indispensabile, solo da professionisti. Poi ci sarebbe anche l’affiatamento…
Bosco. Per anni mi sono occupato di selezione, formazione e soprattutto “manutenzione” di leader (retribuiti) con responsabilità sulle persone, anche dal punto di vista fisico. Non sono solo le guide ad avere questa responsabilità. Pensa al personale sanitario. In passato si insegnava ai leader la rimozione dei loro lati fragili e delle loro debolezze, almeno in servizio, a volte condita da un po’ di cultura macho. La rimozione è un meccanismo potente ma può essere devastante per l’equilibrio personale con conseguenze pesanti in qualcuno. Oggi si insegna a sviluppare consapevolezza e gestione delle fragilità. Gestione pero’ non significa accettazione passiva e giustificazione. Chiunque può avere momenti difficili e defaiance nell’esercizio della professione, dalle crisi di panico ai crolli fisici e mentali, alle ire esplosive.
I sintomi non vanno negati e nascosti ma accettati. Se si ripetono bisogna però lavorarci sopra in modo serio, senza sensi di colpa o di inadeguatezza, a salvaguardia di se stessi e dei propri clienti/collaboratori/assistiti, altrimenti bisogna cambiare lavoro. No alla rimozione e alla finzione ipocrita ma anche no all’indulgenza plenaria che tutto giustifica e assolve perché siamo deboli e imperfetti e chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Se il pilota dell’aereo non e’ in forma , io sono contento che torni alla base mandando a vuoto la sessione di acrobazie e il pubblico pagante.
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Se non mi ricordo male il “roccioso” Rocky Marciano e’ morto nei suoi fourties dopo avere esortato il pilota del suo aereo privato a decollare lo stesso malgrado le condizioni lo sconsigliassero.
Sui soldi poi ci si mettera’ d’accordo , sullo “sputtanamento” sara’ piu’ dura , ma una guida non e’ un kamikaze e un cliente non puo’ comportarsi come un bambino capriccioso.
Una delle scorse estati mi è capitato di trascorrere un pomeriggio a chiacchierare con un amico guida, dentro a un Bureau des Guides (non importa quale, sono più o meno tutti uguali in stagione, ma era uno molto trafficato, da grande stazione alpina). Sono un tipo curioso e sto sempre attento su quello che succede intorno a me. Per tutto il pomeriggio ho osservato gli avventori che si presentavano al banco delle info. Ho mentalmente annotato il tipo di richieste, l’approccio, le priorità. Ho registrato, a grandi linee, che i 55enni e over sono molto attenti a scegliere la guida “giusta” (ovvero chiedono info sulla persona: se è un tipo calmo, se è prudente, se è paziente, addirittura se è un tipo simpatico), mentre i 45enni e under (ancor di più dai 35 in giù) “sono interessati alla prestazione”, di conseguenza la guida non è altro che un tassello del meccanismo che assicura il “divertimento” alpinistico. Questi ultimi, i 45enni e under, NON badano alla guida come persona, una vale l’altra, basta che garantiscano l’obiettivo tecnico. A fronte di tale garanzia, i clienti 45enni e under non fiatano sul prezzo da pagare. Ma, se tanto mi dà tanto, non me li vedo staccare l’assegno senza mugugnare, quando non hanno ottenuto ciò che cercavano per la rinuncia soggettiva della guida… Da qui la mie curiosità… Trattasi di una curiosità prettamente sociologica. A titolo personale sono del tutto estraneo al discorso: non ho mai assoldato una guida e credo che mai lo farò, perché mi piace “fare” uscite in montagna adeguate all’allenamento che ho in ogni momento. Se in un certo momento “valgo” solo una misera via di III grado, vado a fare una via di III con amici e NON assoldo una guida perché mi faccia fare una via di VI, nonostante il mio allenamento da III. Nonostante questa scelta personale, ho ottimi rapporti con le guide. Ne conosco a dozzine e le stimo moltissimo, forse perché vedo in loro il lato “umano” dei personaggi e non solo quello di meccanismo produttivo del divertimento in montagna (anzi…). Ma, ahimè, temo che il mondo intero sia cambiato e quindi non c’è da stupirci se è cambiato anche il modo di ragionare dei “nuovi” alpinisti che richiedono le guide.
Detto che in Val Pellice splende il sole (o quasi …), ci andrei cauto ad assegnare ad altri “patenti” come quelle di “ Gente che non è mai andata veramente in montagna, che non ha mai veramente capito cosa significhi” solo perchè si è introdotto nella discussione un argomento come quello economico che evidentemente viene considerato quanto meno “prosaico”.
La GA mi risulta sia un mestiere con regole ben definite tra le quali anche quelle che disciplinano gli aspetti economici. Quindi mi sembra quanto meno doveroso affrontare anche questo aspetto in situazioni come quella descritta dal pezzo di Enrico che infatti, con molto garbo, ringrazia chi ha introdotto questo elemento nella discussione.
Aggiungo che se la stessa situazione capita con due soci “alla pari” l’interesse nella discussione (elevato a giudicare dal numero di commenti) credo sarebbe stato molto inferiore. Un socio non sta bene, non se la sente, non è in giornata … a quanti è capitato ? Ricordo una volta sulla Cresta del Soldato alla Giordani in cui ero totalmente fuori forma e dopo il primo tratto chiesi al socio di girare sui tacchi. Certo sono situazioni che nn fanno piacere; anche in questi casi il rammarico comprende una componente economica (benzina, autostrada, funivia) anche se molto inferiore rispetto al coinvolgimento di un professionista. Tuttavia personalmente credo che proprio il particolare rapporto “Guida-Cliente” sia alla base dell’elevato interesse suscitato dal pezzo di Enrico con il quale desidero complimentarmi anch’io per il coraggio dimostrato nell’esporre pubblicamente quanto gli è capitato.
Vorrei, inoltre dire a chi si domanda come consideriamo un altro professionista che lascia il lavoro a metà, che il servizio in questione è “un filino” diverso dalle altre prestazioni professionali a cui viene paragonato. Se un commercialista non conclude la sua prestazione e lascia il cliente con la sua Dichiarazione dei Redditi incompleta, la sua responsabilità mi pare evidente. Ben diversa è la situazione della GA che accompagna il Cliente in una gita e che decide di tornare indietro con le motivazioni descritte da Enrico. È vero che nella cordata la GA è l’elemento esperto che spesso già conosce l’itinerario e al quale il Cliente si affida. Ma è altrettanto vero che anche la Guida deve percorrere lo stesso itinerario ed essendo questi Professionisti uomini (o donne …) come gli altri può benissimo succedere di non stare bene o semplicemente di non sentirsi in forma. La rinuncia in questi casi è certamente una scelta operata a malincuore dal Professionista ma che risponde al bisogno di tutelare l’incolumità della cordata.
#42 Anche se appartengo alla vecchia generazione riterrei scorretto e ampiamente contestabile il comportamento di un albergatore che assicurasse la presenza di aria condizionata in camera ben sapendo di poter offrire solo un ventilatore. Diverso il caso di una gita che dovesse essere annullata per le avverse condizioni atmosferiche….Mi sembra che le due fattispecie siano ampiamente e sostanzialmente diverse, e cio’ a prescindere dall’eta’ del fruitore dei servizi.
La mia generazione, gli early baby boomer maschi nati prima del 1950, e’ stata sicuramente educata in un’ottica diciamo per intenderci “virilistica”. I nostri padri avevano fatto la guerra e ritenevano che un’altra guerra potesse essere prossima e pensavano che i figli maschi andassero educati di conseguenza ad affrontarla e sopravvivere. Quando poi siamo stati ragazzi sia il mondo della montagna che quello della politica o del servizio militare erano sulla stessa linea. Un vero uomo, un leader non mostra le sue debolezze e tira dritto, ad ogni costo, come fece Enrico Berlinguer che portò il comizio a compimento fino alla morte, anche se i compagni urlavano Basta! Basta! E ancora piangiamo senza ritegno guardando il recente film. Ho ben in mente il clima della mia scuola di roccia e ghiaccio e il “boia chi molla”di destra e di sinistra che ha portato alla rovina molti nostri coetanei. Poi il mondo è cambiato e siamo cambiati anche noi, in parte non piccola grazie alle nostre compagne e alle lezioni della vita. E ora eccoci qui, più vecchi, più acciaccati, più tolleranti e indulgenti per le fragilità umane esposte anche in pubblico, per prime le nostre. Certi valori e i conseguenti comportamenti sono cambiati anche nella società e quindi pure nel mondo della montagna e dell’arrampicata. Alcune emozioni, una volta considerate debolezze e quindi nascoste, sono diventate virtù’ e portate a conoscenza anche degli altri. A me sembra un passo avanti verso per un maggiore equilibro personale e collettivo ma non mi sfugge che certi istinti primari più “selvaggi” rimangono sotto traccia ed emergono proprio quando quella ritrovata indulgenza ed empatia mostrano il suo loro lato rinunciatario e crepuscolare e vengono percepite come una minaccia e si torna ad un’idea di eroe senza macchia e senza paura e di un leader che di granito che trasmette sempre sicurezza e protezione e non molla mai, qualunque cosa succeda. Riflessioni un po’ malinconiche sotto la pioggia. Buona domenica, quel che resta.
Se a noi consumatori, il falegname, l’idraulico, l’elettricista, il meccanico, l’avvocato, il commercialista ecc. ecc. ci dicono che riescono a farci il tal lavoro e poi a metà lavoro ci dicono che non riescono a continuare perché è troppo difficile, noi cosa li consideriamo: saggi?
Un bambino comincia a crescere quando non pensa più che tutto il mondo debba volergli bene, poi quando capisce che non è la divisa, o la carica, o il ruolo, a elevare al di sopra di ogni sospetto chi lo ricopre. Quando si va in montagna, si deve presto capire che una guida non è un dio, ma una persona che ha fatto tutto un lungo e complesso percorso che le consente di portare in montagna i clienti riducendo al minimo i rischi insiti, e ineliminabili, nell’andare in montagna.
Triplice urrà per il tranquillo e assennato coraggio di Enrico Maioni, anch’io vorrei arrampicare con un tipo così
Come dicono :
” Un marinaio esce da qualsiasi brutta situazione, un “buon” marinaio nelle brutte situazioni non ci si va a mettere.”
Fin che succede alle guide alpine di non essere in grado di continuare non è un grande problema, se dovesse succedere a un chirurgo in sala operatoria con il paziente con la pancia aperta sarebbe più preoccupante.
Le mei osservazioni sul risvolto economico non riguardano la mia esperienza personale, il mio specifico approccio alla vita e alla montagna, bensì l’analisi del generale contesto socio-culturale in cui purtroppo siamo immersi. Le mie considerazioni non riguardano persone “come noi”, in genere boomer e comprensivi dei risvolti ideologici ed emotivi, ma individui molto diversi da noi, quelli delle generazioni a noi più giovani. Ho toccato con mano che in quelle generazioni sono molto attenti a ragionamenti che a noi appaiono incomprensibili se non addirittura detestabili. Fra questi i “diritti dei consumatori”, che estendono anche nel comparto del turismo-tempo libero. C’è gente che protesta perché nella prenotazione di un hotel c’era scritto “aria condizionata” e invece si ritrova un ventilatore a pale sul soffitto. Altri che pagano per X uscite e protestano perché una di queste è saltata per pioggia scrosciante… Non c’è da stupirsi che tale mentalità consumistica coinvolga anche l’andar in montagna. Basta guardare le aberrazioni che si registrano sugli 8000 con le spedizioni commerciali: “pago ergo ho diritto alla prestazione per cui ho pagato” e da lì code immense all’Hillary step, oppure morti a go go, elicotteri, montagne di rifiuti, ecc. Dato il contesto dominante nell’attuale società, sarei curioso (da osservatore terzo di un fenomeno sociale e del tutto disinteressato alle vicende personali della guida qui coinvolta) di sapere quale reazione ha registrato il cliente, se ha pagato tutto senza banfare, se ha mugugnato chiedendo uno sconto, se davvero si è ripresentato in seguito dalla stessa guida, come ha reagito alla seconda rinuncia e se continua a servirsi della stessa guida o, magari elegantemente, si è defilato e si rivolge ad altri professionisti. Può darsi che il cliente in questione sia un boomer come noi, con una visione complessivamente “romantica” della montagna, e quindi sia comprensivo come tendenzialmente ci dichiariamo noi verso l’autore del testo. Ma se fosse anche solo un 40-45enne (a maggior ragione se ancor più giovane) avrei i miei dubbi a vederlo reagire in modo così comprensivo ed idealista…
PS. Per Rovelli. Non mi meraviglia la pubblicazione. E’ da un po’ che nei suoi interventi pubblici Gogna riflette sul problema del limite e della sua gestione individuale e collettiva. Quindi ci sta. E’ uno dei temi ricorrenti e trasversali del blog. Le reazioni sono molto interessanti anche nella loro diversità e nella loro evoluzione storica. E’ materiale per una ricerca sociologico/antropologica. Magari qualcuno potrebbe farci su una tesi di Laurea.
scusa Enrico ,mi sono dimenticato di dirti che quando passo da Cortina ti chiamo e se hai tempo beviamo una birra assieme ,vorrei conoscerti se ti fa piacere ?Aggiungo un breve commento riguardo all’aspetto economico chi fa la guida alpina lo fa o almeno dovrebbe farlo per passione l’aspetto economico è secondario SALUTI ALPINI
Matteo. Volevo dire che non è così scontata l’accettazione sociale del comportamento qui descritto da parte di un leader (in questo caso un Bergfuhrer) soprattutto maschio e che la pressione del gruppo può andare in direzioni diverse e pure il giudizio può essere molto meno “compassionevole”. Qui si è registrata solidarietà diffusa ma forse questo dipende dalle caratteristiche prevalenti nel gruppo dei commentatori. Mi aspettavo di peggio, visti certi precedenti, ma probabilmente c’è stato un po’ di pudore e un qualche senso di rispetto per la professione del protagonista. Piove.
Non ho ben capito cosa vuoi dire Roberto.
Quello che volevo dire io è che dal racconto di Enrico traspare un uomo che affronta una situazione, le sue paure e la sua debolezza. E che ha il coraggio di raccontare quello che prova e la sua defaillance senza nascondersi e senza volersi giustificare.
Un uomo che l’ultima cosa che aveva in mente erano i soldi
Un uomo che sarei onorato di conoscere e con cui vorrei arrampicare.
Chi davanti a questo testa per prima cosa pensa al rapporto economico non è evidentemente quel genere d’uomo. Non ci si avvicina proprio
Matteo. Io penso che in certi ambienti ad esercitare una forte pressione a non pigiare il tasto “Abort”non sia tanto l’aspetto economico, pure presente, ma il valore della “cazzimma” e la conseguente reputazione. A volte è lo stesso cliente a fare pressioni. Ho conosciuto ai tempi un tizio che le guide della VdA chiamavano l’ammazza guide. Dopo qualche uscita tagliavano la corda con scuse varie. Farsi scavalcare dal cliente negli anni ‘80 non era proprio accettabile per molti. Può essere che le cose siano cambiate sia nei clienti che nei fornitori e che ci sia una maggiore accettazione della fragilità “virile” , anche se temporanea, ma non ne sono pienamente sicuro da quello che sento e vedo in giro. Pure dalla discussione veronese spira un’altra aria, persino di scherno per chi non fa prestazioni adeguate. Penso all’insulto sprezzante ad esempio sul fine carriera, di fonte femminile peraltro. Anche su questo blog le reazioni che il post ha suscitato sono un po’ particolari. Altre volte la prudenza e l’accettazione dei limiti è stata valutata in modo più severo. Forse qui ha giocato a favore l’altra grande leva insieme alla “cazzimma” che è la solidarietà tra maschi dello stesso gruppo, che però non vale verso il gruppo avverso. Interessante. Forse è l’invecchiamento che porta consiglio.
Ok…facciamo un po di casino….Nei primi anni (tanti anni fa )che iniziai ad andare in montagna, un mio amico, mi propose una certa nord ,mi disse tranquillo ci penso io . Mi fidavo certo ma intanto mi lessi scrupolosamente la relazione e ritengo la via alla mia portata,morale , salgono le nubi ,non si vede a più di due metri , il tempo peggiora , il mio amico ha crampi alle mani e un po di “fifa”. Ho fatto il primo di cordata , ricordavo la relazione a memoria e siamo usciti ,tardi ma in vetta . Ho sempre fatto buon uso di questa esperienza e l’ho sempre adottata anche quando andavo con persone più brave ed esperte . Nel tal caso avrei fatto lo stesso e avrei pagato anche la cena a quella guida…una volta usciti in vetta….la guida serve ,mette la sua esperienza a disposizione ciò non toglie che il cliente deve essere all’altezza di quello che va a fare
Siccome ieri ero ad arrampicare leggo solo oggi.
La prima cosa che ho provato è la sconfinata ammirazione per un uomo che è capace di esprimere pubblicamente le proprie paure, come fa Enrico in questo pezzo.
Ci vuole un gran coraggio e uno spessore umano decisamente fuori del comune a mettersi pubblicamente in piazza.
Leggendo i commenti a riguardo dell’aspetto economico, la prima cosa che ho pensato è stata “un uomo così avrà rinunciato al compenso”…e direi che ci sono andato molto vicino.
La seconda riguarda gli estensori di detti commenti. Ed è molto poco positiva.
Credo che di fronte a una persona che si mette a nudo parlando delle sue paure e dei suoi fallimenti sia proprio da uomini dappoco pensare ai soldi.
Gente che non è mai andata veramente in montagna, che non ha mai veramente capito cosa significhi, gente ben diversa dai clienti di Enrico, che lui pubblicamente cita e ringrazia!
Carissimo Enrico Maioni ,il tuo racconto dovrebbe portare a riflettere chiunque vada in montagna con facilità e soprattutto con superficialità. Fare la Guida Alpina non è uno scherzo implica un senso di responsabilità e soprattutto di coscienza, e poi alla fine bisogna ricordarsi che siamo uomini ! non MACCHINE! Quindi “fifa” a parte rinunciare e tornare a casa è stata la scelta giusta. A Bonatti in una delle sue interviste gli chiesero se avesse avuto paura,e lui rispose SI! La paura mi ha fatto riportare a casa la pelle tante volte ,la cosa difficile è saperla gestire. Concludo un uomo che conosce i suoi limiti e un grande MANDI!
e’ tutto decisamente strano…..racconto e pubblicazione !
Oltre al fatto di aver pagato l’intero pattuito o meno, c’è da chiedersi se il cliente “tipo” dell’attuale società consumistica mantenga la fiducia o meno nella guida che torna indietro NON per motivi oggettivi (tempo, condizioni, scarsa forma del cliente) ma per motivi soggettivi, come qui descritto. Io sono curioso di sapere cosa davvero pensi nel suo intimo il cliente che si è preso due “sole” (inteso alla romanesca) dalla stessa guida. La prossima volta contatterà ancora la stessa guida o cambierà guida per evitare la terza “sola”? E, andando oltre il caso di specie, non è che tale meccanismo può condizionare le scelte delle guide? In questa situazione evidentemente no, ed è un merito aggiuntivo da ascrivere all’autore del testo, ma… “in generale”? Vedo in giro una generale esigenza di “incassare”, cosa fisiologica e legittima, ma che spesso può condizionare la completa libertà di scelta sul terreno. E’ un tema da non sottovalutare e non vorrei che, senza avere il coraggio di raccontarlo pubblicamente, molte alrtre guide hanno vissuto giornate del genere ma si sono COSTRETTE a proseguire, non tanto per incassare il pattuito su quella specifica giornata, ma per non perdere prospetticamente il cliente…
In ultima istanza è il professionista che prende la decisione finale. La responsabilità è sempre individuale, anche di far passare migliaia di persone su un ponte non sicuro e rimandando la manutenzione straordinaria per garantire il conto economico. Non c’è dubbio che le pressioni economiche delle cifre in ballo e la cultura dell’organizzazione nella quale si opera esercitano un peso fortissimo: “Non hai le palle, metti a repentaglio milioni e la nostra reputazione e fai incazzare migliaia di clienti che dovranno tornare indietro e fare un giro più lungo. Non cagarti sotto, vai avanti e fai i lavori poco per volta, che ce la caveremo come sempre e tutti saranno contenti e non romperanno le palle”. Poi…….
Per fortuna l’idea che prima di spezzarsi e trascinare qualcun altro con se’ sia meglio rinunciare, come dimostrano le reazioni unanimemente solidali qui registrate, e’ ormai diffusa, ma siamo proprio sicuri che sia così sempre e ovunque e che la pressione sociale a volte non sia così forte che richiede una qualità umana notevole per resistervi? La qualità individuale conta ma conta anche la qualità della comunità alla quale si appartiene, la famosa polis. Beate le comunità che non hanno bisogno di eroi per fare scelte decenti e ragionevoli.
Grazie a entrambi, Giuliano e Carlo, per i vostri commenti. Sono temi complessi quelli che avete toccato, e mi fa piacere poter condividere il mio punto di vista.
Per quanto riguarda i due episodi specifici che ho descritto nell’articolo, vi confesso che il pensiero del pagamento era l’ultima delle mie preoccupazioni in quelle situazioni. Se può sembrarvi strano, vi assicuro che in momenti del genere la mente è occupata da tutt’altro: sicurezza, decisioni rapide e, soprattutto, il benessere dei miei clienti. In entrambi i casi, ho lasciato a loro la scelta di quanto pagarmi, ma sapevo fin dall’inizio che non avrei mai accettato l’intera tariffa concordata per la salita. La mia priorità era altro, non certo una questione economica.
Non sono ricco, e non ho mai conosciuto una guida diventata tale con questo mestiere. Tuttavia, la ricchezza che ho la trovo nel fare un lavoro che amo, che mi mette in contatto con tante persone straordinarie che condividono la mia stessa passione per la montagna. Mi regala anche qualcosa di inestimabile: il tempo. Il tempo per vivere, per dedicarmi alle cose che amo. In fondo, il tempo è il bene più prezioso che abbiamo.
Per quanto riguarda l’eventualità che sia il cliente a desistere dall’impegno o che il maltempo ci impedisca di proseguire, è vero che molti regolamenti di guide specificano: “NOTA: Se nel corso dell’attività il cliente deciderà di interrompere la scalata, sciata, ecc., sarà comunque tenuto a pagare l’intera somma pattuita”. Questo serve a chiarire fin dall’inizio il tipo di impegno che entrambe le parti assumono. Tuttavia, nella mia esperienza personale, in situazioni simili non ho mai chiesto l’intera somma concordata. Ritengo che ogni caso vada valutato nel suo contesto e che ciò che conta, come dice giustamente un altro commentatore, sia il “materiale umano”.
Siamo tutti diversi, e ognuno si comporta secondo coscienza. La mia è guidata dalla passione per quello che faccio, dal rispetto per le persone e dalla consapevolezza che la montagna, più di ogni altra cosa, insegna a trovare il giusto equilibrio tra regole e umanità. Vi ringrazio davvero per aver aperto questa interessante discussione.
E’ stato rassicurante leggere questa testimonianza.
@ Bonsignore / Pasini
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Penso che come per tanti altri ambiti quello che conta , nel bene e nel male , sia il materiale umano ; ci sono Guide e guide , come ci sono Medici e medici , conunque per quello che ho visto io la professionalita’ e’ altissima.
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Io , se fossi una guida , robe come l’Eiger o gli 8000 , li farei solo con “clienti” che conosco da anni in ogni situazione e risvolto psicologico.
Volendo generalizzare e allontanarsi un po’ dal caso specifico in questione. Che un leader possa mostrare in certe circostanze la sua fragilità e’ un tabù che è stato ormai sdoganato. Non ovunque però e non è sempre stato così. In Aria Sottile Jon Krakauer racconta di come Scott Fischer abbia cercato in ogni modo di non esplicitare ai clienti il suo malessere e di come per reverenza e dipendenza nessuno di loro abbia osate chiedere : stai male? Cosa possiamo fare per te? Sia lui che gli altri davano per scontato l “onnipotenza” del leader e la loro dipendenza da lui. Per quanto riguarda il ruolo dei fattori economici nel voler andare avanti ad ogni costo sicuramente non è indifferente la quantità in gioco. Sempre per citare la tragedia del 1996 la cifra in ballo era vicina per le due agenzie coinvolte quasi al milione di dollari dell’epoca, oltre alla reputazione sulla percentuale di successo nel portare in vetta i clienti. Una posta in gioco molto alta per i professionisti coinvolti. Ci vuole molto coraggio nel rovesciare lo schema “io Tarzan” e nel mettere a rischio i propri interessi materiali e la propria fama. Certamente in alcuni contesti il dilemma vado avanti o torno indietro e’ veramente molto pesante ma anche in situazioni meno drammatiche e’ sempre una decisione difficile che richiede carattere e forza morale da parte di chi ha responsabilità verso altri. Non solo in montagna. Montagna metafora della vita.
Personalmente, mi e’ capitato tre volte di dover tornare indietrodurante salite con guida: due volte sua mia richiesta perche’ mi era venuta a mancare la “spinta” psicologica, la terza perche’ la guida ha giudicato che fossi troppo lento. Nei primi due casi, avevo impegnato la guida per un certo periodo senza precisare il numero e tipo di salite, e ho pagato quanto pattuito senza discussioni. Nel terzo, la guida mi ha chiesto solo la giornata, ma ho comunque pagato qualcosa in piu’.
Il rapporto tra una guida, il cliente e i soldi non e’ un problema da nulla, e puo’ anzi portare a risultati drammatici pur con tutta la buona volonta’ del mondo – e anzi, proprio a causa della buona volonta’. Immagino conosciate tutti “Aria Sottile” di Krakauer, e la storia di Rob Hall e Doug Hansen.
Mentre leggevo i commenti (partendo dal primo) mi compiacevo di tutto il fair play e di tutta la comprensione che emanavano. Però … una vocina nel retrocranio mi sollecitava a considerare l’aspetto economico della faccenda. Poi sono arrivato al commento #14 e il mio compaesano Carlo Crovella ha messo nero su bianco (anzi … “bianco su nero” …) esattamente quello che la vocina mi suggeriva.
Come la mettiamo con “i dindi” ? Credo che se il problema fosse del cliente o di un cambio improvviso del meteo o di altro fatto imprevisto (es. un tratto schiodato da qke fanatico …) allora alla Guida andrebbe riconosciuto il compenso pattuito. Ma se il problema è “in capo” alla Guida come nelle situazioni descritte dal bel pezzo in questione, penso che sarebbe corretto, da parte della Guida medesima richiedere un compenso ridotto. Poi starebbe al cliente decidere cosa fare sulla base di varie considerazioni. Ad esempio il numero di salite già portate a termine con quella Guida oppure … le condizioni economiche del cliente che, magari, a sopportato parecchi savrifici per mettersi da parte il gruzzolo necessario a coprire i vcosti in questione i quali, come è noto, sono di una certa rilevanza “economicamente parlando”.
Questo è il mio pensiero che conta abbastanza poco. Sarebbe, però, interessante avere il punto di vista di un Professionista delle “terre alte”.
Comportamento responsabile e decisamente corretto. Riconoscere che non è giornata e non è il caso di insistere, sopratutto per un persona che sa di poter contare solo su se stessa, visto che l’altro è un cliente non la può sostituire al comando della cordata. Certamente la domanda che si fa Crovella su come avrà reagito il cliente visto che ha pagato e magari era pure in forma, è fondata. Magari il cliente si aspetta che la guida è indistruttibile.
La curiosita’ di Crovella #14 e’ molto piu’ di una semplice curiosita’, perche’ introduce il rischio quanto meno potenziale che considerazioni di natura economica influenzino le decisioni che una guida deve prendere.
Naturalmente pero’ nella stragrande maggioranza dei casi la situazione sara’ diametralmente opposta a quella descritta nell’ articolo – e cioe’ la guida decidera’ il ritorno non per le proprie limitazioni, ma per quelle del cliente (o, poniamo, per il tempo). In questi casi, cosa succede con i soldi? La guida deve accontentarsi di un compenso ridotto (al limite, la giornata), o puo’ pretendere la tariffa completa? Nel primo caso, possiamo escludere che una eventuale decisione di continuare, a dispetto delle limitazioni del cliente, non sia magari influenzata da considerazioni pecuniarie? E nel secondo, chi saprebbe distinguere tra una prudente valutazione della situazione, e il desiderio di risparmiare tempo e fatica? E come si fa a gestire ( se esistono ancora) clienti del tipo ” io pago e quindi si fa come decido io”?
Sebbene fatto apposta il titolo non è adeguato ne al testo né al autore.
Raccontare i fallimenti e mostrarsi per quello che si prova in un certo momento é semplice sincerità ed umanità.
La fifoneria in questi comportamenti la vede solo chi non sa andare in montagna indipendentemente dalle patacche.
Avere paura permette di portare a casa la pelle, saperla gestire correttamente permette di fare e raccontare tante belle cose.
Qualche volta ho avuto la sensazione che persone piu’ esperte di me a cui mi accompagnavo in montagna fossero troppo portate alla rinuncia o all’ abbassamento dell’asticella , e la sensazione non era piacevole.
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Tuttavia questo bell’articolo spiega che le giornate “storte” capitano anche alle persone piu’ in gamba , e quanto viene descritto non lo chiamerei “fifa” , ma un corretto ragionamento che ti porta a capire che non ci sono piu’ i limiti di sicurezza , a maggior ragione con un cliente.
Grazie, Alessandro, ho letto con attenzione l’ articolo e lo trovo molto bello, essere guida per come la vedo io significa prima di tutto essere un ottimo insegnante e le sconfitte a volte ci insegnano il doppio.
La montagna richiede sempre la capacita di riconosere i propri limiti e saper rinunciare è puro buonsenso e non una debolezza, e può capitare anche ai più fortie ed esperti .
Ma quale fifona, grande senso di responsabilita’ e umilta’, tutti raggiunto il limite , si torna indietro, bravo.
Siamo umanamente forti e meravigliosamente fragili.
GRAZIE Enrico per questa straordinaria riflessione, ti stimo, e aggiungo che tutte le guide alpine dovrebbero comportarsi con questa saggezza.
Premesso che comprendo e condivido le scelte dell’autore del testo, sarei curiosi però di scoprire coma ha reagito il cliente sul piano economico. Ha chiesto uno sconto? Viceversa è stato comprensivo e ha messo l’evento nelle possibilità della vita, pagando cmq il prezzo pieno senza fiatare?
La nostra società si incentra, ahimè, sulla concezione consumistica, quella del “pago ergo ho diritto a godere della prestazione piena”. Non è così assodato che un cliente (che magari in quel giorno si sente “in forma”, per quel che concerne il suo ruolo di secondo-cliente) sia comprensivo a tal punto da pagare prezzo pieno pur a fronte di prestazione non piena. Nel testo si accenna alla delusione del cliente, ma non mi pare si citi se tale delusione sia arrivata o meno fino al tema economico… E’ un risvolto interessante, non tanto nell’ottica della guida protagonista del testo, ma del cliente, anzi dei clienti in generale: sono disposti a concedere alle guide il diritto di tornare per motivi soggettivi (delle guide) a parità di prezzo pagato?
Il vecchio detto è …ofelè fà el to mestè..pertanto:
Psicologia della paura di Anna Oliverio Ferraris
Hai affrontato il passaggio più difficile della vita da guida e della montagna, ovvero dare priorità alla Sicurezza mettendo da parte il tuo orgoglio e questo è sicuramente un passo molto coraggioso, saggio e per nulla semplice! Non significa arrendersi ma vuol dire gestire la situazione con consapevolezza e grande esperienza! 👍😊
Il saper rinunciare per paura o per altri motivi fa parte della nostra vita. Tanto di cappello e rispetto e la sincerità.
“Esiste una linea sottile fra la viltà e l’intelligenza” (Feldmaresciallo Erwin Rommel, Deutsche Wehrmacht)
Condivido completamente la decisione di interrompere anticipatamente. Il rischio zero non esiste mai in montagna, peggio ancora se non ci si trova in condizioni psicofisiche perfette. Inseguire il proprio ego/orgoglio fa brutti scherzi.
Chapeau
Se tutti facessero come lei ci sarebbero meno incidenti, inutile forzare la mano la montagna non è una partita a poker,le mie paure oltre a una dose di fortuna mi anno permesso di arrivare fino qui.Un saluto Antonio
Caro Enrico, il saper rinunciare per non compromettere la sicurezza della cordata fanno di te una grande persona ancor prima di essere un’ottima guida alpina.
Con stima,
Andrea
Enrico, grazie per questo stralcio di vita e umiltà tra le crode , a volte saper interpretare certi momenti della propria esistenza che appaiono momentaneamente fallimenti in realtà mettono in luce lo scalino successivo del nostro percorso nel esistenza, che serve a migliorarci sopratutto come uomini .
Un saluto!
Sto leggendo con interesse il libro di Priorini “Attività estreme e stati alterati di coscienza” con la prefazione di Gogna gia’pubblicata qui sul blog. Nel capitolo dedicato al fattore rischio l’autore sottolinea la componente soggettiva della percezione di rischio accettabile legata al confronto risorse/difficolta’ del compito. Essendo soggettiva questa percezione può variare anche per la stessa persona in funzioni di molteplici circostanze interne ed esterne. Una osservazione ampiamente condivisibile e un”esperienza sperimentato da tutti penso. Aggiungo anche che nessuno, professionisti compresi, e’ esente da micro crisi di panico che possono saltar fuori in situazioni impensabili in teoria. Salutare e’ evitare di forzare e di sopprimere segnali che in quel momento non è il caso. Poi con calma uno poi ci può lavorare sopra. E’ una manifestazione di professionalità non di debolezza.
Reinhold Messner: ci vuole coraggio ad avere paura
Messner: “Festeggio gli 80 anni, a salvarmi è stata la paura”
“La paura – dice Messner – ti spiega bene il limite che non devi superare: fin qui va bene, oltre… scendi.
Ciao Enrico, il carico di responsabilità di una guida alpina o di un istruttore di Alpinismo è spesso il carico che si ha sulle spalle, più pesante di qualsiasi zaino. La “fifa” è un sentimento umano ma in questi casi diventa la coagulazione dell’esperienza e della bravura dell’individuo che sa che ogni buona gita in montagna deve concludersi prima di tutto con l’incolumità della cordata.
Con stima
Italo
Grande stima per chi rinuncia in un momento di difficoltà, emaggior stima per avere condiviso questi episodi.
Più che fifona definirei questa guida con la parola: saggia.
Penso che episodi del genere capitino a quelle guide che esercitano costantemente il mestiere.
In questo caso il grande merito è ammettere queste apparenti sconfitte come parte del gioco.
Massima stima per chi lo fa.
Ciao.