Metadiario – 248 – La S’ciara de oro (AG 2002-009)
Il 19 agosto 2002 partiamo da Milano, con Luca De Franco e sua moglie Grazia, alla volta di una settimana non meglio identificata: potrebbe essere Austria, ma anche Slovenia, o anche Alpi Carniche. Ma quando vedo il sereno sulle cime sopra Belluno, la decisione è presa. Andremo finalmente alla Schiara, la montagna che mi aveva incantato fin dai tempi in cui leggevo le prime annate della rivista Alpinismus. Era il 1968, Toni Hiebeler era affascinato da quelle montagne, il lancio dell’Alta Via N. 1 delle Dolomiti era appena avvenuto; e io leggevo in tedesco (cercavo di farlo e imparavo in fretta) le gesta dei bellunesi, dei polacchi. Piero Rossi aveva avuto una gran parte, riuscendo a comunicare al mondo un gruppo di crode davvero sconosciuto. In seguito, la volta che mi ero avvicinato di più era stato nel 1985, quando avevo risalito di corsa la Val di Piero per fotografare il colossale Burél. Ma oggi finalmente si va a vedere il cuore della Schiara. La prima sorpresa è il leggere quante ore sono necessarie, dal posteggio di Case Bortòt, per arrivare al Rifugio 7° Alpini: 2h 45′! E che ambiente!
Una valle davvero selvaggia, altro che facile palestrina per gli alpinisti di Belluno! Mentre camminiamo tranquilli, con uno zaino neppure troppo eccessivo, Luca ed io ci accorgiamo che Grazia non sta bene. Sono reduci da una settimana nel Gran Parasiso, forse è stanca. Vado avanti, non riesco ad aspettare: ma giunto al secondo dei quattro attraversamenti di torrente, decido di attendere. Una coppia di baschi mi raggiunge e mi fa segno che indietro c’è qualcosa che non va, poi arriva Luca trafelato per dirmi che Grazia sta davvero male e che loro sarebbero tornati a Belluno, avrebbero passato lì la notte e l’indomani si sarebbe visto il da farsi. Peccato, volevo proprio condividere con qualcuno la felicità che provo a muovermi in questi luoghi. Raggiungo così da solo il rifugio, dove il custode Giuseppe Pierantoni mi riconosce. Parliamo per un po’, poi lui deve scendere alla teleferica. Tornerà bagnato fradicio, perché naturalmente alle 19 si scatena un temporale con lampi e tuoni. Meglio, penso, così domani sarà più limpido. Con questo pensiero mi addormento nella mia cuccetta.
Il mattino dopo non voglio rinunciare alla colazione, ma qui l’orario non è certo antelucano. Decido di aspettare il fidanzato della figlia del custode: Giampaolo Sani sta salendo e farà la Ferrata Zacchi assieme a lei. Anche con Giampaolo una breve chiacchierata di conoscenza, in tempo per capire che il ragazzo ha grandi qualità. Ma poi, pressato dalle esigenze degli orari della luce e della buona visibilità, decido di partire da solo.
Dal rifugio 7° Alpini 1490 m mi avvio per l’Alta Via n. 1 verso la parete sud della Schiara, cioè verso la via ferrata Zacchi. Tutti dicono che questo è un itinerario superbo e, nel suo genere, fra i più classici delle Dolomiti e delle Alpi. La via ferrata, dedicata al colonnello degli Alpini Luigi Zacchi, primo salitore della parete sud della Schiara nel 1920, è stata realizzata in modo mirabile, nel 1951, dalle Truppe Alpine. Essa segue sostanzialmente il percorso della via originale Zacchi. Pur essendo segnalata e attrezzata nei punti più ardui, costituisce pur sempre un percorso lungo (circa 550 m di dislivello, con uno sviluppo più che doppio, dalla base delle rocce), a tratti assai esposto, con lunghi tratti facili ma sprovvisti di attrezzature e, nell’insieme, può essere valutata come una lunga arrampicata, con difficoltà fra il I ed il II grado. E’ un itinerario frequentatissimo e, purtroppo, viene spesso compiuto con una certa leggerezza.
Il primo punto caratteristico è un enorme incavo roccioso, il Portón 1780 m c. E’ qui che parte l’attrezzatura che facilita notevolmente le difficoltà ed elimina i problemi di orientamento in questa giungla di canali, gole e camini. E non mancano anche tratti in parete, più esposti. Raggiungo un grande costone erboso posto al di sopra del Portón e, seguendolo, afferro la base del grande crestone obliquo, orientato verso sud-ovest, diviso dalla vera e propria parete della Schiara da una profonda gola.
Risalgo il crestone, lascio a destra la deviazione per la via ferrata del Màrmol e proseguo ancora sul crestone toccandone il culmine presso lo sbocco della grande gola della parete sud.
Ora mi porto verso la parete vera e propria della Schiara, raggiungendo il tratto detto diagonale Zacchi e un esposto terrazzino erboso. All’estremità destra di questo c’è una traversata strapiombante ed espostissima (le clàmere) con corda e scalini metallici che porta nel fondo di un colatoio. Poi ci sono altri passaggi che ingegnosamente permettono di arrivare all’ampia cengia Zacchi.
Seguo la cengia verso sinistra, fino ad un tratto dove si fa molto stretta ed espostissima, attrezzata con sbarre metalliche. Ma ormai sono in vista della Gusèla del Vescovà e in breve raggiungo il bivacco Ugo Dalla Bernardina 2320 m c.
Questo, vero e proprio nido d’aquile, sorge su di uno stretto ripiano roccioso all’estremità occidentale della cengia Zacchi, nei pressi della Forcella de la Gusèla, in eccezionale posizione panoramica, tanto verso nord, su tutta la cerchia delle Dolomiti, che verso sud, sulla Val Belluna, le Prealpi bellunesi e la pianura veneta, sino all’Adriatico.
Ho fatto appena in tempo per le fotografie… subito dopo i miei frenetici scatti si stanno formando nebbie che vanno e vengono .
Dal bivacco, altre corde metalliche per scendere in breve alla Forcella de la Gusèla 2300 m c. Sono alla base della famosa Gusèla del Vescovà 2365 m, un caratteristico obelisco ben visibile da Belluno. Fu salita la prima volta da Francesco Jori con Arturo Andreoletti e Giuseppe Pasquali il 16 settembre 1913: sono circa 40 metri con difficoltà fino al IV grado.
Sono un po’ in dubbio se salire da solo in cima, poi rinuncio riflettendo sul fatto che non ho portato con me né corda né scarpette.
Decido di proseguire, anche se ormai parlare di foto è molto ottimistico, per il Sentiero Sperti. Oltrepassato il Nasón, con alcuni saliscendi mi trovo nel punto dal quale, deviando leggermente dal “sentiero” posso salire in vetta alla cima settentrionale della Prima Pala del Balcón 2370 m (la cima meridionale è chiamata Pala Belluna). Fatte le foto di rito, non vale la pena che mi soffermi in cima, capisco che la visibilità può solo peggiorare. Vedo Giampaolo e la ragazza, terminata la Zacchi, iniziare la via ferrata Berti e li saluto da lontano.
Questo luogo è decisamente magico. Presto mi trovo affacciato sull’ampio e ghiaioso Van del Burèl, verso il quale scendo per un canalino roccioso ripido. Seguendo una corda metallica e banche ghiaiose, traverso sotto il versante ovest della Seconda Pala, per raggiungere lo stretto intaglio della Forcella Sperti 2250 m c.
Ormai non c’è più speranza che qualche squarcio si apra. Non succederà, così transito veloce in quel caos di guglie, creste e canali, sempre aggrappato ai ferri dell’uomo.
Scendo ancora e giungo nel fondo della gola principale che scende da Forcella Viel, fra la Seconda e la Terza Pala del Balcón. Passo sotto un grande blocco incastrato, che forma ponte. Poi a sinistra a prendere la sottile e molto aerea cengia che corre con passi molto esposti alla base della parete sud della Seconda Pala fino a giungere nel fondo della gola che scende fra Prima e la Seconda Pala. Sono così quasi alla fine del grosso dell’attrezzatura, ormai in prossimità del bivacco Iris e Gianangelo Sperti 2000 m c.
Ci arrivo infatti poco dopo. E’ situato sullo zoccolo della Prima Pala del Balcón, ai piedi dello spigolo sud-ovest della stessa, in bellissima posizione panoramica ed al centro di una cerchia di pareti del massimo interesse alpinistico.
Non mi ero ingannato sulla impossibilità di miglioramento: avvolto nella nebbia raggiungo il rifugio 7° Alpini dove raccolgo le mie cose e, salutato il custode, mi avvio verso le Case Bortòt dove ho appuntamento con Luca e Grazia.
Mentre a passo di carica percorro il lungo tragitto ho modo di riflettere sulle vie ferrate. Contrariamente al mio solito, questa volta ne ho utilizzate ben due, con ciò riuscendo a documentare un itinerario che altrimenti sarebe riservato soltanto ad alpinisti esperti. Mi consolo pensando che le ferrate di una volta avevano un gusto e una loro “purezza” che ancora oggi si notano, conservati perfettamente. Lungi dal proporre adrenalina a tutti i costi erano piene della filosofia degli anni Cinquanta e Sessanta, quando si nutriva grande fiducia nel progresso e nella lotta con la natura, senza la cappa di antropocentrismo che oggi invece imperversa e senza il must dello sfruttamento turistico.
Caro Gianpaolo, mi ha fatto molto piacere ricevere posta da te. Mi è spiaciuto di non averti più rivisto, ma ho dovuto scappare perché la moglie del mio amico continuava a stare male. La notte a Belluno non le era giovato un gran ché e abbiamo dovuto riportarla in fretta a Milano, dove le è stata diagnosticata una bella infezione alimentare. Ne ha avuto per una settimana. Sai, Grazia, Schiara deriva da S’ciara, che in dialetto significa «anello». È l’anello che san Martino, cui piacque tanto nei suoi vagabondaggi alpini questa vetta a metà tra la neve e il mare, aveva conficcato nella roccia per fermare il suo cavallo. Ma l’anello si era subito tramutato in oro e da allora tutti lo cercano e non lo trovano, perché non hanno la purezza del santo. Sarà per la prossima volta, anche tu tornerai qui, all’inutile e inebriante ricerca della S’ciara de oro.
Tra i parchi nazionali italiani quello delle Dolomiti Bellunesi contende il primato di ambiente wilderness a quello della Valgrande (province di Novara e Verbania): infatti la difficoltà a ricavare pascoli in passato per la successione continua di versanti dirupati se non rocciosi, e quindi la scarsità di sentieri, sono le principali caratteristiche di entrambi. Le Alpi sud-orientali presentano zone molto impervie che non furono ricoperte dai ghiacci del Quaternario: l’ultima glaciazione sulle Dolomiti Bellunesi si era esaurita 10-12.000 anni fa. Questo ha favorito una situazione paesaggistico-naturalistica di grande singolarità, specialmente per la flora (fin dal XVIII secolo le Vette Feltrine e il Monte Serva erano noti per alcune specie davvero rare). Il territorio del Parco, istituito nel 1993, è vasto 32.000 ettari, interessa ambienti di media ed alta quota, in genere pochissimo abitati. Suoi confini naturali sono a ovest la Valle del Cismon, a sud est e a est la Valle del Piave; a nord giunge fino alla Val Prampèr e fino al basso Agordino. Comprende quindi le Alpi Feltrine (Sass de Mura, Piz de Sagròn e Monte Pizzocco), i Monti del Sole (Feruch), la Schiara, la Talvéna, la Cima di Prampèr e lo Spiz di Mezzodì, «con i valloni deserti, con le gole tenebrose, con i crolli improvvisi di sassi, con le mille antichissime storie e tutte le altre cose che nessuno potrà dire mai… (Dino Buzzati, Barnabò delle montagne)».
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Il senso di selvaggio che trovi nel gruppo della Schiara difficilmente lo trovi altrove in Dolomiti. Forse sui Monti del Sole, sempre e comunque nel parco. Le vie sono molte, ma le relazioni spesso difficili da reperire e molto datate, tanto che ripercorrerle equivale quasi ad aprirne di nuove! Non c’è traccia di spit, il che rende le pareti adatte a chi ama il purismo (e, ovviamente, gli eterni avvicinamento)
Luogo stupendo, ambiente selvaggio che mi ha regalato delle bellissime emozioni. Sono stato li 3 volte. Una risalendo tutta la val de Piero dalla Stanga e pernotto al Bivacco del 7° Alpini. Un’altra a fare la via Goedeke alla sud del Burel dove la nebbia in discesa ci diede un po’ da fare….. La terza a fare la Livanos alla Pala Belluna.
Magnifico omaggio a una magnifica montagna che, se si ha la pazienza di scoprire, regala emozioni immense
Percorremmo l’Alta Via 1 …nel 1974 o 75…avevo 20 anni e trascorrevo le poche vacanze in montagna..Arrivammo al 7Alpini nell’ultima tappa scendendo la ferrata sotto la pioggia..!Incontrammo un gruppo di veneti, c’erano due ragazze stupende ….e ancora son pentito di non aver chiesto il loro numero di telefono: ma non c’erano i cellulari e nemmeno quello fisso, a casa non avevamo neanche quello.!