La voglia e la passione
di Marcello Cominetti
(pubblicato su marcellocominetti.blogspot.com il 29 giugno 2026)
Mi sono spesso interrogato su queste due pulsioni che, noi appassionati di montagna abbiamo dentro, dal momento in cui sentiamo che la natura dell’altitudine (non uso volutamente l’espressione tanto in voga quanto sibillina di “terre alte”) ci dà piacere e ci fa sentire in equilibrio. Esistono ovviamente molte maniere di affrontare e vivere la montagna. Non includo qui la semplice passeggiata, magari in piano, vicino al paese o all’hotel, semplicemente perché penso sia un’attività che trova nella noia l’unica motivazione. Con ciò non voglio denigrare chi la pratica, sia chiaro, ma credo che in quello che vorrei trattare sia una parte trascurabile. Parto quindi dall’escursionismo, quello in cui si fa un minimo di fatica, quello che pone domande in chi lo pratica fin dall’inizio e trova infinite risposte che per essere formulate richiedono l’esistenza tutta.
Tutt’altro che una cosa da poco. In pratica non si riesce più a smettere di viaggiare a piedi, sia per poche ore che per molti giorni di seguito, semplicemente perché si è capito che fa bene, insegna a non mentire a se stessi e da un senso di appagamento generale e profondo che si vuole provare ogni volta di più. Di seguito ci metto la corsa in montagna, dalla campestre allo skyrunning e l’ultratrail. Sono forme di escursionismo molto dinamiche che hanno nella prestazione in ambiente il loro perché e contengono in uguale misura una buona dose di contemplazione perché comunque sono pratiche lente, anche quando si corre come struzzi, che immergono chi corre in quello che li circonda. E’ falso il “sostenere che correndo non ci si gode il panorama” spesso tirato in ballo da escursionisti un po’ fiacchi che ce l’hanno con chi va più veloce di loro e si giustificano con la scontata frase: vado piano perché voglio godermi il panorama.
Si passa quindi all’alpinismo su roccia e ghiaccio, tesi a raggiungere una vetta o il termine di una parete, inseguendo la scoperta di un itinerario di bassa difficoltà oppure l’adrenalina di una via difficile, entrambi condizioni ambite e sovente preparate con lungo tempo. Come nell’escursionismo, ognuno calibra l’impegno secondo il proprio livello di gusto, allenamento e preparazione. Soddisfazioni sono garantite in tutti i casi, indipendentemente dal grado di difficoltà, di rischio o di lunghezza. E’ sempre una questione personale. Intima, direi.
Poi metto lo scialpinismo, forse l’attività più complessa di tutte perché all’alpinismo abbina la tecnica innaturale dello sci, sia in salita che soprattutto in discesa, ma che svolgendosi totalmente sulla neve, ne prevede una conoscenza approfondita, unendo sapienze teoriche e pratiche molto diverse tra loro che vanno studiate ed esercitate. Lo sci freeride o fuoripista, attinge dallo scialpinismo molte delle tecniche e conoscenze (per chi ha la pazienza di acquisirle, sic.) ma privilegia la discesa e spesso si avvale per la salita di mezzi meccanici (funivia, elicottero o gatto delle nevi) quando non contempla brevi salite come nello scialpinismo, svolte allo scopo di raggiungere l’inizio di una bella discesa con buona neve. Che non sempre vuol dire sicura, ma la neve fredda, quella polverosa è spesso la meta ultima (in tutti i sensi) di questa pratica esaltante.
Tutte queste attività presuppongono una buona e adeguata preparazione mentale e fisica. Solo il semplice escursionista, ovvero quello che va piano e non è interessato dalla prestazione ma dallo stare in un certo ambiente che lo gratifica percorrendolo a piedi la cui meta può essere una cima, un colle o una traversata, può non sentire l’esigenza di una preparazione fisica particolare che semmai si farà gita per gita. Il tutto dipendendo dalla frequenza con cui va a camminare e quindi dal tempo che altri impegni gli lasciano a disposizione per praticare la sua passione. Salute, lavoro e famiglia sono ovviamente ai primi posti.
Immaginiamo ora che l’ambita escursione venga impedita dal maltempo oppure da un elevato pericolo di valanghe. Si dovrà aspettare fino alla prossima disponibilità di condizioni favorevoli della montagna per riprovarci e quest’ultime dipenderanno sempre dal tempo che tutti gli altri impegni lasciano a disposizione.
O almeno questo è quello che fa la maggior parte dei praticanti.
Escludendo quelli inderogabili, la più parte degli impegni si potrebbe programmare in tempi diversi per approfittare delle condizioni favorevoli della montagna, condizioni che non si possono assolutamente cambiare perché regolate soltanto dalla natura.
Se pioviggina e indosso una buona giacca posso fare un’escursione ugualmente ma magari devo ridurne l’impegno per non mettermi nei guai. Il tutto adeguando alle proprie possibilità l’eventuale prestazione, anche mentale, che l’escursione richiede.
Se invece i bollettini danno un rischio di valanga 4 (molto forte) e voglio salire con gli sci il Finsteraarhorn, l’Antelao o la via normale alle Grandes Jorasses, dovrò sicuramente rinunciare a meno che non voglia suicidarmi.
Si tratta di banali esempi riconducibili alla conoscenza di base di ogni normale appassionato.
Visto che in gioco c’è la nostra incolumità (non parlo di sicurezza perché è un concetto vasto e abusato che spesso non è chiaro a nessuno) mi sento di dire che ogni altro impegno può essere messo dietro alla nostra escursione.
Se andare in montagna è la nostra passione dobbiamo renderci conto che condizionerà tutta la nostra vita anche nei confronti di azioni, ambiti e persone che nulla hanno a che vedere con la montagna, ma verso le quali potremmo avere un’attitudine positiva che renderà la nostra vita migliore e con meno problemi. Sono convinto che chi non arriva a pensare quest’importante aspetto della propria passione e lo condivida con chi gli sta intorno, passerà un’esistenza meschina procurandosi sofferenze interiori che inevitabilmente trasmetterà a chi gli sta intorno condizionando negativamente anche la loro esistenza.
Tutto ciò perché verso una vera passione altro non c’è da fare che assecondarla, pena gravi sofferenze.
Diversa è la voglia di fare qualcosa ogni tanto che la maggior parte degli odierni frequentatori della montagna manifesta nel tempo libero. Io stavo parlando di passione. Una condizione che chi non l’ha mai provata difficilmente capirà di cosa si tratta e sarà pronto ad accusare chi invece sente di viverla, di egoismo.
A questo punto non ci resta che circondarci fin da piccoli di persone che condividano, fisicamente o anche solo moralmente, la nostra passione e organizzarci una vita che sia compatibile con lei.
I problemi di salute che chiunque può avere, saranno sicuramente mitigati dal condurre una vita bella il cui carburante è proprio il dedicarsi alla nostra passione. ll nostro insieme inscindibile di mente e corpo ce ne sarà grato.
Nel suo libro esemplare, Yvon Chouinard (fondatore dell’azienda Patagonia) dice che i suoi dipendenti devono dedicarsi al surf da onda, visto che la sede si trova a Ventura sulle rive del Pacifico in California e molti sono appassionati di surf, appunto, quando ci sono le onde. E’ inutile prendersi le ferie quando il mare è piatto, perché il surf non si può praticare. Quindi possono lasciare il posto di lavoro per andare a surfare quando le condizioni sono quelle ideali. Il libro s’intitola Let’s my people go surfing ed è citato nei programmi di studio in numerose università di studi economici come esempio di produttività derivante da una buona condizione morale e fisica di chi lavora.
Non è sicuramente facile organizzarsi una vita ideale ma potrebbe a sua volta costituire una nostra passione. E con la passione si risolve quasi la totalità dei problemi che si possono avere.
Una passione può nascere già in tenera età a causa di modelli a cui ci si vuole ispirare perché ci danno sicurezza e piacere, per ribellione, per spirito di emulazione, più raramente per sbaglio.
Ma se ci prenderà la passione per qualcosa dovremo assecondarla per non vivere soffrendone la mancata pienezza. Tutto il resto andrà costruito intorno ad essa. Se riusciremo a fare diversamente senza soffrirne sarà perché non si trattava di passione ma solo di una voglia momentanea, che può durare anche molto ed essere intensa, ma si risolverà prima o poi. La passione ce la portiamo ovunque, fino alla fine.
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Se c’è un’altra passione che regola la predominante, la vita si armonizza. Per questo sono grato alla scultura che forse molte volte mi ha salvato da scelte azzardate in montagna.
@15
certo la passione puo diventare fanatismo, nel lavoro come nel divertimento, come in politica e nella religione.
@14
Hanno la passione del denaro.
La tua descrizione potrebbe valere tranquillamente per molti arrampicatori sostituendo la parola soldi con arrampicata.
Il mio capo pur essendo in pensione continua a venire a lavorare perche’ la sua passione e’ il lavoro. Per fortuna ha capito che la mia passione e’ l’arrampicata e mi da i permessi e le ferie quando il tempo e’ bello.
Qui siamo ad altri livelli.
La maggioranza degli imprenditori sono degli schiavi del loro lavoro. Schiavi votati a fare soldi, che non vedono altro, che vivono per lavorare e non lavorano per vivere, che sacrificano tutto: amicizie, affetti anche i piu cari. Dei drogati fanatici.
9Bosco
forse il senso dell’articolo voleva proprio sottolineare che chi è animato da una passione totalizzante indirizza la propria vita in funzione di essa. Per cui se ci si ritrova con un lavoro che ti porta via non meno di 5 giorni alla settimana, stando chiuso in un ufficio e non avendo scelto di provare a diventare GA, magari viene da chiedersi quanto si sia appassionati realmente e che posto quella passione abbia nella vita. Ciò’ non significa sminuire la passione domenicale ma certo e’ ben diversa da quella di chi ha fatto scelte esclusive per dedicare ad essa tutta la vita.
Il punto nodale è avere nella vita una o più passioni, poi le si declinano come si vuole e come si può (in funzione di altriinteressie di impegni della vita). Per esempio io sono molto “cittadino” come mentalità, ritmi, interessi, frequentazioni… In piu, come ciliegina sulla tota, ho anche la passione per la montagna, che tra l’altro è modulabile in funzione delle fasi anagrafiche o di lavoro o di famiglia ecc. Inoltre l’interesse per la montagna si porta dietro molti corollari (leggere di montagna, scrivere, eventi, dibattiti…) che vanno oltre la concretizzazione dell’azione sul terreno. Per quanto l’andar in montagna sia un pilastro fondante della mia esistenza praticamente fin da quando ero in culla, io non sono mai stato disposto a sacrificare i miei altri interessi. Per cui ho distribuito il mo tempo fra i miei interessi per cui il tempo per le montagne non e’ stato totalizzante. Queste scelte sono molto soggettive, non esistono delle regole valide per tutti. Ciò che mi preme sottolineae è che non è quanto tempo si dedica alla montagna che ufficializza il livello della passione. Certi miei conoscenti, che scalpitano tutta la settimana in attesa del weekend sui monti e non parlano d’altro, beh…a me paiono dei malati (degli invasati) più che degli esempi di passione “sana”. In sintesi sono convinto che le passioni (non solo per la monagna) debbano essere sane e non morbose, altrimenti si rischia di sconfinare nel campo delle droghe (psicologiche). Il confine fra “sano” e “malato” è molto soggettivo… il che rende difficile focalizzarlo dall’esterno. Sta quindi a ciascuno capire fino a dove la sua passione è sana e dove sta andando oltre.
Grazie Marcello,
Negli anni 70 arrampicavo bene, mi piaceva molto l’alta montagna, il Bianco.
Poi nei primissimi anni 80 ho dovuto interrompere totalmente, era incompatibile con la mia vita professionale. Potevo permettermi solo escursionismo, tanto.
Poco tempo fa qualcuno mi ha proposto di arrampicare in falesia, ho fatto diverse vie di 5c dopo decenni. Ora penso di riprendere un poco ad arrampicare. Purtroppo non sempre si riesce a seguire la propria passione. Finalmente però la montagna è ritornata ad essere centrale nella mia vita, una seconda opportunità.
Grazie ancora Marcello
La passion de la montagne, c’est comme une addiction, on ne peut pas y résister !
Questo discorso sulla “passione” penso vada “modellato” sulla persona in funzione di vari fattori. Il primo che mi viene in mente ha a che fare con la domanda “ma tu con la tua passione ci campi ?”. Nel caso del Marcello (che nn conosco di persona ma che mi piacerebbe conoscere in qanto ha una faccia che mi piace e io tendo ad essere un po’ “Lombrosiano” …) mi pare che lo scenario montano sia quello dove esercita la sua gaja scienza di GA. Ha la fortuna di avere una passione con la quale (credo) ci campa. Complimenti a lui. Beato lui.
Ma siccome non siamo tutti GA … è interessante analizzare il concetto di passione per le Terre Alte (acc … mi è scappato 😜) quando si tratta di condividere tale passione con altre. Ad esempio un lavoro diverso dalla Guida oppure una nidiata di marmocchi da far crescere e studiare. In tale situazione, quello che capita spesso è che le passioni vengano “prioriticizzate” e molte volte la montagna (gioco forza) non finisce … sul gradino più alto del podio. Se devo mettere insieme il pranzo con la cena e se mi devo dedicare alla prole la montagna, che esige tanto tempo per essere frequentata e per essere pronti a frequentarla, puó finire per essere un po’ trascurata a beneficio di un lavoro di gran soddisfazione o di una adorata figliolanza. Magari la si riporta in cima alla classifica (la montagna) quando si va in pensione e i figli han deciso di “togliere il disturbo”.
C’est la vie.
Cito il poeta:
… la passione spesso conduce
A soddisfare le proprie voglie
Senza indagare se il concupito
Ha il cuore libero oppure ha moglie
E mi chiedo:
Cosa alimenta la passione se non la voglia?
E poi la questione delle conseguenze: non è la passione una attenuate moralmente piu giustificate nell’accettare ad esempio le conseguenze nefaste dei nostri desideri rispetto alla voglia?
Il “camminare” che intendo io, include anche le soste.
Allo sforzo va sempre alternato il recupero. È sott’inteso.
Chi si ferma è perduto? Spero di no: immagino che alla fine del viaggio il viandante si possa sedere da qualche parte per ritrovare il senso della vita nella contemplazione del paesaggio.
che ti move o Omo ad abbandonare. Leonardo ha magistralmente sintetizzato la domanda e la risposta alla nostra passione. Personalmente ho percorso i grandi spazi della terra correndo, camminando, pedalando e arrampicando ma solo oggi ho capito che tutto ciò per goderlo appieno avrei dovuto viverlo in una sorta di “Slow Motion”. Ambizione e competizione hanno davvero in qualche misura offuscato il vero obiettivo del nostro agire.
Marcello grazie del tuo pensiero.
Innanzitutto ringrazio il Capo per la pubblicazione di questo mio scritto che però ritengo incompleto.
Il senso a cui tendevo era quello di dire: la passione viene prima di tutto, quindi si dovrebbe pensare alla propria esistenza come interamente modellata attorno ad essa. Senza compromessi. Assolutamente.
Poi, a Telleschi dico che se il viandante raggiunge l’oblio di sé mentre cammina, non è una bella cosa. Perché quando smette di camminare ripiomba drasticamente nella vita di tutti i giorni con le sue (inevitabili solo in parte) tristezze.
Se invece si “cammina” e basta, si resta alti sui problemi delle bassezze e si sta bene. Stando bene si fa stare bene gli altri e se anche gli altri fanno lo stesso, si vive in un mondo migliore e in armonia. Questo mondo bisogna crearselo attorno con grande e attento lavoro spirituale e fisico.
La vita e la passione dovrebbero essere la stessa cosa e la loro armonizzazione il fine di tutto.
La fatica al servizio dello sport? Fatica sprecata! Considero la fatica soprattutto uno strumento di purificazione sulla via della contemplazione. La fatica consente ai viandanti di raggiungere l’oblio di se stessi, una condizione psicologica fondamentale per dimenticare ogni altro problema e concentrarsi esclusivamente sulla bellezza del paesaggio.
Condivido ogni parola. Sono un’alpinista/ escursionista della domenica. Nella vita faccio l’impiegata, ma è altrove che il mio cuore abita. Per tutta la settimana, il pensiero corre ai sentieri, alle creste, alle vie, ai passi che le mie gambe percorreranno nel fine settimana. È una chiamata ostinata, che dà senso al resto: orienta il mio allenamento, le mie scelte, il tempo che dedico a me stessa e alle persone con cui scelgo di condividere il mio tempo. Forse è anche per questo che, a tratti, la montagna mi insegna una certa solitudine. Non quella che pesa, ma quella che nasce dal desiderio di condividere il cammino solo con chi sa riconoscere lo stesso richiamo. Perché certe passioni non si spiegano: si respirano.
Condivido pienamente : la passione ti fa volare alto . Aiuta a superare le problematiche della vita, le frustrazioni e a non scivolare nella banalità. Ovviamente non proprio tutte le passioni