Una notte sulla via del Gran Paradiso dove ogni sera d’estate la struttura ospita 120 persone che sognano la cima.
L’arca di Noè tra gli stambecchi
(una notte al rifugio Vittorio Emanuele II)
di Enrico Camanni
(pubblicato su lastampa.it il 19 luglio 2025)
La parola rifugio cambia significato nel corso dei secoli. Per i cacciatori e i pastori che frequentarono le alte quote nei tempi andati, il rifugio era solo uno spiovente di granito per difendersi dal temporale o un tetto di calcare sotto cui riparare le greggi. Per le milizie romane costrette ad attraversare le Alpi fu un ricovero da abbandonare al più presto per ritrovare protezione in pianura. Per i monaci e i viandanti medievali si trasformò in un luogo in cui sostare e meditare al riparo dalle tentazioni mondane. Con l’arrivo del turismo e dell’alpinismo, tra Sette e Ottocento, il rifugio divenne un avamposto d’alta montagna e la notte alpina fu un’irresistibile attrazione per la gente delle città: una cosa da raccontare nei salotti, l’esperienza segreta, l’emozione esclusiva, perché se di giorno la montagna è luce, di notte è pura magia.
«Tutta quella sterminata notte carica d’abissi – scrive lo scrittore francese Samivel – notava intorno alla minuscola conchiglia di latta in cui riposavano gli uomini. La capanna navigava, come un’arca carica di tepore e di vita, tra le lunghe onde del silenzio e della morte».
É l’immagine romantica del rifugio alpino, che per decenni regge alle innovazioni progettuali e ancora oggi alberga nelle nostalgie di chi pernotta a tre o quattromila metri d’altezza, anche se il rifugio ai tempi di intemet non è più così diverso dagli hotel di fondovalle, con camere, docce, ristoranti e vetrate che affacciano sul vuoto.
Più che un punto di partenza per la scalata, oggi i progettisti lo pensano come un luogo di passaggio e di scambio, impiegando materiali, arredi e soluzioni abitative funzionali al turismo intensivo. Eppure, misteriosamente, resta intatta la magia della notte: quando ci si sente lontani da tutto e tutti, non importa se a proteggere i sogni siano ancora le pietre e i legni della tradizione o i sofisticati materiali delle costruzioni contemporanee. Chi si scandalizza per l’aspetto spaziale del rifugio Gervasutti alle Grandes Jorasses dimentica che i bivacchi a semi botte costruiti dai fratelli Ravelli negli anni Venti del Novecento erano puro futurismo, così come “l’arca di Noè” in alta Valsavarenche, 2732 metri, sulla via del Gran Paradiso: il rifugio Vittorio Emanuele II.
Il popolare rifugio del CAI di Torino ha passato i sessanta ma non li dimostra, perché è nato speciale. Era un pezzo di futuro già prima di essere costruito, quando i progettisti decisero di utilizzare il ferro delle miniere di Cogne e di dedicare la strana astronave al re cacciatore, grande amante di quei posti.
«Fu l’esito di un sofferto cantiere lungo trent’anni – precisano gli storici dei Cantieri d’alta quota – L’avveniristica struttura a hangar concepita da Armando Melis (e dall’ingegnere Dumontel) lo rende un oggetto archetipico nel panorama alpino». Immaginate un gigantesco scafo di lamiera zincata (prima era in alluminio) con l’anima di legno.

Ogni notte di primavera e ogni sera d’estate il “Vittorio” ospita centoventi persone che sognano la cima del Gran Paradiso. Se avesse la vela si alzerebbe come un vascello e volerebbe sopra gli stambecchi increduli. Va avanti così dal 1961, con il bello e il cattivo tempo, e i fratelli Blanc, navigati gestori di Valsavarenche, fanno sempre più fatica a contenere le richieste di pernottamento. Ormai la prenotazione è obbligatoria e bisogna muoversi con grande anticipo: la via normale al Paradiso, uno dei più facili Quattromila delle Alpi, attira alpinisti e sciatori da mezza Europa.
Salire il “Granpa”, come si dice in gergo, è un’esperienza da fare almeno una volta nella vita. Panoramico, dolce, un tempo ammantato di neve, oggi il quattromila delle Graie è cambiato: per via del riscaldamento climatico il ghiacciaio splende fino a luglio e poi s’ingrigisce, come se sfiorisse. Le carovane che salgono verso la Madonna di vetta incontrano crepacci mai visti e devono scavalcarli. La vicina parete del Ciarforon, che era una meringa di ghiaccio con la panna, sta diventando un muro di ghiaia, e così la Tresenta e la Becca di Monciair, sulla dentellata cresta che affaccia sul Piemonte. Solo il Monte Bianco, sullo sfondo, mantiene la consueta solennità himalayana.

Comunque il Granpa attira ancora, sempre di più, anche perché si dorme al Vittorio e una notte lassù rasserena il cuore e nutre la fantasia. Nell’Arca di zinco ci si addormenta con le voci delle sera – una pietra che rotola, l’animale che s’acquatta, il gracchio che stride – e ci si sveglia con la musica della tramontana, il miglior viatico per l’ascensione. Nella botte di lamiera si parlano tutte le lingue del mondo, e in ogni lingua si spera la stessa cosa: «Se tutto va bene domani saremo in cima al Paradiso».
Poi ci sono i turisti del giorno, che salgono per mangiare e scendono prima di sera. Il rifugio è la loro cima e la mulattiera la loro scalata, un passo dopo l’altro, sui tornanti disegnati dai battitori di Vittorio Emanuele II ai tempi delle cacce reali e delle esclusive battute allo stambecco. Se non fosse stato per quella sua scellerata passione venatoria, l’animale si sarebbe estinto. Invece ce ne sono a decine, adesso, e i turisti salgono tra gli sguardi inoffensivi dei cornuti, i salti dei camosci e i fischi delle marmotte, puntando alla botte che luccica come un faro tra le pietraie.
Davanti e dentro il rifugio le voci degli escursionisti si fondono con quelle degli alpinisti, finché il sole comincia a scendere dietro la cresta erbosa del Nivolet e le prime ombre dicono a chi appartiene alla valle che è ora di tornare giù.
Quando se ne va l’ultimo turista, il rifugio è solo, anche se cento persone aspettano la cena. La notte sale dal basso come un’ombra enorme e il silenzio avvolge le rocce, gli animali e le persone colando sul monte una nostalgia che si scioglierà solo al tremore dell’alba, quando dalle creste scenderà il nuovo giorno. «E’ ora – diranno le guide alpine – Piegate le coperte, lasciate le cuccette. II cielo è sereno, la montagna ci aspetta». E la giostra riparte.
Eh, caro Vittorio: quanti ricordi!
di Carlo Crovella
Quanti ricordi legati al Vittorio!
Non per merito avocabile a me (ma a mio padre, che è stato a lungo l’ispettore del Vittorio per conto del CAI Torino), ho trascorso una quantità industriale di soggiorni estivi in quel rifugio, lungo un arco temporale decisamente ampio: praticamente da appena nato fino ai miei 20 anni.
In tutto il periodo iniziale, per me l’alpinismo non esisteva assolutamente: i soggiorni al Vittorio erano incentrati sui tipici giochi da ragazzi, come costruire zattere per attraversare il lago (con inevitabili bagni dentro l’acqua ghiacciata dei 2700 m…), correre su per le morene a “spaventare” stambecchi e marmotte, dare la caccia a cavallette e lucertole, organizzare (sui massi di fronte la rifugio) enormi battaglie con i soldatini portati da casa.
In queste avventure mi era compagno il figlio dell’allora gestore, un ragazzino più o meno della mia età. Uscivamo dal rifugio dopo colazione (non la colazione degli alpinisti diretti alla vetta, ma quella delle 8 del mattino) e scorrazzavamo, liberi come farfalle, a volte allontanandoci anche significativamente dal rifugio. Nessun cellulare, nessuna ansia genitoriale, si tornava in rifugio per pranzo e poi per ora di cena. Giornate con lo spirito un po’ all’Huckleberry Finn, se qualcuno ricorda letture un po’ sbiadite nel tempo. Stupisce come i genitori di una volta (così rigidi sul fronte educazionale) non fossero invece ossessivi e maniaci del controllo come invece quelli di oggi con i loro figli.
Già allora nelle serate d’estate, il rifugio rigurgitava di alpinisti: il tintinnio dei ramponi da regolare per il giorno dopo si mescolava con i rudi consigli delle guide, che dovevano inserire frasi in italiano nell’abituale cantilena del loro patois: “Vedi ben che così è meglio, no?!” e sembrava che si dovessero tenere dal tirare uno scappellotto al cliente zuccone.
Il minestrone era così fumante da far annebbiare le finestre. Pastasciutta? Solo i ricchi parvenu la ordinavano, attirandosi sguardi critici da tutta la sala: “In rifugio la cena è a base di minestrone!”
Sgomberati i tavoli dai piatti (ma non dai bicchieri, che il litro di rosso era ancora da finire e, se già finito, se ne ordinava un altro…), i racconti di montagna si accavallavano sempre più frenetici, ma prima o poi si arrivava a citare uno dei Dayné (mi sembra fosse Valentino), cui, durante gli anni di guerra, era stata affidata la custodia del materiale portato su, ma fermo in loco per l’interruzione bellica: pare che costui, in quel frangente, girasse abitualmente con il fucile in spalla e se vedeva qualcuno ronzare intorno al materiale (lassù a 2700 metri!), il fucile glielo piazzava in mezzo agli occhi senza tanti problemi e lo faceva andar via di corsa. Leggende? Può darsi, ma non è mica detto, conoscendo il carattere della Valsavarenche. Sta di fatto che a fine guerra del materiale accumulato lassù non mancava neppure un’asse, così dopo un po’, superata l’inerzia della ripartenza post bellica, ripresero i lavori, fino all’inaugurazione del rifugio nell’estate del 1961.
Quelle serate, spesso caratterizzate da qualche coro alpino in stile “Vecchio scarpone…”, si concludevano immancabilmente con un generale giro di grolla, il tipico caffè alla valdostana (abbondantemente arricchito di genepì) che si beve “à la ronde”, cioè passando la grolla da persona a persona. Ovviamente a noi ragazzini era consentito solo di “bagnare le labbra”, ma tanto bastava per sentirci coinvolti nel mondo degli alpinisti.
Niente wifi, niente TV: le notizie dal fondovalle arrivavano per via orale, le portava su il mulattiere o qualche nuovo alpinista. Qualcuno dimenticava sui tavoli un giornale, ma spesso era di diversi giorni prima. Stare su voleva dire vivere in un mondo a se stante.
Il fascino del Granpa è vecchio come il mondo. Un po’ per tutti gli appassionati di montagna, ma in particolare per noi piemontesi. Il Granpa, poi, è una delle montagne carismatiche per i torinesi, non certo l’unica, ma (a differenza delle altre vette per noi di rilievo) è una cima che dalla città praticamente non si vede: occorre salire su in collina e sperare in una giornata tersa. Però è una presenza costante, emotivamente anche un po’ ingombrante, perchè al Granpa non puoi sfuggire: “Ma come? Non hai ancora fatto il Granpa?!?” ti senti ripetere dai veterani e, insomma, capisci che non ti considerano ancora del giro…
A maggior ragione io non potevo sfuggire a questa legge: la sua vetta è stato il mio primo Quattromila (poi ripetuto in tutte le salse, da quasi tutti i versanti, anche con gli sci) così come la sua Nord è stata fra le mie prime salite di ghiaccio. O forse c’è stata in mezzo la Nord del Ciarforon, va a sapere, ma alla fine che differenza fa: cambiano gli addendi, ma non cambia il totale. Non cambia il contesto, l’ambiente, l’atmosfera, insomma non cambia il Vittorio. Per me, naturalmente, si parla di “quel” Vittorio. Perché, dopo aver bazzicato in lungo e in largo da quelle parti per così tante estati consecutive, il Granpa e il suo ambiente sono un marchio che ti resta dentro, indelebile, per sempre.
Però, quando l’innocenza adolescenziale ha lasciato spazio al più pressante desiderio di avventura e di alpinismo, quasi senza accorgermene mi sono staccato da quei luoghi, come se il Vittorio, per me, fosse qualcosa da collocare esclusivamente in un’aura primordiale.
Dopo ho scorrazzato in tutte le Alpi, ma raramente sono tornato in zona Vittorio. Anzi, ora che ci penso, è da un po’ che non ci metto piede.
In realtà, al Vittorio una capatina la farei anche, in stile amarcord. Giusto per buttarci un occhio, per annusare di nuovo l’aria. Ma temo di tornar giù deluso, forse anche un po’ triste: in particolare mi trattengono le foto attuali che confermano quanto si sia rovinato il paesaggio rispetto a come è rimasto impresso nella mia memoria. Non è colpa di nessuno in particolare, tutto deriva dal maledetto riscaldamento globale.

Però sono contento che, come racconta Enrico Camanni, anche ai giorni nostri il Vittorio sappia esercitare un fascino particolare. Sono cambiati i tempi, ma quell’hangar è ancora là e la gente ci va, eccome se ci va!
Io preferisco mantenere il ricordo di quei luoghi come li ho conosciuti allora, con le pareti ghiacciate al loro posto e il “vecchio” spirito alpinistico che si respirava nelle serate in rifugio. Rivedere gli stessi luoghi, oggi, mi sa di un patetico incontro, decenni e decenni dopo, con una donna che non può più essere la ragazzina di cui mi sono preso la prima cotta adolescenziale. Neppure io sono lo stesso di allora e in questa distanza incolmabile si annida solo un’irresistibile nostalgia.
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@ 11
Per me molto condivisibile.
Eh! Che cosa vuoi mai, Marcello… Sento la sostalgia del passato. Sarà forse per quello? 😀 😀 😀
Beato te che scali ancora!
P.S. Non litigare troppo con Carlo. Sotto sotto è un bravo ragazzo, un innamorato dei monti.
A chi non coglie tutta la poesia contenuta nel mio commento 7, non posso che augurare di ritrovarsi in questi rifugi spazzatura divertendosi. Confermando delle meschinità citate al mio commento 14.
Ho usato il termine di caioti ubriachi in senso dispregiativo, perché trattavasi di tesserati che si dichiaravano tali per lo sconto e poi facevano festa (qui a est si usa cantare La Montanara ma il senso non cambia) fino a tardi. Per me le 22 è tardi se ho la sveglia alle 24. E il rifugio serve a quelli più come me che ai caioti (in)festanti, che in fondovalle trovano locali in cui intrattenersi con i loro cori fastidiosi fino a notte fonda.
Oppure nei rifugi cantino di giorno!
Bertoncelli senti il caldo o hai preso un sasso in testa? 🤣
E se non dovesse bastare a chi è troppo indaffarato a contare i propri soldi, ebbene, che si becchi pure questa:
https://www.youtube.com/watch?v=q1tmHHpEJWM&pp=0gcJCa0JAYcqIYzv
“Ancora oggi non so cosa dicessero quelle due donne che cantavano, e a dire la verità non lo voglio sapere: ci sono cose che non devono essere spiegate. Mi piace pensare che l’argomento fosse una cosa così bella da non poter essere espressa con delle semplici parole. Quelle voci si libravano nell’aria ad un’altezza che nessuno aveva mai osato sognare. Era come se un uccello meraviglioso fosse volato via dalla grande gabbia in cui eravamo facendola dissolvere nell’aria. E per un brevissimo istante tutti gli uomini di Shawshank si sentirono liberi.”
Se questo canto celestiale ha fatto volare alto il pensiero degli ergastolani di Shawshank, forse – e dico forse – c’è speranza che ci riesca pure con altri.
Ai filistei cosí io risponderò:
https://www.youtube.com/watch?v=MBYmhYxEvUM&pp=ygUMbmFidWNjbyBtdXRp
N.B. Carlo, tu non c’entri!
Mentre scrivevo il 15, è andato in linea il 14 (senza che lo avessi letto). Il 14 conferma la fondatezza della mia tesi sulla terna caini-caiani-caioti e quindi sul disprezzo che quest’ultimo termine (usato anche nel commento 7) incorpora verso i valori tradizionali del CAI e della montagna, la cui descrizione per altri lettori è invece considerata “poesia”… Buona domenica, ciao!
Bilanci aziendali non li guardo quasi mai… mi occupo di business plan, cioè di “bilanci preventivi”, non di bilanci civilistici (consuntivi). Non sono un fiscalista, guardo al futuro e non al passato, anche se (come in tutte le cose della vita) il passato è la base per elaborare previsioni sul futuro. Ma il mio lavoro non c’entra con le mie prese di posizioni molto tetragone sui vari risvolti dell’esistenza. La quotidianità non è fatta di poesia, che esiste e va coltivata per carità, ma non può saturare tutta la manifestazione del proprio pensiero, altrimenti si è dei totali babbei che vivono nel paese delle meraviglie.
Caioti è un termine che mi ripugna, al massimo io uso caiani, che ha un significato diverso da caini. Caini indica, asetticamente, gli iscritti al CAI. Caiani indica gli iscritti al CAI che condividono genuinamente i valori del CAI e della montagna (quella tradizionale), quindi caiani è usato in senso positivo (specie da me). Invece caioti, che ha lo stesso significato di caiani, contiene in più un implicito disprezzo e molto livore, a volte è un vero e proprio insulto. Nel mio commento precedente ho usato deliberatamente caioti, facendo il verso a chi disprezza i caiani, chiamandoli appunto caioti, e i loro valori.
Poveri gestori che tutte le sere alle 21.50 dovevano cantare Montagnes valdotaines.
Ma sempre la stessa canzone??? Che peraltro ho cantato e studiato anch’io quando “militavo” (nel vero senso della parola) nel coro della SMALP.
Capisco quei gestori che invitano le cubiste.
Che comunque farebbero scendere la bava a Crovella e ad altri…
Almeno la musica cambia ogni sera.
Chi stabilisce il valore in assoluto di Montagnes valdotaines o di Lady Marmalade di La Belle?
Quest’ultima peraltro bellissima canzone.
È tutto relativo, ma ormai passare una serata in uno di questi casermoni anacronistici e stridenti con il contesto in cui sorgono, resta il sogno di chi conduce un’esistenza meschina e non fa nulla per cambiare.
Mi spiace dirlo ma non vedo altre spiegazioni.
“[…] tutti cantavamo insieme “Montagnes valdotaines”. Un momento di grande spessore emotivo che ai miei occhi vale più di migliaia di tiri estremi d’arrampicata, che, infatti, non ho mai fatto.”
Io insisto: il Carlo Crovella di questi scritti pieni di sentimento romantico è lo stesso spietato Krovellik contro il quale tanto si combatte?
Se è cosí, allora lo invito caldamente (non sto scherzando!): “Carlo, quando puoi abbandona almeno per un po’ i bilanci aziendali – che inaridiscono l’anima – e lascia che il pensiero voli via, sull’ali dorate“.
“caioti”
Tu quoque! Si dice “caini”, come una volta.
P.S. Chi vi scrive non è nemmeno piú socio del CAI, da alcuni anni. Se ai bei tempi me lo avessero pronosticato, avrei ribattuto: “Ma voi state parlando di fantascienza!”.
Come dimostra l’attualità dell’estate 2025, i veri cannibali della montagna sono ben altri che i quattro caioti ubriachi che cantano di sera in rifugio. Inoltre nei rifugi CAI mi risulta che sia ancora in vigore il limite delle 22 per il silenzio. Se permangono canti (o altro “fastidi”) dopo tale ora è certo colpa di alcuni maleducati, ma è soprattutto colpa del rifugista che non fa rispettare l’obbligo del silenzio alle 22.
Il casino dei rifugi di oggi è ben altro rispetto ai canti alpini: apericena, floklore vario, musica a palla, a volte perfino le cubiste che si dimenano… Mi riferisco al fenomeno nella sua totalità e non in modo specifico al rifugio Vittorio Emanuele, che non credo che sia stato avviluppato fino a questi livelli.
Negli anni che furono, al termine della grolla, ma rigorosamente per le 21.45-21.50 (così si finiva tutto alle 22!) ci si radunava al centro della sala del Vittorio e tutti (dico TUTTI: guide e clienti, alpinisti amatoriali, Accademici e mezze calzette, rifugisti e loro collaboratori, perfino noi bocia…) tutti cantavamo insieme “Montagnes valdotaines”. Un momento di grande spessore emotivo che ai miei occhi vale più di migliaia di tiri estremi d’arrampicata, che, infatti, non ho mai fatto.
Il vero problema dei rifugi di oggi non sono i canterini serali, ma il venire meno di quello specifico clima emotivo, spazzato via dal consumismo dell’attuale società.
@ 7
Molto istruttivo.
Mi sono convinto che il periodo migliore per salire la Cresta delle Bosses sia ottobre, fino alle prime grandi nevicate, quando i rifugi sono chiusi, dal lunedí al venerdí. Oppure in pieno inverno, in una gelida giornata con alta pressione e cielo sereno.
La cresta è bella, aerea, panoramica, facile. In quei giorni si torna quasi all’epoca dei pioneri: ci sei solo tu col tuo amico e compagno di cordata.
In cima ammiri il panorama, nel silenzio. Volgi lo sguardo verso i Petit Rochers e ti pare che da un momento all’altro debbano apparire le sagome dei giovani e intrepidi Paccard e Balmat: “Salve, amici. Anche voi qui, oggi? Sappiate che anche grazie a questo giorno, quando verrà il momento del bilancio, scopriremo che sarà valsa la pena di vivere”.
Del Vittorio Emanuele ho il ricordo della via Chiara al Ciarfaron, 36 anni fa…. Credo che sia scomparsa poco dopo…
Ho salito il Gran Paradiso nel 2014 l’ultima volta, portando un amico. Atmosfera da discoteca e aperitivo serale. Nauseante. Il giorno dopo siamo saliti più o meno di corsa per levarci dal traffico bestiale. Due mesi dopo, in quella estate molto fredda, sono tornato in vetta, ma partendo da Pont, alle 3 di notte. E superando tutte le cordate che uscivano dal rifugio. Forse unico modo per fare ancora questi 4000 con un senso.
Al Mantova al gnifetti ecc non sono mai più andato, le ultime volte mi sembrava di essere in metropolitana a Milano.
4000 fuori mano però ce ne sono anche le normali. Non mi sembra per esempio che la normale alle Grandes Jorasses sia tanto affollata…. Certamente non c è l’aperitivo al Boccalatte e l’ambiente è’ di quelli giusti. E’ un peccato non poter andare più in certi posti, ma forse basta cambiare un po’ stagione…
Tutti belli questi racconti legati a senso unico al tempo che fu.
Invece in questo genere di rifugi non ci metterò mai più piede!
Già lo pensavo quando mi imbattevo in cori alpini mentre io avevo la sveglia all’una e i Prodi cantori si svegliavano ragliando col sole già alto. Ma il gestore le bevande deve pur venderle. E se dal Vittorio Emanuele si partiva (e si parte ancora) per poco più che passeggiate in cui il rischio massimo è quello di inciampare nei propri ramponi, dal Falier (che cito solo come esempio) magari parti per il Pesce o Tempi moderni. Ti servono un bel po’ di batterie per farti 20 tiri di corda belli ripidi. E se non dormi qualche ora t’incazzi col sistema perché rischi la pelle a causa di 4 caioti ubriachi. Ditemi che non è così.
Infatti davo appuntamento al cliente fuori dal rifugio di notte e io arrivavo da casa dopo aver dormito nel mio letto.
L’anno scorso un mio cliente voleva salire alla Margherita e nulla servì a dissuaderlo. Era arrivato appositamente da Sau Paulo do Brasil! Prenota la notte prestabilita. Che va pagata in anticipo. Il sistema che raggruppa Margherita,Mantova e Gnifetti è gestito da MALEDUCATI che in pratica, se chiedi come fare in caso di spostamento per brutto tempo, ti rispondono FOTTITI! È un problema tuo, è il succo del loro discorso.
Trovai posto al Mantova, dove la gestrice si dimostrò gentile e comprensiva, devo dire.
A cena ti ritrovi in un centinaio (forse più) di cannibali urlanti (guide locali comprese, che se non ti conoscono ti guardano male, non so perché) di ogni nazionalità. Tutto rimbomba come in un capannone industriale. Se riesci a coricarti a ogni ora qualcuno parte facendo tintinnare ogni tipo di attrezzo metallico.
Quando parti c’è una massa umana legata da spaghettate di nylon che venirne a capo richiede doti da prestigiatore. Alla Margherita dei ragazzi scoglionati ti accolgono come se il tua arrivo abbia interrotto la loro vacanza. Qualcuno vomita.
Ovvio che non ci andrò più.
Ma ci sono rifugi piccoli e cazzuti che non tradiscono le belle parole di Samivel citate da Camanni.
In quelli ci vado ancora.
Un amico mi parlò molti anni fa della sua bellezza. Frequentava quelle montagne. Anche io avevo in animo di recarmi lassù, ma la cosa non si è mai avverata.
Caro Lupo 80, beato te che non hai mai visto la stupenda parete N del Ciarforon negli anni Settanta e Ottanta, e quindi non la puoi confrontare con lo sfacelo attuale.
Si rischia l’infarto…
Non sono mai stato al Vittorio Emanuele II, quindi non l’ho visto trasformarsi. Però immagino che lassù, come dice Camanni, la notte e il suo fascino rimangano immutati, perché resistono ai cambiamenti in senso sempre moderno di quel rifugio.
A 87 anni non saliro’ piu’ al Granpa ma i ricordi mi lasciano un po di malinconia. Sono stato al nuovo ma anche al vecchio rifugio del quale non sento parlare. Forse sono tutti piu’ giovani. Una sera in rifugio un gruppo di giovani intono’ “Signore delle cime” che io ancora non conoscevo. Ho ancora i brividi per quel canto che i ragazzi hanno intonato quando eravamo tutti nelle brandine. Rimangono tanti ricordi.
Bello il racconto di Carlo, molto piacevoli i suoi ricordi d’infanzia, interessante l’annotazione sul non controllo dei figli in certe situazioni,
Notevole quello di Camanni, per la capacità che ha avuto di trasmettere quell’atmosfera speciale d’un tempo a chi non l’ha mai conosciuta. Da studioso delle Alpi e dell’antropologia alpina quale egli è, non poteva non dar corpo a quel cappello storico puntuale e opportuno, il quale poi si scioglie facilmente e lentamente nel mondo dei sentimenti, quel luogo immateriale dell’anima in cui la notte in rifugio, come egli ha scritto, ha un posto speciale.
“Io preferisco mantenere il ricordo di quei luoghi come li ho conosciuti allora, con le pareti ghiacciate al loro posto e il “vecchio” spirito alpinistico che si respirava nelle serate in rifugio. Rivedere gli stessi luoghi, oggi, mi sa di un patetico incontro, decenni e decenni dopo, con una donna che non può più essere la ragazzina di cui mi sono preso la prima cotta adolescenziale. Neppure io sono lo stesso di allora e in questa distanza incolmabile si annida solo un’irresistibile nostalgia.”
Sotto la scorza di un freddo, spietato e venale analista economico-finanziario si cela l’animo di un poeta dell’Alpe, delicato e pieno di struggente nostalgia del tempo che fu.
Chi l’avrebbe mai detto! Carlo, sei proprio tu? oppure trattasi di omonimo?
P.S. Questi (di Enrico Camanni e di Carlone) sono di gran lunga gli scritti che preferisco del GognaBlog: quelli che vanno alla ricerca del tempo perduto.