Le Alpi Orientali nell’Ottocento – 3

Le Alpi Orientali nell’Ottocento – 3
di Gian Piero Motti
(pubblicato in La storia dell’alpinismo) (GPM-SdA-11)

La meteora Georg Winkler
Era naturale che prima o poi il pensiero romantico tedesco, applicato all’alpinismo, producesse i suoi effetti tangibili più esasperati, quali la scalata solitaria e la ricerca del pericolo. Comunque, si badi bene, l’alpinismo solitario aveva già avuto i suoi antesignani anche nelle Alpi Occidentali; ma sulla roccia calcarea delle Dolomiti, l’arrampicata solitaria acquistava un tale coefficiente di rischio da renderla pazzesca agli occhi dei benpensanti. D’altronde anche la fortissima guida Michel Innerkofler non era nuovo ad imprese del genere. Lo spirito che anima i solitari di questo periodo è però assai differente, tende a portare l’alpinista nella dimensione del mito, trasformando la sua azione sportiva in un gesto eroico e superumano. Anche tutta la letteratura contribuì ad esaltare questa ideologia scaturita in seno agli ambienti austro-tedeschi e generò notevole emulazione negli ambienti giovanili. L’incarnazione di questa filosofia trova nella figura di Georg Winkler uno dei suoi modelli ideali: secondo la letteratura compiacente egli è un giovinetto sprezzante del pericolo e della morte, una sorta di «biondo nume guerriero» disceso dal Walhalla, che passa trionfante e solitario di vetta in vetta, fino al giorno in cui la montagna amata lo rivuole per sé, avendolo riconosciuto come il suo «cavaliere della montagna».

Secondo altri, più realisti e con un po’ di cattiveria, Georg Winkler era un giovane bavarese figlio di un macellaio e gravato da un sacco di complessi di inferiorità, derivanti dal fatto di essere di origini piuttosto modeste e di struttura fisica non proprio atletica. Per riscattare questa inferiorità, Winkler avrebbe cercato di trascendere il livello dei suoi coetanei e di superarli, lanciandosi in un’azione quasi disperata che comportasse, da una parte un rischio quasi pazzesco, e dall’altra, un notevole tributo di gloria ad impresa riuscita. Il discorso è vecchio e viene tirato in ballo ogni qual volta emerge un «fenomeno» in ogni campo dell’attività umana. D’altronde anche di ciò si è già ampiamente discusso nella nostra introduzione, alla quale rimandiamo i lettori. Resta comunque il fatto che il quindicenne Winkler divenne un arrampicatore agilissimo e straordinariamente dotato per l’arrampicata libera in solitaria. Il suo nome è legato all’impresa certamente più significativa e difficile, ma anche a quella più esaltata dalla letteratura: la conquista solitaria della Torre del Vajolet (Catinaccio) che ora appunto porta il suo nome.

Per molti le tre Torri del Vajolet sono un po’ il simbolo stesso delle Dolomiti. Vuoi per le leggende suggestive e magnifiche che si sono create intorno al massiccio del Catinaccio, il celebre «giardino delle rose» del leggendario re Laurino, vuoi per l’effettiva bellezza di queste guglie e pareti che al tramonto si tingono di violetto, vuoi anche perché le tre torri in genere sono fotografate con grande abilità in modo da farle apparire molto più ardite, alte e slanciate di quanto esse siano in realtà. Comunque, viste da una certa angolazione, esse sono veramente eleganti, aeree e sottili, tre frecce di roccia che all’epoca dovevano veramente rappresentare il simbolo dell’impossibile. Infatti non per nulla erano tra le poche vette dolomitiche a non essere ancora state salite. In realtà la loro altezza non è notevole, ma le pareti e gli spigoli sono effettivamente verticali e difficili. In ogni caso indubbiamente esse devono esercitare un fascino veramente particolare sugli alpinisti se si pensa che il gruppo del Catinaccio e soprattutto il settore del Vajolet è uno dei più frequentati e battuti dagli appassionati di tutto il mondo.

Winkler è come una meteora che taglia il cielo dell’alpinismo con una scia luminosa di brevissima durata: a soli quindici anni compie la prima ascensione del Totensessel, poi l’anno successivo è sulla vetta del Totenkirchl. Nel 1887, a soli 17 anni, giunge in Catinaccio e in un giorno degno di una pagina wagneriana scala da solo la prima delle tre Torri del Vajolet, superando difficoltà di IV grado. Pare che durante alcune sue arrampicate solitarie, Winkler ricorresse ad un artifizio un po’ agghiacciante; ossia egli lanciava in alto un uncino metallico collegato ad una corda, sperando di ancorarlo a qualche sporgenza rocciosa. Se la manovra aveva successo egli si issava lungo la corda a forza di braccia. È pur vero che la necessità stimola l’ingegno.

Non si arresta al Vajolet e subito passa vittorioso sullo Zinal Rothorn, ma pochi giorni dopo scompare per sempre durante una salita al Weisshorn. Proprio per sempre no, in quanto molti anni dopo ed esattamente nel 1956, il suo cadavere fu «restituito» dal ghiacciaio.

Tramonto: Tre Torri del Vajolet e rifugio Re Alberto I

Dopo l’esempio di Winkler, le Torri del Vajolet cominciarono ad attrarre l’attenzione degli arrampicatori e ben presto tutte le torri furono salite da altri alpinisti come Johann Stabeler Niederwieser (di cui la torre principale porta il nome), Hermann Delago es Eduard Pichl, che ne effettuò la traversata completa. Pare che Eduard Fichi fosse arrampicatore di tutto rispetto, se si pensa che oggi la sua «fessura Pichl» viene superata con notevole ausilio di chiodi. Anche Guido Rey, che però non era arrampicatore eccezionale, non la trovò proprio facile durante una salita compiuta con Tita Piaz. Lo stesso Guido Rey sciupò veri e propri fiumi di inchiostro cercando di descrivere il fascino e l’aspetto delle celebri tre torri, in una prosa sicuramente dotta ed elegante, ma più apprezzabile dai lettori dell’epoca, amanti della retorica e delle immagini eccessive e ridondanti.

La conquista delle principali vette dolomitiche andava così concludendosi dopo il successo di Winkler al Vajolet. Ma altri alpinisti, come lo svedese Ludwig Norman-Neruda, alpinista completo ed assai colto, colsero successi notevoli nel gruppo del Sassolungo e soprattutto alle Cinque Dita, che sono tra le elevazioni più caratteristiche di questo massiccio. Comunque riparleremo di Norman-Neruda (che trovò la morte proprio sulle Dolomiti e alle Cinque Dita) parlando delle Alpi Occidentali, dove quest’alpinista d’eccezione realizzò imprese di livello decisamente superiore, soprattutto in compagnia della fortissima guida engadinese Christian Klucker, uno dei più forti e rinomati ghiacciatori dell’epoca.

Il Campanile Basso di Brenta: un’impresa che segna la fine di un’epoca
Quando si percorre il famoso Sentiero delle Bocchette che attraversa lungo un sistema di strette cenge il settore più spettacolare del Gruppo di Brenta, ad un certo punto, dopo una forcelletta, appare un fantastico monolito roccioso, una specie di sigaro gigantesco che si alza dalle ghiaie per centinaia di metri con perfetta regolarità in linea verticale: è il Campanile Basso, da molti giudicato la vetta più bella delle Dolomiti. E certamente anche una delle più difficili, se si pensa che essa fu l’ultima a resistere agli attacchi degli alpinisti di fine secolo. Ancora oggi la «normale» del Campanile Basso è una grande scalata classica, una delle ascensioni più ambite delle Dolomiti. La roccia è ideale e le difficoltà, intorno al terzo e quarto grado e forse qualcosa in più, ne fanno una scalata divertente e magnifica, in uno degli angoli più selvaggi e suggestivi delle Alpi.

Abbiamo già accennato alla presenza degli italiani nella conquista dolomitica. Al Campanile Basso il loro apporto è determinante, anche se la vittoria finale sarà austriaca.

Protagonisti del tentativo sono tre trentini, Carlo Garbari, la guida Antonio Tavernaro di Primiero ed il portatore Nino Pooli di Covelo. Quando Garbari giunse al Campanile Basso nel 1897, aveva già alle sue spalle una attività veramente degna di nota, portata a termine il più delle volte con Nino Pooli. Di lui lo scrittore Massimo Mila dice: «II carattere romanzesco del tentativo di Garbari non deve far credere ch’egli fosse un alpinista improvvisato, dotato più d’entusiasmo e di mezzi fisici naturali, che di esperienza. Quando venne al Campanile Basso Garbari aveva già al suo attivo molte belle salite, come la prima ascensione della Punta Attilio Calvi nell’Adamello (20 agosto 1895), la lunga e brillante arrampicata della cresta sud-est del Caré Alto (20 agosto 1896); anche questa ancora oggi descritta nella Guida dei Monti d’Italia come “bellissima, ardua ed in alcuni punti estremamente difficile“. Gli era compagno il fido Pooli, e così al Campanile Alto per la parete sud (6 settembre 1896). Il 5 dicembre del 1895 Garbari faceva la prima invernale del Cimon della Pala; nell’agosto di quell’anno, ancora in Brenta conquistava con Pooli e Zeni la Cima Baratieri e, col solito Pooli, la Punta dell’Ideale che invece i tedeschi solevano chiamare col suo nome (Massimo Mila, Cento anni di alpinismo italiano)».

Il 12 agosto 1897 i tre giungono all’attacco del Campanile. Subito Pooli supera una paretina piuttosto scorbutica, poi con difficoltà minori procedono fino a soli 30 metri dalla vetta, raggiungendo un aereo pulpito che in seguito verrà detto il «terrazzino Garbari». Essi cercarono di salire direttamente, ma non riuscirono a superare il tratto di parete restante che li avrebbe portati in vetta. Non riuscirono ad intuire la traversata esposta e difficile verso la parete nord, la quale due anni dopo permise a due studenti austriaci di Innsbruck, Otto Ampferer e Karl Berger, di raggiungere la vetta e realizzare quindi la prima ascensione assoluta. Infatti Ampferer raggiunse un piccolo pulpito posto sullo spigolo nord-ovest, poi si riportò ancora in parete e risalì un tratto verticale e difficile che oggi appunto porta il suo nome. Era il passaggio chiave per raggiungere la vetta; difficile, ma inferiore alla paretina iniziale superata due anni prima da Pooli. Lo stesso Pooli doveva essersi un po’ dispiaciuto e amareggiato per la sconfitta; ma certamente era convinto di riuscire a passare lungo lo strapiombo dove i tentativi erano falliti. E poi probabilmente voleva realizzare una salita tutta italiana o per lo meno concludere la salita che essi avevano scoperto e realizzato fino a trenta metri dalla vetta. Così, nel 1904, ritornò al famoso terrazzino Garbari con Riccardo Trenti per superare lo strapiombo. In merito ancora Massimo Mila dice: « … In una giornata di grazia quale non seppe, in seguito, mai più ritrovare, rischiando tutto in uno sforzo smisurato e spasmodico, passò sullo strapiombo che l’aveva respinto sette anni prima. La guida odierna del Castiglioni, di cui tutti quelli che hanno arrampicato in Dolomiti conoscono l’atroce severità nella classificazione delle difficoltà, da ancora oggi, per la paretina Pooli una difficoltà di quinto grado superiore! Non fu più ripetuta, né da Pooli né da altri, fino al 1932, quando la fecero per sbaglio due cecoslovacchi, che credevano fosse la via comune».

Questa, dunque, l’ultima impresa che fu realizzata per conquistare una vetta inviolata. Anche in Dolomiti ciò segnava la fine di un’epoca pionieristica e tutta particolare. Dopo, maggiori difficoltà portarono alla ribalta problemi tecnici non indifferenti, ancora lontani nelle Alpi Occidentali. Maggiori difficoltà richiesero impiego e scoperta di mezzi artificiali più raffinati, poiché chiodi e arpioni rudimentali erano già impiegati da molti. Ma sarà l’invenzione e l’applicazione del moschettone a creare quella rivoluzione tecnica che permetterà il superamento di difficoltà ritenute invalicabili. Però, accanto ai «tecnici» vi sarà chi continuerà a perseguire il modello assolutamente puro di scalata, disprezzando qualsiasi ausilio tecnico, giudicato come responsabile di una inevitabile involuzione. Il tema, interessantissimo e più che mai attuale, verrà ampiamente discusso successivamente nell’analisi dell’alpinismo dolomitico fino alla Prima guerra mondiale.

Frattanto anche i cittadini delle Alpi Occidentali cominciavano a scoprire le Dolomiti: alcuni ne restavano affascinati e soggiogati; altri, forse intimoriti dalle difficoltà superiori, le giudicarono con una certa sufficienza e con garbato disprezzo. Questa mentalità rimase a lungo e creò un netto divario tra alpinismo occidentale ed orientale; una aperta rivalità ed una pretesa superiorità sia da una parte che dall’altra. Quando poi gli orientalisti porteranno la loro tecnica nelle Alpi Occidentali, il divario sarà colmato; gli occidentalisti si impadroniranno della tecnica dolomitica e si dimostreranno capaci di imprese estremamente difficili anche sulle Dolomiti. Ma per molto tempo, le Dolomiti dagli occidentalisti, o per lo meno da molti di loro, saranno definite come semplici «paracarri».

Solo quando essi si troveranno a tu per tu con pareti come quelle del Civetta, della Marmolada, delle Tofane e delle Lavaredo, capiranno il grave errore di valutazione in cui essi erano incappati e comprenderanno le straordinarie imprese che su quelle muraglie calcaree erano state compiute da uomini che essi avevano definito come «acrobati della roccia, saltimbanchi e funamboli».

Eppure uno dei più tenaci amanti delle Dolomiti, all’epoca pionieristica, fu proprio un piemontese, quel Leone Sinigaglia che forse è più famoso per aver descritto la patetica morte di Jean-Antoine Carrel il Bersagliere ai piedi del suo Cervino, dopo aver portato in salvo i clienti guidandoli in una drammatica discesa nella bufera. Sinigaglia realizzò moltissime ascensioni di rilievo in Dolomiti e aveva di questi monti, aerei e difficili, grande rispetto. Diceva che le vie nuove su questi massicci erano così difficili che guida e cliente dovevano essere, più o meno, della medesima forza.

Terminato l’esame dell’alpinismo dolomitico visto nella sua fase pionieristica fino al 1900, riprenderemo l’analisi della situazione occidentale, lasciata appunto all’epoca in cui tutte le vette maggiori erano state conquistate, in un preciso momento in cui si vengono a delineare due correnti, quella dell’alpinismo cittadino senza guide e quella della ricerca di vie sempre più difficili.

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Le Alpi Orientali nell’Ottocento – 3 ultima modifica: 2022-11-18T05:24:00+01:00 da GognaBlog
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