Rock Story – 2

Una vita d’alpinismo – 112 – Rock Story – 2 (AG 1982-008)

Dicembre cominciò con una novità. Fin da adolescente il mondo delle grotte mi aveva affascinato però, dopo alcune visite solitarie a qualche “buco” nei pressi di Genova, non avevo avuto mai più occasione di praticare una qualche forma di speleologia. Eppure conoscevo da tempo amici che invece lo facevano con regolarità, vedi Andrea Gobetti, Marco Lanzavecchia o Valerio Burò. Costoro mi avevano più volte invitato a qualche uscita che loro promettevano non impegnativa e di grande soddisfazione. Ma non era tanto la paura d’essere a contatto con tecniche a me ignote, e neppure la fatica mi spaventava. Ciò che mi aveva sempre fatto rispondere negativamente agli inviti era la convinzione che sarebbe stato tutto tempo rubato all’alpinismo!

Per fortuna alla fine del 1982 venni meno a questa stupida convinzione, almeno una volta. Nel pomeriggio del 4 dicembre salii con Nella e Alessandro Giorgetta al rifugio Del Freo, situato tra le Panie e il Monte Corchia delle Alpi Apuane. Avevamo appuntamento con Burò e Lanzavecchia e una loro amica, Miriam, che già erano lì per esplorare per conto loro cose ben più impegnative.

Tana dell’Omo selvatico, 4 dicembre 1982

Dopo cena, equipaggiato con tuta e materiali di fortuna, mi avviai a seguire gli amici e Miriam fino all’ingresso della non lontana Tana dell’Omo selvatico. Era già previsto che Nella e Alessandro rimanessero in rifugio. Alle 22 entrammo e per un po’ di ore procedemmo a calarci, camminare con intervalli di facile arrampicata e una volta perfino a strisciare. Li seguivo felice della loro disinvoltura in questo mondo per me del tutto nuovo, ricco di momenti davvero entusiasmanti. Dicevo che abbiamo anche strisciato: in realtà non lo abbiamo fatto sulla pancia, come di solito si pensa, compressi tra due muri orizzontali di roccia. Abbiamo strisciato tra due muri messi in verticale, dunque in realtà, come dicono i tecnici, abbiamo percorso un meandro. In effetti è stato faticoso, anche perché comunque avevamo qualche saccone da trasportare con noi. Il meandro terrorizza l’inesperto perché nei punti in cui i piedi non toccano roccia o terreno solido si ha sempre paura che la gravità ci faccia incastrare più del dovuto, con la sensazione di non riuscire più a muoversi. Del resto il saccone, che continuava a incastrarsi, ci dava l’esempio di cosa dovevamo temere.

Tana dell’Omo selvatico, 4 dicembre 1982

Ma tutto andò bene e raggiungemmo il fondo a -281 m. Come di solito si fa su una vetta, anche in questo caso non ci trattenemmo molto al termine di quella “radice del cielo”. Iniziammo la risalita, quindi ripetendo all’inverso il meandro e risalendo qualche pozzo con le maniglie jumar. Alle tre di mattina “riuscimmo a rivedere le stelle”.

Tana dell’Omo selvatico, 4 dicembre 1982
Tana dell’Omo selvatico, inizio del meandro. 4 dicembre 1982.

Dopo qualche ora di sonno, accompagnai Nella e Alessandro fino in vetta alla panoramica Pania della Croce, passando dalla Foce di Mosceta. Fu una gita un po’ malinconica, in fondo al cuore pensavo ad altro. Forse il mio “viaggio al centro della terra”, così estraneo al mio quotidiano, significava che dovevo affacciarmi anche ad altri mondi, quelli più segreti, al limite del proibito. Forse dovevo semplicemente lasciarmi andare.

Ornella Antonioli e Alessandro Giorgetta verso la Pania della Croce. Sullo sfondo, la Penna di Sumbra.
L’arrivo in vetta alla Pania della Croce

In serata ci trasferimmo tutti a Finale Ligure, dove il giorno dopo a Rocca di Perti salii con Nella, Alessandro e Marco prima il Diedro della Parete delle Gemme, poi la via Odonett con uscita Due Generazioni. E il 7 dicembre andammo a Monte Cucco, dove con Valerio Burò ed Elena Morlacchi salimmo la via dell’Ottico. Il mio diario mi ricorda che mi attaccai a un chiodo…

O era brutto tempo oppure non è chiaro come mai quel giorno abbiamo fatto una sola salita di due tiri… In ogni caso è certo che passassimo molte ore a bere nostralino (il vino locale) alla Locanda del Rio, dove ‘a Scignôa (la Signora) ci trattava come dei piccoli principi. Ci accoglieva per merenda con le mitiche sue focaccine poi ci serviva da bere fino all’ora di cena. E anche dopo.

Le discussioni sull’arrampicata, sui gradi, andavano per la maggiore, assai critici verso i commenti che gli “scalatori” lasciavano sugli appositi quadernoni al Bar Centrale di Finalborgo ma anche lì alla locanda. A volte si instauravano, sui quaderni stessi, delle vere e proprie discussioni tra le varie fazioni: a un elogio poteva seguire un’approvazione entusiasta come pure un commento acido, e a questi se ne faceva seguire uno feroce; allo scherno si rispondeva col pubblico ludibrio, il tutto punteggiato da insulti, doppi sensi e satira più o meno violenta. Alla fine, invece del classico tarallucci e vino, seguiva un più locale fugàssa e vìn giànco (o nostralìn).

Non c’era pomeriggio o sera in cui non succedessero delle cose degne di essere prese per il culo. Una volta eravamo lì al tavolo a bere, ed eravamo i soli nel locale. Questo aveva un telefono pubblico a gettoni appeso alla parete che dava sulla strada. Ci capitava ogni tanto di ascoltare qualche telefonata, perché quasi mai ci facevamo i cazzi nostri: lo scopo era quello di riderne come idioti, anche perché di solito il livello alcolico era già altino. Quella volta entrò un anziano ligure che evidentemente non aveva pratica con il telefono in teleselezione. Dopo aver subito due volte l’interruzione che l’uso di un solo gettone determinava per una telefonata da Feglino a Sanremo, finalmente con ‘a Scignôa gli spiegammo come funzionava. Il problema che lo attanagliava era di certo di non poco conto, perché si fece dare più gettoni. Gli spiegammo che un breve suono dell’apparecchio significava che bisognava introdurre un altro getón. Chissà a chi telefonava… Ovvio che ascoltammo tutto, io traducevo dal ligure per gli amici. La telefonata è come se fosse stata registrata, la ricordo perfettamente. Durò circa tre minuti.

Ciâo, són ancón o Tögno. Alôa, senti ‘n pö… pe quél’afâre che dixevimu… cöse se pêu fâ (Ciao, sono ancora Tonio. Allora, senti un po’: per quell’affare che dicevamo, cosa si può fare)?
L’interlocutore cominciò a rispondere. Per un po’ il nostro stette ad ascoltare poi, forse preoccupato che quello si dilungasse e che quindi i gettoni non bastassero, o magari nella segreta speranza di avanzarne qualcuno, cominciò a dare segni manifesti d’impazienza. Voleva interloquire, ma non riusciva a profferire verbo nel fiume di parole all’altro capo.
Scì, ma… belin…
Ma cöse ti dixi… (ma cosa dici…)
Eh no… belin, coscì no! Belin, ma…

Ad ogni tentativo di dire la propria opinione ci scappava un “belin”. O Tögno ormai pestava i piedi e si vedeva la sua rabbia aumentare di pari passo con le due o tre volte in cui fu costretto a inserire un ulteriore gettone. Sbuffava, si agitava, ignaro che fosse osservato da quattro foesti o vilezànti che stavano crepando dal ridere sotto i baffi.

Scì, ma… belin…
Belin, ma…
Belin, ma…

Stavamo per esplodere le nostre risate, ormai eravamo agitati come lui, che non sapeva più come farsi valere o terminare la conversazione. E alla fine scattò.

Ma, belin, o no ghe n’è da meno (non ce n’è che costi di meno)?

E dopo due secondi:
Va ben, mia, ma vattela a pigiâ into cû (va bene, guarda… ma vattelo a prendere in culo)!!!
Quest’ultima frase, liberatoria, fu pronunciata a voce più alta mentre la cornetta del telefono veniva sbattuta giù. Passammo ore a discutere su cosa poteva avere in ballo o Tögno e soprattutto qual era l’oggetto che dovesse costare di meno.

La mattina dopo ci avviammo verso il Bric del Frate, dove con Marco Marantonio e Marco Lanzavecchia salii la via Cortamadura, con Nella il diedro a sinistra dello Spigolo nord-ovest e con Valerio Burò la difficile via (VI e VI+) che Marantonio aveva aperto subito a sinistra della via che avevo appena ripetuto con Nella.

Anne-Lise Rochat su Popeye a Monbracco

Il 12 dicembre ero con Nella, Roberto Bonelli e Anne-Lise Rochat ancora in Piemonte, al Monte Bracco, su Popeye. Poi, con la sola Anne-Lise, su Sole d’autunno alla Torre Grigia di Monbracco.

Roberto mi accompagnò il giorno dopo alla Rocca Parey, sempre per fare le foto per Rock Story: salimmo la via Bonino alla Torre Anna  e lo Spigolo Centrale.

Roberto Bonelli sulla via Bonino alla Torre Anna di Rocca Parey, 13 dicembre 1982
Roberto Bonelli sullo Spigolo Centrale di Rocca Parey, 13 dicembre 1982

Il giorno dopo ci fu la strana uscita alla Rocca Bianca di Caprie. Ormai era chiaro che mi ero decisamente invaghito di Anne-Lise e andare a scalare con lei in un luogo così misterioso mi attraeva e nello stesso tempo m’intimoriva. Ci sono luoghi che non sono estranei alle nostre debolezze: sono minacciosi, potenzialmente pericolosi. L’istinto mi diceva di prestare la massima attenzione, ero esposto a forze immense che neppure mi sognavo di poter mettere sotto controllo. Ripetemmo Suono vocalizzato, una via poco protetta, vero specchio della mia stessa impacciata situazione. Mentre Anne-Lise, cui non è mai piaciuto l’aglio, mi sembrava a suo agio in quel luogo diabolico, io salivo da capocordata con delle paure mai provate.

Anne-Lise Rochat su Suono vocalizzato alla Rocca Bianca di Caprie, 14 dicembre 1982
Anne-Lise Rochat su Suono vocalizzato alla Rocca Bianca di Caprie, 14 dicembre 1982

Il 15 mi misi d’accordo con Gian Carlo Grassi e Agostino Zimaglia e andai con loro all’Orrido di Caprie per terminare la loro apertura di Teschi scoperti.

Gian Carlo Grassi alla S0 di Teschi scoperti, Orrido di Caprie.
Gian Carlo Grassi in apertura di Teschi scoperti, Orrido di Caprie, 15 dicembre 1982.

Con Gian Carlo mi trovavo bene, mi piaceva la sua modestia abbinata a una volontà di ferro. Per fare altre foto il 16 dicembre andai con lui alla Parete di Borgone per ripetere Gigli rossi.

Gian Carlo Grassi su Gigli rossi alla Parete di Borgone, 16 dicembre 1982.
Gian Carlo Grassi su Gigli rossi alla Parete di Borgone, 16 dicembre 1982.

Tornato a Milano, il mio pensiero era fisso su di lei. Una sera decisi di fare outing e le telefonai, facendo riferimento all’ultimo incontro che avevamo avuto, cioè la salita di Suono vocalizzato seguita dalla ricerca di un buon locale di Torino in cui mangiare un buon panino. Su quello avevo gusti difficili: abituato com’ero al mitico Panino Giusto milanese, mi sembrava che tutti gli altri panini non fossero alla sua altezza.

– Guarda che Torino non è un’immensa paninoteca come Milano! – osservò bonariamente lei. Sarà stata un po’ campanilista, ma aveva ragione: non si poteva neppure paragonare la “Milano da bere” con la tradizione culinaria torinese-piemontese.
Al telefono rievocai i momenti salienti di quel nostro stare insieme serale, le dissi quanto mi aveva toccato la sua vicinanza e quanto mi avevano mosso alcune frasi che ci eravamo scambiate. La sua risposta fu sorprendente, posso condensarla con un “Mi è piaciuto un casino, sai, davvero mi è piaciuto un casino”, con enfasi dolcemente aggressiva sulla parola “casino”.
Non c’era più una linea telefonica, e neppure 125 km di distanza: c’era un vibrare stupendo, un’emozione così profonda da annullare qualunque riferimento concreto.

Sosta alla tendina, più o meno in vetta alla Quota 3106 m del Rothorn. Da sinistra, Ornella Antonioli, Anne-Lise Rochat e Claudio Persico. 30 dicembre 1982.

Per il weekend del 19 la invitai alle Fate Nere e lei accettò. Camminavo così alto da terra che non ebbi difficoltà a dirlo a Nella. Immerso in quella distorsione mentale mi sembrava che il non fare le cose di nascosto potesse dare dignità e giustificazione a quello che comunque rimaneva un adulterio.

A distanza di così tanti anni, oggi posso dire che non tornerei indietro, l’omo selvatico deve rimanere tale anche se ciò costa dolore ad altri: il confronto tra etica e destino vede sempre vincente il secondo, a meno che non si voglia rinunciare alla nostra essenza. Così come avevo raggiunto i -281 m in un terreno sotterraneo che ha tre dimensioni, quando io ero abituato al terreno alpinistico che ne ha solo due, le scelte che si fanno possono essere pericolose, e quella lo era di certo. Lo era per la continuazione di un matrimonio, ma soprattutto lo era per la mia vita stessa, d’improvviso esposta a una tempesta senza precedenti. Avevo appena fatto un mutuo con la colpa, senza sapere né la data di estinzione né qual era il tasso d’interesse.

In avvicinamento all’attacco dello spigolo sud-ovest del Bec Forciou
Anne-Lise Rochat in arrampicata sullo spigolo sud-ovest del Bec Forciou, 1a ascensione, 31 dicembre 1982.
Anne-Lise Rochat in arrampicata sullo spigolo sud-ovest del Bec Forciou, 1a ascensione, 31 dicembre 1982.

Passato il Natale, ci fu un ritorno alle Fate Nere potenzialmente assai complicato. Nella sapeva, mentre Anne-Lise non sapeva che Nella sapeva. In quella situazione pazzesca vivemmo assieme qualche giorno, la tensione era sopportabile anche grazie alla presenza di Giuliana Scaglioni e di Claudio Persico.
Il 29 dicembre andai con Anne-Lise alla Cascata di Allesaz, volevo farle salire Legolas. Ma non andammo oltre al primo tiro perché cominciò a nevicare di brutto. Il giorno dopo salimmo con gli sci alla Quota 3106 m del Rothorn: con Anne-Lise erano anche Nella e Claudio. Non ricordo più perché, ma dovevo fare delle foto a una nuova tendina della Ferrino, così ce la portammo dietro. Fu in quella gita che decisi che il giorno dopo avremmo potuto tentare una nuova via sul Bec Forciou che avevo adocchiato in estate. Dunque Anne-Lise mi accompagnò sullo spigolo sud-ovest. La via era pulita dalla neve, a parte qualche tratto, e si rivelò assai difficile. Mi fece impressione, alla base, iniziare ad arrampicare con i Koflach ai piedi: lo avevo fatto solo al K2. Era l’ultimo giorno dell’anno e quella sera Anne-Lise dovette partire per Torino assieme a Claudio: non avevo ancora capito quali fossero esattamente i suoi impegni e soprattutto con chi.

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Rock Story – 2 ultima modifica: 2022-11-17T05:25:00+01:00 da GognaBlog

2 pensieri su “Rock Story – 2”

  1. 2
    Marco says:

    Il giorno dell’ottico andasti da solo con la Morlacchi perché faceva n’frecc dl’ostia e il resto della ciurma (noi) si era ammutinata. Per anni ho avuto una foto, ora persa, della morla tutta imbacuccata in procinto di partire con te. Coi piedi su una striscia pitturata sull’asfalto. 

  2. 1

    Racconti nostalgici che mi hanno ricordato di una salita della cresta Innominata al Monte Bianco con Annelise e altri (io ero legato con Daniele Demeneghi) nel luglio 1984.

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