Lettera a Bonatti (mai spedita)

Corsa al record. Protagonismo sfrenato. Sponsorizzazioni a tappeto. Come non condividere questa diagnosi amara di un personaggio che ha scritto alcune tra le pagine più importanti nella storia della montagna e dell’avventura? Come non perdonargli gli errori tipici di chi pretende di predire il futuro? Come non condividere l’invito a cercare dentro di sé le regole per una nuova armonia? Come non meravigliarsi che questo scritto di 35 anni fa sia almeno per metà attuale anche oggi?

Quando lo lessi su Airone Montagna, nel novembre 1989, mi esaltai alla lettura della prima parte, quanto invece provai profonda delusione nel leggere la seconda, dove Bonatti denunciava ciò che lui definiva “ecologismo d’assalto”.

L’uscita di quell’articolo provocò un forte malessere in coloro che fino a quel momento avevano creduto che una figura come quella di Bonatti, pur in tutta coerenza non avendo aderito alla fondazione di Mountain Wilderness, conservasse comunque l’eleganza del non intervento, dello stare alla finestra e del non farsi prendere da antipatie o risentimento personale verso un alpinista (non nominato ma ben riconoscibile…) cui in quel momento egli riservava forte ostilità, ma che solo una quindicina d’anni dopo avrebbe addirittura riconosciuto come “fratello”.

D’impulso scrissi una lettera, come segretario di Mountain Wilderness, ma ragioni “politiche” ne sconsigliarono la pubblicazione. Oggi, passato un oceano d’acqua sotto ai ponti, mi sento autorizzato a renderla pubblica, naturalmente a seguito del pezzo originale di Walter Bonatti. Sfido chiunque a non aver mai cambiato alcuna idea nella propria vita: al mio scritto di allora ho aggiunto solo una nota per specificare che oggi ho una visione un po’ diversa: non definisco più infantile la letteratura salgariana…

L’alpinismo? Invecchiando peggiora
di Walter Bonatti
[pubblicato su Airone Montagna del 1989, tratto dal libro, dello stesso autore, Un modo di essere (Dall’Oglio, 1989)]

Spesso mi hanno attribuito la polemica che in realtà nasceva dagli altri e mi invadeva. Così dovevo subirla e difendermi. Ora invece sarò io stesso – una volta tanto – a esprimere deliberatamente alcune personali, e lì per lì accantonate, considerazioni sul mondo della montagna; anche se a qualcuno, lo so, giungeranno non del tutto gradite. Poiché saranno pagine non facili a volte da seguire, di questo ritengo doveroso avvertire il lettore meno esperto in materia, e scusarmi con lui.

Lo dirò subito, a me pare che l’alpinismo, nella sua espressione più diffusa, si disperda attualmente in un’estrema serie di sfaccettature da cui emerge un’enorme confusione di tendenze e motivazioni. Nel corso di convegni (1986) in stile hollywoodiano offerti dall’industria montagna (un business di miliardi), i convenuti, personaggi di spicco con stampa e televisione al seguito, si interrogano e discutono col piglio di chi stia per ribaltare il mondo lasciandolo però sempre lì immutato, in attesa di una prossima analoga sceneggiata.

In questi convegni, e in questa atmosfera, i discorsi si riducono presto a un’equazione ambigua, e tutti in qualche misura finiscono per rimanerne invischiati. Secondo quanto riportano i giornali, ecco un tema privilegiato dagli oratori: il concetto dell’alpinismo oggi e la sua realizzazione concreta filtrata dagli sponsor, dal valore dell’immagine, dal riflesso tecnico di una affermazione e dal suo peso commerciale. Così si parla di classifiche, di corsa al primato, di record di velocità di una scalata, di prestigio e supremazia sugli altri. Qualcuno dei convenuti osserva che l’alpinista oggi è soggetto a problemi psicologici, a crisi di identità, si accenna alla necessità di tornare a una pratica pulita della montagna, ma poi tutti sono concordi nel ritenere che l’alpinismo, oggi, ha bisogno di soldi, molti soldi, e i soldi – non sono soltanto io a dirlo – costituiscono il primo elemento inquinante di ogni cosa. Così ogni cosa, puntualmente, finisce per diventare avvelenata, corrotta, svilita, degenerata.

Da un po’ di anni nel mondo degli scalatori stanno prendendo forma e sviluppo nuovi tipi di specializzazione e di primato, la ricerca dello stupore a tutti i costi. Passino ancora, come avventura, certe strane combinazioni da Guinness dei primati, in cui si abbinano l’alta montagna e l’ebbrezza di un volo in deltaplano, o di una discesa in parapendio. Assai meno avventurosa a me pare invece la cosiddetta “free climb” (qui Bonatti usa questo termine, evidentemente intendendo il free climbing, NdR). Ma vediamo un po’ di chiarire il senso di questo termine tanto esaltato negli ultimi tempi. Se “free climb” (free = libera, climb = arrampicata) vogliamo intenderla applicata all’attività cosiddetta “sassismo” o “arrampicata in falesia”, che in ogni caso vuol dire arrampicata di un singolo e breve passaggio su roccia di fondovalle, ebbene non sarà neppure il caso di parlarne poiché le stesse definizioni di sassismo e falesia già riducono la portata del suo significato. Se invece intendessimo riferirla a una vera e propria impresa alpinistica, di ampio respiro e difficoltà tecnica, allora dobbiamo mettere bene in chiaro alcune cose. Prima di tutto va detto che nessuna prima ascensione di tale portata è mai stata compiuta, né sarebbe possibile farlo, in stile “free climb”; semplicemente per l’elementare ragione che più una scalata risulta lunga ed estrema quanto a difficoltà e meno si potrà escludervi l’uso di adeguati mezzi di sicurezza, e di riposo (qui Bonatti sarà smentito clamorosamente già solo a partire dai primi anni Novanta, quando molte nuove ascensioni di grandissimo rilievo furono compiute in puro stile free climbing, dapprima sulle Alpi, ma in seguito anche nelle catene montuose extraeuropee, dalla Patagonia all’Alaska, dal Caucaso all’Himalaya e Karakorum. Oggi, addirittura, non si considera nemmeno più come prima ascensione un itinerario che non sia stato percorso con la rigida etica dell’arrampicata libera. NdR).

Si dovrà poi fare i conti con l’ignoto, cui è costantemente soggetto lo scalatore in una prima ascensione spinta ai limiti delle possibilità umane. Con l’ignoto dinnanzi a sé i problemi lievitano, e prima di tutto proprio quelli appena nominati, ma ciò avviene anche per quanto riguarda il tempo di durata della scalata; aumenteranno inoltre il conseguente sforzo fisico richiesto e il rischio, fino a diventare insostenibili anche soltanto per singoli tratti dell’intera arrampicata. Dunque ne consegue che la “free climb” si potrà applicare solamente alle ripetizioni di itinerari già ben noti e attrezzati. È perciò un’attività sì affascinante, come idea, ma nel concreto risulta di applicazione limitata, ibrida e assai poco avventurosa. Perché questo?

Perché di “free”, qui, in effetti è rimasto ben poco e circoscritto soltanto al compimento di un gesto, quasi sempre consumato di slancio nel tratto compreso tra una “protezione” e l’altra. “Protezione”, per chi non lo sapesse, non è altro che uno di quei tanto screditati chiodi piantati nella parete e di cui, in qualche modo, sempre ci si avvale. Non è escluso che si tratti addirittura di un chiodo a espansione, o spit, la cui applicazione ha richiesto la preliminare perforazione della roccia. Ma dite un po’, a conti fatti non viene anche a voi il sospetto che questa “free climb”, così com’è intesa e applicata, altro non sia in definitiva che un eufemismo?

Comunque è fuori dubbio che per praticare a un certo livello questo tipo di scalata, chiaramente superprotetta e ben inteso dove sia essa fattibile, bisogna possedere saldi muscoli, e per questo va seguito un intenso allenamento da culturisti. La “free climb” è dunque un’attività atletica sicuramente apprezzabile; benché finisca per manifestarsi, almeno qui da noi, soprattutto come pura esibizione dell’arte arrampicatoria fine a se stessa. E per completare il quadro degli alpinisti innovatori di oggi vanno ricordati anche quelli che – scortati da radio portatili ed elicottero – perseguono la corsa al record di velocità sulle grandi storiche pareti: addomesticate, chiaramente, quindi dai segreti tutti svelati e ormai spoglie d’avventura.

Se davvero si vuole che l’alpinismo rimanga ancora avventura, l’avventura in quanto tale non può esistere là dove i mezzi tecnici e l’organizzazione capillare prevaricano sull’uomo e sulla sua spontanea determinazione. L’avventura non può più manifestarsi là dove nell’uomo scadono l’ingegno, l’immaginazione, la responsabilità. Là dove si demoliscono, o almeno si banalizzano, fattori naturali come l’ignoto e la sorpresa. E ancora non può sussistere avventura là dove vengono alterate, persine distrutte, peculiarità come l’incertezza, la precarietà, il coraggio, l’esaltazione, la solitudine, l’isolamento, il senso della ricerca e della scoperta, la sensazione dell’impossibile, il gusto dell’improvvisazione, del mettersi alla prova con i soli propri mezzi, e via dicendo, e che sono poi tutte cose ormai represse o addirittura cancellate nel quotidiano. No, l’avventura è un gioco affascinante che si svolge nelle condizioni esattamente opposte a quegli scadimenti appena elencati. L’avventura è un impegno che coinvolge tutto l’essere e sa cavar fuori dal profondo ciò che di meglio, e di umano, è rimasto ancora in noi. Non è forse vero, l’ho già detto, che è proprio là dove il “mazzo” non è stato truccato per vincere a ogni costo che esistono ancora il vero gioco, la sorpresa, la fantasia, l’entusiasmo della riuscita o il dubbio della sconfitta: dunque l’avventura?

Come ho detto, v’è in queste ostentate ma caotiche nuove forme di alpinismo una tendenza molto stimolata, forse addirittura causata dai tempi che viviamo: la specializzazione. Dubito delle sue risorse, fuori dall’ambiente strettamente scientifico; secondo me la specializzazione è sempre un po’ arida e limitante sotto l’aspetto umano. L’uomo per sua natura non può essere che universale nei suoi interessi, nelle sue aspirazioni. L’uomo è fatto di slanci, di precarietà, di avventura; l’uomo si identifica nell’avventura. Anche l’alpinismo dunque dovrebbe essere più avventura che specializzazione.

Naturalmente la mia è una considerazione in generale e non si può negare che in alcune prestazioni specializzate ed estreme di oggi vi sia effettivamente un certo quoziente di avventura; che però, va detto, non sempre risulta spontanea e a volte raggiunge persino limiti e significati davvero poco edificanti sul piano umano. A ispirare questa avventura, a sostenerla e spingerla, è infatti quasi sempre un perverso e inarrestabile meccanismo fatto di concreti interessi. Mass media, business e pubblicità tra loro coalizzati formano una forza pressante e sempre più esigente, un potere ben combinato che segue, precede, inquadra e condiziona i suoi protagonisti. E questi si trovano presto prigionieri di una escalation impietosa, chiusi in una morsa che li forza a prestazioni sempre più strane e inedite, li costringe a un’affannosa ricerca della riuscita a ogni costo e con ogni mezzo, li riduce infine alla triste impossibilità di rinunciarvi. Ecco come nasce la nuova avventura, anche quella alpina, ricca soltanto di quegli ingredienti che la convertono in un vantaggioso veicolo pubblicitario, poiché essenzialmente a questo si sono ormai ridotti l’avventura e i suoi protagonisti. I destinatari, che saranno anche consumatori di questo nuovo prodotto offerto dal mercato, saranno naturalmente i ben pilotati spettatori, lettori e il pubblico in generale. Ma tornerò sull’argomento.

[Questa visione di un alpinismo così genericamente utilitaristico è indubbiamente esagerata e miope. Solo per rimanere nell’élite, coloro (e sono anche un centinaio all’anno, tra i quali vengono “nominati” i possibili vincitori) che annualmente partecipano al Piolet d’Or (ricordiamo che lo stesso Bonatti è stato insignito del Piolet d’Or alla carriera) sono in grande maggioranza giovani che praticano alpinismo da dilettanti: per lo più sconosciuti, vanno ad affrontare e talvolta a risolvere problemi che non solo ai tempi di Bonatti, ma anche solo vent’anni fa, nessuno poteva neanche concepire possibili. NdR].

È cosa recente l’istituzione delle gare di arrampicata su roccia. Si tratta di una nuova disciplina credo ormai riconosciuta e regolamentata che ha per fine, appunto, la competizione tra rocciatori, un confronto che si svolge su specie di rocciodromi appositamente organizzati. È nata così l’arena del virtuosismo puro dell’arrampicata, e in cui si fa di un mezzo un fine. Naturalmente sono sorti pareri discordi al riguardo e non mancano i pregiudizi; tuttavia, al punto in cui si è arrivati, non si può escludere che questo nuovo modo di intendere la scalata rientri nella logica della pura competizione sportiva. È giusto allora che anche l’atleta-scalatore abbia quel che si merita.

Fare il profeta è difficile, ma farlo male rende colpevoli. E quando una cattiva semina dà pessimi frutti, non ci si può scagionare dicendo: “Non m’interessa, quello che faccio lo faccio per me stesso, non per gli altri”. E ancora meno ci si può discolpare se si insegue il proprio successo facendo leva sull’interessamento degli altri.

Tutti siamo un po’ profeti, per noi stessi e per gli altri; fa parte della natura umana. I profeti esistono dunque da sempre, adesso però questi signori costruiscono i loro spazi e danno carisma alle loro teorie – lo ripeto – dissacrando e rimuovendo il passato, con cui forse temono un raffronto. Così facendo, e in quanto profeti, non si può dire certo che brillino di obiettività, né spesso di coerenza. Coerenza non è cecità, testardaggine, limitatezza; non è essere retrogradi e vecchi, come qualche volta sento insinuare; dire coerenza è dire bensì consapevolezza delle proprie scelte e accettazione delle responsabilità che ne derivano; è anche dire chiarezza di intenti e fermezza di carattere. Ma sono tutte virtù spesso tradite oggigiorno dalla furberia dei molti sempre pronti ad adattare la storia alle proprie debolezze, sempre pronti al camaleontismo di convenienza per far pareggiare tutti i conti.

Si inneggia dunque a ciò che viene predicato come un nuovo e più realistico alpinismo, e intanto si rimescola e si avvelena quello del passato, e qualcuno, disinvoltamente, si passa per creatore e indovino di situazioni, o di disegni, in effetti già scoperti e vissuti dai suoi predecessori. Così dunque, e sempre più spesso, alpinisti e alpinismo rotolano congiuntamente lungo la china dei rivolgimenti, dell’incoerenza, del compromesso, e anche della pratica convenienza a volte camuffata da idealismo. L’alpinismo è dunque malato e inquinato? Certamente. V’è molta ipocrisia nel mondo della montagna? Sicuramente. Non andrebbe però imputata all’alpinismo inteso come nozione (cosa invece che succede) bensì sarebbe più esatto attribuirla all’uomo che lo pratica. E a questo punto sorge la stridente nota della sponsorizzazione.

Dirò subito che la sponsorizzazione è un fenomeno in sé tutt’altro che condannabile, anzi prezioso se ben usato, ed è anche antico. Ma attualmente è dilagante e si riduce spesso a essere un vero e proprio negozio, una mercificazione di cose e ideali spinta indiscriminatamente fino a deformare e inquinare le regole del gioco, la storia stessa. Questo succede almeno nel settore della montagna e in quello dell’avventura in generale. La moderna sponsorizzazione, per chi ne beneficia (e ne costituisce con la propria debolezza la prima della cause) finisce spesso per diventare una specie di coercizione, magari tacita, e questo aggrava ulteriormente le già grandi e implicite responsabilità. Ma non di meno preoccupa che la gente in generale abbia propensione, per sé e per gli altri, al compromesso, al facile concedersi per qualche vantaggio. Anche questo, innegabilmente, rappresenta un male sottile dei nostri giorni, corrosivo per la dignità dell’individuo. A questo siamo arrivati: non è più lo sponsor a fare da supporto a un’impresa, bensì è l’impresa a ridursi al servizio dello sponsor, quindi del business, quindi ad assoggettarsi a tutte le implicite deformazioni.

D’altra parte, pensare che questi tipi di sponsorizzazione, od operazioni di analogo risultato, possano risparmiare alpinisti e alpinismo – così si è auspicato – è a mio avviso come sperare che il peccato se ne resti lontano da chi manifesta i presupposti per commetterlo. L’uomo d’avventura per sua formazione è uomo di ideali oltre che di fatti, e come tale non dovrebbe corrompersi; invece sulla scena, e magari con aria da idealista ispirato, c’è, lo ripeto, chi fa dell’avventura una comune operazione di pratico tornaconto. Giustamente costui è libero di farlo, e anche di provarne convenienti fierezze (come capita a qualcuno), ma è altrettanto giusto che nella nostra considerazione egli venga debitamente differenziato, come si differenzia il bottegaio dal sognatore.

Esaurita in gran parte la tradizionale conquista alpinistica, raggiunti i più strani record di scalata, e ridotta a sterile gesto l’avventura in montagna, barattata ormai con teatrali incontri indoor, oggi, alle soglie degli anni Novanta, nasce un nuovo movimento del mondo alpinistico, a sfondo ecologico stavolta, quasi a voler coprire un vuoto di interesse della categoria verso l’ambiente sociale. L’intento ovviamente sarebbe il difendere i luoghi alpini dall’inquinamento di ogni tipo sino a oggi operato, e ancor più ambiziosamente il voler riconsegnare la natura alpina a se stessa, ossia alla originale dimensione di natura selvaggia. Ma visti i primi risultati già svanisce ogni nostra illusione.

Nasce dunque una nuova associazione protezionistica, che viene siglata dai suoi ideatori Mountain Wilderness. Ciò avviene a Biella il 1° novembre 1987 a conclusione di un vistoso convegno che ospita, e coinvolge, noti rappresentanti dell’alpinismo mondiale. Nel documento introduttivo steso per l’occasione si legge: “L’incontro di Biella non dovrà limitarsi a lanciare una serie di denunce: l’impegno è quello di riuscire a individuare proposte concrete di azione e di comportamento”.

Non tardano le contestazioni, e a fare chiarezza su alcuni punti sono proprio alcuni dei più qualificati fautori di analoghi movimenti ambientalisti preesistenti. Dai loro interventi emerge che un movimento Wilderness internazionale già esiste da oltre dieci anni, non è dunque cosa nuova. Risulta inoltre che il legittimo pensatore della “Macchia bianca” (White Wilderness), locuzione usata e abusata dai promotori del convegno, si chiama Aldo Leopold, e che ancora all’inizio del secolo aveva coniato il termine per intendere esattamente gli spazi “bianchi” sulle carte geografiche, cioè selvaggi e senza strutture dell’uomo. Sono ancora gli specialisti dei suddetti movimenti ecologisti a puntualizzare sul vero significato di Wilderness (natura selvaggia), che è soprattutto rispetto dei valori della natura e delle sue forme biologiche. Wilderness, sostengono ancora costoro, è stato inteso invece a Biella per lo più come difesa dei valori per l’uomo come alpinista, e non come valore specifico di “aree Wilderness”. Concludono infine che Mountain Wilderness e “Macchie bianche” sono evidentemente termini che piacciono e di effetto sicuro, così applicati però suonano a sproposito e in quanto a concetto non rientrerebbero nell’intendimento del movimento internazionale Wilderness.

Sebbene così discussa fin sul nascere, Mountain Wilderness impone presto la sua esistenza e passa all’azione. Ma non poteva esserci, a mio avviso, prologo più infelice per tanta idealistica crociata. È infatti l’agosto 1988 quando un manipolo di noti alpinisti inscena una manifestazione, che uno di loro preannuncia inviando telegrammi a tutti gli organi di informazione in questi termini: “Organizzo con l’associazione Mountain Wilderness una spettacolare iniziativa a favore dello smantellamento della Funivia dei Ghiacciai (gruppo del Monte Bianco)”. La stampa reagisce, l’opinione pubblica reagisce, ed è subito l’impopolarità per la neonata associazione ambientalista. Ma a disapprovare il gesto corsaro del Monte Bianco non è soltanto la stampa, ora è anche il buon senso comune a manifestarsi poco disposto ad accogliere certe forme di conservazione dell’ambiente che fanno leva, più che altro, su plateali “abbattimenti” di un qualche cosa di concreto e utile, lasciando tuttavia intatto il problema di fondo. Da questo logicamente potremmo sospettare l’esistenza di una qualche forma di camuffato intraprendimento consumato ancora una volta in nome dell’ambiente, e qui potremmo avere anche un motivo in più di dubitare degli ideali e del totale disinteresse di chi promuove e compie questo tipo di azioni “spettacolari” proprio in quanto tali. Davvero viene qui spontaneo chiedersi se un certo modo di fare ecologia e protezionismo dell’ambiente in fondo non sia che una forma moderna e alla moda di fare politica; una politica furbacchiotta che annusa nuovi spiriti nell’aria, infarcisce le proprie mosse di nobili cause, le affida per avere successo a protagonisti astuti e dagli impulsi teatrali.

Qualche fautore di Mountain Wilderness sostiene dunque che la funivia del Monte Bianco rappresenti un simbolo degli “attentati all’ambiente alpino”. Va perciò esorcizzata, abbattuta, proprio come ai tempi dei roghi delle streghe. E poi, svanirebbero con ciò i mille problemi? No, la soluzione non si troverà certo in questo verso. L’eliminazione della Funivia dei ghiacciai è dunque un obiettivo di poca consistenza nel proposito di giungere al nocciolo del problema dell’ambiente; anzi, è una “soluzione” talmente semplicistica da essere priva di senso. Personalmente penso che allo scopo non basterebbe neppure la demolizione di altre cento funivie dello stesso genere. Comunque, riferendomi a questa particolare del Monte Bianco, dirò che, nonostante i buoni motivi che avrei di ignorare Courmayeur e la sua gente, sento stavolta di essere solidale con loro e con quanti hanno lavorato, inventato e rischiato per realizzare, ancora in tempi di scarse possibilità tecniche, un “impossibile” capolavoro dell’ingegno e della volontà qual è appunto la Funivia dei ghiacciai. Sempre a parer mio, una simile realizzazione, col passare del tempo e attraverso gli avvenimenti, ha finito per integrarsi al paesaggio naturale; e questo vale anche per il trenino dell’Eiger e per tanti altri autentici monumenti eretti dall’uomo. Vorremmo forse abbattere tutte le opere di ingegneria realizzate nel corso della storia per ridare “libertà” alla natura? E che dire di quanti, ostacolati dalle proprie gambe inefficienti – handicappati, anziani e altri – si vedrebbero privati della possibilità di ammirare anch’essi le meraviglie d’alta montagna per loro irraggiungibili senza le “scandalose” Funivie dei ghiacciai, o gli “insopportabili” trenini tipo Jungfraujoch? Considerato che piacendo o non piacendo questi impianti esistono (altri in futuro certamente non andrebbero più costruiti) non sarebbe forse meglio, e urgente, far cessare invece alcuni dei più veri inquinatori delle alte cime, come per esempio i voli degli elicotteri a uso turistico, e prima di tutto proprio quelli finalizzati all'”appoggio” di certe imprese definite alpinistiche?

Certamente andrebbero denunciati e aboliti – ovviamente in misura ragionevole poiché il progresso avanza ed è irreversibile – i mezzi che inquinano e deturpano l’ambiente: quelli veri però! Ma di pari passo andrebbero anche neutralizzate le mentalità contaminate e contaminanti assai più subdole e responsabili, in definitiva, di degenerazioni non meno gravi di quelle più evidenti e tangibili che si stanno lamentando. Invece su questo argomento si glissa, si ignora. Portare a conoscenza della pubblica opinione qualche vergognoso mucchio di pattume abbandonato sui monti e formulare inviti a non produrne altri, sono sicuramente pregevoli atteggiamenti, che tuttavia lasciano insoluto il vero problema di fondo. Sono infiniti i modi di sfruttare e inquinare il complesso ambientale, e il punto fondamentale è questo: se noi giustifichiamo certi compromessi dentro noi stessi come minimo arriveremo – attraverso tutti i passaggi che dalla causa portano all’effetto – alle conseguenze più disastrose di cui oggi siamo testimoni.

Tutti questi velleitari predicatori, alcuni dei quali è soltanto da ieri che si sono tinti di verde, se davvero costoro intendessero affrontare seriamente il problema della difesa dell’ambiente, dunque con vera intenzione di giungere a concreti risultati, ancora a parer mio questi signori non dovrebbero limitarsi a organizzare plateali raduni atti soltanto a riempire di belle ma vuote parole di circostanza le pagine dei giornali; né dovrebbero spendere il loro tempo a inventarsi, o divulgare, qualche “simbolico” gesto o “impresa” che dir si voglia, compiuti qui e là per dire no alla rovina dell’ambiente; dovrebbero bensì puntare col massimo impegno di energia e coerenza – essendosi loro stessi designati a questo tipo di azione e di comportamento – alle vere cause basilari del problema, che sono prima di tutto di ordine culturale-educativo, e iniziare da lì una concreta bonifica. Ovviamente ogni mossa, in quanto operazione culturale-educativa, andrebbe debitamente compiuta con misura e discrezione, qualità ben più accattivanti del greve e superficiale scalpore. C’è infine anche un rovescio della medaglia da tenere in considerazione, dal momento che le belle montagne non sono soltanto giardini privati per eletti supermen di una Mountain Wilderness così concepita.

Già all’origine di un discorso più ampio e concreto che miri a preservare la natura, non si dovrebbe mai dimenticare, a parer mio, che è soltanto conservando l’Uomo, quindi il suo patrimonio etico-culturale, che si potrà arrivare a proteggere l’ambiente in tutta la sua complessità.

Lettera (mai spedita)
di Alessandro Gogna
(ma documento che avrebbe dovuto essere “firmato Mountain Wilderness”)

Con riferimento al “documento firmato Bonatti” apparso su Airone Montagna del novembre 1989, non commentiamo la sua condanna senza appello dell’odierno alpinismo: la possiamo archiviare, senza necessariamente condividerla, perché il giudizio di Bonatti è sufficientemente autorevole; ma non possiamo tacere al seguito delle sue sentenze nel campo della difesa ambientale, ambito in cui egli non possiede la minima competenza.

Quali iniziative ha mai preso Bonatti per rallentare il degrado della montagna? Quali preoccupazioni per l’ambiente ha mai espresso nei suoi libri e soprattutto nei suoi famosi reportage? Come si fa a giudicare le iniziative degli altri con alle proprie spalle un background di avventure sfacciatamente eroiche che rivisto oggi assomiglia a salgariana letteratura infantile? (qui io stesso oggi dissento dalle mie affermazioni: non definirei più le avventure di Bonatti “sfacciatamente eroiche” e neppure più parlerei di “salgariana letteratura infantile”, NdA).

Dunque Bonatti, e la sua stessa produzione culturale lo dimostra, s’improvvisa censore di iniziative ambientaliste allo stesso modo in cui altri alpinisti di tutto il mondo si sono “improvvisati” difensori dell’ambiente montano. Con la differenza che criticare è sempre più facile che educare e costruire la nuova civiltà alpinistica.

Dal pulpito sul quale egli stesso si colloca, Bonatti sostiene che Mountain Wilderness nasce da “un vuoto d’interesse verso l’ambiente sociale”, senza considerare che l’alpinismo in toto, e quindi anche i suoi grandi, possono essere criticati così, se si vuole. Secondo Bonatti, Mountain Wilderness vorrebbe la montagna per una élite, come se battersi per il Parco della Laga, del Cansiglio o del Monte Bianco fosse una lotta contro il turismo, come se i concetti espressi nelle nostre Tesi di Biella non ripetessero con forza la necessità di difendere prima di tutto l’uomo, poi l’ambiente: tesi che sono garantite non solo da Reinhold Messner (che Bonatti non nomina mai e che però s’intuisce essere il bersaglio numero 1 del suo veleno), ma da alpinisti di medesima rispettabilità come Edmund Hillary, Chris Bonington, Jerzy Kukuczka, John Hunt, Kurt Diemberger o da scienziati come Haroun Tazieff.

A proposito della manifestazione contro la Funivia dei Ghiacciai, non abbiamo mai detto che potesse essere una soluzione. Perché voler risolvere dei problemi quando occorre “educare” a vivere più rispettosamente la montagna? E quale miglior educazione dell’esempio, del simbolo? Una funivia in meno, ormai del tutto inutile, può essere simbolicamente un cambio di direzione.

Ma Bonatti non lo comprende e si schiera dalla parte dei sindaci, dalla parte di un Rollandin “premio Attila del WWF”, dalla parte di chi dello sci e del turismo ha fatto solo pericolose monoculture. Egli usa lo stesso linguaggio degli speculatori, le stesse trite argomentazioni di quelli che veramente fanno “politica furbacchiotta”.

Noi siamo dell’opinione che handicappati ed anziani dovrebbero essere assistiti nei loro problemi quotidiani di solitudine e di metropolitane inagibili prima che pensare a loro come possibili viaggiatori (paganti) di una funivia platealmente inutile (Bonatti fa finta di non sapere che il Monte Bianco lo si può già ben vedere dall’Aiguille du Midi o dal rifugio Torino).

Bonatti ammette che gli inquinamenti sono “infiniti”. Poi però ne cita solo due, l’immondizia e l’eliski. Perché non ci insegna quali sono gli altri? Perché la funivia inutile non può essere considerata inquinamento? Certo occorre pensare che, oltre alla spazzatura e ai decibel dell’elicottero, esista un inquinamento più pericoloso, cioè la graduale anestesia di chi ha sempre cercato in montagna qualcosa che fosse un’esperienza religiosa, di chi ha sempre preferito che una chiesa non diventasse discoteca: e se c’è un posto aperto a tutti e non élitario, questo è proprio una chiesa.

Noi siamo certi che il progresso non sia “inarrestabile” come Bonatti sostiene, facendo così lui, e non noi, il più grande compromesso.

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Lettera a Bonatti (mai spedita) ultima modifica: 2024-03-01T05:22:00+01:00 da GognaBlog

40 pensieri su “Lettera a Bonatti (mai spedita)”

  1. Io di Bonatti ricordo una intervista su Repubblica (che conservo in cantina ma chissà in quale scatole) dove diceva peste e corna di Messner, accusandolo senza mezzi termini di essersi venduto alla pubblicità e ai soldi. Poi, quando Messner si è schierato dalla parte di Bonatti su K2 e Maestri al Torre sono diventati culo e camicia. D’altronde sono in qualche modo uguali: si considerano il centro dell’Universo e che esistano altri non lo mettono nemmeno in conto. Per questo, riconoscendone alcuni meriti, mi stanno entrambi sulle palle. 😀

  2. E questo “a prescindere” dal fatto che nello stesso periodo ci potesse essere qualcuno che lo superasse come abilità tecnica.

    Si dice che ci fossero quelli tecnicamente più abili di lui. Sta di fatto però che certe salite le ha fatte lui, e non quelli che si dice fossero più abili.

  3. È vero che Bonatti nn può più replicare, ma le due lettere mi pare forniscano comunque un’ampia base di discussione che infatti ha prodotto molti commenti. C’è la visione di Bonatti che critica sia le nuove forme di alpinismo e sia l’azione sul Bianco del movimento ambientalista formatosi in ambito alpinistico. La lettera mai spedita di Gogna mi sembra abbastanza compiacente con Bonatti sul primo punto mentre la critica diventa più aspra nella parte che riguarda Mountain Wilderness, associazione della quale, se nn sbaglio, Gogna faceva parte. Curiosamente la quasi totalità dei commenti si è, invece, concentrata sulla prima parte mentre la “sezione ambientalista” è stata, di fatto, ignorata. Probabilmente questa diversa attenzione è legata al fatto fa molto più discutere in ambito alpinistico Bonatti che critica altri alpinisti piuttosto che Bonatti che parla di ambiente, argomento sul quale probabilmente nn si riconosce al grande alpinista lombardo una particolare competenza.
    Sulla parte in cui Bonatti si esprime criticamente nei confronti di altri “alpinismi” non capisco perché nn possano convivere due concetti che emergono dai vari commenti. Il primo riguarda la grandezza del Personaggio sul quale nn mi sembra che nessuno discuta. E questo “a prescindere” dal fatto che nello stesso periodo ci potesse essere qualcuno che lo superasse come abilità tecnica. Infatti la grandezza del personaggio Bonatti si compone di un mix di elementi in cui l’arte arrampicatoria è un elemento certamente importante ma che si combina con altri per comporre quella figura iconica che Bonatti è stata per l’ambiente alpinistico. Su questa base, su cui mi pare ci sia generale consenso, si innesta la critica al Bonatti che si pone come giudice dell’altrui modo di frequentare le “terre alte”. E su questo sono molto d’accordo nel considerare questa critica di Bonatti come una sorta di incapacità di adattarsi all’evoluzione in atto nell’alpinismo rimanendo ancorato al proprio modello di cui sicuramente è stato il migliore esponente. Ma se poi i tempi cambiano (a prescindere dai singoli …) è più che normale osservare un adattamento dei nuovi alpinisti di punta ai tempi mutati. Ad esempio Bonatti nn aveva certo la necessità di investire tempo (e magari soldi …) per gestire le piattaforme social che all’epoca nn esistevano. La considerazione maxima sul Bonatti alpinista del suo tempo e la critica al Bonatti “censore” degli altrui alpinismi mi sembra possano tranquillamente convivere. Una non contraddice l’altra. Sono due facce della stessa medaglia che rimane cmq di gran valore … 

  4. Bonatti seppe coniugare alpinismo di esplorazione ed avventura ad alpinismo sportivo. Non dimentichiamo che Bonatti ne veniva dalla ginnastica artistica per quanto alla cognizione fisica. Il suo alpinismo fu sportivo, diciamo nell’accezione primordiale del termine. La ricerca della via nuova ( vedi gran cap e dru per esempio ) su montagne già’ da tempo scalate ha in se’ il concetto di alpinismo sportivo. Senza dubbio. E l’allenamento fa parte di esso. Anzi.
    Nel mio modo di fare alpinismo come arrampicata sportiva ho trovato in Bonatti ed Edlinger due ispiratori molto meno distanti di quanto si potrebbe pensare in superficie. Bonatti era un cultore del l’allenamento, per i suoi obiettivi. Sapete quante migliaia di metri di dislivello si sparava in inverno con gli sci per allenarsi alle grandi salite estive? Degno di un vero cannibale primordiale. Non somiglia questo modo di allenarsi con le migliaia di trazioni che i due Patrick facevano all ‘ inizio della loro carriera? E tra l’altro iniziarono con qualche salita di alta montagna a tempi record…come ben sappiamo.
    Quando vuoi fare salite più difficili devi allenarti, spesso esso diventa non un dovere ma integrante parte piacevole di una dedizione totale verso gli obiettivi che vuoi raggiungere. Non ho mai trovato in questo senso differenze fra Bonatti e molti altri alpinisti che lo hanno seguito, nemmeno molti climber, la radice e la forma mentis sono le stesse. 
    Ma tutto questo è lontano dalla lettera pubblicata oggi su un articolo di Bonatti uscito alcuni decenni fa. Ho letto i motivi riportati da Gogna. Per quanto mi riguarda non avrei pubblicato la lettera. Non per il contenuto ma perché, tant’è’, come anche altri hanno detto, Bonatti non c’è’ più e quindi non è’ possibile una sua replica. Mia personale idea, che vale per questo poco o nulla.

  5. Non ci capiamo perché Lei continua a rispondere non a ciò che ho detto ma a ciò che ha in mente di dirmi (cosa che io rispetto). 
    Nel mio commento precedente parlo di “soddisfazione fisica e della sua ricerca” e non di preparazione tecnica necessaria. Inoltre cito in maniera generica WB come esempio ma non nello specifico dei suoi modi ed invece continuate a parlarmi di WB e delle sue imprese o delle sue tecniche. Dubito possiamo capirci. 
    Ultima cosa: le difficoltà non sono fisse, solo i gradi, le convenzioni lo sono ma non la loro interpretazione. Colui che impiega la sua vita a vincere i suoi limiti pur se reputati modesti dalla comunità e dai suoi alfieri, possiede un valore infinitamente grande.

  6. Caro Fioravanti 34, insisto perché secondo me stai facendo una grande confusione ingenerata dalla presunta nobiltà di chi non fa le cose “per sport” ma solo per convinzione idealistica e filosofica.
    Nell’alpinismo non è così! 
    Certo, si può fare alpinismo facile senza o quasi nessun allenamento, ma se parliamo di un alpinista al top nel suo tempo come Walter Bonatti (mica bruscolini) posso assicurarti che si allenava e considerava l’aspetto sportivo del suo alpinismo della massima importanza. Nell’allenamento ci metto tutta la preparazione fisica e mentale che derivano da una pratica costante e dal sentisi in armonia con l’ambiente spesso severo che avvolge l’alpinista. 
    Faccio la guida alpina da 40 anni e sono ancora molto appassionato di alpinismo, tanto da praticarlo con gli amici, oltre che per professione quando lavoro, non appena ho una giornata libera. Di alpinisti di ogni livello ne ho conosciuti davvero tanti e posso assicurarti che si può fare l’alpinismo filosofico solo fino al 4° grado circa. Oltre occorrono allenamento e costanza nella pratica. Infatti chi non riesce in questo, solitamente per mancanza di tempo, si affida a una guida. Questo perché l’alpinismo è pericoloso.
    Che Bonatti curasse meticolosamente anche il suo lato atletico, sportivo e competitivo lo si può leggere nei suoi libri e rilevare dalle sua attività, se uno ha un po’ di occhio, esperienza e pratica. Ma non capisco come questo aspetto possa inquinare il valore di un alpinista che semmai ha dimostrato in tal senso intelligenza, istinto di conservazione e buon senso perché è rimasto vivo e si è ritirato, per così dire, imbattuto.
    Secondo me la grandezza di un alpinista non sta solo nel compiere grandi imprese ma si completa con il restare in vita e Bonatti ha assolto egregiamente entrambi i compiti.
    Quello che in alcuni gli critichiamo è il non aver saputo adattarsi al nuovo che avanzava che avrebbe potuto riconoscere come il superamento della sua abilità perché, anche se sei il migliore, prima o poi arriva sempre uno meglio di te. Perché si invecchia e perché l’alpinismo non ha le olimpiadi, nè, ai tempi di Bonatti, i mezzi di diffusione e comunicazione di oggi, per cui il confronto avviene e avveniva quasi per caso e comunque con poche regole codificate.
    Ho sempre per questo apprezzato la frase del suo contemporaneo, e in qualche modo rivale, Cesare Maestri che diceva che il bello dell’alpinismo è che ognuno lo fa come vuole.

  7. Una necessità (un obbligo) interiore non contempla il piacere, sulla quale ricerca ci sarebbe molto da dire, sul differirne cioè continuamente. Solo per lo sportivo appunto l’attività fisica è a scopo di piacere, per molti è un mezzo per scopi diversi. La maggior parte dei  geni di una disciplina si sono spesso guardati bene dalla soddisfazione fisica e dalla sua ricerca..avrebbero fatto a meno anche del corpo per assurdo..
    Farsi “fregare” dalle necessità del corpo (endorfine, adrenalina etc) che le richiede a forza è un limite intellettuale; difficilmente può rendere qualcosa di al di fuori della norma..
     

  8. Insomma, porreste sullo stesso piano una traversata solitaria  transoceanica in barca a vela e l’America’s Cup?
     
    Per me la differenza è un abisso.
    Poi, naturalmente, nella vita ciascuno fa (o tenta di fare) ciò che vuole.
     

  9. @ 31
    “Anche nell’alpinismo di Bonatti c’era sport e c’era gara.”
     
    Sí, Alberto, è vero. L’alpinismo, tra le altre cose, è anche sport (= attività fisica a scopo di piacere), gara (= competizione con altri) e ambizione di migliorarsi (= competizione con se stessi).
     
    La competizione con se stessi, cioè il desiderio di migliorarsi tecnicamente, si ha ogniqualvolta tentiamo di superare il nostro limite (qualunque esso sia! ovvero il discorso vale sia per le schiappe che per i fuoriclasse).
    La competizione con altri ci fu in occasione della prima salita del Cho Oyu, prima ascensione della parete N dell’Eiger, “corsa alle Jorasses”, “corsa” al Polo Sud, prima salita del Cervino (1865), prima ascensione invernale della parete N del Cervino e innumerevoli altre volte. È normale.
     
    Altra cosa è la vera e propria gara in montagna, con regolamento, pettorali, arbitri, classifica finale. A prescindere dall’opinione che possiamo averne (buona o cattiva), non si può negare che essa sia qualcosa di diverso rispetto a ciò che fecero Whymper, Carrel, Amundsen, Scott, Peters, Gervasutti, Chabod, Charlet, Hinterstoisser, Kurz, Heckmair, Cassin, Tichy.
     
    Non ho detto né migliore né peggiore: semplicemente diversa.
    Su questa considerazione di base penso che si possa essere tutti d’accordo.
     

  10. Bisogna comunque essere obbiettivi. Anche nell’alpinismo di Bonatti c’era sport e c’era gara. Lo dimostra la corsa alla prima invernale alla Cassin alla Walker e al Pilone Centrale. Lo si legge nei racconti di queste salite. Dove queste imprese erano nel mirino delle cordate piu forti, quindi bisogna sbrigarsi se si voleva essere i primi a farle. Questa corsa era nello spirito di quel tempo. E Bonatti non ne era certo esente.

  11. Parlare di Bonatti è un pretesto per dire altro, un punto di riferimento. Non sto parlando di Bonatti e delle sue vie, non è importante.
    Ritengo inoltre che si possa bestemmiare, ammesso che abbia senso, solo in chiesa; appunto se si insiste sul fatto sportivo, dell’alpinismo di punta..di quale punta poi, quella da non raggiungere… 
    Non sto parlando di questo, parlo di ciò che non è definibile e che invece si insiste a voler catalogare, gradare…
    Sto dicendo che si sta degradando un’attività di grandissimo valore etico/estetico ad un fatto sportivo e lo sport elimina il gioco ch’è l’attività nobile per eccellenza e serissima.
    Un alpinista scala la sua montagna a prescindere da quanto si presenta difficoltosa e nascosta e incomprensibile. Il resto è climbing.
    Questo è l’esempio di Bonatti che va meditato.
    Saluti

  12. Dare giudizi o critiche su Bonatti è alquanto arduo, ;)quale Bonatti ?
    Il giovane talentuoso alla ricerca di una Sua vita alpinistica?,oppure quello da star/ rotocalchi anni ’70/80?o ancora quello testardo pervicace ruvido che MAI abbandonerà di far chiarezza sulla spedizione al K2 e delle  vicende umane dentro di essa?
    Personalmente apprezzo quest’ultimo perché in tutti i campi umani  c’è una componente di sopraffazione, di messa all’ angolo delle verità e dei meriti di singoli che magari fantozzianamente mai si rivolteranno a scaltri e superbi, rassegnandosi a non trovare il giusto merito.
    Credo che anche molti italiani abbiano amato di lui questa faccia , legandolo anche certamente alle sue grandi pareti e libri ma assolutamente non solo!ed è questo che lo rende diverso dai alpinisti magari più dotati o con molto più curriculum. 
    Cosa centra questo con le due lettere?
    Niente. 
    Le lettere sono cartamoneta ora fuoricorso, conservate bene ma da tenere in cornice bene in vista ,spendibili piu per l’autorevolezza dei due autori che per il valore dei contenuti ora validi per la storia.
    Grazie per averle rese pubbliche.

  13. Fioravanti, si capisce che la tua reazione è quella di chi ha sentito bestemmiare in chiesa.
    Nessuno vuole togliere nulla all’alpinismo di Bonatti ma, da alpinista, sento il bisogno di essere obiettivo. La mia visione personale dell’alpinismo che più mi piace praticare è molto simile a quella bonattiana, e quindi ne comprendo profondamente gli intenti e lo spirito. Altro che superficialità! Non posso però essere un figlio mancato del mio tempo e quindi vedo nel progresso (vedi anche l’articolo su Berhault) tecnico che c’è stato nel dopo Bonatti, uno stimolante impulso globale che ha portato, e porterà sempre, a innalzare i limiti umani sulle montagne.
    Gli alpinisti di oggi non credo che abbiano uno spirito diverso da quello di Bonatti, ma sono figli del loro tempo, come succede in ogni ambito. L’innalzamento tecnico che c’è stato negli ultimi 40 anni non ha impoverito quello spirito, nonostante agli occhi degli incompetenti e del grande pubblico, ci possa essere molta confusione su cosa sia oggi l’alpinismo di punta.
    Certo è che se sulla copertina di una pubblicazione del Cai si legge un titolo come: “intervista a Simone Moro, l’alpinista più forte del mondo”, immagino (senza nulla togliere alla stima che ho per il caro alpinista Simone) che la confusione generata dai media mainstream sia enorme e che possa fare credere ancora oggi che Bonatti non si tocca. 
    Bonatti è stato un grande ma, guardandolo da alpinista, ha dimostrato dei limiti morali che non possono passare inosservati.
    Sempre per rassicurare Fioravanti, aggiungo che un’avventura alpinistica va valutata nel suo impegno globale: umano, morale e tecnico. Tutto concorre in assoluto a stabilirne il valore, incluso e soprattutto quello che lascia in chi la vive, quello che agli occhi degli altri alpinisti dimostra dove si è arrivati e che serve da stimolo a intraprendere nuove avventure. Esattamente come quando Bonatti viveva i suoi “giorni grandi”.
    Stia bene.

  14. Anche io sono stato a una serata di Bonatti, e quando ha iniziato la sua polemica sul K2 e non la finiva più, mi ha dato profondamente dato fastidio. Che hai suoi tempi ci fossero altri che su roccia fossero più bravi di lui è vero. Potremmo dire lo stesso Oggioni che spesso al monte Bianco gli faceva da secondo . Lo dimostrano i diari dello stesso Bonatti dove si leggono annotazioni di vie ripetute dove Oggioni fa sempre da primo. Ma lo dimostrano anche le vie salite da Oggioni dove faceva sempre da primo. Ad esempio  durante la prima ripetizione della via Oppio al Croz dell’Altissimo dove da primo è Oggioni e gli altri tra cui Bonatti sono da secondi.  Però Bonatti aveva di sicuro un carattere più forte rispetto a quello di Oggioni e credo che sulle vie di misto del Bianco , quindi in quota, avesse una testa e un fisico superiore. Ma non è un problema di classifiche di chi faceva il grado più alto, che credo a Bonatti, ma anche ad altri di allora, penso anche a uno come Desmaison, interessasse poco. Quanto piuttosto alla visione di vedere vie e vivere avventure dove altri non vedevano. Ad esempio le 3 vie sul Pilier d’Angle, il Dru, il Cervino lo sperone Whimper. Oppure le invernali ed ancora le solitarie. Ecco in tutte queste vie non credo che a uno cone Bonatti interessare il virtuosismo di come fare il passaggio, quanto piuttosto di vivere l’avventura, la parete,  in un certo stile, nel suo complesso. Come tanti sono rimasto impressionato da Le mie Montagne e dai Giorni Grandi, sono state letture ispiratrici ma non ho mai pensato di eleggere Bonatti a divinità intoccabile. Anche perchè ci sono tanti altri alpinisti che mi hanno suggerito altre strade da seguire, ad esempio uno come Armando Aste che credo sia stato molto diverso da Bonatti. Infatti ho ripetuto  molte più vie di Aste che di Bonatti.

  15. REFUSO chiedo scusa, correggo:
    Porsi di fronte e affrontare un problema, le proprie paure avendo timore di un terzo grado e fare dei piccoli passi avanti magari andando soli e utilizzare la scalata come mezzo e non fine. L’impavido che corre sulle pareti senza che il suo cervello si sia posto profondamente la paura, è un superficiale: uno sportivo. Quando si dice fare qualcosa “per sport” ovvero senza peso.

  16. E’ che si continua a considerare il grande alpinista colui che è più forte su roccia, che alza il grado tecnico di arrampicata tralasciando ciò che rende complessa la scalata. Considerate solo coloro di cui avete sentito parlare perché ha fatto questo ha alzato quello, tecnicamente…ma dopo decenni non avete capito la grandezza di uno come Bonatti o di tanti altri ancora migliori, di chi non considera l’alpinismo uno sport, dove l’aspetto tecnico è semplicemente funzionale a chi non importa nulla di alzare il grado, perché è un semplice aspetto. Porsi di fronte e affrontare un problema, le proprie paure avendo timore di un terzo grado e fare dei piccoli passi avanti. L’impavido che corre sulle pareti senza che il suo cervello si sia posto profondamente la paura magari andando soli e utilizzare la scalata come mezzo e non fine, è un superficiale: uno sportivo. Quando si dice fare qualcosa “per sport” ovvero senza peso. Questo è il perché WB ha abbandonato il l’alpinismo, il vostro. 

  17. Ho avuto occasione di incontrare Bonatti e, pur ammirandolo per le sue imprese alpinistiche, concordo pienamente con l’analisi di Marcello Cominetti

  18. Nelle opinioni su Bonatti qui presenti ci sono quelle di alpinisti, che magari ne hanno percorso le vie, e quelle di simpatizzanti generici assolutamente affascinati dal personaggio. 
    I primi concordano sul fatto che Bonatti ritenesse che il suo alpinismo non potesse essere superato se non con sistemi da lui non accettati, mentre i secondi non ammettono critiche e vedono in Bonatti una specie di divinità intoccabile.
    È ovvio che Bonatti sia stato un grande alpinista tra i migliori del suo tempo, ma è anche vero che su roccia aveva dei suoi contemporanei che erano molto più forti e che la sua bravura fosse tale anche per le sue doti di narratore tese sempre a impressionare e a porre l’uomo alpinista al di sopra di tutti gli altri.
    Personalmente considero i suoi libri: I giorni grandi e Le mie montagne (a casa ho anche tutti i suoi altri) come tra i più belli e ispiratori che io abbia letto quando ancora ero adolescente, ma sul finire degli anni ’70 mi ero già accorto che Bonatti era uno infastidito da chi portava avanti i limiti dell’alpinismo perché ero stato a una sua serata restandone profondamente deluso. Non mi era piaciuto il suo giudizio sui giovani perché non aveva capito invece che per loro, e io ero uno di quelli, lui restava comunque una fonte ispiratrice d’avventura pur non sopportando che qualcuno fosse più bravo di lui.

  19. Alberto benassi
     
    Ha ragione perche’conosce a fondo l’uomo Bonatti Walter e di lui credo che ne abbia lette di cose interessanti e apprezzato il suo modo di agire e di pensare.   MI FA PIACERE CHE QUXLCUNO LO RICORDI COSI’.
     
     
     

  20. Veduta della montagna per nulla miope e riduttiva
    Ognuno vive la montagna secondo  la  propria indole e secondo le proprie aspirazioni 
    Non è obbligatorio essere tassativamente vincolati da norme e standard 
    A mio avviso ,sono soltanto stereotipi  sociali e insignificanti

  21. #17 Sig. Alessandro, giustissimo non andare oltre, però siamo un po’ nel campo della “lana caprina”. Vero che i due testi hanno il pregio di essere coevi (e quindi non c’è un attacco a posteriori), ma converrà che “non c’è alcun attacco personale, polemica comunque mai nata” e “scendere in polemica aperta e pubblica”, non vanno tanto d’accordo. Per stare al mondo verticale di cui lei è un grandissimo, è un verglass su cui scivolano anche le punte anteriore dei ramponi… Con immutata stima.

  22. Nonè pensabile credere che uno come Bonatti non abbia meditato bene la sua decisione di lasciare l’alpinismo. Che poi ha lasciato l’alpinismo estremo, ma non la montagna,  ha continuato a salire alte  cime anche di vulcani in vari continenti. Se non ricordo male anche l’Aconcagua. Suoi suoi libri e articoli aveva motivato la sua decisione di lasciare l’alpinismo estremo e NON mi sembra che alla base di questa decisione ci sia un venir meno di vera passione alpinistica. Uno dei motivi da lui dichiarati è che nel suo stile si sarebbe solo potuto ripetere e non andare oltre, oppure avrebbe dovuto adeguarsi a forme alpinistiche  da lui non condivise. Ci possiamo credere oppure no. Ma questa è stata la sua risposta. Altra ragione furono le forti polemiche in cui era finito a causa dei vari incidenti vedi Pilone, Brenva.  Che poi Bonatti mon e stato solo un alpinista , ma sopratutto un appassionato di avventura a 360 gradi.  Per lui l’alpinismo è stato non un fine ma soprattutto un modo per fare e vivere l’avventura. Ma avrebbe anche potuto essere un navigatore, un esploratore polare, un astronauta.  Sul fatto se oggi, dopo la sua morte,  sia stato giusto pubblicare questa lettera, a cui lui non può controbattere,  anche io ho dei dubbi. E vero che questa lettera è una specie di risposta al suo scritto. Ma è anche vero che se fosse in vita avrebbe potuto rispondere. Sicuramente non era un tipo malleabile e pur essendo a modo suo un innovatore, anche lui era in difficoltà ad accettare i cambiamenti.

  23. Bonatti in tutto ciò che ha fatto non si è mai posto come simbolo, perciò è educativo, perché è un esempio non imposto..
    Educare non è imporsi come migliori, l’Arte non è mai simbolica e la più importante Arte sacra esclude la rappresentazione di dio in quanto dato di fatto perciò totalmente non simbolica ma estatica. Essere nell’estasi nel mentre dell’esecuzione di una propria opera rende a chi la osserva o pensa, l’estasi.
    Praticare il sociale, crearsi una sottocultura di massa è rassicurante e crea delle stabilità, dei punti fermi che alla fine si innalzano a simboli epperciò veri e che sconsigliano autonomamente al singolo di uscirne fuori.
    Come un Alpinista solitario è immerso nell’estasi del suo operare così il gruppo è rassicurato dalla compagnia.

  24. #12, #14, #15. La pubblicazione di questo articolo ha senso se lo vediamo come documento storico. Non ha senso se lo interpetiamo polemicamente. E’ importante osservare che entrambi gli scritti sono dello stesso periodo, pertanto tutto è cristallizzato a quell’epoca, senza che ci sia la volontà di alcuno di “rispondere” oggi. Tra i due “fatti” c’è solo la differenza che uno fu reso pubblico e l’altro no. Ma “fatti” restano entrambi. L’osservazione “Bonatti non può rispondere” sarebbe valida se non ci fosse il suo testo pubblicato su Airone e la lettera non spedita fosse stato il primo documento ad essere pubblicato…

    E in ogni caso qui non c’è alcun attacco personale: la polemica, comunque mai nata, era già “morta” allora.

    Quanto ai “motivi politici” per cui a quel tempo la lettera non partì si possono facilmente intuire: per un’associazione come Mountain Wilderness, appena nata, non era opportuno scendere in polemica aperta e pubblica con un personaggio come Walter Bonatti.

  25. In risposta a Paolo #14, non credo che Manera intendesse dare a Bonatti del conservatore solo “per il fatto di non aver scalato fino a 80 anni e essere uscito da un mondo”  credo invece che che sia abbastanza innegabile per chiunque abbia semplicemente letto molti dei suoi libri, dove si è sempre espresso in difesa dell’alpinismo tradizionale, e dove addirittura per tradizionale affermava intendere “quello degli anni ’30” dei Cassin e Comici. E conservatorismo ovviamente assolutamente confermato dall’articolo si Airone in questione, dove non sembra capire o accettare alcuna forma di evoluzione nell’alpinismo. Mi ricordo peraltro che la dedica di uno dei suoi libri (forse I giorni grandi?) era “a Reinhold Messner, giovane speranza dell’alpinismo tradizionale “, dedica evidentemente di un paio di lustri anteriore alle successive polemiche nei confronti di Reini, reo di aver cambiato metodi ed obiettivi, nella sua evoluzione di alpinista.

  26. Mi associo ad un paio di commenti precedenti. Quali furono i motivi a cui si allude per cui la lettera non venne pubblicata allora?
    Perche pubblicarla ( e quindi spedirla) ora?
    Difficile ora contestualizzare le parole di Bonatti, passati decenni.
     

  27. Commento 12. È quello che ho pensato stamattina presto ma non avevo la capacità di esprimerlo così bene. Perché oggi, marzo 2024, pubblicare questa lettera a cui Bonatti non può rispondere ? Solo per dire che non si condivide oggi il sarcasmo utilizzato allora con lo sfacciatamente eroico e il salgariano. Non certo la miglior idea di Gogna, che stimo e apprezzo molto in tanti interventi, in questo blog. Allora aveva toppato Bonatti profetando, oggi altri, parere assolutamente personale.
    E mi riesce anche difficile capire il commento 10 di Ugo Manera. Come si può accusare Bonatti di essere un conservatore per il fatto di non aver scalato fino a 80 anni e essere uscito da un mondo in cui, sbagliando profezia, ” non si poteva portare il Bianco in Himalaya” ? Non aveva ancora 35 anni, forse aveva valutato di non poter continuare a essere il migliore/tra i migliori, e ha scelto una nuova vita.
    Questo non toglie che mi tolgo tanto di cappello di fronte alla scelta diversa di Manera, alla sua straordinaria attività alpinistica e all’ottima capacità di saperne scrivere.

  28. Anch’io umilmente mi accodo al grande Ugo Manera sottoscrivendo tutto quanto dice. Bonatti nn può essere discusso “alpinisticamente parlando” ma l’impressione è proprio quella di chi pensa un po’ “apres moi le deluge”. E pensare che anche lui è stato un innovatore. Ad esempio mi pare che fosse stato criticato e nn poco nell’ambiente delle Guide di Curma per aver portato clienti su vie nuove, cosa che nessuno faceva. Ma nn riesce a capire l’evoluzione dell’andar per monti e quindi la critica senza ritegno. Ma l’alpinismo (inteso in una accezione omnicomprensiva delle diverse specialità) è un’attività inserita nel contesto sociale e quindi evolve come evolve il contesto di cui è parte. Fisiologia che evolve, materiali innovativi, sponsorizzazioni, nuovi modi di affrontare il mondo verticale (es. il dry-tooling). Tutto cambia. Rimane il piacere di chi ama frequentare (e continua a frequentare …) le terre alte che siano linee estreme o salite al colle del Lys. 
    Devo dire, invece, che sulla parte ambientalista mi ritrovo abbastanza nel pensiero di Bonatti. Ricordo anch’io la manifestazione di Mountain Wilderness nella Vallee Blanche con l’azione temeraria di appendere  lo striscione al famoso “pilone sospeso” e già allora mi era sembrata un’iniziative piuttosto discutibile. Nel senso che proporre lo smantellamento di un impianto come quello equivale, secondo me,  a “partire con il piede sbagliato”. Nel senso che un conto è opporsi alla realizzazione di nuovi trenini di cabine sospesi e un altro conto e manifestare per smantellare quanto già esiste. Credo che il primo obiettivo avrebbe molta più presa anche nell’opinione pubblica proprio in termini di tutela ambientale di spazi attualmente non antropizzati. Chiedere, invece, a gran voce di togliere un impianto esistente costato soldi, fatica e che già produce un impatto positivo a livello economico (altrimenti lo avrebbero già chiuso) equivale a sbagliare il bersaglio della protesta. Significa inimicarsi le popolazioni locali che beneficiano delle ricadute economiche di quell’impianto e anche l’opinione pubblica in generale in qualità di reali o potenziali utenti dell’impianto in questione. Un “ambientalismo d’assalto” che mi ricorda certi approcci ideologici alla transizione energetica che, credo, costeranno qualche voto nelle prossime elezioni europee …

  29. In tutto questo c’è un errore di metodo, pubblicare nel 2024 una lettera che riguarda una persona che non può replicare in quanto deceduta. Bisognava trovare un modo adeguato per discuterne nel 1989, non ora. Qualunque posizione è ingiudicabile quando l’approccio è così “sbagliato”
     

  30. Mi associo, per quanto valore possa avere, al commento 10 di Manera.
    Ciao.

  31. Nel 1980, in un articolo che fece rumore scrivevo:
    “…. Grandi scalatori hanno interrotto l’attività ed abbandonato l’alpinismo di punta quando erano al vertice scagliando fulmini contro l’ingratitudine umana ed il mondo dell’alpinismo. Mi vengono invece in mente casi come quello di Francesco (Cichin) Ravelli che, dopo una vita di alpinismo, a 90 anni suonati, saliva ancora con immutato entusiasmo al colle del Lis nel Rosa ed al Rocciamelone. Nessuno può negare che Cichin, ai suoi tempi, sia stato un grande alpinista di avanguardia…..
    E’ chiaro a quale grande alpinista mi riferissi.
    Bonatti in un suo libro scrive che l’obiettività impone chiarezza, egli era il migliore.
    Condivido anch’io che l’obiettività impone chiarezza, ed allora mi viene da considerare, senza toglier nulla al valore delle sue imprese, che Bonatti era in fondo un conservatore che è rimasto fermo ai suoi tempi e non ha più seguito quasi nulla dell’evoluzione dell’alpinismo e della scalata, limitandosi a lanciare strali verso un mondo al quale lui non apparteneva più e che nella sua evoluzione gli diveniva sempre più sconosciuto.
    Io credo che chi ha l’alpinismo nel sangue lo segue e lo apprezza per tutta la vita anche se non fa più parte della ribalta del primo piano

  32. belle domande interrogativi penso che si debba partire dalla famiglia e dalla scuola mettendoci dentro dove sei nato, e dura già l’essere umano è pigro,pauroso, fragile,stanco, poi arriva un altro essere umano che sfrutta tutto questo per fare soldi e dettare condizioni non credo ci sia ritorno ma no e detto che tutti debbano seguire la stessa via
     

  33. Noi siamo dell’opinione che handicappati ed anziani dovrebbero essere assistiti nei loro problemi quotidiani di solitudine e di metropolitane inagibili prima che pensare a loro come possibili viaggiatori (paganti) di una funivia platealmente inutile (Bonatti fa finta di non sapere che il Monte Bianco lo si può già ben vedere dall’Aiguille du Midi o dal rifugio Torino).La stessa cosa che ho pensato quando qualcuno ha chiesto ed ottenuto di sbancare un sentiero sulla sinistra idrografica della Val di Mello , affinchè i disabili potessero essere condotti fino alla Rasega o giù di lì.Io non ho  il “calibro” tecnico e di performance per stabilire dove gli “aiutini” andrebbero interrotti o le protezioni rimosse : mi limito ad osservare che un disabile che arriva alla Rasega potrebbe desiderare andare in Pioda , in Cameraccio , al Kima o sul Disgrazia.Allora asfaltiamo tutto ?Non ho una risposta , perchè da arrampicatore merendero , quando trovo una buona sicurezza sono contento , però penso che gente molto meglio di me , come diceva R.M. in “Settimo grado” abbia tutto il diritto di non trovarsi tutte le montagne colonizzate da aiutini per i merenderos , io per quanto mi riguarda ho da arrampicare con quello che c’è per 10 vite.Ogni tanto parlando di impianti e funivie mi viene un dubbio di coerenza : a parlare al bar sono bravo e critico le funivie e i nuovi impianti , però non di rado li uso per addomesticare salite che forse non sarebbero alla mia portata : io il Bianco da valle non l’ho mai fatto , meno che mai con la ferraglia per arrampicare.

  34. La corenza non si è mai vista. A dire di più non ce la faccio proprio.

  35. Il tutto alla luce dei giorni nostri e degli ultimi fatti diviene incommentabile.

  36. Bisognerebbe avere come obiettivo politiche di segno contrario, partendo dai bisogni delle persone, che non coincidono affatto con lo spreco di risorse economiche e ambientali. E invece abbiamo Messner che ci insegna che “le montagne sono un dono”. Messner non si rende conto che ha fatto più presa, tra la gente, quando diceva “purissima e levissima”, ma continua a fare le sue prediche al vento, chissà, magari un giorno andrà a predicare anche agli operai dell’impresa Pizzarotti. Quegli operai hanno sin d’ora tutta la mia solidarietà.  E infine, qui abbiamo un Bonatti che ci tiene a dire che “la sponsorizzazione è un fenomeno in sé tutt’altro che condannabile, anzi prezioso se ben usato, ed è anche antico”. Io a tutti quelli come Bonatti – speriamo che non venga giù il cielo, che sto bestemmiando – io a questi qui li invito a correre dietro agli sponsor, è un mestiere antico anche quello e non c’è di che vergognarsi, ma che si astengano, finalmente, dal pontificare sulla secolarità dei larici. Non abbiamo bisogno dei vostri insegnamenti. Alleluia.

    Di opportunismo ce ne è in abbondanza . Mentre  la corenza scarseggia.

  37. Ecco qui la seconda cosa che volevo proporre (faccio seguito al mio commento, nr. 2 nel thread), la visione di questo documentario: https://www.youtube.com/watch?v=BrmKoU2Oe5I
     
    Lasciate perdere che l’editor è Patagonia (Patagonia secondo me fa tante cose positive ed è un esempio da seguire, ma il punto non è questo e so che tanti non sono d’accordo: amen). Il messaggio di fondo di questo film è che bisogna arrivare a una policy, a una politica. Questo è il punto.
     
    Andate al minuto 31:30, dove si parte dal dire che molti atleti, molti alpinisti – e molti brand dell’outdoor – si fanno promotori di uno stile di vita “sostenibile”. La protagonista di questo film si chiama Molly Kawahata e qui quello che dice è che questi alpinisti cercano di ridurre il proprio impatto in termini di emissione di CO2 (“trying to get serious about their carbon footprint”). Allora, dice ancora, “ho fatto finta di essere un’operaia residente all’ombra di una raffineria a Richmond, California, e ho calcolato (con un simulatore sviluppato a Berkley, non lontano da Richmond) il mio impatto sul riscaldamento globale”. E qui il simulatore comincia a consigliar all’operaia di isolare la sua abitazione, acquistare un’auto elettrica ecc. ecc. e Molly a un certo punto dice: “the carbon footprint is a joke”, ma non nel senso che tanti cospirazionisti vorrebbero leggere (tra i commentatori di questo blog i cospirazionisti sono uno su due). Non sta dicendo che “il riscaldamento globale è uno scherzo”. Sta dicendo che l’impatto personale calcolato sulle persone è uno scherzo – “the blame onto the end users” – perché come si fa a prescrivere a un’operaia di comprarsi l’auto elettrica. Sta dicendo che questo scherzo lo hanno architettato bene e questa non è una teoria del complotto. Perché alla fine questo si traduce in policy, in politica. Perché ad un certo punto l’auto elettrica diventa obbligatoria.
     
    Ora, io agli esperti di “connessioni tra criticità”, gli entusiasti del “sono tutte facce della stessa medaglia”, io a queste persone vorrei far notare che sì, sono proprio tutte facce della stessa medaglia, nel senso che alla fine chi resta fregata è sempre l’operaia di Richmond, che sia per l’obbligatorietà dell’auto elettrica, che sia per l’obbligatorietà di stracciare cento milioni di euro in nome del sogno olimpico, o che sia nello stabilire a spanne i limiti di tolleranza degli inquinanti nell’acqua. Sono tutte politiche.
     
    Bisognerebbe avere come obiettivo politiche di segno contrario, partendo dai bisogni delle persone, che non coincidono affatto con lo spreco di risorse economiche e ambientali. E invece abbiamo Messner che ci insegna che “le montagne sono un dono”. Messner non si rende conto che ha fatto più presa, tra la gente, quando diceva “purissima e levissima”, ma continua a fare le sue prediche al vento, chissà, magari un giorno andrà a predicare anche agli operai dell’impresa Pizzarotti. Quegli operai hanno sin d’ora tutta la mia solidarietà. 
     
    E infine, qui abbiamo un Bonatti che ci tiene a dire che “la sponsorizzazione è un fenomeno in sé tutt’altro che condannabile, anzi prezioso se ben usato, ed è anche antico”. Io a tutti quelli come Bonatti – speriamo che non venga giù il cielo, che sto bestemmiando – io a questi qui li invito a correre dietro agli sponsor, è un mestiere antico anche quello e non c’è di che vergognarsi, ma che si astengano, finalmente, dal pontificare sulla secolarità dei larici. Non abbiamo bisogno dei vostri insegnamenti. Alleluia. 

  38. Ieri con il clamore della stampa Valentina  Cafolla ha stabilito un record mondiale nuotando in apnea per 140 metri sotto il lago di Anterselva, dove però lo spessore del ghiaccio è diminuito per i cambiamenti climatici. Poi ha dichiarato: “È evidente che l’inquinamento ambientale sta impattando in modi pesante anche sui laghi di montagna” (“Corriere dells sera”  29.2.2024), senza rendersi conto che l’inquinamento sportivo è molto peggio. Dopo 35 anni le imprese di Bonatti sembrano più innocenti, ma i nuovi eroi diventano più inquietanti.

  39. Un po’ come gli eschimesi hanno tante parole per dire “neve”, così gli americani ne hanno almeno tre per dire “resistenza”: dicono endurance per intendere la capacità di persistere, di andare avanti in una situazione di stress; dicono strength per intendere la capacità di opporsi alla pressione, o all’oppressione; e dicono resistance per intendere il rifiuto. In Italia invece ci sono solo due varianti: resistenza e Resistenza. La seconda, con la R maiuscola, può essere intesa come fatto storico o anche, per estensione, come azione di lotta nel presente, purché sia partecipata e duratura. Estensione mia, beninteso: se ci mettiamo dentro endurance, strength e resistance e la partecipazione della gente, abbiamo un’azione di Resistenza. 
     
    L’articolo che volevo segnalare ieri (e che non riuscivo a ritrovare) è questo: https://www.lipperatura.it/lo-spettacolo-che-siamo-diventati/
    In un passaggio di questo scritto, di cui consiglio la lettura, Loredana Lipperini sostiene che “nessuna battaglia si conduce da personaggi: non una duratura, almeno”. Sono molto d’accordo. 
     
    Certo, sarebbe stato bellissimo se lo scontro titanico Messner-contro-Bonatti si fosse giocato a suon di scalate. Un po’ meno bello è vedere come questi titani prendono posizione all’interno delle lotte ambientaliste. Non c’è solo Bonatti che predica “cultura, educazione”, c’è anche Messner che, al tempo del vomitevole concerto di Jovanotti a Plan de Corones, dichiarava: “abbiamo ricevuto in dono le montagne, e dobbiamo imparare a rispettarle per ciò che rappresentano”. Messner come portatore di una verità assoluta e universale, Mountain Wilderness che spettacolarizza la lotta perché “quale miglior educazione dell’esempio, del simbolo” e Bonatti che li accusa, tonante (perché Bonatti is God), di “vuoto d’interesse verso l’ambiente sociale”.
     
    Nel frattempo l’ambiente sociale si alza tutte le mattine alle sei per andare a lavorare, ignaro probabilmente della battaglia di lettere, contro-lettere e lettere-mai-spedite che si combatte sopra la sua testa.
     
    (ho una postilla a quello che ho scritto, ma la pubblico in un secondo commento, perché se metto due link il blog mi sottopone automaticamente a moderazione)

  40. Purtroppo è il  degrado inarrestabile, non il progresso assieme alla vecchia abitudine di salire tutti sui pulpiti a predicare…me’ compreso.

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