Lettera di “Gran Capo Seattle”

Lettera di “Gran Capo Seattle”
(che guidava le tribù Duwamish e Squamish) nel 1854)
di Gran Capo Seattle
(pubblicato su bioregionalismo-treia.blogspot.com il 28 novembre 2022

Come potete acquistare o vendere il cielo, il calore della terra? L’idea ci sembra strana. Se noi non possediamo la freschezza dell’aria, lo scintillio dell’acqua sotto il sole come è che voi potete acquistarli? Ogni luogo di questa terra è sacro per il mio popolo. Ogni lucente ago di pino, ogni riva sabbiosa, ogni lembo di bruma dei boschi ombrosi, ogni radura ogni ronzio di insetti è sacro nel ricordo e nell’esperienza del mio popolo. La linfa che cola negli alberi porta con sé il ricordo dell’uomo rosso. Noi siamo una parte della terra, e la terra fa parte di noi. 

I fiori profumati sono i nostri fratelli, il cavallo, la grande aquila sono i nostri fratelli, la cresta rocciosa, il verde dei prati, il calore dei pony e l’uomo appartengono tutti alla stessa famiglia. Quest’acqua scintillante che scorre nei torrenti e nei fiumi non è solamente acqua, per noi è qualcosa di immensamente significativo: è il sangue dei nostri padri. I fiumi sono nostri fratelli, ci dissetano quando abbiamo sete. I fiumi sostengono le nostre canoe, sfamano i nostri figli. 

Se vi vendiamo le nostre terre, voi dovrete ricordarvi, e insegnarlo ai vostri figli, che i fiumi sono i nostri e i vostri fratelli e dovrete dimostrare per fiumi lo stesso affetto che dimostrerete ad un fratello. 

Sappiamo che l’uomo bianco non comprende i nostri costumi. Per lui una parte di terra è uguale all’altra, perché è come uno straniero che arriva di notte e alloggia nel posto che più gli conviene. La terra non è suo fratello, anzi è suo nemico e quando l’ha conquistata va oltre, più lontano. Tratta sua madre, la terra, e suo fratello, il cielo, come se fossero semplicemente delle cose da acquistare, prendere e vendere come si fa con i montoni o con le pietre preziose. Il suo appetito divorerà tutta la terra e a lui non resterà che il deserto. 

Non esiste un posto accessibile nelle città dell’uomo bianco. Non esiste un posto per vedere le foglie e i fiori sbocciare in primavera, o ascoltare il fruscio delle ali di un insetto. Ma forse è perché io sono un selvaggio e non posso capire. Il baccano sembra insultare le orecchie. E quale interesse può avere l’uomo a vivere senza ascoltare il rumore delle capre che succhiano l’erba o il chiacchierio delle rane, la notte, attorno ad uno stagno?

Io sono un uomo rosso e non capisco. Il pellerossa preferisce il dolce suono del vento che slanciandosi come una freccia accarezza la faccia dello stagno, e preferisce l’odore del vento bagnato dalla pioggia mattutina, o profumato dal pino pieno di pigne. 

L’aria è preziosa per l’uomo rosso, giacché tutte le cose respirano con la stessa aria: le bestie, gli alberi, gli uomini tutti respirano la stesa aria. L’uomo bianco non sembra far caso all’aria che respira. Come un uomo che impiega parecchi giorni a morire resta insensibile alle punture. Ma se noi vendiamo le nostre terre, voi dovrete ricordare che l’aria per noi è preziosa, che l’aria divide il suo spirito con tutti quelli che fa vivere. Il vento che ha dato il primo alito al Nostro Grande Padre è lo stesso che ha raccolto il suo ultimo respiro.

E se noi vi vendiamo le nostre terre voi dovrete guardarle in modo diverso, tenerle per sacre e considerarle un posto in cui anche l’uomo bianco possa andare a gustare il vento reso dolce dai fiori del prato. Considereremo l’offerta di acquistare le nostre terre. Ma se decidiamo di accettare la proposta io porrò una condizione: l’uomo bianco dovrà rispettare le bestie che vivono su questa terra come se fossero suoi fratelli. 

Che cos’è l’uomo senza le bestie? Se tutte le bestie sparissero, l’uomo morirebbe di una grande solitudine nello spirito. Poiché ciò che accade alle bestie prima o poi accade anche all’ uomo. Tutte le cose sono legate tra loro. 

Dovrete insegnare ai vostri figli che il suolo che essi calpestano è fatto dalle ceneri dei nostri padri. Affinché i vostri figli rispettino questa terra, dite loro che essa è arricchita dalle vite della nostra gente. Insegnate ai vostri figli quello che noi abbiamo insegnato ai nostri: la terra è la madre di tutti noi. Tutto ciò che di buono arriva dalla terra arriva anche ai figli della terra. Se gli uomini sputano sulla terra, sputano su se stessi. Noi almeno sappiamo questo: la terra non appartiene all’uomo, bensì è l’uomo che appartiene alla terra. 

Questo noi lo sappiamo. Tutte le cose sono legate fra loro come il sangue che unisce i membri della stessa famiglia. Tutte le cose sono legate fra loro. Tutto ciò che si fa per la terra lo si fa per i suoi figli. Non è l’uomo che ha tessuto le trame della vita: egli ne è soltanto un filo. Tutto ciò che egli fa alla trama lo fa a se stesso. C’è una cosa che noi sappiamo e che forse l’uomo bianco scoprirà presto: il nostro Dio è lo stesso vostro Dio. 

Voi forse pensate che adesso lo possedete come volete possedere le nostre terre ma non lo potete. Egli è il Dio dell’uomo e la sua pietà è uguale per tutti: tanto per l’uomo bianco quanto per l’uomo rosso. Questa terra per lui è preziosa. Dov’è finito il bosco? E’ scomparso. Dov’è finita l’aquila? E’ scomparsa. E’ la fine della vita e l’inizio della sopravvivenza.

5
Lettera di “Gran Capo Seattle” ultima modifica: 2023-01-22T04:22:00+01:00 da GognaBlog

11 pensieri su “Lettera di “Gran Capo Seattle””

  1. 11
  2. 10
    lorenzo merlo says:

    Le versioni ci sono sempre tutte.
    Ognuno prende la sua.

  3. 9
    Fabio Bertoncelli says:

    Continuando di questo passo, prima o poi si arriverà a un punto tale che, prima di parlare, i bianchi dovranno chiamare l’imbianchino per farsi dare una mano di colore.
     
    Beninteso, colore “politicamente corretto”.

  4. 8
    Giuseppe Balsamo says:

    @7
    Guarda che io non sono minimamente entrato nel merito del contenuto (che potrei anche condividere), ma ho solo fatto presente che attribuire la c.d. lettera a “Gran Capo Seattle” è un falso accertato.
    Mi sembra il minimo del rispetto dovuto a “Gran Capo Seattle”, al suo popolo e a chi si riconosce in quelle parole.
    Se esse risultano impoverite solo perchè non sono state scritte da “Gran Capo Seattle” ma da uno sceneggiatore americano bianco, allora per me qui abbiamo un problema.

  5. 7
    lorenzo merlo says:

    Impoverire la vita. 
    Progredito.

  6. 6
    Giuseppe Balsamo says:

    Anch’io.
    Peccato che il “Gran Capo Seattle” questa c.d. lettera non l’abbia mai scritta, e il contenuto riportato sia in buona parte il frutto di uno sceneggiatore americano (non nativo e, per giunta, bianco 🙂 ).

  7. 5
    Alberto Benassi says:

    Ho sempre avuto una grande ammirazione e rispetto per il popolo rosso. 
    Abbiamo tanto da imparare.

  8. 4

    Ecco, io vivo proprio così!
     
    E i bianchi hanno sterminato i pellerossa proprio perché erano così. 
    Così sicuri di loro che il bianco aveva paura.
    L’unione fa la forza solo per chi non ne possiede.

  9. 3
    roberta trucco says:

    bellissima. l’avevo già letta ma sono felice che continui a circolare.  la caratteristica che unisce i saperi ancestrali delle popolazioni indigene e che fa parte anche del nostro sapere, che però abbiamo deciso di abbandonare, è tutta racchiusa in questa frase ” Tutte le cose sono legate fra loro come il sangue che unisce i membri della stessa famiglia. Tutte le cose sono legate fra loro. Tutto ciò che si fa per la terra lo si fa per i suoi figli. Non è l’uomo che ha tessuto le trame della vita: egli ne è soltanto un filo. Tutto ciò che egli fa alla trama lo fa a se stesso. C’è una cosa che noi sappiamo e che forse l’uomo bianco scoprirà presto: il nostro Dio è lo stesso vostro Dio. ” io sono convinta che possiamo ancora resvegliare questo nostro sapere viscerale e cambiare rotta accettando che ci guidi in questo cammino chi questo legame con il sapere ancestrale lo ha tenuto vivo nonostante il “progresso”. 

  10. 2
    Massimo Dapelo says:

    – tragicamente illuminante sulla strada che abbiamo intrapreso; ma era solo un selvaggio, noi procediamo dritti misurando il benessere con il PIL …

  11. 1
    lorenzo merlo says:

    Non è una bella favola.
    È una prospettiva di vita.
    Una concezione del mondo.
    Quella che abbiamo oggi, se pare la sola possibile, o la migliore tra tutte, non è altro che un’espressione del dominio del male.
    Progredite!

La lunghezza massima per i commenti è di 1500 caratteri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.