Il 15 marzo 1852, in una sala di Piccadilly, Albert Smith presenta al pubblico londinese un diorama sulla sua ascensione alla cima più elevata delle Alpi. La città impazzisce: lo spettacolo ha un successo immenso e, nel volgere di qualche anno, verrà replicato per ben duemila volte, facendo provare a tutti le “emozioni” di una salita tra i ghiacciai.
Lo spettacolo del Monte Bianco
di Paola Mazzarelli
(pubblicato su Rivista della Montagna n. 175, aprile 1995)
Chamonix, agosto 1851. Le nebbie che da giorni coprono le montagne finalmente si disperdono, al tramonto le vette appaiono in tutto il loro splendore. «Voilà le beau temps qui vient», grida l’eccellente Monsieur Tairraz, proprietario dell’Hotel de Londres, agli ospiti ringalluzziti. Subito fervono i preparativi. Domani, tra due ali di curiosi, ragazzini entusiasti, fidanzate delle guide sventolanti fazzoletti, quattro signori inglesi, sedici guide e l’usuale corteo di portatori, accompagnatori volontari e mulattieri partiranno per il Monte Bianco.
Non che questo sia spettacolo del tutto insolito. Il mondo sta rapidamente mutando: a Chamonix sorgono nuovi alberghi, la ferrovia Parigi-Digione arriva fino a Chalon, da Londra a Ginevra ci vogliono solo 46 ore di viaggio, da Londra a Chamonix 56, soste comprese. Il Monte Bianco attira i turisti. Se fino all’inizio del secolo gli ardimentosi che avevano calcato la vetta si contavano sulle dita di una mano e non molti di più si erano spinti lassù nei successivi vent’anni, nell’ultimo quarto di secolo le spedizioni sono andate intensificandosi: sono ormai cinquantasette dalla storica impresa di Balmat e Paccard. Ma a Chamonix hanno capito che si è solo all’inizio…
L’avventura è pur sempre temibile: nessuno parte a cuor leggero, molti tornano a valle variamente sofferenti, i più fanno testamento prima di partire, parecchi sono respinti dal freddo, dalla quota e dallo spavento, qualcuno riporta lesioni durevoli. Ma c’è già chi tende a sdrammatizzare. «Chiunque conduca vita sana e attiva, sia uso alla corda, abituato a usare le braccia e dotato di buoni polmoni, può compiere la salita senza difficoltà», dichiara a uno dei nostri quattro inglesi il signor Erasmus Galton, che la vetta ha toccato nel 1850. Galton consiglia una dieta che certo non appesantisce: in due giorni ha consumato un pezzetto di pollo, una zolletta di zucchero bagnata nel brandy, due prugne, una manciata d’uva secca, un poco d’aceto di lampone diluito in acqua. E poi, cos’è quella mania di andare attorno con un intero guardaroba addosso? Che oltre tutto è uno dei motivi per cui in alta quota si respira male! Il signor Galton raccomanda di indossare sotto gli abiti normali due maglie e due paia di mutandoni di lana uno sull’altro, e sopra a tutto un leggero soprabito estivo e un berretto da notte. Questo è quanto – senza dimenticare le calze di lana, naturalmente.
L’interlocutore lo ascolta e pensa che sono certo le guide a insistere sulla gran pericolosità dell’impresa: tutta pubblicità per Chamonix. I clienti, poi, una volta compiuta l’ascensione, si guardano bene dallo smentirne la fama di terribilità, anzi corrono a casa a raccontare l’avventura sulle pagine dei giornali e agli amici raccolti attorno al fuoco, infiorandola di mille particolari… Sì, lui, Albert Smith, sa bene come funzionano queste cose. Di pubblicità, di racconti da tener col fiato sospeso, di spettacolo se ne intende parecchio…
L’inizio della storia
Non è la prima volta che Smith viene a Chamonix. C’è stato nel 1838, l’anno della gloriosa salita di Mademoiselle Henriette d’Angeville, «che sulla vetta si fece sollevare sulle spalle delle guide per dire ch’era stata più in alto di tutti». Aveva ventidue anni, entusiasmo da vendere, soldi pochini e studiava medicina a Parigi. Gli altri viaggiatori, dentro la carrozza, tiravano le tendine per ripararsi dal sole e dall’aria e non vedevano nulla, lui viaggiava sul tetto, insieme ai bagagli, beveva e cantava con il postiglione e ammirava il panorama. Si accompagnava a un francese che «girava tutta Europa con due camicie e un pettine da tasca». A St. Martin avevano incontrato Victor Tairraz, «fratello di una guida del Monte Bianco», proprietario dell’Hotel de Londres di Chamonix, sul cui pieghevole «sono raccolte in un unico panorama tutte le cime della catena del Monte Bianco che si possono vedere in ogni direzione della bussola, come a dire ciò che si vede da tutte le finestre dell’albergo, quelle della facciata, quelle del retro e quelle ai lati». Loro avevano dichiarato che erano troppo poveri per scendere in un albergo tanto famoso. Tairraz aveva risposto che per pochi spiccioli potevano sistemarsi nelle soffitte.
Quella volta Smith aveva dovuto accontentarsi di guardare il Monte Bianco da lontano. La salita era proibitiva per uno studente squattrinato.

Smith sogna quella vetta da quando, ragazzino, ha avuto tra le mani The Peasants of Chamouni, un libriccino acquistato dal padre al mercato di Soho, che raccontava «con discreto carattere di verosimiglianza» la storia della tragica spedizione del dottor Joseph Christian Hamel nel 1820, durante la quale tre guide avevano perso la vita in una valanga. Da allora ha letto tutto quello che ha potuto su Chamonix e il Monte Bianco, dai quattro volumi del Voyage dans les Alps di Horace-Bénédict De Saussure al resoconto dell’ascensione del capitano Markham Sherwill e del dottor Edmund John Clark (nel 1825), all’inimitabile Narrative of an Ascent to the Summit of Mont Blanc di John Auldjo (1827), illustrato da litografie che hanno acceso la sua immaginazione. Proprio da Auldjo aveva tratto un «piccolo panorama scorrevole degli orrori del Monte Bianco» da mostrare all’unico suo pubblico del tempo, la sorellina minore, docile e incline a lasciarsi facilmente impressionare.
Tornato dal viaggio, lo attende una professione che non lo appassiona nella cittadina del Surray, dove pratica il padre chirurgo. Smith rimpiange il Quartiere Latino, i vagabondaggi senza un soldo in tasca, il trambusto, gli stimoli, la vivacità di una grande capitale. E continua a sognare il Monte Bianco. Una sera, annoiato dall’opacità della vita di provincia, tira fuori i vecchi disegni che facevano impallidire la sorellina, li ricopia in scala, ingrandendoli, li modifica, li abbellisce con «tali luci audaci e ombre e cieli striati dal tramonto da vergognamene, riguardandoli in seguito, non poco» e con un falegname mette a punto un semplice meccanismo che consente di farli scorrere uno dopo l’altro davanti agli spettatori. «E con i brani più interessanti del racconto di Auldjo e qualche interpolazione personale montai una conferenza che ebbe nella nostra cittadina grande successo… Così, per due anni, con le mie Alpi dentro una scatola, tenni conferenze presso le varie società letterarie dei dintorni…».
È l’epoca dei club, delle associazioni, delle società scientifiche e letterarie, l’epoca del giornalismo, della divulgazione, della scienza amatoriale: la nuova borghesia, che dopo il potere economico sta conquistando il potere politico, è affamata di “cultura”. Sono gli anni del passaggio dall’aristocrazia alla democrazia, dalle élites alle masse: in tutti i campi. Piacciono il realismo, le conquiste della scienza e della tecnica, la pretesa di verosimiglianza, ma anche i toni esasperati, le emozioni forti, i sentimenti romantici…
«Mio fratello ed io attraversavamo le campagne in calesse, con il Monte Bianco sul sedile posteriore; eravamo ricevuti, con la diffidenza che solitamente accoglie i professori itineranti, dall’inserviente che spazzava i pavimenti dell’istituzione di turno… Ricordo quella cella di condannato che era la “Direzione”, dove si trascorrevano gli ultimi dieci minuti prima di salire sul palco, con la melanconica brocca d’acqua prima, il vassoio di dolci assortiti e la bottiglia di Marsala dopo. Ricordo che il calore delle mie lampade a volte dissaldava i lumi che stavano appesi sopra, provocando improvvisi tramonti e cascate di petrolio al momento meno opportuno; che mio fratello teneva un mozzicone di candela acceso dietro la luna sui Grands Mulets (scena che riscuoteva sempre grandi applausi); che la diligenza passando sopra un ponticello a volte si rovesciava…».
È l’inizio di una carriera. Abbandonata la professione medica, Smith si trasferisce a Londra e riprende la vita di bohème degli anni parigini. Frequenta i locali dove si riuniscono gli artisti, conosce scrittori, giornalisti, gente di teatro. Si lega ai Keeley, famiglia di teatranti che nel 1844 rileva il decaduto Lyceum Theatre e per qualche tempo (grazie anche agli spettacoli di Smith) gode di grande popolarità; collabora al recentissimo Punch e a diversi altri giornali; produce romanzi, articoli, parodie, commedie, adattamenti teatrali, traduzioni, pantomime. Veste in modo stravagante, ama le locande e le serate conviviali; tutte le mattine suona la cornetta, tutte le sere fa tardi. È amico di Charles Dickens, che ammira il suo talento teatrale e la sua vena comica. Incontra spesso William Makepeace Thackeray, che però non lo può soffrire, lo trova troppo volgare, troppo poco raffinato per i suoi gusti. Il pubblico ai suoi spettacoli invariabilmente applaude. Thomas Carlyle, John Ruskin e l’establishment letterario lo detestano. A molti non piace la straordinaria facilità con cui Smith produce ciò che piace alla gente.

Nel 1844 incontra Phineas Taylor Barnum in tournée in Inghilterra con il suo preziosissimo Tom Thumb, un nano così famoso da essere ricevuto a Buckingham Palace. Barnum vuole acquistare mostruosità e stranezze inglesi da portare in America. Smith lo accompagna a fiere e mercati. Barnum gli rivela trucchi del mestiere e metodi pubblicitari. Prima di partire gli dice: «Se un uomo non riesce a battere se stesso nella corsa, non farà mai strada; se non fa strada, è finito». Smith non dubita che il successo dipenda dall’auto-promozione: in un’epoca in cui i giornalisti non firmano quasi mai i propri pezzi, lui insiste perché il suo nome compaia sempre in calce agli articoli e sulle locandine del teatro. E che sia ben visibile!
La spedizione
Quando dunque si appresta a scalare il Monte Bianco, Albert Smith è un uomo noto. Tant’è vero che i tre studenti di Oxford incontrati in albergo, che sono a Chamonix per lo stesso motivo, dopo l’iniziale diffidenza, accettano con entusiasmo di formare spedizione unica con il “famoso autore”. I tre giovanotti appartengono alla migliore società britannica, William Edward Sackville West è imparentato nientemeno che con il duca di Dorset. Sono atletici, giovani d’anni, ben allenati. Smith lo è un po’ meno, essendo giunto a Chamonix «direttamente dalla scrivania». Ciò nonostante, munito di ghette imprestategli da Monsieur Tairraz e di un paio di giarrettiere rosse fornite da Madame Tairraz, di un bastone a cui per l’occasione ha fatto cambiare il puntale e di un velo verde nuovo fiammante per proteggersi gli occhi, il “famoso autore” è pronto alla partenza. La sera affida documenti e denaro all’amico William Beverley, raccomandandogli con un tremito nella voce, secondo la migliore tradizione, letteraria e non, di «portarli a casa mia se non fossi tornato».
In verità la spedizione si svolge senza incidenti. Tutto è perfettamente organizzato, le vettovaglie (dimenticate le indicazioni dietetiche del signor Galton) sono adeguate al numero di partecipanti, le bevande non mancano, le lucerne funzionano. Unico inconveniente, che peraltro non turba il buon umore, ma solo le buone maniere: sono state dimenticate le posate.
La comitiva sosta alla Pierre Pointue, fa colazione alla Pierre à l’Échelle, dove le guide lasciano la famosa scala che serve per passare i crepacci del Glacier des Bossons, supera perigliosamente la tormentata confluenza di questo con il Glacier du Tacconay, si arrampica sulle rocce dei Grands Mulets, dove si usa passare la notte. Qui infatti Smith e compagni sostano. Mangiano, bevono, lanciano le bottiglie vuote sul ghiacciaio sottostante – divertimento che costerà caro, perché al ritorno l’albergatore metterà in conto tutti i vetri – accendono il fuoco, cantano e finalmente si addormentano sotto le stelle. Tutto insomma fila liscio. Il Grand Plateau è come sempre illuminato dalla luna, il Mur de la Côte è come sempre spaventosamente erto e pericoloso, sulla vetta come sempre si brinda e ci si stringe la mano. Smith per la verità è arrivato trascinandosi, non troppo dignitosamente, a quattro zampe e in vetta si è addormentato di botto; ma anche il supremo spossamento rientra nella tradizione. Come pure l’illimitata veduta che si gode dalla vetta, gli sdruccioloni in discesa, l’accoglienza calorosa dei paesani e dei turisti giù a Chamonix, gli spari a salve, lo sventolio di fazzoletti delle signore affacciate alle finestre, gli hurrà degli uomini, i fiori, lo champagne…
«Avevamo conosciuto tutte le meraviglie e gli orrori dell’universo di ghiaccio nei loro più stravaganti aspetti; avevamo guardato panorami di natura così strana e meravigliosa che non potevamo sperare di vedere mai più; avevamo lottato con tutte le nostre fibre e la nostra energia per compiere un’impresa di grandissimo, incessante pericolo e difficoltà… e avevamo vinto! (Albert Smith, The Story of Mont Blanc, Londra 1853)».
Alla partenza e all’arrivo della spedizione assiste, con sommo sdegno, un illustre conterraneo dei quattro impavidi inglesi. John Ruskin ha trentadue anni (tre meno di Smith), ha già pubblicato opere che lo confermano tra gli intellettuali più brillanti del tempo, le sue pagine sulla pittura, sull’architettura, sui paesaggi d’Europa segnano il gusto di un’epoca e, suo malgrado, daranno occhi alle masse che si apprestano a seguire le sue orme. Sulle tracce di Joseph Mallord William Turner ha percorso in lungo e in largo la Svizzera e le Alpi, è da tempo un habitué di Chamonix, crede che le montagne, «cattedrali della terra», esistano per instillare nel cuore dell’uomo ammirazione e stupore di fronte all’opera meravigliosa di Dio e che scalarle sia atto blasfemo. Tra non molto tuonerà contro quanti «delle nevi eterne fanno terreno di gioco». Per ora si accontenta di scrivere al padre: «C’è stata una salita londinese al Monte Bianco [lui dice cockney: termine dispregiativo, che indica la Londra popolana e ignorante] della quale credo sentirete presto parlare». Infatti…
Il diorama del Monte Bianco
Il 15 marzo 1852, all’Egyptian Hall di Piccadilly, la più famosa sala d’esposizione londinese, il pubblico assiste alla prima del diorama Mr Albert Smith’s Ascent of Mont Blanc. Lo spettacolo avrà duemila repliche, farà guadagnare all’autore più di 30mila sterline e «certo continuerebbe ancor oggi, se Albert Smith fosse ancora vivo», scrive Whymper nella sua guida al Monte Bianco, pubblicata più di quarant’anni dopo.
Sul palco decorato con tipiche piante alpine, Smith commenta le vedute che passano sotto gli occhi degli spettatori. Nell’ingresso, in degna cornice, sta l’attestato della sua impresa, firmato da tutte le guide.
Lo spettacolo si articola in tre parti, il viaggio da Londra a Ginevra, la salita sul Monte Bianco, il soggiorno a Parigi. Smith racconta con garbo e naturalezza, come in una piacevole serata tra amici, ogni tanto canta una canzoncina comica, impersona certi turisti incontrati per via, ne illustra i tic, le manie, i ridicoli tentativi di parlare francese… Le vedute dipinte da Beverley affascinano gli spettatori, ma è il racconto della salita al Monte Bianco che li tiene avvinti: il pubblico freme quando la comitiva attraversa i crepacci del Glacier des Bossons, trattiene il fiato sul Mur de la Côte, applaude quando Smith raggiunge la vetta.
«Nelle sue mani, l’intera faccenda diventa un divertimento, un’azione sportiva», commenterà Whymper. Smith però non inventa nulla, semplicemente combina il popolarissimo diorama con l’altrettanto popolare one-man show, recital o monologo comico di un unico personaggio. Soprattutto, trova il tono giusto per un pubblico che ha pretese di distinzione (ci sono in sala anche gli amici del giovane Sackwille West), ma sa che la maggior parte delle meraviglie che gli passano davanti agli occhi sono fuori della portata delle sue tasche; un pubblico che non metterebbe piede (o si vergogna di farlo) in un teatro comico, dove la platea è chiassosa e popolare, le prostitute si mettono in mostra in balconata, gli spettacoli rasentano inaccettabili volgarità, ma apprezza il divertimento, soprattutto se può convincersi che è anche istruttivo… Un pubblico costituito per la maggior parte da quella media e piccola borghesia, puritana, un poco bigotta, avida di conoscenza, affascinata da ogni illusione di realismo, ma non indifferente agli spasmi delle emozioni, che è l’anima dell’età vittoriana. Per quel pubblico Smith, sempre rigorosamente puntuale, sempre impeccabilmente in abito da sera, racconta la sua storia: rifugge dalle buffonate, ma si avvale largamente dell’ironia e della satira, evita di scadere nella volgarità, ma infiora il suo racconto di luoghi comuni. E via via andrà addobbando palco e sala con ogni possibile souvenir, ricreando improbabili “realistiche” atmosfere, forgiando il gusto e le aspettative dei futuri clienti di Cook.
Lo spettacolo ha immenso successo. Il principe Alberto, consorte della regina Vittoria, con il principe di Galles e il principe Alfredo, chiedono di vederlo. Per la più borghese di tutte le famiglie regnanti, Smith organizza una rappresentazione privata.

Le stagioni successive: un successo sempre maggiore
La seconda stagione apre in autunno: sul palco fa bella mostra di sé la facciata di uno chalet svizzero formato naturale, dalla balconata pende la bandiera dei Savoia (nel cui regno si trova Chamonix, anche se tutti la dicono in Svizzera), pelli di camoscio ornano le pareti, stelle alpine infiorano i lampadari, una cascatella richiama i torrenti alpini. Londra impazzisce. Alle feste della buona società si ballano la “Mont Blanc Quadrille” e la “Chamouni Polka”, le signore acquistano ventagli con vedute del Monte Bianco, i pettegoli mormorano che Smith ha scalato il Monte Bianco solo per trarne guadagno, Smith replica pubblicando The Story of Mont Blanc, libro che va a ruba. A chiusura di stagione, lo spettacolo ha venduto 193.754 biglietti.
Da quell’anno Smith torna a Chamonix tutte le estati per raccogliere nuovo materiale. I tempi della soffitta all’Hotel de Londres sono finiti, ora alloggia in una suite con il suo nome sulla porta. Di anno in anno i paesani lo accolgono con maggiore entusiasmo: non sfugge, alla gente di Chamonix, quanto valga in pubblicità l’opera del loro affezionato visitatore. Nell’agosto del 1853 lo invitano a inaugurare la capanna che le guide hanno costruito ai Grands Mulets per il conforto dei clienti.

All’apertura della terza stagione partecipano il dottor Hamel e John Auldjo in persona. Ci sono anche una vera guida in costume da spedizione, quattro camosci vivi, una fanciulla di Chamonix in abito tradizionale con un cane Sanbernardo al guinzaglio. I Sanbernardo arrivati con la guida e la fanciulla sono dieci. Smith ne regala due al principe di Galles, uno all’amico Dickens. In occasione della cinquecentesima replica le signore ricevono in omaggio un mazzo di fiori; i gentiluomini, un ritratto di Smith.
Quell’estate si contano diciotto ascensioni al Monte Bianco.
Durante la quarta stagione lo spettacolo registra il tutto esaurito ogni sera. Nell’estate le ascensioni sono sedici.
La quinta stagione apre con una festa per cento selezionatissimi invitati. Si cena con ostriche e champagne. Tutti i partecipanti ricevono una plaquette con ventiquattro illustrazioni a colori dei personaggi dello spettacolo. Quell’inverno i londinesi si dilettano con il “Gioco della salita al Monte Bianco”, una specie di gioco dell’oca. Alla casella 45 c’è un turista gambe all’aria. «Devi fare più attenzione, o non raggiungerai la vetta», recita la didascalia. «Se non avessi avuto il bastone, saresti finito in un crepaccio e dì te non si sarebbe sentito più nulla. Perdi due punti e torni al numero 37». Nell’ultima casella Smith e compagni brindano al successo dell’impresa. La didascalia dice: «Eccoci sulla vetta del Monte Bianco: 15.665 piedi sul livello del mare! Sono le nove e mezza del mattino, siamo partiti da Chamonix più di ventisei ore fa. Al ritorno ci festeggeranno con spari a salve, fiori, musiche della banda. Sono dunque terminati i pericoli. Stapperemo una bottiglia di champagne e canteremo God Save the Queen». Nel corso di quella stagione il Times commenta: «Una vera e propria mania per il Monte Bianco pervade al momento la mente dei nostri connazionali».
Quell’estate, venti comitive raggiungono la vetta del Bianco.

Il Monte Bianco? Ormai è una seccatura
All’apertura della sesta stagione, ottobre 1856, il Times dichiara: «Il Monte Bianco è diventato una vera seccatura». Per tutta l’estate la redazione è stata infestata da resoconti di ascensioni al Monte Bianco. Gradirebbe non riceverne più. «Se dozzine di persone non avessero già fatto esattamente la stessa cosa, toccato esattamente gli stessi temi, vissuto esattamente le stesse sensazioni, questi racconti sarebbero pieni di interesse. Ma stando le cose come stanno, ognuno assomiglia a quelli che l’hanno preceduto, come una goccia d’acqua all’altra… Comprendiamo perfettamente che per un giovanotto pieno di baldanza due giornate passate in codesta maniera siano giornate assai piacevoli e che possano fornirgli gradevoli memorie e argomento di chiacchiere attorno al camino fino alla fine dei suoi giorni. Ma non continuiamo a trattare la salita di questa frequentatissima montagna come cosa straordinaria, che tra breve sarà diventata una faccenda ordinaria quanto una passeggiatina a Regent Street in un bel pomeriggio di luglio».
Quando Smith legge queste righe, decide di sospendere lo spettacolo: sa che un’epoca sta finendo. È il fratello a convincerlo a continuare, perché «lo spettacolo del Monte Bianco è diventato un elemento caratteristico della stagione natalizia, al pari delle pantomime», ma la storia dell’ascensione si riduce via via a un breve intermezzo tra i due atti principali dello spettacolo.
Quell’estate, 1857, Smith accompagna il principe di Galles, ormai grandicello, ad ammirare il Ghiacciaio dei Bossons. Il principe commenta che è davvero straordinario il numero di turisti inglesi che percorrono la valle. In autunno viene fondato l’Alpine Club, Smith è uno dei primi soci ammessi.
La sera della duemillesima replica, luglio 1858, Smith annuncia la fine dello spettacolo. L’anno prossimo presenterà un nuovo diorama: Dal Monte Bianco alla Cina.
Quell’estate trenta comitive raggiungono la vetta del Bianco da Chamonix. Ruskin tuona contro i profanatori delle cattedrali della terra e il pernicioso influsso del denaro inglese sull’economia della valle e la vita dei suoi abitanti. Thomas Cook, l’inventore del viaggio organizzato, che dal 1855 porta gruppi di compatrioti in Francia e Germania, medita la conquista di Chamonix. Vi arriverà nel 1863, alla testa di trecento turisti.
Dal 1860 le spedizioni alla vetta del Bianco superano le trenta all’anno. Nel 1864 sono addirittura quaranta…
Smith morì nella primavera del 1858. Non aveva salito nessun’altra montagna, non era mai stato un “vero alpinista”. Non, quanto meno, secondo i colleghi dell’Alpine Club. I quali, da un certo punto in avanti, cominciarono a trovare imbarazzante che tra gli Original Members si annoverasse uno che i sacri valori dell’alpinismo aveva ridotto a spettacolo. Di Smith non si parlò più, molti preferirono ignorare il fatto che più di ogni altro aveva contribuito a rendere popolare l’idea di scalare montagne. Ma al suo spettacolo assistettero, ragazzi, molti di coloro che di lì a qualche anno sarebbero entrati nella storia dell’alpinismo. E ne uscirono infiammati, con il sogno di conquistare vette nel cuore.
Le provviste di Smith al Bianco
C’è ogni ben di Dio, basta scorrere la lista. Ma attenzione, non esageriamo, si tratta della lista delle provviste dell’intera spedizione di Albert Smith al Monte Bianco nel 1851: quattro alpinisti, sedici guide e un corteo di portatori.
60 bottiglie di vino comune, 6 bottiglie di Bordeaux, 10 bottiglie di St.George, 15 bottiglie di St.Jean, 3 bottiglie di Cognac, 1 bottiglia di sciroppo di lamponi, 6 bottiglie di limonata, 2 bottiglie di Champagne, 20 pagnotte, 10 formaggi piccoli, 6 pacchi di cioccolata, 6 pacchi di zucchero, 4 pacchi di prugne, 4 pacchi di uva sultanina, 2 pacchi di sale, 4 candele di cera, 6 limoni, 4 cosciotti di montone, 4 spalle di montone, 6 tagli di vitello, 1 taglio di bue, 11 volatili grandi, 35 volatili piccoli.
Il diorama
Inventato da Louis-Jacques Mandé Daguerre e Charles-Marie Bouton nel 1822, consisteva in una serie di disegni, raffiguranti per lo più vedute e panorami, dipinti su materiale trasparente e variamente illuminati, che per effetto di giochi di luce e di prospettiva, davano allo spettatore l’illusione di un panorama naturale nelle varie ore del giorno. Forma di spettacolo molto apprezzata in epoca vittoriana per il carattere istruttivo, erano popolari soprattutto i diorami che illustravano viaggi in luoghi remoti. Prima del Monte Bianco, Smith ne produsse uno che raccontava il ritorno da Costantinopoli via Egitto e Malta. Particolarmente apprezzati per l’accuratezza e precisione dei particolari erano quelli di Robert Burford, specializzato in vedute della Svizzera.
I personaggi citati
Charles Dickens (1812-1870) è lo scrittore notissimo ancora oggi. Smith mise in scena riduzioni delle sue opere.
William M. Thackeray (1811 -1863) è un altro noto romanziere dell’epoca, rivale di Dickens.
Thomas Carlyle (1795-1881) e John Ruskin (1819-1900) sono due intellettuali tra i più influenti dell’epoca vittoriana: scrittore e storiografo, fieramente avverso alla democrazia, il primo; critico d’arte, grande oppositore della cultura industriale l’altro.
Phineas Taylor Barnum (1810-1891), bottegaio e giornalista americano, diventa celebre come organizzatore di esposizioni ambulanti di fenomeni viventi. Servendosi largamente della pubblicità e sfruttando la curiosità delle folle, gira il mondo con un circo che è metà serraglio, metà baraccone. Ebbe enorme successo.
William Beverley, scenografo e pittore londinese, responsabile degli elaborati fondali degli spettacoli di Smith. Accompagna Smith nei viaggi per dipingere le vedute da cui trarre i diorami.
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Cela fait sourire, mais quelle époque ! quelle aventure !
que de changements !
L’ elenco viveri mi fa sorridere e ricordare la storiella locale (vera!)di quel montanaro che durante la lunga eterna salita all’alpeggio di 12 km chiese al compagno amico perché lo zaino pesasse come cemento e questo gli fece l elenco; 6 bottiglie di rosso , 1 di bianco ,due cestelli di birra ,varie scatolette e 2 (ben due!)kg di pane.
Al che staltro esclamò…”massa păn!”…
con relativa tipica bestemmia veneta da punteggiatura.
scorrendo a sinistra e a destra si apre un mondo
scusate l’appunto
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Dal diorama alle immagini dei giorni nostri, fantastico
che avventure a quei tempi