L’occasione perduta

Secondo il codice evolutivo, che nulla ha a che vedere con quello di procedura penale e senza mancare di riguardo nei confronti del dolore delle persone coinvolte, c’è un Mottarone utile forse a tutti.

L’occasione perduta
di Lorenzo Merlo
(scritto il 13 giugno 2021)

L’indice o l’accusa
Giornalisti, specialisti, esperti non hanno detto nulla in merito. Passato il lungo fatto di cronaca, dai media, nessuno(?) spunto che prendesse in esame la natura e il comportamento di noi tutti. Solo qualche fuggevole accenno relativo all’avidità, alla superficialità, all’improvvisazione. Cronaca, sdegno, demonizzazione e presa di distanza hanno comprensibilmente preso la scena di quei giorni.

Tutto legittimo. Ma anche bastante a mantenere inalterato l’humus necessario affinché pari eventi certamente si ripetano. E non mi riferisco al forchettone risparmiatore di denaro prima e sperperatore di vite poi. Piuttosto alla consolidata ignavia che alberga in noi, mai sufficientemente combattuta dalle consapevolezze che, quantomeno, ne ridurrebbero l’invasiva portata. Ed è su queste che vorrei portare l’attenzione.

Chiaramente è un gatto stupido. Altrimenti dobbiamo rivedere i criteri con cui giudichiamo le scelte e gli errori degli altri.

Dopo la cabina precipitata al Mottarone, come in una fiera della competizione, non abbiamo perso l’occasione per superare chi è inciampato in uno dei buchi neri della sorte (Voragini oscure che non rispettano le leggi umane per scegliere dove e come nascondersi davanti al nostro passo). Quale occasione migliore per espiare o anche solo dimenticare i nostri peccati? La curtuccera della nostra buona e giusta immagine di noi stessi si è svuotata. Con le pistole fumanti si siamo sentiti nel giusto. Ci siamo pienamente ritenuti in diritto di sparare sul sacro – nessuno sarebbe riuscito a sottrarre le vittime al loro destino – capro espiatorio. Ci siamo ritenuti in diritto di uccidere, seppur solo simbolicamente, perché circostanze culturali e occasionali ci hanno impedito il linciaggio sanguinante e truculento, dal quale, altrimenti, niente e nessuno ce lo avrebbe impedito.  

Il più innocuo di noi, opportunamente sollecitato dalle circostanze, non perderà il controllo?

Tutti noi, sull’altare di una falsa immunità dal commettere tanto orrore, ci siamo comportati da forcaioli, abbiamo pensato e agito come se mai e poi mai avremmo commesso tanto.

Il punto è se qualcuno si sia dato premura di riconoscere nella propria biografia pari comportamenti e scelte, altrettanta leggerezza e sottovalutazione del rischio? Se “nessuno di noi lo ha fatto”, ergendoci a inquisitori e boia, abbiamo dato il peggior esempio ai nostri figli, la peggiore educazione.  

Ma, indicando il colpevole, non ci salveremo dall’orrore che nascondiamo a noi stessi, pronto a librarsi alla prima circostanza opportuna. Scagli la prima pietra non è solo un bel modo di dire che siamo identici davanti a equipollente contesto, ma è l’indicazione di una via evolutiva che ha come fine l’equilibrio, l’invulnerabilità, la forza, il benessere, la felicità individuale e quindi sociale.

Non v’è differenza tra il pensiero è l’azione se l’ambito è evolutivo.

Il pollice o la consapevolezza
Identificarsi con il mattatore che attribuisce colpa e definitiva sentenza comporta l’impossibilità di vedere l’altro in noi. Implica l’impossibilità di riconoscere il comportamento identico tra individui dominati, identificati nel proprio io. Implica l’arroganza di essere altro da altri.

La questione non distingue tra coinvolgimento degli altri, azione solo pensata ma non compiuta o limitata alla nostra persona. Il processo che ci vede scegliere il rischio d’inconveniente è sempre identico.

È una superbia di cui non vediamo l’infernale costo: quello di mantenere noi stessi entro l’ottuso e cupo involucro dell’ego, maestro di vizi capitali in qualunque forma ci capiti di esserne devoti dipendenti.

Ma, anche in questa vicenda alpina, solidarietà ed educazione erano possibili. Anche in questa forchettonica e tragica circostanza non era improprio né offensivo osservare che, come loro, i responsabili dei fatti, facciamo noi; che ogni volta che ci capita, fosse anche per un sorpasso senza freccia, ci sentiamo dire – quando non fare – di tutto e che, di tutto diciamo all’altro per una sua infrazione, morale, legale, formale, sostanziale. Dalle strette feritoie dell’ego l’altro è sempre un nemico. E come tale, è sempre giusto dargli contro.

Nessuno creativamente è disponibile a immaginare la realizzazione del peggio. Chiunque si muova secondo ordini estetici non vede e non vive che la bellezza.
 

Nonostante il segreto che gli altri sono dei noi in altro tempo-spazio e modo, banalmente si sveli in corrispondenza dell’opportuna consapevolezza, prima di raggiungerla i nostri simili sono altro, tutt’altro da noi, che noi.

Sarebbe interessante, in quanto rivelatore, conoscere quante persone nel loro intimo si siano confrontate con l’identicità con l’altro, con il riconoscere che quanto fatto al Mottarone da alcuni uomini è identico a quanto abbiamo fatto e faremo noi in circostanze di pari valore. Non necessariamente in termini quantitativi ma certamente qualitativi. Chi di noi, consapevole di possibili eventualità sconvenienti, non si è preso qualche rischio adottando scelte che le implicavano? Nessun genitore ha mai portato in macchina il bimbo slegato? “Era solo fino lì” disse poi l’imputato per omicidio colposo. Nessuno ha mai passato un semaforo con la prima frazione di secondo del rosso? Chi ha mai impedito ai bimbi di prendere l’ascensore soli? L’elenco non solo è senza fine ma è utile ognuno lo annoti secondo esperienza e immaginazione. L’esercizio, se motivato da aneliti evolutivi, rischia di essere utile, rischia di migliorare le relazioni, la società. Rischia di realizzare tolleranza autentica, libera da manierismi moralistici e ideologici. Rischia di favorire la presa di coscienza delle identicità che sono in noi.

Dare contro al prossimo è una specie di fasulla esorcizzazione nei confronti del pari male che sappiamo esserci in noi stessi.

Consapevoli del comune comportamento tra gli uomini, insieme allo sconcerto per l’evento della funivia, avremmo anche sentito rinvenire le occasioni in cui le nostre scelte passate e future, rispettavano e rispetteranno la medesima logica: prendi il rischio tanto non capiterà proprio stavolta.

Nonostante i fatti e astraendoci da questi, non è logica ottusa. È invece creativa, della vita. Solo un certo bigottismo de gli altri sono altri, la vuole relegare tra le disdicevoli, la vuole chiamare follia e disinteresse per la vita. Si tratta di una posizione che deriva da una concezione del reale e della vita di tipo amministrativo, in costante ricerca di certezze. Ma la permanente ricerca di sicurezza, della société sécuritaire ci porta lontano dall’eros, dalla passione, dall’esplorazione, da noi, da una vita vissuta a sostituire quella ripetuta. Originale contro fotocopia. La paura ci estranea dalla capacità di stare al mondo, inteso come relazione con l’infinito, col mistero, con l’insospettato e non come un insieme di norme registrate e numerate.

Come loro anche noi frequentiamo tronchi sospesi. Condannare il prossimo per essere precipitato dal suo tronco è come rendere assolutamente vero che quando cadremo noi, qualcuno certo di sé, non possa rinunciare a credere che ce la siamo cercata.

La société sécuritaire è una rete a strascico che ci stringe in infrastrutture umane via via più lontane dalle verità della natura, dalle nostre verità. Ci aliena da noi stessi fino a non riconoscere che gli errori dell’altro sono il modello ideale per riconoscere i nostri. Fino a sotterrare la testa piuttosto di vedere che le motivazioni che hanno condotto all’inconveniente altrui, sono identiche alle nostre per i nostri pari inconvenienti. La tendenza al regolamentarismo come religione alla quale fare appello per migliorare i comportamenti, è evolutivamente esiziale.

Quando l’ultimo albero sarà stato abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato, l’ultimo pesce pescato, l’ultimo animale libero ucciso, vi accorgerete che i soldi non si possono mangiare… (Toro Seduto)”.

Anche stavolta, un’occasione perduta per una cultura che produca persone compiute, non più ignare di banali segreti.

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L’occasione perduta ultima modifica: 2021-09-23T04:23:00+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “L’occasione perduta”

  1. 2
    Giorgio Daidola says:

    Articolo non facile ma con parecchi flasch di verità tangibili e inquietanti. Leggendolo ho pensato ad un’altra tragedia più recente, trattata dai giornali nello stesso modo di quella del Mottarone: quella dell’Afghanistan. Allo  sdegno collettivo , alla rabbia, alla voglia di vendetta nei confronti di un cinico mediocre presidente faccia tosta,  hanno fatto seguito articoli altrettanto cinici (vedi quello di un intoccabile come Paolo Mieli sul Corriere) che hanno aperto la strada ad un progressivo disinteresse per quello che sta succedendo in quel Paese. Con la ciliegina finale del discorso di riabilitazione all’Onu dell’inetto a cui è stato dato ampio spazio, senza un minimo di spirito critico. In conclusione la mia impressione è che stiamo davvero sprofondando nel baratro della insensibile stupidità.
     

  2. 1
    albert says:

    “Il punto è se qualcuno si sia dato premura di riconoscere nella propria biografia pari comportamenti e scelte, altrettanta leggerezza e sottovalutazione del rischio?”
    Cesare Maestri per tali occasioni  riciclo’ un detto dialettale, secondo il quale anche ai piu’scafati ed esperti capita una giornata o un momento particolare in cui si commettono inconsapevolmente o per troppa sicumera azioni pericolose: “il colpo del  mona”, a volte con conseguenze e a volte graziato dalla sortebenigna ( colpo di ****).In questi giorni accadono numerosi incidenti ad escursionisti solitari, che  partono per gite segnate su sentierie classici  straripetuti da essi o da orde di comitive..eppure..succede un fattaccio e spuntano commenti disparati sempre a trovare  trovare una  colpa nei poveretti.
    X ha fatto un infarto!( fumava?, beveva?, ha mangiato un uovo sodo freddo..? si e’sforzato troppo  nonaveva lalcart ageografica..andava con le sneakers, ha cambiato itinerario…ha visto unfungo piu’ in alto.. )
    Anche il  giornalista Pecorelli se l’era andata a cercare..e l’educazione a non cercare rogne  impartita dall’alto o dai compagni comincia a scuola.Comunque con amici e compaesani amanti  della montagna, spesso quando ci si ritrova tra persone sincere, si raccontano le strane vicende in cui si e’riusciti per un pelo a sfangarla: siamo pensionati per miracolo.
    Buzzati:”I miracoli di Valmorel”

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